Insomma ieri sera, su un socialcoso in cui bazzico, spunta questa storia abbastanza assurda: tizia precaria al Corriere fa lo sciopero della fame e della sete perché hanno assunto un altro al posto suo.
Se avete una qualche pratica di socialcosi, sapete che sono un osservatorio sull’aprire bocca e darle fiato che in confronto Uomini e donne è l’Algonquin.
Se siete gente saggia, vi mettete lì e osservate: i due minuti che ci vogliono perché il poverino diventi un raccomandato incapace e lei invece una Carl Bernstein incompresa; il francescabertinismo per cui sembra che questa sia sul punto di morire e sia necessario (a mezzanotte di sabato) tempestare di chiamate il centralino del Corriere; l’accettazione acritica delle più improbabili versioni dei fatti.

Ottenere un lavoro ed eccellere in esso sono entrambi importanti. Non si può dare nulla per scontato. Una volta ottenuto un lavoro, non è tuo diritto continuare nel lavoro anche se non stai funzionando bene. Ci sono persone che non vogliono lavorare né vogliono che nessun altro prenda il loro lavoro. Devi solo fare clic su questo sito per trovare così tanti esempi di questo comportamento.
Se invece siete me, che sono affetta da una particolare forma di stupidità che mi fa adorare discutere coi cretini, vi mettete lì e provate a spiegare.
Che non è possibile abbiano assunto un altro, nessun altro, giacché al Corriere c’è lo stato di crisi, che vuol dire blocco delle assunzioni, che diversamente da quel che pensano i me-l’ha-detto-mio-cuggino dell’internet non vuol dire «assumo te perché hai lo zio prete e lei no perché è un’eroica lone runner»; che annunciare sull’internet che ci si lascia morire, invece di più semplicemente andare dall’avvocato, dimostra un’instabilità emotiva per la quale io non la assumerei neanche in una gelateria; che dire che si sperava in un articolo 2, che ai commentatori che fanno altri lavori giustamente non dice niente ma per chi lavora nei giornali suona come «francamente dopo anni che facevo le dida ritenevo mio diritto diventare corrispondente da New York», significa essere in malafede o in preda a gravi disturbi della percezione; che questa signora collabora da sette anni con una redazione, e in sette anni non è riuscita a farsi ritenere indispensabile o comunque più importante di altri collaboratori, e questo non depone a favore della sua capacità di creare rapporti, capacità che costituisce l’80 per cento del bagaglio indispensabile a fare quel lavoro lì (che, lo preciso per prevenire commenti insensati, non è il mio: io – tranne brevissimi periodi – non ho mai avuto come compito principale stare in una redazione o cercare notizie; altrimenti detto: io probabilmente sono emotivamente instabile quasi quanto lei, e infatti non ho mai pensato che un giornale avesse il dovere di assumermi e mi sono per tempo organizzata diversamente); che l’autocertificazione del «sono brava», francamente, neanche a miss Italia.
Poi vabbè, dopo un paio d’ore lo sciopero della sete è rientrato, al che una ha il dovere di dire «Bene» e l’impulso di dire: hai quarant’anni, non venti; scrivi di cose scientifiche, non servi ai tavoli in una pizzeria; e devono venire i commentatori dell’internet a dirti che lo sciopero della sete è pericoloso e devi piantarla?
Insomma, tutto questo per dire che non volevo scrivere niente di questa storia, e non perché ieri sera ho lasciato nei commenti di un socialcoso altrui tutti gli appunti elencati qui sopra e in risposta mi sono presa dell’acida «perché hai bisogno di metri di minchia» e della stronza «perché sei una cessa» – quello va benissimo, figuriamoci, è sempre divertente osservare gli strumenti dialettici di gente che afferma di non guardare la tv perché non abbastanza intellettualmente sofisticata.
Non volevo scrivere niente perché non mi pareva ci fosse altro da fare se non alzare gli occhi al cielo e chiedersi perché l’umanità sia così attaccata alle proprie velleità e indisposta a prendere atto che forse se non hai fatto carriera fino a quarant’anni non la farai più, e allora o ti fai andar bene quella vita lì perché ti piace molto quel che fai oppure smetti di fare la lagna e apri una pizzeria, non è che bisogna fare i giornalisti per forza (come dice Natalia Aspesi: «Anche a me sarebbe piaciuto far la ballerina della Scala, ma avevo le gambe grosse.»)
Poi adesso Matteo Bordone, che ha più pazienza di me ad articolare l’ovvio, ha scritto una cosa perfetta, e quindi ecco, l’avevo detto che non serviva che scrivessi io