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I never was respectable
But at least I was well dressed

Mai capito come si misuri l’amore. Nel senso: si misura quand’è finito, fin lì ci arrivo. Ma conta quanto imperitura sia l’antipatia? Quanto consueto l’affetto? Quanto neghi e ti vergogni e dici «Io? Quello lì? Ma non dirlo neanche per scherzo, ti querelo»? Dopo, cosa deve restare per avere certificazioni di valore trascorso?

You come to me expecting I’m selling alibis and excesses

Mai capiti quelli che si lamentano della settimana della moda, neanche. Certo, esattamente come Sanremo e Venezia e ognuno metta qui i suoi esempi d’ambizione professionale giovanile, le prime due volte è divertente e alla terza sbuffi tutto il tempo, però veramente quelli che si lagnano andrebbero mandati alla pressa (tra l’altro, più si lamentano di quanto sia un lavoro massacrante più hanno l’autista fuori; ieri, alla fine della sfilata di Prada, c’era un affollamento di chaffeur che manco al Kodak Theatre; ho detto «Ma non c’era il credit crunch?»; un uomo quasi spiritoso mi ha risposto «Infatti sono tutti ingegneri e avvocati riciclati.»)

Oh what a bloody war

Ecco, forse si misura così. Che a un certo punto, fuori da una sfilata qualunque in un pomeriggio di sole e serenità e aperitivi ai quali andare e articoli da scrivere e messaggi scemi e non un problema al mondo, ti ricordi cosa sono stati gli ultimi settembre (settembri?) di moda milanese, ti viene il dubbio piova sempre e solo su quelle che vorrebbero già morire di loro, ti viene la certezza che avresti potuto cavarti d’impiccio prima, ci metti cinque secondi invece delle solite cinque settimane a dirti che ti sei già rimproverata abbastanza, prendi il primo pezzo di carta che trovi in borsa e ci appunti «Note to self: eliminare dalla libreria Catherine e Heathcliff e i loro emuli, mettere in scaffali comodi gli Adrian Mole.»

And now what a mess

Poi a un certo punto, senza un vero perché, un’associazione di idee anche vaga, una ragione che reggerebbe a un’udienza preliminare, qualcuno dice: oh, ma il disco della Love? Non doveva uscire secoli fa? Ti ricordi che qualcuna ti aveva detto di avercelo, e ti era mancato il senso pratico di fartelo passare. Non uscirà mai, figuriamoci se non ha già litigato con qualunque distribuzione, peraltro a leggere il suo Twitter parrebbe lo stesse ancora incidendo, lei e quel suo sdraiabilissimo chitarrista nuovo (I’m a little bit older than you, ma è una tradizione, no?)

And I’ve never seen anyone more cynical or resigned

E insomma quel qualcuno che ti aveva chiesto si prende il disturbo di farselo passare lui, il disco, e te lo manda e tu ancora non hai fatto in tempo a pensare di aprire iTunes quando ti s’illumina il numero sul display e una voce ride addosso alle tragedie del tuo passato recente, dandoti un ordine tipo «Tu adesso ascolti Stand Up Motherfucker, poi mi chiami, mi dici che è la sua canzone, e gliela andiamo a suonare sotto casa.»

Or anyone more degraded

Ridi, ovviamente. Perché, dai, con quel titolo. Tipo quella roba di Ani DiFranco il cui ritornello faceva «Fuck you» – che era catartica, per carità, ma catartica da dentro, da un passo fuori sopraggiunge il senso del ridicolo e non riesci mica più ad ascoltarla, avendo superato, seppur da appena un quarto d’ora, i sweet sixteen.

Or anyone more blind

E poi la ascolti. E poi metti la ripetizione. E poi inizi a essere incredula del senso dell’umore di cui è armato il caso. E quando squilla di nuovo il telefono quello sente la musica in sottofondo e non ti fa neanche una domanda, con la spocchia di chi ti sa a memoria.

With your total lack of discipline

Poi vi viene da ridere, naturalmente, sempre per quella storia che «Un giorno ne riderai» non è una frase che vada detta, mai, è una profezia che si compie senza la collaborazione degli umani e che non ha senso annunciare quando è troppo presto anche di un solo quarto d’ora. Vi viene da ridere e tu dici «Total lack of discipline?» e lui dice «È proprio su quella frase, che ho pensato che è la sua canzone.»

Your desperate air of need

Poi naturalmente non ci andate, a cantargliela sotto casa. E non solo perché le sfilate, il traffico, la valigia da fare, il ristorante da prenotare. Non ci andate per la stessa ragione per cui spesso trascuri quel divano sulla riva del fiume, per quanto comodo. Perché chissenefrega. Perché karma sucks, e non c’è bisogno di rinfacciare alcunché, tantomeno di punire nessuno: ci pensa la vita, mi han detto così. E perché una di quelle cose che s’imparano invecchiando (sì, insomma: a diciassette anni, massimo diciassette e mezzo) è che la verità si consuma facilmente. Va usata solo con chi se la merita, in circostanze speciali, dosaggi modici.

You’re in a town without pity

E alla fine passi a un’altra canzone, in cui Courtney-figliadinessuno-Love prega un dio in cui chiaramente non crede di spiegarle quella cazzo di vita, e pensi che certo che si può. Pulire pezzi di cervello dalle pareti e imparare a costruire ritornelli e capire che una sfilata di Lanvin può salvarti la vita. E pensare che uno stronzo sia stronzo – anche se ti ci sei accanita molto a lungo e con molti lividi e quindi vorresti continuare a trovarlo meraviglioso o almeno valevole la pena – e pensare che lo puoi pensare, non farà brutto tempo per questo, non succederà più niente di male, è già successo tutto, è passato, si sopravvive. Non restano neanche i segni. Giusto ritornelli in minore, che non sono mica un brutto lascito.

But one night you had me

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