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«I’ve got survivor’s guilt. I’ve got punk guilt.»

Come esercizio dell’esperimento situazionista «Leggere il New Yorker dall’estetista e il National Enquirer nei salotti intellettuali (per Lolita a Teheran, ci stiamo attrezzando)», ho comprato The Believer. E ci ho trovato un ritratto di Beth Ditto fatto seguendola durante la settimana della moda a Parigi. L’ho letto determinata a farmi conquistare, come mi conquistano sempre le cose fatte meglio di come le faccio io (non importa che Michelle Tea abbia avuto mille volte più accesso e cento volte più spazio, su, lo sappiamo che non è quello il punto.) E un paio di cose non male c’erano: «Aging is punk. So is cellulite», ma soprattutto la scena in cui lei vuole andare a pranzo con un Beatle invece di posare per Libé. Solo che poi il tutto precipita in un paio di cartelle finali di moralina elegiaca su quelli che ce l’hanno fatta solo col talento duro e puro, senza trucchi e inganni pubblicitari (come se fare di un’obesa un’icona glam non fosse una riuscitissima operazione di hype), e svela, sul finale, l’unica cosa che davvero interessa all’autrice: dire che, al concerto, Kate Moss l’ha spintonata. E lo so che ho promesso a un amico di non dire più che chi compra Internazionale lo fa solo perché si vergogna di comprare Chi, ma non ce l’ho fatta a non pensare ancora una volta che è inutile: i giornali per intellettuali non saranno mai all’altezza di Us Weekly.

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