Vedi, è difficile spiegare. È cominciata l’altro giorno in Horatio street. È cominciata con delle Mary Jane di vernice nera che non c’erano, con le scarpe di Sarah Jessica che avevano delle impreviste listarelle dorate, e soprattutto con delle sbrilluccicanti creature viola che forse non avrei mai messo, ma avrei comunque comprato. Quando la commessa mi ha fatto plurimamente innervosire: prima, dicendomi che quelle nere e gialle, che solo in quell’istante scoprivo essere nere e gialle e – mioddio – oro, «are in the Sex and the city movie», come io fossi una fescionvittim di provincia che bada a queste cose; poi, insistendo che quelle viola fossero grandi, non può camminare con scarpe così grandi, le do una misura in meno, shoes stretch – ecco, su «shoes stretch» io ho istinti omicidi senza pari, come neanche di fronte a uno che giuri di lasciare la moglie, come neanche di fronte a uno che metta la virgola tra soggetto e predicato, io su «shoes stretch» potrei fare la rivoluzione armata, perché lo sanno che non è vero, non possono non saperlo, e allora perché non mi devi far comprare una cazzo di misura in più?
Insomma, siamo state lì un po’ a baccagliare, lei che mi diceva che non capivo e che anche quelle improbabili platform da lei indossate all’inizio erano strette, e io che le dicevo lei ha una visione molto cattolica dell’indossare scarpe, non è una roba che mi deve far soffrire, dico, ha presente quanto le pago –– non se ne usciva. Me ne sono andata senza comprare niente. Non era mai successo.
Solo il giorno prima, ero la tua più fervente esegeta: ti difendevo da intellettuali che criticavano il tuo sito (e prima o poi però ne dovremo parlare, perché io ti difendo per amore, ma quella roba lì non si può proprio guardare); zittivo chi osava dire che, con quel che lo fai pagare, quel rosso non dovrebbe farsi grattar via dal primo marciapiede; amavo persino le tue commesse (il vantaggio acquisito anni fa da quella di Madison che sospirò «Oh, cobblestone» quando le dissi che, vivendo a Roma, non potevo permettermi tacchi di vernice, l’ha scialato in un paio di shoes stretch quella insostenibile creatura di Horatio.)
Il giorno dopo, le ho viste. Ero da Barneys, a cercarti. Da Saks c’erano delle peep toe di vernice color cipria da costruir loro monumenti in piazza, ma ovviamente non c’era il numero (perché alla fine è venuto fuori che miss Antipatia Horatio aveva ragione, mi si è ristretto il piede di almeno mezza misura, ballo in tutta la parte dell’armadio da te occupata, e di questo dovremo parlare, cosa faccio, metto delle solette ortopediche sulle suole rosse? Suvvia.) Vado da Barneys, certa di trovarti lì, e invece niente. Roba orrenda e già vista (vorrei sapere chi sono i buyer, e perché non li licenziano per assumere quelli di Saks.) Sto uscendo, e le vedo.
Ho resistito. Perché una relazione di lungo corso richiede tempo, fatica, dedizione, lavoro. Non si può far le sceme con la prima tentazione che passa. Non ci si può far distrarre così. E poi, Christian, diciamocelo: neanche la dignità d’un tradimento; una minestra riscaldata; un ripescaggio dal passato, dagli anni della mia innocenza calzaturiera; allora, tanto valeva trascurarti per un paio di Superga argentate. Ma loro erano lì. Erano bellissime, seppur con suole banalmente nere. Sono fuggita, con la scusa che non c’era neanche un commesso in giro e io non ho tempo da perdere, cribbio.
Il giorno dopo sono tornata. Neanche la Streep e De Niro in metropolitana, o alla libreria Rizzoli, o dove diavolo erano. Cedere alla tentazione senza vergogna, e raccontarsi pure scuse che nella formulazione contengano la parola destino. Erano lì, e il commesso ha detto burgundy. Capisci? Mi hanno conquistato con borgogna. Bordò, mica le avrei prese. E quindi ora stanno qui, con la loro suola ordinariamente nera e la loro scatola tristemente bianca, e mi guardano, e voi – voi arancioni, voi verdi, voi ormai grandi e sballonzollanti ma con l’intimità che solo le storie di lungo corso hanno – fate finta di niente, buttate in un angolo della stanza. Fate quelle di mondo, ma si vede che soffrite, che vi fate delle domande, che vi chiedete se sia il caso di chiamare l’avvocato e dividersi i mobili.
Ora io voglio che tu capisca che Manolo è parte del mio passato. Che farci un giro in questa mezza stagione non cambierà le cose tra noi. Che questo non è un ritorno di fiamma, è solo un riempitivo tra una fornitura e l’altra del numero giusto delle peep toe color cipria. Nessuna borgogna può allontanarmi da te. Lo so che l’amore richiede sacrifici e, in mancanza del mezzo numero, avrei dovuto andare scalza, ma so che tu mi capirai. Sono una ragazza fragile. È il fondamento della nostra relazione, in fondo: ricordi quando quella da Bergdorf Goodman, mentre ti infilava e ti sfilava, mi disse «Io le compro per le suole: secondo lei sono scema?» — ricordi quando risposi «Siam sceme in due»? Ecco. Tu veramente pensi che una borgogna qualunque basti? Non può finire così. Non ti posso far male. Se l’amore è amore.
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non so, a me dan fastidio tutte/i quelli che scrivono qui solo per dire “ah che meraviglia eccezionale ecc ecc”
però, a volte, non si può evitare di dirlo
esattamente!
guiavictimz
ti senti sola
con le tue manolo
ed e’ per questo che tu
ritornerai, ritornerai…
no j,
stavolta non si può evitare di dirlo
Sarebbe interessante sapere quale parte di Rocca sia rossa e si gratti via al primo marciapiede.
P.S. chiedo scusa per l’orrido refuso di prima ma ho fatto un copia e incolla da google e non l’ho riletto. Sto già scavando un bella buca
6° paragrafo, 7a riga:
“Fatte quelle di mondo” da correggersi con “Fate quelle di mondo”.
‘zie.