Se molti anni fa non avessi avuto la rara fortuna di incontrare un tizio che mi ha insegnato tutto quel che so o comunque tutto quel che mi è stato poi utile («quelle quattro cose che continui a rivenderti», come sintetizza lui), da chi fosse Lester Bangs a chi fosse Helen Fielding e più o meno tutto quel che c’era in mezzo, a quest’ora probabilmente farei la commessa. Sai che perdita, diranno le mie piccole lettrici. Andatelo a spiegare alle povere clienti con una commessa scorbutica in più nei negozi (e alle commesse con una culona in meno nei camerini di prova.)
Non so quand’è che ho smesso di guardare Letterman. È una di quelle cose che proprio non mi ricordo di fare, poi quando mi ci costringo son contenta, ma è un’abitudine che ho perso, come leggere Maureen Dowd e mille (quattro) altre cose che avevo imparato a fare regolarmente e che ho fatto abbastanza a lungo da far durare ancora l’impressione che mi appartengano (ho amiche che ormai leggono e vedono ben prima e più regolarmente di me, e magnanimamente fingono di dare per scontato che io sappia di che parlano quando fanno dei riferimenti, mentre io freneticamente tento di mettermi in pari reggendo il telefono col mento e lo spazzolino da denti con una mano e benedicendo quella cosa chiamata wi-fi.)
Insomma stamattina ho visto questo, mi sono ricordata di quella puntata, e di quelle coi sostituti in mezzo, e di come ci eravamo commossi, e di lui che aveva chiesto suonassero i Foo Fighters, e mi è preso uno stranguglione di nostalgia per la Soncini di un altro decennio. Quella che faceva tutti i compiti.
