|
|
|
|

It doesn’t take a genius

Alla fine.
Alla fine di troppissime conversazioni la cui morale è che ha vinto lui, perché ne stiamo parlando, e niente è chiaro dei suoi illogicissimi comportamenti tranne la feroce determinazione a stare al centro dell’attenzione; alla fine di anni di prediche, intermediazioni, tentativi di farvi fare la pace più o meno sgraditi, imbarazzi spropositati siccome è facile incontrarsi anche in sette o otto grandi città; alla fine di tutti gli «Ha detto che non gli hai mai chiesto scusa», o almeno non una volta ogni millecinquecento in cui te l’ha chiesto lui senza aspettare la fine della seconda sillaba per ricominciare a fare stronzate; alla fine della memoria collettiva di qualunque cosa fosse successa e perché mai dovresti chiedergli scusa, boh, sì, forse perché vi siete lasciati male tipo in un altro decennio e nei film va così, che poi c’è la scena di riconciliazione (sì, nei film a scusarsi è chi ha fatto duecento stronzate, non chi sbotta per esasperazione, però pure tu potresti non cavillare e chiedere scusa, almeno la smette); alla fine di ogni prescrizione sensata e sospensione del senso del ridicolo necessaria a far finta di credere che davvero ci si possa tenere il muso per una quantità di tempo alcune centinaia di volte superiore a quello trascorso incrociando i propri liquidi organici; alla fine della voglia di chiunque di riferirti una frazione degli «è una persona pericolosa», «d’altra parte ha avuto un’infanzia infelice», «vuole distruggermi» e altri dorsi della mano sulla fronte e tendaggi che se continua ad attaccarcisi con tanta foga si staccano; alla fine della tua voglia di stare a sentire, perché c’è un limite persino a quant’è divertente osservare l’altrui discesa nella follia; alla fine della tua capacità di arrabbiarti, dell’istinto a non lasciargliele passare proprio tutte e a contrapporre a ogni infanzia infelice un’adolescenza non scopante, a ogni frase sgradevole detta durante un litigio da te almeno una dozzina di frasi irriferibili dette da lui parlando con amiche più dotate di ipertricosi che di personalità, a ogni accusa di sociopatia un eloquente silenzio di fronte al panico che lo coglie se deve passare un quarto d’ora solo con l’evidentemente infrequentabile creatura che è lui stesso; alla fine della voglia di dimostrare che col kit del piccolo Morelli ci sai giocare anche tu, e molto meglio di lui; alla fine di ogni reiterazione di quanto sia Susan Mayer, e santo cielo, ci si sta tutti quanti perdendo più tempo di quanto lo share ne giustifichi; alla fine di ogni promessa violata «Non scrivere più niente, ogni volta gli dai argomenti per dire che vedi, sei tu che lo odi, sei tu che sei stronza, sei tu che» «Hai ragione hai ragione lo so che hai ragione» – alla fine di tutto, quando sono passati non so quanti anni e troppissime vite, almeno da questa parte dell’universo, ché di là sembra che la distanza dai fatti si misuri in quarti d’ora.
Alla fine, resta il dubbio di essersi fatte la domanda sbagliata. Che il punto non fosse quale specifica malattia mentale, o quale triste bisogno di rappresentarsi come uomo di brontiane passioni tormentate, guidi uno che fa un’opera di revisionismo così radicale da riconvertire una storia di malessere che ha avuto i suoi picchi d’affetto in notazioni come «Poi la rivedo, la trovo ancora una volta non abbastanza figa, e non la voglio più» in una grande storia d’amore che tanto lo ha segnato e che così crudelmente nei suoi confronti è stata sgarbatamente chiusa. Che il punto stia nella character assassination che è venuta dopo. Cioè uno non solo ha bisogno di convincere sé e gli altri di aver amato una che in realtà manco gli piaceva (no Proust intended), ma sente anche la necessità di rielaborare la personalità di ‘sta tizia facendola diventare la cosa più prossima al Male Assoluto che ci sia in città. Ho il terrore di inserire i dati nel kit del piccolo Morelli, temo ne venga fuori che il drama-junkie del caso, più che a Susan Mayer, è tale e quale a quelle che avviano corrispondenze sentimentali coi serial killer. Alla fine.

Comments so far:

  1. by s on gennaio 17th, 2010 at 02:47

    andavo avanti a leggere e pensavo «lo so come va a finire, lo so come va a finire, lo so come va a finire». e infatti. son successe cose, eh se devono esser successe cose, ve’?

  2. by Molly on gennaio 17th, 2010 at 11:43

    Per ora sono molto vicina al personaggio di un video di Shakira in cui lei,con l’aria che abbiamo noi dopo aver comprato le ennesime scarpe dei nostri sogni, distrugge la macchina del fidanzato dicendogli “don’t bother….at the end I’m glad that I’m not your type”……versione meno sofisticata di Carrè Otis che distrugge un parabrezza in una pubblicità di boh,anni fa.

  3. by Guia Soncini on gennaio 17th, 2010 at 18:40

    Molly: io son più per Ani DiFranco, she’s not really my type but I think you two are forever.
    Sara: no, figuriamoci, niente, tranne la ormai incurabile tendenza a (over)compensare ogni passato «Non posso dire che sto con te, mi vergogno, Daria disapproverebbe» eccetera fermando praticamente i passanti e producendosi in imbarazzanti imitazioni di Tina Lattanzi, «Come saprai io la amavo, come ti avrà detto lei mi odia.» La buona notizia è che ho smesso di sperare recuperi una ‘nticchia di senso del ridicolo, figuriamoci la capacità di accettarsi e far pace con com’è davvero, cos’è in grado di provare, e che vita è capace di vivere, non solo di proiettare. Ora spero solo nel cartone: ci sarà uno dei passanti che, alla terza volta in cui gli fa educatamente presente che non sa di cosa stia parlando e neppure gli pare interessante, perde la pazienza. E ora scusa, devo andare a restituire il kit-Morelli, poi si accorge che gliel’ho sottratto e frigna.

  4. by s on gennaio 18th, 2010 at 16:17

    e appunto. provo a immaginare la faccia del passante ultimo e non mi riesce poi così difficile. ma povero, e nessuno a ricordargli che alla fine «chi ama di più ci sta più male, sì, ma si diverte anche incommensurabilmente di più.»

Lascia un commento