D’accordo, io non vorrei mai lavorare in una redazione perché non ho mai conosciuto nessuno che lavorasse in una redazione e che non avesse gravi problemi psichici (intendo: persino più gravi dei miei.)
D’accordo, io non faccio testo perché sono sociopatica e non bevo caffè e guardo con nostalgia all’era in cui invece di guardare siti di pettegolezzi si giocava a Tetris (lavorare, non s’è mai lavorato in nessun ufficio di mia conoscenza.)
D’accordo, io soffro della sindrome bambina culona che gli altri non volevano a giocare con loro e la mia antipatia verso la principale attività da ufficio, cioè parlar male di chiunque sia appena uscito dalla stanza, è evidentemente fondata sull’essere io sempre quella appena uscita (per gli amici: la culona all’orizzonte.)
D’accordo, io sono così shampista che in questo genere d’elenchi d’autoaiuto un tanto al chilo trovo sempre qualche stronzata che mi faccia dire «Però questa è un’intuizione brillante.»
Tuttavia, «Avoid the Watercooler Gang» si colloca poco sotto «Fake it till you make it» nella classifica dei migliori consigli che chiunque possa dare a chiunque. (trovato qui)

Been there, avoided that. Still avoiding it. What’s next? (il vero consiglio numero 2).
Cioè mi stai mettendo prima «What’s next» di «Fake it till you make it»? Naaah.
Giammai! 1) Fake 2) Next 3) (forse) watercooler
Sulla tomba dei giovani democratici sarà scritto:
“Power is never given. Power is taken.”
Io lavoro in una redazione, e quando passo davanti a certe porte canticchio per il terrore di sentir parlare di me.
E’ grave?