Ora non ho tempo e pazienza di riassumervi gli aneddoti sui capelli, il bassista degli Yes, l’attrice di Melrose Place (l’Einstein del titolo), gli scempi del doppiaggio, e su come decise di diventare regista per rimorchiare Laura Morante, e poi temo che ripetuti da me non avrebbero lo stesso sublime effetto (anche se ieri sera a cena hanno comunque fatto la loro porca figura), ma ieri pomeriggio sono stata a sentire Vincent Gallo che parlava della vita dell’amore dei film (non dell’arte: «I’m a very simple guy: don’t talk art around me»), e ho un paio di considerazioni da fare.
La prima è che di Gallo non me n’è mai fregato niente, non ho mai visto un suo film, l’ho sempre inserito d’istinto nella mia Accademia dei Sopravvalutati. Eppure ieri era gigantesco, c’erano più umorismo e finta improvvisazione e tenuta della scena e comprensione profonda che per essere lievi e d’intrattenimento ci vuole una preparazione della madonna in un inciso del suo sterminato monologo di quante ce ne siano in qualunque discorso di attore italiano abbia mai sentito. Lo so che il concetto “gli americani in ‘ste cose qui sono più bravi” è troppo scontato per non sbuffare, però i luoghi comuni in genere sono veri, e questo lo è.
È la ragione per cui la notte degli Emmy di domani non sarà neanche nello stesso campionato di quella dei Telegatti o dei David o di Venezia. Certo, è una questione di budget o di star system, ma io mi sono ormai convinta che quelle siano conseguenze. Che lo star system e il giro d’affari che ti permette di fare cose industrialmente sensate derivano da premesse che loro hanno nel DNA, e noialtri no.
Dal pensare che il pubblico te lo devi conquistare, lo devi far divertire, devi convincerlo a starti a sentire. Non che devi educarlo, e che devono venirti a vedere perché sennò sono responsabili della disoccupazione degli attrezzisti di Cinecittà (ai quali comunque dà abbondante lavoro la De Filippi, con gran obbrobrio dei puristi), e che tu sei un Artista con maiuscolissima maiuscola, e faranno meglio a capirlo, quei buzzurri inadeguati.
La seconda è che, uscendo con un certo rimpianto dalla sala prima che la vita di Vincent come raccontata da lui stesso finisse, ero definitivamente convinta che Gallo fosse (sono ancora convinta, quindi: che Gallo sia) il più irresistibile uomo ossessionato dal proprio cazzo che avessi (abbia) mai visto.

Io lo adoro
forse l’ossessione è nella mente di chi considera
peccato non averti incontrata
io sto lavorando al Milano Film Festival
ti abbraccio – comunque!
stefano
No l’ossessione è proprio di Gallo. Anch’io non posso fare a meno d’esserne affascinata (se guardando un film fantastichi più su Gallo che su Depp, be’…); uno che dice che merda d’attore sia Sean Penn e poi “non so perché tutti mi odino”.
Inimitabile.