Cose che scopri andando al concerto che non credevi Courtney Love avrebbe mai tenuto, a Milano, quando a Milano piove e c’è lo sciopero dei mezzi e sta pure per cominciare la settimana della moda.
Che nessuno sfondo di palco mcqueeneggiante o vestito miucceggiante può salvare la signora dall’essere l’entelechia del burinismo, una con quelle extension, una che si fa annunciare dal Bolero di Ravel, santa pace.
(I’ve made my bed, I’ll die in it)
Che ci sono in giro tante di quelle braccia grosse allo scoperto che non si può far altro che passare la serata a dire «Se divento così, prometti che mi avvisi?», e tante di quelle sciarpette d’acrilico coi teschi che viene da annodarsi compostamente la propria seta indossata in omaggio al defunto e accostarsi a una qualunque di queste creature uscite da Zara sussurrando subliminali ma manco troppo «Ceruleo.»
(I am beyond fake)
Che è impossibile decidere se la signora somigli più alla Barale o alla Lecciso, forse alla seconda, courtesy of extension e del rapporto morboso col gobbo.
(I’m overwhelmed and undersexed)
Che la canzone che aspettavi, quella con cui chiudeva i bis nella scaletta di Londra, viene sostituita da un misconosciuto pezzo degli Smiths, e peggio di una finta bionda che pur adottata da Riccardo Tisci continua a non sapersi vestire c’è solo la finta bionda in questione che si sente Bob Dylan.
(And blessed are the broken)
Che i tassisti milanesi son persin peggio di quelli romani.
(And you’re looking to me more and more like a godsend)

La controparola d’ordine di “ceruleo” è “pervinca”.