[Postilla. Ma secondo voi Anna W is the new Karl R è un titolo criptico? Perché magari lo è, eh, solo che io non capisco perché uno che sa talmente niente di elezioni americane da ignorare l’esistenza di Karl Rove dovrebbe leggersi una cosa sulla vice di McCain. Tutto questo per dire che il genio di cui si parla qua sotto torna a insistere sul suo blog che io non capisco la differenza tra “posare a corredo di intervista” e – boh, forse posare a corredo di cruciverba – e vabbè; scrive “pò”, e vabbè; ma soprattutto scrive che Carlo Rossella è da me “chiamato Karl R.” Glielo spiegate voi? Io con quelli che alle lezioni di comprensione del testo erano assenti ho poca pazienza.]

Già sapevo che c’è solo una cosa peggiore dei giornalisti, e sono i blogger, e c’è solo una cosa peggiore dei blogger, e sono i blogger che rivendicano il fatto che loro sono meglio dei giornalisti, o sono giornalisti, o entrambe le opzioni;

Tutto detto e fatto, il blog ti permette di fare soldi. È importante che lo scrittore sia appassionato dell’argomento su cui desidera scrivere un blog. Tuttavia, ecco una verità sul blogging. La passione non sarà uguale al profitto che si fa. E nemmeno l’esperienza. Per raccogliere i massimi benefici prova Idealica che ti permette di essere sottile.

in questi meravigliosi giorni in cui una donna ha raggiunto l’highest level of being used as a cheap political ploy (dio non esiste, ma se esistesse dovrebbe benedire Colbert), ho capito che c’è una cosa che accomuna tutte le categorie soprelencate: l’incapacità di dire “Scusate, ho scritto una cazzata”.

Riassunto degli equivoci precedenti.
Venerdì scorso McCain annuncia che la sua vice sarà Sarah Palin, governatrice dell’Alaska perlopiù priva di rassegna stampa di una qualche rilevanza, tranne che per un servizio apparso su Vogue edizione americana di febbraio, tre pagine, due foto, una delle quali in Italia viene subito ripubblicata come gigantografia dal Foglio (non si capisce come, visto che le foto Condé Nast non vengono vendute al di fuori del gruppo per sei mesi dalla pubblicazione, ma cosa volete che sia poter pubblicare la fotografia di una governatrice incinta – il miracolo della vita! – di fronte a un micragnoso caso di copyright infringement.)

Siccome non è che proprio la governatrice di uno Stato che nessuno si fila vada su Vogue tutti i giorni, quando il servizio fotografico viene prodotto la voce gira tra gli abitanti degli igloo (ci sono gli igloo, in Alaska? se non ci sono ce li mettiamo, che fan colore.) Ovviamente tutto questo accade non a febbraio, visti non solo i tempi di produzione di un mensile patinato ma anche il fatto che i mensili americani sono nelle edicole di NY e LA il 5 del mese prima di quello indicato sulla copertina, quindi in questo caso il 5 gennaio. Siccome è pur sempre la governatrice di uno Stato che nessuno si fila, la notizia se la dicono tra loro e, quando viene fuori che questa forse sarà la VP degli Stati Uniti ed è comparsa su Vogue, il mondo civile (cioè quello che, diversamente da me, non ha la casa affollata di numeri di Vogue) cerca sull’internet e trova poca roba. Tra cui un blogger dell’Alaska che all’epoca aveva scritto una cosa tipo “Uh, sarà su Vogue, uh, la copertina potrebbe essere così” – con annesso fotomontaggio.

Come sappiamo, accade che alcuni giornali prendano per buona la cosa, con quell’ignoranza e quella cecità che, siccome stiamo parlando della copertina di un orrendo giornale frivolo per femmine che pensano alle scarpe (e che sposta una quantità di miliardi che i loro quotidiani con le dichiarazioni di Rotondi se li sognano), vanno rivendicate.
�? la stessa ragione per cui l’intrattenimento per maschi (le Olimpiadi, per dire) diventa collettivo e se non lo capisci sei strana, mentre quello per femmine è un ghetto di cui una femmina perbene è la prima a vergognarsi (come dicevo l’altro giorno, ormai per sembrare intelligente una donna deve solo dire che le fa schifo la chick lit.)
�? la ragione per cui nelle pagine degli spettacoli dei giornali italiani ci sono castronerie che in quelle della politica non passerebbero mai: capirai chi se ne importa, stiamo parlando di lustrini.
Ma il discorso su come le frivolezze vadano trattate ben più seriamente delle cose serie lo apriamo un’altra volta (o anche no.) Ora torniamo al nonVogue.

Sabato, la Stampa pubblica il fotomontaggio a imbarazzante grandezza in prima pagina. Il Corriere più in piccolo all’interno. Eccetera. Il giorno dopo, in nessuno dei giornali che hanno fatto la castroneria vanno a casa tutti dal direttore in giù come accadrebbe in un paese normale. Ove interrogati, vi direbbero che diamine, cosa c’entrano le dimissioni di Piers Morgan e le false foto dei soldati sul Mirror: qui stiamo parlando di una copertina falsa di Vogue, sarà mica importante.

Il giorno dopo, domenica, quelli della Stampa pubblicano un trafiletto in cui si scusano dicendo, correttamente, che il servizio sulla Palin stava invece “all’interno del magazine.” Al Corriere sono sempre i migliori: pubblicano un articolo che comincia con “Ci sono caduti blog e giornali di mezzo mondo” – il mezzo mondo da San Marino a Chiasso.

Fin qui, accade nella realtà. Qua si era già detto che sull’internet, invece, erano stati un po’ troppo zelanti nel fare della questione la bandiera della battaglia “loro stipendiati e cialtroni contro noi dilettanti accurati.” Il tizio citato nelle ultime righe, per dire, si era preso la briga di copiare i passaggi in cui ben tredici fonti  avrebbero preso per buono il fotomontaggio. Peccato che otto dei tredici da lui citati si limitassero a dire, poveri cristi, che la Palin aveva “posato per Vogue”. Per la sindrome di cui vi parlavo all’inizio, una volta fattoglielo notare, il tizio non si arrendeva. Prima sosteneva che se si scrive “posato per Vogue” la gente capisce “in bikini”, poi che “posato per Vogue” vuol dire “in copertina”. No, non sta scherzando. Lo dice “in senso giornalistico”, che “differisce da quello etimologico” (non chiedetemi cosa significhi, non ne ho idea; semmai chiedetelo a lui: trovate la sua bizzarra concezione del verbo posare e i suoi recapiti sempre qui, nei commenti.)

Poi il nostro eroe torna sul proprio blog e – dopo averle cantate alla Stampa, colpevole di non si capisce cosa, parrebbe di non aver detto che era il numero di febbraio di Vogue e non quello di dicembre, peccato nella correzione non si faccia cenno a mesi, si dica solo “all’interno” – si bulla di averci spiegato cosa significhi posare per Vogue, perdindirindina. Siete pronti? �? la più sublime cosa che abbia letto da un pezzo, e non solo perché la scrive uno che ha onorato i commenti di questo blog di un commovente crescendo che vi riporto casomai ve lo foste perso.
“Non sono un blogger, ma un giornalista. Non conosco Rossella, ma qualcuno mi conosce in questo settore, perche’ lavoro con alcune testate nazionali” [no, io non so cosa c’entri Rossella, ho tentato di spiegargli che era estraneo alla vicenda, ma il nostro eroe non era ricettivo]
“Che anche Rossella abbia preso un granchio (lui si’ espertone di moda e di costume) e’ una notizia e, di regola, va data”
Infine (purtroppo): “Rossella mica l’ho tirato in ballo io! In fondo può sbagliare pure lui. Comunque, se può interessare, penso sia stato un ottimo direttore a Panorama e anche al Tg5.”
Ora, voi già capite che un uomo così va tenuto caro, ma aspettate di leggere perché vanno esposti al pubbblico ludibrio tutti quelli che hanno scritto che la Palin ha posato per Vogue. Pronti? Via.

“Se un giornale scrive: “ha posato per Vogue”, cover su Vogue, etc. la stragrande maggioranza dei lettori capisce che si tratta di un servizio in prima e non di un’intervista nelle pagine interne, corredata da uno scatto con scarponi da neve. Insomma, non è corretto (direi che è fuorviante) dire che oggi Clemente Mastella ha ”posato” per La Stampa solo perchè c’è una sua intervista con foto.”

Ora io non pretendo che voi andiate da questo tizio a spiegargli com’è fatto un mensile, che tempi e modi di lavorazione ha, come si produce un posato per il più importante giornale d’immagine del mondo; non vi voglio affidare il compito di insegnargli a distinguere la copertina del Vogue inglese (quella con Salma Hayek secondo lui servita da modello al fotomontaggio) da quella del Vogue americano, o la differenza tra la foto d’agenzia che illustra l’intervista di un politico italiano a un quotidiano e un servizio patinato con giaccone Ralph Lauren, maglia White+Warren, jeans Levi’s, trucco Claudia Lake per Contractnyc e capelli Tim Rogers per Charles Worthington (sto prendendo i crediti dal servizio fotografico scattato da Jonathan Becker e pubblicato sul numero di Vogue di febbraio, quello per cui Sarah Palin non ha posato.) Vi esorto però a essere generosi, e a metterlo in contatto con Carlo Rossella, così magari si placa, e la smette di fare più errori di quelli che vuole correggere. E poi, vi dirò: secondo me vanno anche d’accordo.