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Adesso che se ne sono occupati veramente tutti, dalle opinioniste dell’Internet alle cronache del Corriere ai domenicali inglesi, posso tirare fuori dalla cartella cose di cui bisognerebbe scrivere ma anche chissenefrega l’appunto su Lizzi Miller, che un giorno racconterà ai (alle) nipoti l’estate di gloria del 2009, quando tutte insieme fingemmo di credere che il suo rotolino di trippa fosse rivoluzionario.
L’ultima in ordine di tempo a cascarci è Shane Watson, ovvero il meglio del commentismo frivolo che ci sia in circolazione, e se la migliore abbocca così immaginiamoci noialtre cosa possiam fare. Dice Watson che è finita l’era delle magre. Che persino Kate Moss ormai ci piace perché ha la panza (certo; sì; metti il dentino sotto il cuscino, Shane, domani vedrai che ci trovi un euro.) Che Lily Allen non è più considerata un botolo ma anzi ha delle gambe aspirazionali (tu chiamalo, se vuoi, wishful thinking.) Che è ora di modelle grasse. Cita quei tre nomi che son sempre quelli (manca solo la sorella di Liv Tyler), ovvero delle 44 (che comunque son 44 su un metro e ottanta, vale a dire più magre di me e voi che portiamo la 42) che compaiono nei servizi di moda per una stagione perché la novità del loro utilizzo garantisce appunto articoli a commento per la tal marca il tal giornale la tal direttrice che hanno il sovversivo coraggio di impiegare una modella cui non si vedano le ossa dei fianchi.
Io c’ero, quando con gli stessi slogan venne lanciata Sophie Dahl. Io c’ero, e sono sopravvissuta per raccontare. Era, allora come ora, un espediente pubblicitario (sulla ragazza grassa scoperta dalla defunta Isabella Blow mentre piangeva seduta sui gradini di una casa londinese dopo che l’avevano cacciata da scuola, si scrissero all’epoca persino più articoli stuporosi e ammirati che sui rotolini di Lizzi.) Allora come ora, la comparsa sulla scena di miss «Uh, ma guarda, è grassa eppure è bella» non cambiò il gusto né quei parametri che non sono capricciosi ma tecnici: i vestiti cascano meglio sulle 38 che sulle 46. I vestiti, cioè quella cosa che è compito della pubblicistica patinata vendere, sulle magre sembrano più belli.
Siccome Sophie Dahl era di buona famiglia e nient’affatto scema e piuttosto solida, fece due cose. La seconda fu mettersi a scrivere, cioè trovarsi un lavoro che non fosse essere l’unica modella grassa utile a far sentire democratica l’industria e a permettere ai giornali di titolare sulla fine della dittatura delle mannequin magre. La prima fu dimagrire. Prevedibilmente, da magra è più bella. Ha degli zigomi incredibili, e gli zigomi sono una di quelle cose che le rotondità soffocano (e sono più spesso esposti rispetto alle ossa dei fianchi.)
Poi, un giorno, quando si potrà dire che una culona è una culona senza che questo susciti accuse di incitamento all’anoressia, qualcuno mi spiegherà se i commenti ricevuti da Glamour dopo la pubblicazione del nudo di Miller sono normali; se sono quelli di donne più sane di mente di quelle che mangiano un po’ meno di quanto vorrebbero perché vogliono entrare in quei benedetti skinny senza sembrare delle salsicce; se sono quel che vogliamo ottenere da una platea femminile evoluta: donne che quando vedono la foto di un rotolino vogliono «salire sui tetti urlando» dalla gioia? Donne la cui autostima dipende dal vedere su un femminile una che ha rotoli quanti i loro o più dei loro? È questa, la vostra idea di «fine della dittatura della moda»? A me sembrano lettrici la cui autostima è (almeno) tanto dipendente da quel che compare sui giornali patinati quanto lo è quella delle fashioniste; donne altrettanto adolescenzialmente bisognose di modelli, ma mancanti della forza di volontà necessaria per declinare cortesemente quel piatto di bucatini. Sarà certamente un limite mio, ma io tendo a considerare più libera dai modelli imposti una che non pianga di gioia né abbia altre reazioni particolarmente forti nel vedere i rotoli d’una Lizzi stampati a tiratura nazionale, rispetto a una che dica sì ai bucatini sì alle patate arrosto sì alla cheesecake, e poi però frigni perché vuol sentirsi rappresentata dall’industria della moda, mica da quella dell’opera lirica.

Comments so far:

  1. by eNZO on settembre 13th, 2009 at 11:45

    allora SENTI due cose, SIGNIORINELLA.
    InnanziTUTTO minestra ARRICUARIATA ciù dici all’AMOCO tuo quello che si sente tutto IMPORTANTE ma non è un dio nemmeno al CALCETTO.
    Poi. Sei TU che era sparita. Io qui in guardiola a volte aprivo il tuo DIARIO ma niente. Crevedo ti eri SPERSA in un grande MAGAZZINO. Tipo alla STANDA.
    Qui invece è sempre la GUARDIOLA, è bruttina ed io non ci ho NIENTE voglia di LAVORARE. NOn è cambiato nulla. Tranne che il MONDO ha qualche MESE in più. E qualcuno QUALCHE chilo. E non è RIMORSO.
    Ecco.
    Il probblema dei GIOVANI è che frequentano POCO le cattive COMPAGNIE. E’ li che impari la VITA, mica in salotto. Ora ciao, vado a cambiare l’acqua ai PESCI del padrone.
    eNZO

  2. by Isa on settembre 13th, 2009 at 11:56

    Signiorinella. Sigh. Tu sì che sei fortunata.

  3. by Catriona on settembre 13th, 2009 at 12:48

    Scusate, per caso qualcuno sa dove si possono comprare, di domenica, una lastra di marmo e uno scalpello?

  4. by sasaki on settembre 13th, 2009 at 13:07

    you mean fat people (http://www.youtube.com/watch?v=RXTq2_3LfXM)?

  5. by barynia on settembre 13th, 2009 at 13:43

    Esiste una porzione di mondo cui non frega esattamente moltissimo di non essere affatto rappresentata dal mondo della moda. I vestiti cadono bene sulle 38, lo sappiamo, lo sappiamo. 38 naturali, non affamate o con la puzza di vomito sarebbe più estetico. Nella fase pentimento e relativo dimagrimento Sophie Dahl sveniva ai party, accidenti che goduria. Prova a far pace coi tuoi ex rotolini e mangiati una brioche. E stai tranquilla, tornassero alla ribalta corpi nutriti e irrorati – orrore, raccapriccio – avrai comunque di che scrivere.

  6. by Guia Soncini on settembre 13th, 2009 at 13:56

    Esiste una porzione di mondo, sì, solo che non era quella di cui si stava parlando (per la minuscola ragione che quella porzione di mondo lì nell’occasione non aveva ragione di scrivere a Glamour, e in generale forse è una porzione di mondo troppo sana di mente per scrivere ai giornali.)
    I miei rotolini possono essere declinati al presente, e non sono particolarmente a corto di brioche. Poi che oltre a credere di vedere la realtà nelle pagine di moda si pensi di trovarla anche nelle pagine del piccolo psicologo e di conseguenza si tenda a ritenere di aver fatto tana a inconfessati autobiografismi un po’ ovunque lo si è messo in conto, eh, non è che si sia propense a sovrastimare chi legge, da queste parti.
    Per il resto, faccio un po’ fatica a rispondere a obiezioni del calibro di «Sophie Dahl sveniva per la fame e le modelle vomitano, l’ho letto su Star magazine e comunque lo sanno tutti», ma certo è un problema mio, adesso vedo di affinare le mie doti dialettiche e poi torno.

  7. by laura on settembre 13th, 2009 at 14:23

    che palle.

  8. by barynia on settembre 13th, 2009 at 14:24

    (va bene, aspetto).

  9. by sara on settembre 13th, 2009 at 19:41

    è sempre bello leggerti sparare a zero contro chi non la pensa come te, come barynia per esempio. C’è tutto un mondo, anche, che legge Glamour, o Vogue o qualunque altro giornale di moda, mangiando un gelato e se ne stra frega di stare al passo con gente che pensa che Kate Moss sia un’icona di qualunque cosa. C’è tutto un mondo che costruisce frasi di senso compiuto senza rimpolparle con strane consecutio per darsi un’aria engagé. Sei una donna fortunata, rotolini o meno, a poter vivere scrivendo i tuoi pezzi dove spari sempre contro quelle che non hanno la fortuna di rientrare nelle tue grazie

  10. by Guia Soncini on settembre 13th, 2009 at 21:06

    Sara, io ho un grosso grosso problema con chi scrive o non avendo letto quello che contesta o non avendolo capito; comunque, in un’eccezione di pazienza: c’è tutto un mondo, certo, e quel mondo non scrive lettere ai Glamour del mondo né per dire quant’è figa la tripputa né quant’è figa l’emaciata. Tutt’un mondo di gente risolta e che ha una vita e che non cerca giornali che la rispecchino, la rassicurino, la legittimino. Temo quel mondo lì non lasci commenti sui blog, neanche, quindi ti rispondo io per suo conto. Ma cerchiamo di non abituarci.

  11. by Elena on settembre 13th, 2009 at 22:11

    -”io porto la 42″
    -”Che è la nuova 56″
    -” non so che cosa pretendi da me. Non c’è nulla in questo guardaroba in cui entri una 42 te lo posso garantire.”

  12. by Barbara on settembre 14th, 2009 at 17:43

    Scusate Barinya e Sara, ma la titolare qui non stava parlando di donne più o meno risolte, che non fanno parte del mondo della moda e che hanno tutto il diritto di accettarsi come sono senza menarsela più di tanto per i rotolini. Stava parlando di modelle che per mestiere (che si sono scelte eh, nessuno le ha costrette) devono valorizzare i capi che indossano. Per farla breve, sono pagate (alcune molto bene) per quello. E certi vestiti non sono molto compatibili con la panza.

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