È da stamattina che bestemmio sul clash of ze titans che è l’intervista di Valter Veltroni ad Aldo Cazzullo. Colgo l’occasione per ringraziare della pazienza gli amici socialcosisti che hanno sopportato i miei porcoqquàCalearo, porcollàilCircoMassimo. È da stamattina che mi mancano le parole. Perché, davvero, cosa gli vuoi dire. Ti viene, citando il miglior editorialista (per demerito della concorrenza) che questo paese si ritrovi, da borbottare «Però, porello.»
Io lo capisco anche, eh. Capisco il libro, lo Strega, il rosicamento che ormai lo porta un po’ ovunque a dire che non era lui che era incapace, eran gli altri che non capivano la sua grandezza e lo spirito del Lingotto.
Capisco il fantabosco, e l’immortalità, in una repubblica giornalistica fondata sul manuelfantonismo, del raccontarsela: e Bersani che ha preso meno voti di me, e Calearo che è uno spirito libero, e le cose insopportabili che non ho sopportato, e quanto son stato fuori dalla campagna congressuale rispondendo a chiunque «Tanto lo sanno tutti per chi voto è inutile che lo dica», e gnègnègnè, e quant’era bravo Occhetto (in effetti persino lui prese più voti), e cosa volete che conti che loro han vinto le elezioni e io no, io penso in grande, la guerra civile permanente, la mafia, i grumi, e «io dicevo che avrei schiantato la mafia» [questa è testuale, giuro], e loro Natalia Ginzburg io Tiberio Timperi, loro Gino Paoli io cosa sei disposto a perdere e insomma si può sapere perché ammé mi perculate, e ho già detto gnègnègnè, e io con Prodi son magnanimo anche se non mi vuole bene, e io «non ho mai pensato all’autosufficienza del PD» [lo so, non ci credete, ma anche questa è testuale], e D’Alema è un’opportunità che non mi ricordo se a Monopoli sia una carta verde o arancione, e ci ho quasi rimesso la salute per i circhimassimi del mondo, e non ricordo proprio se ho già detto gnègnègnè.
Capisco i suoi limiti (e le sue debolezze: «Fosse stato per lui, avrebbe fatto un Circo Massimo a settimana», diceva un suo amico non molto tempo fa, e in quel momento, un minuto dopo la fine di una diretta televisiva, io per un istante di cui mi vergogno profondamente ho pensato che, cazzo, ha ragione Antonio Ricci: bisogna fare i fuorionda.)
Capisco che tutto quel che c’è da dire di Veltroni e di quanto sia simile all’Italia l’ha detto quel gran genio di Massimo Gramellini in un capolavoro fuori catalogo: «L’Italia che c’è. Quella dei proclami roboanti e delle mezze misure, dei peccatori pentiti e del contropiede in fuorigioco.»
Non ho niente da dire, su Valtere, davvero, niente che non abbia già detto benissimo lui stesso. Forse giusto che stamattina qualcuno ha preconizzato «Farà la fine di Al Gore, farà», e allora mi sono ricordata che, in quell’estate non particolamente rilevante per il mio discontento ma assai per la mia formazione sul tema «primarie americane», qualcuno aveva detto che figuriamoci, Al Gore non si sarebbe candidato, checché ne pensassimo noialtre osservatrici dilettanti, perché chi glielo faceva fare, faceva il cinema, stava con la bella gente, vuoi mettere work the room (espressione purtroppo intraducibile) ai Globe tra champagne e abiti da sera e doversi invece sbattere a governare, uh, peccarità. E quindi mi sono resa conto che ha già fatto una fine ben peggiore, porello, Valtere.
PS Andando a ravanare in archivio, mi sono resa conto che la parola definitiva l’aveva già detta (sai che novità) Leonardo, e quella parola è chiunque.
PS del PS Leggo solo adesso questo. Gli americani lo chiamano full disclosure, è quel passaggio in cui si rende noto il conflitto di interessi dichiarando che io l’autore lo conosco. Ma il punto non è che lo conosca. Il punto è che lo conoscevo quando diceva che no, invece, Valter, bisognava smetterla con questo scetticismo, perché, invece, Valter, no, in fondo, Valter. Ecco, leggendo questa cosa qui mi sono ricordata di una volta che la moglie di Will Smith mi ha detto che gli adolescenti devi lasciare che si sfracellino e capiscano da soli che stanno sbagliando. E quindi ho letto «Quello che sta in mezzo tra tanti voti prima e pochi voti dopo è proprio lui» e «Si chiama politica: è una cosa greca, tipo le olive e Demis Roussos» e «in politica è la rappresentanza democratica che dice qual è il posto di ciascuno, mica i Pooh» e «con te le banane marcivano sulle piante, in attesa di un sì» e «Per la guerra civile, non credo che se ne esca scegliendo i pronomi personali giusti per i titoli dei romanzi», e prima ho riso fortissimo; poi, mi sono sentita come quando il bambino dell’ultimo banco, che all’inizio non sa fare neanche le aste, ti diventa il primo della classe, tipo che vince delle medaglie alla gara di spelling, robe così. Quindi adesso vado ad asciugarmi una lacrimuccia per la commozione, sperando che Valter non venga mai a sapere la struggente storia del ragazzo che cominciò a capire qualcosina di politica guardando lo spirito del Lingotto sfracellarsi nelle urne, sennò come minimo ci fa un romanzo, un film, uno spot.
