C’è tutta una branca dell’opinionismo basata sul dire sempre il contrario di quello che il buonsenso suggerirebbe. Credo che dipenda dal leggere troppi giornali, annoiarsi, pensare che se si deve scrivere che il global warming esiste, Bush è un pirla, e gli spaghetti al dente son meglio che scotti, come hanno già scritto altri quaranta editorialisti solo quella mattina, allora cosa si scrive a fare. Bisogna inventarsi un punto di vista originale, tanto lo sappiamo tutti che, con un po’ di mestiere, qualunque posizione è argomentabile e sostenibile. Naturalmente l’anticonformismo a tutti i costi diventa presto più stucchevole del conformismo, ma non è questo il punto. Il punto è che è completamente passata la linea per cui si può sostenere tutto. L’ultimo baluardo dell’inaccettabilità dialettica è negare la Shoah, per il resto non mi viene in mente nessun altro esempio di bastiancontriarismo che generi quella che dovrebbe essere la reazione naturale: un coro di «Ma cosa cazzo dici?»
L’altro giorno ascoltavo un qualche brillante opinionista che, condendo il discorso di citazioni non so più se dal fainanscialtaims, dalla uoscintonpost o da qualche altro giornale che piace alla gente che piace, diceva che la recessione è uno spauracchio di cui si continua a parlare senza che esista davvero, che sia entrata davvero nelle nostre vite, che riguardi noi o qualcuno che conosciamo. Nelle ultime sei ore ho parlato con: una conoscente preoccupata perché il gruppo editoriale cui collabora ha annunciato che a dicembre non pagherà i fornitori per mancanza i fondi; un conoscente in preda a riso isterico perché l’editore presso il quale è impiegato si appresta a licenziare parte della dirigenza; un’amica il cui settimanale questo mese salterà tre numeri su quattro perché gli inserzionisti non investono. La prima cosa che ho pensato è che la recessione sta per diventare più noiosa del global warming. La seconda cosa che ho pensato è che «la recessione non esiste» è la versione nuovo millennio di «lascerà suo marito, me l’ha promesso.»

Io direi meglio ‘lascera’ sua moglie, me l’ha promesso’.
Una donna certe promesse alla lunga finisce col mantenerle.
sì, direi che il classico è “lascerà sua moglie”.
comunque apprezzo lo sforzo titanico che hai fatto per non scrivere “is the new”.
Grazie per questo post.
Insieme all’articolo che scrivesti sul Foglio – all’epoca – sull’aborto, va a costituire il mio piccolo dizionario ‘Pensieri di riferimento to-ta-le’.
È ovvio che intendevo scrivere «sua moglie», non foss’altro per armonia con la Carrie Fisher di cui al titolo.
Ed ero talmente convinta di averlo scritto, «sua moglie», che vedendo il primo commento mi sono chiesta «Eh? Ma che obiezione è?»
Ora ho riletto, ma non riesco a capire se quel lapsus sia buon segno. Indizio di emancipazione. Riappropriarsi del proprio destino. Liberarsi dal nefasto modello comportamentale di madri cronicamente cornute e infelici. Cose così. Ma forse è solo l’influenza di Ivana Trump, e poi passa.
Grazie per aver scritto Shoah e non Olocausto.
Insomma, “lascerà suo marito” is the new “lascerà sua moglie”