In genere sono lenta di riflessi. E in genere trovo che quelli (quelle, perlopiù: femministe, aiutami a dire sbuff) che considerano Carrie Bradshaw la causa di tutti i problemi delle donne, invece che (semmai) il loro prodotto, beh, sian gente che capisce di cultura popolare quanto io di astrofisica. Ma l’ultima stagione di Sex and the city mi ripropone gli stessi succhi gastrici ogni volta che la rivedo. Ogni volta – l’ultima in agosto, per un incrocio di repliche televisive e insonnia da fuso orario – penso che c’è un limite anche alla tollerabilità dei capricci, e lei, con quel povero Petrovsky, lo supera. E insomma capisco quelli che la trovano insopportabilmente narcisista e le addebitano tutti i difetti femminili della contemporaneità (appunti per un saggio da scrivere, Carrie Bradshaw come capro espiatorio d’una gamma d’insostenibilità, dal fescionvittimismo al perchénonmichiama – mmm, mi sa che come titolo è un po’ verboso.) Non si capisce perché poi gli stessi trovino adorabile quella stronzetta di Scarlett O’Hara, e senza neanche l’attenuante di avere sedici anni (età entro la quale, se hai neuroni in numero superiore a uno, ti accorgi che quella da prendere a modello è Melanie), ma vabbè, dettagli.
Però poi persino io, che SATC l’ho sempre guardato col senso del dovere con cui guardo la finale dei mondiali e per le ragioni che sappiamo tutte quante e ci siamo ripetute allo sfinimento (Livia Turco, Corona, i fenomeni popolari, la contemporaneità, bla bla bla), mi accorgo di saperlo a memoria.
E che in quell’ultima puntata c’è un sacco di roba (avessi studiato, direi: densità semantica), un accumulo di strati che rende impossibile non cascarci, qualora provinciali romantiche con doverosa propensione all’archiviazione definitiva dell’incredulità, più che alla sua sospensione: il vestito più bello del mondo, la canzone più bella del mondo, battute ad altissimo tasso di citabilità quali «go get our girl», «ridicolous, consuming, inconvenient, can’t-live-without-each-other love» e (soprattutto) «abso-fuckin’-lutely», il «frankly, my dear» di generazioni che non si meritano il divismo. (Tra l’altro son tutte battute relative alla storyline di Carrie, violando la prima regola della commedia romantica, quella per cui la protagonista è aspirazionale e quelli davvero immedesimabili sono i personaggi secondari: presentatemi una che di fronte a Harry ti presento Sally non si riconosca in Carrie Fisher, e vi presenterò una di cui non vale la pena essere amiche.)
Soprattutto, mi ricordo che Sex and the city sta alle donne come le formazioni delle squadre agli uomini. Quelle cose che c’è una parte del cervello demandata a ricordare senza una ragione né un motivo senza niente, quelle informazioni il cui possesso non sapresti giustificare, le sai e basta. Ragione per cui, come degli uomini che non capiscono un granché di calcio, diffido delle donne che schifano Sex and the city (in generale sono quelle che schifano per principio l’intrattenimento chick, e qui bisognerebbe fare un discorso persino più replicato di quello sulla cultura popolare, ovvero la diversità dignità dell’intrattenimento maschile: se alla Meloni un giornalista fa una domanda relativa alla moda, lui è un orrido maschilista e lei fa bene a indignarsi della discriminante di genere per la quale non viene presa sul serio; se ad Alfano lo stesso giornalista fa una domanda su un centravanti, è tutto normale.)
In genere sono lenta di riflessi. Stavolta anche. Ci ho messo alcuni anni a capire quanto fosse una testa di cazzo Berger, per dire. E due mesi (il tempo in cui queste righe son rimaste nella cartella bozze) a rispondere a un’obiezione su SATC che neanche ricordo più quale fosse. Poi, l’altro giorno, scopro che l’inutile Aidan nella vita sta con Bo Derek e, finendo a parlare degli uomini del telefilm su un socialcoso, viene fuori che le più insospettabili hanno un debole per Berger. E ognuna ha il suo post-it.
E poi ieri mi metto a riordinare l’armadio delle borse, e ne trovo una piuttosto spettacolare di cui mi ero completamente dimenticata. E, tra le cose disseminate nelle varie tasche, un reperto di una storia fatta tutta di crudeli pezzettini di carta, tipo vinile incantato sul «Non ti amo» e nessuno che si alzasse a spostare la puntina. Ho messo la borsa nell’ingresso per usarla presto, e ho riposto in un cassetto l’assegno non versato e ormai vintage di una caparra restituita. Ho pensato che potrei fare un intero collage con gli addii di una storia sola, e nessun collezionista si accorgerebbe che i reperti tra un abbandono e l’altro non sono omessi per scelta dell’artista ma per irreperibilità. Ho pensato: poverino. Ho pensato: neanche una camicia di Prada. Ho pensato che devo ricordarmene, la prossima volta che qualcuno mi sbuffa sull’essere SATC roba per froci e modaiole wannabiste. Non è che non lo sia. È che il pubblico che conta è quello, ben più ampio, delle compiaciute del cuore spezzato. Quella storia lì è roba loro, persino se pensano Armani sia uno stilista contemporaneo.

non è contemporaneo ma è?
come Fontana o Moravia. ormai parte della storia moderna,cioè non contemporanea.