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Long live the goat

Che i giornali italiani siano fatti da gente con densità neuronale pari a quella del sodio nell’acqua Lete è chiaro anche agli osservatori occasionali: voglio dire, siamo l’unico paese al mondo che riuscì a dare per vera, su tutti i maggiori quotidiani, una copertina della Palin fotomontata col kit del piccolo mostrificatore fotosciopparo, va bene assumere i redattori in quota ciechi, ma insomma, ecco. Tuttavia, ci sono margini di furbizia anche nell’essere scemi. Prendi per buona una bufala così bufala come la morte di Owen Wilson: non ti fa venire un dubbio il fatto che nessun giornale americano la riporti, che venga da un sito mai sentito, che persino quelli che commentano la questione su Twitter lo facciano dando degli idioti a quelli che ci cascano, che le versioni spazino turisticamente da «incidente di snowboard in Svizzera» a «deceduto facendo bungee jumping in Messico» – non importa, tu sei lì per dare la notizia, te l’ha insegnato tuo marito (è una citazione cinematografica, lo dico prima che qualcuno del Sole arrivi a dire che non ha un marito, mi perdonino se dubito della loro capacità di leggere i sottotesti – capissero i testi, sarebbe già un progresso.) Poi qualcuno, magari la tua mamma che ha Google a casa, ti fa notare che hai scritto una cazzata. E tu, come fosse il 1981, come non esistessero le cache, i feed reader, come se l’internet fosse scritta a matita (è una citazione anche questa, investite qualche euro in un biglietto di cinema, ogni tanto, magari beccate un film con Wilson vivo), come potesse servire ad altro che a coprirti (ulteriormente) di ridicolo, cosa fai? Cancelli il link. Poi dice la crisi dell’editoria. A raccoglier patate, altroché.

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