Dieci domande non particolarmente giornalistiche a Daniele Luttazzi

  • Caro Luttazzi, se ne sarà accorto, ne abbiamo scritto un po’ tutti: gira in rete questo documentario che mette in fila alcuni famosi monologhi di comici americani e inglesi, e alcuni lavori suoi. Cioè, suoi: fatturati da lei. Lei ne chiede la rimozione ovunque compaia: è del tutto infondato credere che lo faccia perché su YouTube gli avvocati di Chris Rock o di Eddie Izzard o degli eredi di George Carlin potrebbero vedere la sua traduzione e farle un culo a scacchi?
  • Caro Luttazzi, in realtà che i suoi monologhi non fossero esattamente originalissimi era da sempre abbastanza chiaro a chiunque mastichi un po’ di comicità americana o anche solo di lingua inglese: la costruzione sintattica di certe frasi ricalca troppo l’inglese. Una decina d’anni fa persino io, che ero del tutto disinteressata al genere, mi accorsi che certe battute di Satyricon su Berlusconi erano identiche a quelle che sere prima Letterman aveva fatto su Rumsfeld. In quest’ottica, mi dica: lei ritiene che la rovina della sua carriera sia stato Paolo Giaccio, con la sua scellerata decisione di trasmettere Letterman su RaiSat permettendoci il confronto?
  • Caro Luttazzi, come dicevo si sapeva, e lei non faceva molto per occultare: voglio dire, quello su dio che ci vedrebbe e ci amerebbe ma ci manderebbe a bruciare è il più famoso monologo di Carlin. Io, e forse altri, ne avevo finora visto la versione originale e mai la sua (colpevolmente, non ho mai assistito a un suo spettacolo teatrale): mi dica, la ragione per cui chiede la rimozione del documentario da tutti i luoghi e i laghi è l’evitare un impietoso confronto che sveli quanto peggio lei enunci le battute?
  • Caro Luttazzi, lei dice che parlare di questa vicenda è diffamazione perché lei da anni scrive sul suo blog che cita. Alcuni zelanti ricercatori ritengono lei abbia retrodatato l’annuncio di questa caccia al tesoro. L’annuncio è stato venerato dai lettori, alcuni dei quali potrebbero essere effettivamente in attesa di esso da qualche tempo. Non tutte le cose rimangono come sorprese e quando si affronta un annuncio atteso con un backdate, le sopracciglia sono tenuti a sollevare, di coloro che hanno avuto la minima idea della data. Non che mi sembri rilevante, ma la prego, ci dica: di quand’è, davvero, l’ideuzza «le cavallette, il cane mi ha mangiato il compito, la caccia al tesoro»?
  • Caro Luttazzi, come le dicevo non mi sembra rilevante, e vorrei capire come mai lo sembri a lei, e da quando: la costruzione di una battuta è un congegno artigianale («come fare degli orologini», disse anni fa a Repubblica), chi se ne appropria è un Bonolis senza decenza, o liberi tutti?
  • Caro Luttazzi, i suoi fan (ho notato, guardando l’Internet in questi giorni, che ne ha di persino più zelanti di quelli che può vantare Berlusconi) dicono che lei rielabora: mi potrebbe cortesemente spiegare dove stesse la rielaborazione nello sketch di Satyricon in cui, con Laura Morante come spalla, lei rifà identicamente il cortometraggio di e con Steve Martin The absent-minded waiter?
  • Caro Luttazzi, lei che conosce l’America e l’Italia: ma davvero siamo una così remota provincia dell’impero che si può plagiare senza ritegno un documentario candidato (nel 1977) all’Oscar e non succede niente?
  • Caro Luttazzi, ma non sarà che la ragione per cui ha diffidato dal pubblicare le sue battute (sì, insomma, sue: quelle che fatturava) su Wikipedia è che l’Internet la vedono anche al centro dell’impero, sì, insomma, dove vivon quelli che le battute le avevan scritte?
  • Caro Luttazzi, nel 2005 intervistai, in occasione del lancio di Matrix, Davide Parenti ed Enrico Mentana. Un passaggio della conversazione era questo: «Entrambi sono convinti che Travaglio e i guai annessi siano accidenti nei quali Luttazzi è incappato per caso, anche se poi ha capito che tanto valeva cavalcarli e fare l’eroe civile. Parenti: “Io lo conosco: è così attaccato ai soldi che se avesse capito che ci rimetteva anche solo centomila lire…”» Lei non lo prese bene (sono certa che non le dispiaccia se linko un forum che aveva ricopiato l’intervento giacché lei ritiene di non rendere più disponibile l’originale sul suo blog). Siccome dalle sue puntualizzazioni pare che ritenga particolarmente infamante l’accusa di tenere ai propri guadagni (non avrei mai creduto avesse un rapporto così cattolico col denaro, lei è davvero un uomo pieno di sorprese), mi chiedo e le chiedo: le percentuali di borderò dovute al contributo autorale dei vari Hicks, Carlin, ecetera, le ha girate agli inconsapevolmente cacciati tesori, o le ha devolute in beneficenza?
  • Caro Luttazzi, i maligni dicono che il suo problema non sia l’editto bulgaro, tantomeno la scarsa autonomia creativa: che ciò da cui davvero non riesce a riprendersi sia «come si chiama quello» ovvero il modo in cui il presidente del Consiglio accennò a lei dopo aver nominato Biagi e Santoro. Sono certa che non sia vero, ma visto che è qui, ansioso di chiarire ogni dubbio, gliene chiedo conferma: lo è?

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