In sintesi, qui si diceva che esiste una cosmica giustizia poetica, volgarmente detta karma, per la quale tu puoi pure comportarti come lo stronzo che sei, ma prima o poi la batosta ti torna indietro, e spesso senza che neanche sia io a dover ingegnare vendette: ci pensa la vita, come diceva quello.
Si diceva anche che c’è una differenza tra l’augurare attivamente allo stronzo d’occasione impotenze assortite e il limitarsi a piazzare un divano sulla riva del fiume per stendercisi e, prima o poi, veder passare il cadavere della sua irrinunciabile virilità (quella che si esprimeva al proprio meglio nel riempirti di corna.)
Si diceva, infine, che certi interlocutori invece scambiano la fiducia nel karma per una crudele maledizione.
Nei giorni successivi alla messa in rete di quel pensierino, se n’è discusso in un paio di dopocena sufficientemente privi di argomenti. Ora, con un campione statistico affidabile almeno quanto quello che dà a Veltroni la certezza di aver recuperato 22 punti in campagna elettorale, vengo a darvi una notizia: la paura del karma, altrimenti detta avversione al pareggio, è una sindrome tipicamente maschile.
Ha a che fare con lo sport, come già avevo intuito. Ha a che fare con la certezza di aver vinto, e poi trovarsi assegnato un pareggio d’ufficio una settimana dopo la partita. Ha a che fare con quei sette o otto falli che l’arbitro non ha visto, e col vivere come una profonda ingiustizia il fatto che vengano poi però tanati dalla moviola ed equamente ancorché tardivamente puniti.
E tutto questo l’ho capito senza neanche dovermi smaterassare un calciatore – non siete fiere di me?

No, sono un calciatore ;)
ma guia se ti fossi smaterassata un calciatore saresti finita sull’homepage di corriere.it!pensa che bello !
Urrà! Urrà! per Guia