Appena ho tempo e pazienza scrivo qualcosa di più articolato sul tracciato piatto della curva di apprendimento, ovvero sull’internet, il territorio in cui l’incapacità umana di fare alla centesima replica una cosa un po’ meglio di quanto riuscisse alla prima si incontra con il blocco psicologico che impedisce di riconoscere che non si sa, non si è capaci, non si è scelta l’opzione migliore. Nel frattempo, per Leonardo (che è straordinario in molte cose, specialmente nella misura della cocciutaggine della propria sciatteria) e per altra gente che leggo in giro, cose che continuate a sbagliare facendo esplodere le quote-latte delle mie ginocchia. (elenco in aggiornamento – eterno, temo)
Stewart è Jon, come abbreviazione di Jonathan, non John, come Lennon.
«Di’ un po’ la verità» ha l’apostrofo, diversamente da «Torna alle elementari una volta al dì prima dei pasti»
«Schernire» significa prendere per il culo; il verbo che stai cercando, quando hai l’insopprimibile impulso a scrivere come Delly, è schermire, con la emme di «Mamma, ho perso il quaderno a righe.»
La Monroe ha la i prima della y: Marilyn. Lo so, c’è quel Mary che invece ha la y e che pare fatto apposta per confonderti: la vita è ingiusta.
«Ehi» (il verso che faceva il tuo modello Fonzie, quello che non riusciva a dire «Ho sbagliato») in italiano si scrive appunto «ehi»: non «hey» (grafia inglese), tanto meno «hei» (grafia di Marte)
Aneddotica ha due d e una t, non viceversa. Sì, proprio come aneddoto, pensa che bizzarria.
«Al di là di ogni ragionevole dubbio», e analoghe forme con cui si possa bocciare il tuo italiano, va staccato; l’aldilà attaccato è quello che, se esistesse, sarebbe pieno di diavoli coi forconi che ti infilzano ogni volta che metti una virgola tra soggetto e predicato.
In italiano si rilasciano i detenuti e le dichiarazioni: i software, i dischi, e le altre cose released vengono distribuiti, messi in vendita, messi sul mercato, messi in circolazione.
Ah, sì: le leggende sono metropolitane, non urbane.


Lacrime di gioia e gratitudine. (Leonardo, oggi, “Gerschwin”)
Sì, però qui c’è della perfidia.
Per come è stato compilato l’elenco sembra che io vada in giro scambiando apostrofi per accenti. Quando alla fine stavolta sono solo orribilmente colpevole di preferire una parola di tre sillabe ad una di sei.
Zitto, tu, e vai a inaugurare un presidente rompendogli una bottiglia addosso.
Ah, grazie per la dritta su Gershwin (chissà in quanti posti l’ho scritto male).
“avere la spada d’Adamo sulla testa” detto da un’assessore alla pubblica istruzione e cultura di un comune toscano
Ma prego, siamo qua per servirLa. (Prima di inaugurare un altro presidente c’è da stare col fiato sospeso per le elezioni di medio termine.)
Forse è gergale, ma nel caso del software le nuove versioni si rilasciano.
Nel senso che tra chi si occupa di software il tasso di analfabetismo è alto? Sì, l’avevo intuito.
Applausi, applausi.
Caput si quid sacri sancti.
Incidentalmente, sul tentativo di difesa di Leonardo:
BARTLET
In my house, anyone who uses one word when they could have used ten just isn’t trying hard. Let’s keep at it.
(“Dead Irish Writers”)
E’ un anglicismo, non è corretto ma è il jargon che usa il settore. E rende meglio di “messo in circolazione” per tutta una serie di questioni che riguardano il ciclo di vita di un software. Ma non ha importanza, lo so.
È un calco, ed è diffuso. Come tutti gli errori elencati. Fosse stato di nicchia, non avrei ritenuto necessario scriverne.
io sapevo anche della spada di domopak
saluti
Rilascio è un calco, è brutto, ma è la sola parola che esprima il senso di quel passaggio nel ciclo di vita del software. Per dischi, dvd, libri e quant’altro hai ragione da vendere, per il software ce lo dobbiamo tenere. Atrimenti usiamo “release” e “to release” (con una bella pronuncia italiana: “riliis”, come facciamo per “softuer”, “compiuter”, “piccì”…).
A parte che le affermazioni sulla correttezza lessicale mi sembrano come i dogmi di SRC e quindi destinati a essere smentiti dagli stessi che li avevano difesi a spada tratta (basta aspettare un certo lasso di tempo), ma la nuova versione di un software si rilascia; se la metti in circolazione potresti rischiare una colica renale. Tra l’altro al posto di software si potrebbe usare programma, applicazione (tutti calchi, guarda un po’ che strano).
E’ che l’Appendix Probi non ci ha insegnato nulla.
Fanno i calchi perché sanno l’informatica ma non l’italiano, poi lo chiamano gergo. Alè. (Tra l’altro, affermazioni come “Ce li dobbiamo tenere” appaiono anche lievemente dogmatiche, ma tant’è.)
Cioè non solo dovrei mettermi a discutere nei commenti di un coso il cui scopo era dire quanto trovo insostenibile l’illusione che tutti possan discutere di tutto e «Ora ti dico che secondo me il ginocchio della lavandaia è una cardiopatia e ne dibattiamo perché le nostre posizioni hanno pari dignità ché questa è la comunicazione orizzontale, beibi»; ma dovrei pure prendere seriamente le istanze linguistiche di gente che scrive robe come «ragione da vendere» e «difesi a spada tratta»? Cioè. Adesso. Seriamente. Su.
Ma onestamente, una volta che ci purgassimo di tutte le frasi fatte senza pedigree, che lingua pensi che ci rimarrebbe? La comunicazione è un imbastardimento; una lingua recintata può servire giusto per identificare chi ha studiato al liceo e chi no, e direi che abbiamo tutti altre priorità. Gli unici idiotismi che vale la pena correggere sono quelli che davvero intralciano la comunicazione (es. schermire/schernire). Ad es., il motivo per cui “supportare” è detestabile non sta nel suo essere un calco, ma nel fatto che sia confondibile con “sopportare”, che ha un significato diverso. L’orrore per i calchi è un po’ la malattia professionale dei traduttori; i linguisti sono sempre molto più tolleranti. Forse perché amano la lingua e sanno che deve nutrirsi quotidianamente di calchi comodi e comprensibili.
In effetti – purgata da spade tratte, ragioni da vendere, latte versato e altri Damocli – la lingua che mi rimane è ben misera. Ora devo cucinare, ma più tardi me ne cruccio, promesso.
I linguisti sono sempre molto più tolleranti. Vero. Non impugnano matite bicolori rosseeblu e non ci colpevolizzano per i loro eczemi di dubbia origine. Ma non “difendono a spada tratta” qualunque sciatteria. E “supportare” è detestabile e basta.
a proposito di permeabilità della lingua, su Oggi di questa settimana un tipo di FareFuturo ha dichiarato “la cacca ha toccato il ventilatore” parlando della Fini-Tulliani-Scavolini. La prossima settimana che diranno, “la merda succede”?
Personalmente, a differenza di ciò che riguarda i calchi (98 su cento sono i figli bastardi di pigrizia e cialtronaggine, altro che evoluzione), riservo grande comprensione e affetto per le frasi fatte; perfino “vero e proprio arsenale” mi strappa un sorriso intenerito. Ma c’è un sacco di gente che viene pagata per lavorare con le parole e non conosce più nemmeno le frasi fatte e il loro utilizzo; solo questa settimana ho sentito cronisti stipendiati dalla RAI dire “adesso rotoleranno gli stracci” (aver orecchiato due modi di dire e fonderli in uno insensato), e “per avere un po’ fresco gli italiani dovranno tirare il fiato fino a sabato”. No, really, je means to dire.
Nel genere, io sono molto affezionata a «volano polpette sotterranee»
Tempo fa ho letto “spina nel piede”. Fa male, in effetti.
“(98 su cento sono i figli bastardi di pigrizia e cialtronaggine, altro che evoluzione)”.
La pigrizia è uno dei motori dell’”evoluzione”, altrimenti avremmo ancora flessioni a dieci casi come i nostri antenati protoindeuropei.
Va bene, riformulo. La pigrizia ha figli e figliastri, e li fa un po’ con chi capita.
Esatto, non tutti possono discutere di tutto. Il significato completo di “release” di on oggetto software è traducibile in italiano solo con espressioni goffe e prolisse. O con l’abominevole calco “rilascio”. E accade perfino che il gergo tecnico diventi lingua nonostante insigni grammatiche lo trovino detestabile.
On va tourner à la bataille des chiffonniers!
“Santa Polenta!” e’ un’espressione di nicchia?
p.s. Uso solo apostrofi perche’ ho la tastiera inglese.
Conoscevo un tizio che cavalcava polemiche e saldava diverbi. Poi è morto.
Sentite, lasciamo la democrazia lessicale e quella ortografica ai proletari del vocabolario. Ora, dato che anche io pretendo la mia parte di gloria, chiudo questo mio inutile intervento, precisando che “cachi” e “kaki” non sono affatto la stessa cosa. Provare per credere.
se voleste essere così cortesi da presentarmi il vostro dipsenser di felicità alternative ve ne sarei grattissimo.del resto si sa, una pera al giorno leva il medico di torno. come diceva john, you can not be serious.
“Difendere a spada tratta” mi piace. Sa di antico. E anche “si incontra con il blocco psicologico che impedisce di riconoscere che non si sa” mi piace. Odora di quelle cose che sono belle e argute da dire degli altri e impossibili da applicare a se stessi.
Il latte alle ginocchia di cui scrive deve essere diventato yogurt, da quanto è acida. E comunque più o meno la seguo su tutto, ma come addetto ai lavori non potrà mai togliermi l’uso che faccio del verbo “rilasciare”, che in quella forma è troppo comodo.
Makedavero? State a discute de sta robba co’ una ke ha scritto un libro cor titolo ke e’ na frase fatta da quando gutenber ha nventato la stampa? O aspe’, quella e’ solo “ironia”, l’antri so’ solo pigri e lattai pe’ li ginocchi sua….
non per essere polemico, ma l’espressione “di nicchia” e’ detestabile
Nell’accezione di “mettere in liberta’”[1] l’uso di rilasciare potrebbe essre piu’ che appropriato pensando alla messa in circolazione di un software.
Ma io mi voglio ergere a difensore del gergo mio proprio e faccio un passo in piu’: oh com’e’ che nel mio fido passaporto non trovo scritto “data di messa in circolazione” ma “data di rilascio”? Forse che quei mariuoli al ministero m’hanno rifilato un passaporto con la fedina penale sporca?
E le fatture? “Mi puo’ distribuire la fattura, per cortesia” mi suona veramente male.
Insomma, posso capire la messa al bando di porcherie linguistiche che spaccino per Italiano una traduzione, sia essa troppo letterale o per similitudine, dall’Inglese[2]. Ricordiamoci pero’ che le analogie tra lingue diverse non si limitano alle sole assonanze!
Saludi e trigu,
c.
[1] anche io, da buon rinnegato, ho lasciato la tastiera italiana la’ dove torno solo per le vacanze
[2] battuta per i tecnici: il mio antico manuale di PHP4 traduceva “overloading” con “sovraccarico”. Fate attenzione, bloggers: il vostro diario potrebbe scoppiare!
Le leggende sono urbane quando sono molto educate
Non capisco cosa ci sia di così detestabile e goffo nell’utilizzare “pubblicare” invece di “rilasciare”, “mettere in libertà/circolazione” etc
ma cuanto tenpo havete da perdere …
“l’illusione che tutti possan discutere di tutto” Allora sia conseguente, tolga i commenti e ci insegni l’italiano.
@rectoscoy: pubblicare non rende bene l’idea: rilasciate attiene molto all’intero processo di sviluppo software, che passa per fasi successive di verifica, nelle quali si può ben immaginare che un software sia tenuto “prigioniero”, o comunque sotto osservazione, prima dell’effettivo “rilascio”. La pubblicazione riguarda i documenti, che rispetto ai software sono oggetti molto più statici; sarà anche deformazione professionale , ma “software pubblicato” non mi sembra descriva bene la realtà. A mio avviso la questione è la seguente: perché dovrei rinunciare ad una locuzione comoda, ancorché grammaticalmente corretta, solo perché il significato classico del termine devia di poco da quello che è diventato l’uso corrente in un certo ambito? In questi termini ha ragione Leonardo: la lingua non si può cristallizzare, è una “cosa” viva. Dopotutto non è un caso se ci riferiamo al latino come “lingua morta”.
pubblicare = rendere pubblico
posso pubblicare un romanzo, un articolo, un pezzo di carta, ma posso pure pubblicare i risultati di un esame.
mi dici che pubblicare non rende bene l’idea, però giustifichi “rilasciare” con la strana similitudine del software prigioniero.
contento te…
ricordo i brividi che percorrevano la classe di Traduzione Tecnica o quella di Simultanea quando, nel 1984, i prof della Scuola Interpreti di ritorno dalle conferenze ci introducevano ai misteri dei nuovissimi verbi “formattare”, “inputtare”, “outputtare” (questi ultimi non so se sono già desueti) – ora di linguaggio comune …
ora come ora, la bile aumenta a ogni “in qualche modo” che ascolto alla radio o in tv, e la memoria torna a certi personaggi verdoniani (mi pare, ma non sono sicura) che, alzando gli occhi al cielo, intercalavano con “in un certo senso” e “cioé”.
allora visto che l’informatica la so ma nn l’italiano
le fasi del software (come si traduce software?) sono tre
Develop, Release, Deploy (quello che di solito è la distribuizione)
come si traducono? grazie
Il fatto, per alcuni inaccettabile, è che la lingua muta (a differenza dei pensieri degli ottusi).
Questo processo è di fatto inarrestabile.
Le presuntuose lezioncine di chi si innalza a difensore assoluto della conoscenza avranno lo stesso effetto che potrebbe avere un’esemplare di escherichia coli nel vano tentativo di fermare lo sciacquone del water.
Povera me: ero assente (mi sa che ero al corso intensivo per difensori assoluti) il giorno in cui la lingua è mutata arrivando a prevedere un apostrofo tra «un» ed «esemplare»
Vano tentativo di svicolare una risposta più concreta…