Uno dei Xmas movies che non ho avuto la pazienza di recensire è stato Postcards From The Edge, rivisto con l’audio di commento di Carrie Fisher, il quale audio contiene tre tipologie narrative.
Le cose che già sai se hai letto Wishful Drinking.
Le cose cui non puoi credere se hai visto il film (tutt’una serie di scuse non richieste su come la figlia Billie dica che la nonna non è affatto così; su come se lo dovesse riscrivere ora non sarebbe così stronza con la madre; su come, prima che Mike Nichols le chiedesse di aggiungere scene, la madre nel film praticamente non ci fosse: se avete visto anche mezza volta, anche doppiato su Rete4 la sera tardi, se avete intravisto anche per sbaglio Postcards vi chiederete dove fosse, il film, senza Shirley MacLaine che rende la vita di Meryl Streep un inferno, che altra storia raccontasse, e anche a chi interessasse.)
E alcuni aneddoti meravigliosi. Uno, che ho amorevolmente trascritto per voi, racconta come Fisher fosse una di quelle sceneggiatrici che stanno sempre sul set, nonostante in quel caso il lavoro di riscrittura sul set fosse praticamente zero, solo per avere una scusa per ridivorziare da Paul Simon, risposato contro ogni logica, come ha sintetizzato in Wishful Drinking: «Samuel Johnson once said that remarrying is a ‘triumph of hope over experience.’ So remarrying the same person, I think, is a triumph of nostalgia over judgment.» Comunque, nel commentary del film Nostra Signora delle Recidive dice così: «I was mainly on set because I was back with my ex husband Paul, and I wanted to really destroy that relationship by not being in it and neglecting it utterly again so that we could split up again – d’you see what I’m saying? It really works. If you ever want to split up with your ex husband, I recommend writing a movie and then just sitting on set while the relationship falls apart in New York.»
Tutto questo potrebbe servire come al solito a interrogarsi sul fatto che Carrie Fisher sia tutto sommato un’attrice minore che ha fatto poche cose, e tuttavia quelle poche siano talmente fondamentali da renderla quasi più rilevante di Meryl Streep. Era quella cui Belushi, nei Blues Brothers, diceva «Le cavallette»; era quella cui Meg Ryan diceva che l’amante non avrebbe mai lasciato la moglie, in When Harry Met Sally, e che rispondeva «Hai ragione, hai ragione, lo so che hai ragione»; era (ci ho scritto persino un capitolo di quel benedetto libro, io che odio la fantascienza) la principessa con la pettinatura a brioche che diceva «Ti amo» a Han Solo, e lui rispondeva «Lo so.» C’è gente che in cinquanta film e intere ordinatissime carriere non riesce a essere rilevante per la cultura popolare quanto lo è stata la signora Fisher facendo un paio di particine quasi per sbaglio tra un elettrochoc e una dipendenza chimica, e riscrivendo, con diversi titoli, sempre lo stesso memoir di disadattata erede di dinastia hollywoodiana.
E quindi, ne celebriamo qui il genio? Ma per cortesia. Ne celebriamo ciò in cui vogliamo ci faccia da modello comportamentale come in ogni gennaio che si rispetti: la strenua lotta contro l’assenza di metabolismo. Fisher, che ha 54 anni e quindi non ci dà modo di nasconderci dietro la scusa «Eh ma per forza quella dimagrisce a vent’anni era facile anche per me», è la nuova testimonial di Jenny Craig. Ora mi metto la foto sul frigo, al posto di quella, in versione cicciona, della di lei (non per nulla) migliore amica Courtney Love. Ricordatemi così: come una che «used to be so hot and now she looks like Elton John.»

Non sei poi così spiritosa.