Quel che accade, quando per la prima volta da mesi hai due ore di treno senza altre incombenze che leggere Vanity Fair, è che scopri Martina Colombari che tiene in braccio bambini morti, Ignazio Marino che dà interviste sul tè, e – soprattutto – che finalmente leggi una puntata della serie di interviste di Gabriele Romagnoli a sconosciuti.
Quel che accade eccetera, è che ti ritrovi a discutere con un uomo dell’aggettivo giusto per definire quant’è bravo Romagnoli: imbarazzante o umiliante? (Imbarazzante, direi; forse per gli uomini umiliante, ma si sa che gli uomini sono più competitivi sulle qualità prestazionali: io non sono competitiva sulla valenza della prosa, sono competitiva sulla tenuta delle tette.)
Quel che accade eccetera, è che capisci a una qualche riga che gli articoli di Romagnoli sono come le interviste di Courtney Love: c’è sempre una frase, a un certo punto, che ti stronca le budella in quel modo come-fa-a-sapere-questa-cosa-solo-mia, quel modo che è l’unico modo in cui funziona la narrativa che funziona. E, questa volta qui, quella riga diceva: «Sospese il giudizio, capire a volte è un verbo impossibile da coniugare. Si va avanti, si fa quel che si può, si aspetta che gli altri spieghino, se ce la fanno.»

ebbene si certi lo fanno.
tu sei brava in modo imbarazzante, lui in modo umiliante. E’ un estremo piacere, per noi mentecatti che non abbiamo il dono della scrittura ma sappiamo apprezzarla attraverso la lettura, poter apprezzare il vostro talento. Ma dov’è che la Colombari tiene in braccio bambini morti? Che cattivo gusto.
bravo Romagnoli.Mi pare tormentato, avolte un pò oltre la soglia.
Non ci credo che c’hai un blog..io t’adoro…
Come è vero. Un incrocio tra Castaneda, Baricco e Sveva Casati Modignani. Ma più denso. Più ricco. Più bello.