Rupert Everett ha fatto tutto: la più struggente storia di disamore senza lieto fine (Ballando con uno sconosciuto), la più frocia commedia romantica per le masse (Il matrimonio del mio migliore amico), la più inarrivabile ospitata da Barbara D’Urso (qualche settimana fa, una mezz’ora che non ci sono le parole per descrivere, non vedevo un complesso di superiorità così telegenico da quella volta di Carla Bruni alle Iene.)

Rupert Everett è una di quelle rarissime creature alle quali è impossibile fare una brutta intervista.

Rupert Everett non è particolarmente interessato a certi diritti civili, «If you want to have a marriage with some bad-tempered cow from Camden Council officiating, then you must have that, and I think it’s nice that you can have it. But I liked being a poof when it was illegal, frankly; it gave me a sense of being outside», non parla della propria vita sentimentale, «because I don’t want to bore people stiff with my dreary, dysfunctional, endlessly repeating similar relationships that last from three weeks to three months to nine months or whatever», va pazzo per i reality, meno pazzo per Hollywood: «These huge groups like Viacom produce these extraordinary stories where the good win and the bad lose and the villain smokes a cigarette and young couples don’t have sex and everyone says ‘Gosh!’ at worst. It’s this whole language of political correctness, which I think is the closest thing to evil.»

Soprattutto, Rupert Everett è straordinariamente consapevole. Di chi è, e di quale sia l’unico posto che abbia per lui senso occupare nel sistema: «It’s more Elizabeth Taylor and Richard Burton, drunkenly falling out of limousines, and fabulous diamonds. A different thing to all this carefulness. Obviously I’m still for hire, so if it happened I would go with it, but I don’t want to be careful. I want to be a mess when I want.» E, siccome capite da soli che essere una mess à la Liz&Richard è molto diverso dall’essere una mess à la Britney, capite da soli che di Rupert Everett non ne fabbricano più.

Comments so far:

  1. by chiara on novembre 29th, 2009 at 13:07

    rupert everett visto mentre, in abiti al limite della decenza, sorseggiava un caffè espresso al tavolino di un baraccio della periferia di Roma. Da solo. Da allora, lo amo.

  2. by barynia on novembre 29th, 2009 at 14:48

    A un certo punto ha cominciato a somigliare a Ben Cross e ad esprimersi come Enrico Lucherini. E come dimenticare South Kensington dei Vanzinas.