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Dicesi «sindrome Ridge Forrester»

Comprende tutto il percorso che va dallo sbuffare «Non posso essere per sempre schiavo di questo personaggio» al tromboneggiare «Ho bisogno di libertà creativa», passando per la convinzione che il proprio successo di pubblico sia legato alle proprie infinite doti, e non al fatto di aver azzeccato una miracolosa formula (che è una in più di quante ne azzecchi la maggiorparte di quelli che fanno il tuo stesso mestiere.)
Colpisce tutti quelli che sono famosi più col nome di un personaggio che col proprio, e s’infrange immancabilmente sull’iceberg di qualunque altra cosa tentino di fare, mai all’altezza del miracoloso risultato ottenuto precedentemente e delle aspettative che ne discendono.
Se vi dico «Bridget Jones» tutte capite di che parlo, se vi dico «Helen Fielding» il campo si restringe un po’, se vi dico «Olivia Joules» non avete idea – e, se non avete idea, vuol dire che tanto valeva fare altri sette capitoli di disavventure di Bridget, suvvia (c’è solo una cosa peggiore della frustrazione creativa, ed è l’abbassamento dell’assegno della Siae.)
Quelle davvero furbe, e che si e ci risparmiano le menate sull’esprimersi, e non così avide da sentire il bisogno dei proventi di nuove sfide, sanno che due franchise della madonna non si danno, e si accontentano di uno: guardate Margaret Mitchell, guardate (per ora) J. K. Rowling.
Quelle smaniose (puoi spostare una fescionvittim dalla provincia, ma non puoi togliere il provincialismo da una fescionvittim), invece, si agitano, brigano, tentano, sperimentano. Poi, dopo un numero variabile di mediocri risultati, tornano laddove il diritto d’autore raggiunge il picco creativo.

Comments so far:

  1. by Isa on novembre 17th, 2009 at 18:35

    teen prequel. alta norcineria, insomma.

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