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Una cosa bella che non comprerò mai più

Era il 9 ottobre del 2008. La data la so perché ho le mail del giorno dopo (quando capitano certe cose, una ragazza di provincia non le tiene per sé.) Era il 9 ottobre del 2008 e io ero entrata nel negozio di McQueen al Meatpacking district apposta per comprare quella clutch rigida a fantasia Union Jack, quella tutta tempestata e chiusa da un teschio che rappresentava la sintesi perfettissima di tutto quello che McQ era: maledettismo costoso, punk di lusso, Buckingham palace w/ an edge. Non ricordo se vidi nella vetrinetta la clutch di pelle blu con il soldatino pronto per farsi ammirare dai turisti nel cambio della guardia, e – come mio solito quando mi si danno delle scelte – esitai, o se invece fu il commesso a propormela come più ragionevole alternativa. Fatto sta che pensai che l’avrei usata di più, che è un pensiero da ragazza di provincia di quelle che spendono soldi che non hanno per vestiti che non si possono permettere ma lo fanno con meno sensi di colpa qualora si dia loro l’illusione di ammortizzare indossandoli molto (come se non sapessero che gli unici capi che valga la pena comprare sono quelli che non avranno l’occasione di essere indossati mai.) Nel mio avere torto, avevo ragione, perché comunque la clutch di pelle è strepitosa, e io avrei di lì a poco sviluppato un debole per il genere clutch di pelle, e insomma tutto è bene quel che finisce male ma sensatamente sceneggiato, cioè con un londinese che ti dice che McQ s’è impiccato mentre tu stai tirando fuori qualcosa proprio da quella borsa lì.
Pagai la mia borsa nuova e poi mi misi a girare per il negozio, e c’era un vestito nero deliziosamente anni Cinquanta, e mi decisi a provarlo forte del fatto che avevo già strisciato la carta e nulla di pericoloso avrebbe potuto sfiorare il mio bilancio. Il commesso tornò poco dopo, con la 44 nera. Mi stava malissimo. Faceva difetto da tutte le parti. Borbottò qualcosa sul tempo che gli facevo perdere dicendogli le taglie sbagliate, e tornò con l’unica 42 che c’era. Pied-de-poule. Beige e marrone. Figuriamoci. La provai giusto perchè ormai ero lì, in mutande e luci poco donanti. Io detesto il marrone, si sa – almeno quanto Mina detestava i violini e le rose. Era bellissimo. Strisciai la carta di credito una seconda volta, maledicendo la friabilità di quella parte della mia forza di volontà che presiede al nonmiserveecomunquenonmelopossopermettere. Era il 9 ottobre.
Il 10, avevo appuntamento con un tizio per pranzare al Sant’Ambroeus del Village, e già la scelta del posto vi dice tutto quel che vi serve sapere sulla deriva wannabista che sto per riassumervi. Era una splendida giornata di tepore, io ero in anticipo, mi affacciai dentro per vedere se il mio commensale fosse arrivato, e al tavolo d’angolo, quello tondo, quello più prestigioso, stavano seduti una signora carina e André Leon Talley (che, come direbbe Alessio Vinci parlando di Barbara Palombelli, non ha bisogno di presentazioni.) Il qui presente concentrato di wannabismo non si sedette quindi fuori, al sole, ma dentro, a un tavolo dal quale rimirare quanto Nigel, nella realtà, fosse meglio che al cinema (col romanzo neanche c’è da azzardare paragoni, santo cielo.) Il mio commensale, arrivato di lì a poco e seduto a dar le spalle al più meraviglioso indossatore di asciugamani Louis Vuitton del mondo, trascorse il pasto a sentirsi dire «Scansati, non lo vedo bene» e a raccontare vanamente aneddoti brillanti a bassa voce, perché a me interessava solo origliare la conversazione di ALT. Finché mi disse che i dolci lì erano molto buoni, e orsù andiamo a sceglierne uno nell’apposita vetrina. Tra noi e la vetrina si frapponeva il tavolo tondo d’angolo. E quindi io, le mie scarpe di Prada, e il mio nuovo McQ (che, come avevate già intuito, indossavo per illusione d’ammortamento e, soprattutto, perché come tutte le disordinate croniche possiedo sempre e solo l’ultima cosa che ho acquistato), ci dirigemmo accompagnate alla vetrina dei dolci, e poi tornammo indietro. Venendo fermate dall’uomo con cui qualunque fescionvittim vorrebbe intrattenersi a parlare di ciò che indossa (sì, persino dopo lo styling inferto alla povera Jennifer Hudson.)
Della conversazione ricordo brandelli nebulosi, cose come «You came in like you walked out of Mad Men» e «You got up and I went: Wow!» e vari fabulous assortiti su come le scarpe stavano col vestito (avere il culo grosso ha una sua utilità, sintetizzabile in: parti col bagaglio a mano, e dentro ci sono le scarpe che staran bene col vestito che mai avresti immaginato di comprare.) Il mio accompagnatore giura io abbia balbettato cose come «I’m a smalltown girl, you made my day», il che è molto possibile. Di sicuro, non ho avuto la prontezza di dire «Beh, visto che mi trova così elegante potrei scrivere per voi, no? Ci parla lei, con Anna?» Di sicuro, senza quel vestito di McQueen non avrei mai avuto i miei cinque minuti di gloria, né la successiva settimana passata a bullarmene con tutte le amiche. Di sicuro, questa è la seconda cosa che mi è venuta in mente quando mi hanno detto che McQ era morto. La prima è stata che avrei dovuto strisciare la carta una terza volta, e comprare quella clutch con la Union Jack, perché gli unici acquisti di cui ci si pente davvero sono quelli non fatti. Me l’hanno insegnato in provincia, parecchio tempo fa.

Comments so far:

  1. by gianni on febbraio 12th, 2010 at 11:15

    sic transeat gloria mundi…e anche il vostro snobismo del cazzo.

  2. by Isa on febbraio 12th, 2010 at 11:43

    eNZO come Barthes (nella vita posso desiderare milioni di corpi, di quei milioni posso averne centinaia, ma di quelle centinaia io ne amo uno solo, /cassa/ corpi, /adde/ vestiti).

    gianni come un cronista televisivo qualunque, di quelli che non sanno più nemmeno usare le frasi fatte: transeat (da solo) vor di’ ‘na cosa, sic transIT gloria mundi (scrittobbene) n’artra.

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