Mi fido molto di una persona che sostiene che no, il tema non è «l’ha fatto per la ragazza» – forse mi fido perché tendo a credere che nessuna storia sia davvero a tema, e perché, come ho più o meno già scritto, se proprio devo individuare un tema, nel film del decennio, credo che sia quella forma di anaffettività che ha più a che fare con l’autismo che con la stronzaggine.
Tuttavia, rivedendo ieri sera TSN (ieri è stato il giorno in cui è finalmente iniziata a circolare una copia pirata di buona qualità, e no, non mi sento affatto in colpa per i guadagni sottratti alla Sony, primo perché l’ho visto tre volte al cinema e ho contribuito in dollari e sterline agli incassi, secondo perché la filiale locale della Sony, che già ha prodotto un trailer con scritto «pò» e che manderà il film nelle sale in doppiaggese, non avrebbe comunque avuto i miei quantisonoeuri: io voglio vedere roba recitata dagli attori sullo schermo, non dalla famiglia Izzo) – dicevo, rivedendolo ieri sera, ho ritrovato più nette alcune sensazioni che già mi si erano abbozzate nelle prime visioni.
La sintetizzerei così. Che puoi anche essere uno che non concede niente alla lagna, al francescabertinismo, al sentimentalismo un tanto al chilo.
Puoi anche essere quello che quando l’amico arriva e ti dice che ha saputo che tu e la ragazza vi siete lasciati, ed è lì per te, gli risponde che non ha bisogno di lui: ha bisogno del suo algoritmo per un nuovo sito.
Puoi anche aver deciso che non ti avranno i rimpianti e le nostalgie e le notti passate a rileggere vecchi messaggi, che quel buco lì non lo colmerai a kleenex né a carboidrati, bensì diventerai miliardario.
E puoi farcela e ce la farai, perché nella vita conta sempre e solo la tenuta, e decidere di non restarci sotto è l’unico modo per, appunto, non finire per restarci sotto.
Però poi una sera ti ritrovi nel locale figo in cui non ti avrebbero mai fatto entrare, assieme al figo cui manco tra sette cambi di guardaroba somiglierai (e allora tanto vale non provarci), e quello ti racconta una istruttiva storia («Was that a parable?») che parte dal tizio che s’inventò Victoria’s secret, passa per un suicidio buttandosi dal Golden Gate, e arriva a dirti che tu non devi finire così, tu devi fare tutti i soldi che puoi, perché questa è una «holy-shit once in a generation idea, and the water under the Golden Gate is freezin’ cold.»
E siccome il tizio è dio, o il diavolo, che come tutte le persone sane di mente sanno è la stessa cosa, siccome ti si sa lavorare, ti dice che, ehi, anche lui era come te, perché credi che abbia inventato Napster, perché c’era una che non se lo cagava, e allora lui ha detto sai che c’è, io m’invento una roba che rivoluzionerà l’industria della musica, poi voglio vedere se ancora mi ignori.
Ed è in quel momento che la storia ti congela, è quello l’istante che sei condannato a essere. Quando già si capisce che farai i miliardi e sarai esattamente quel che ti aveva predetto la ragazza all’inizio, una persona di successo che non capisce perché le ragazze lo lascino, quando già hai una visione e un destino e una rivoluzione da fare, ma comunque sei quello con una crepa in fondo alla determinazione. Quando ci credi, che siate uguali, e gli chiedi che fine abbia fatto quella ragazza, quella per consolarsi della quale aveva fondato Napster, e lui ti guarda come solo dio o il diavolo possono guardarti, come uno inaccettabilmente umano, e ti chiede di quale ragazza tu stia parlando: di quella che ho citato cinque secondi fa? Davvero pensi che me la ricordi? Che mi importi? Che abbia una qualche centralità in un universo da me governato?

Mi stai sulle balle ma oggi ti tumblero.