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Believe me: looks are everything

Non avevo mai fatto caso a quanto tutta la mia vita fosse stata scandita da Mike Nichols.
Da quel fidanzato di quand’ero piccola che mi fece vedere per la prima volta Carnal Knowledge, ribaltando per sempre tutto ciò che credevo degli uomini, delle donne e delle loro relazioni; a quel fidanzato di quando credevo d’esser già grande che mi conquistò per sempre con un vhs e un ammiccante «Plastica, il futuro è nella plastica»; a quando ho cominciato a classificare l’umanità in base a quel che pensa di Closer, un criterio che non fallisce mai; alla prima volta che ho visto Heartburn e ho capito che la mia ambizione frustrata non sarebbe stata essere Barbie principessa a cavallo ma essere Nora Ephron (non intesa come «moglie cornuta nonché gravida», eh, o meglio, sì: poiché diventare da grande una moglie cornuta mi pareva da piccola un destino ineluttabile, ambii da quel momento a unire a quella vocazione la capacità di monetizzarla che aveva dimostrato Nora); a quando ho scoperto che Mike Nichols, oltre ad aver fatto i film più belli del mondo, aveva espresso, meglio di come avrei fatto io, il pensiero di cui sono più certa sulle storie d’amore: che, nel momento in cui ne parli, sono finite.
Un paio di mesi fa stavo leggendo una biografia di Liz Taylor e Richard Burton, e pensavo che quei due burini sono imperdonabili per il delirante modello che hanno fornito a chi sia portata ad avere storie d’amore, come dire, complicate, ma vanno perdonati, ché furono loro a farlo passare dal teatro al cinema con Virginia Woolf, e questo amnistia tutti i crimini nei confronti dell’umanità precedenti e successivi.
Sempre un paio di mesi fa, l’American Film Institute ha assegnato il premio alla carriera che dà ogni anno, e prima stavo guardando degli spezzoni della serata, e mi è tornato in mente un libro di Shane Watson in cui una tizia dice che deve andare subito a ricomprare tutti i dischi di Bowie in cd, perché pensa se poi lui muore: non può immaginarsi in fila con dei parvenu che comprano Ziggy Stardust solo perché è morto. Deve avermi fatto quell’effetto perché, come dice Nichols ritirando il premio, quella serata lì è un po’ come vedere il proprio funerale da vivi.
Quindi la prima cosa che farò domattina sarà recuperare l’intera filmografia in dvd, e l’ultima che faccio stanotte è rimirare quel piano d’ascolto di Candice che guarda il ping pong di parole tra Art e Jack. E capire una volta ancora cosa intende, quello della plastica, quando dice «God bless you, sir.»

Comments so far:

  1. by Paolo Ferrandi on agosto 4th, 2010 at 10:57

    Beh, ‘sto post ti è venuto dannatamente bene. (dovrei mettere una faccetta felice)

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