In genere non ho memoria temporale, sono pessima a dov’eriquando (quando s’è ammazzato Cobain, quando è caduto il muro di Berlino, quando si sono spatasciati gli aerei sulle Torri – no, questa la so: ero a una lezione di geopolitica tenuta da Lucio Caracciolo nella sede de La7. Non fate domande, ognuna ha i suoi scheletri, tra un Lanvin e l’altro.)
Stavolta però so quand’era quando: la prima volta che ho compreso il concetto di moschicitudine era la sera del mio compleanno, l’ultimo scorso (il ventinovesimo, quindi, come tutti gli altri.) Quando l’umanità mi parlava e io ripetevo come una cretina «io e te io e te io e te»; quando l’umanità si chiedeva se fosse il caso di chiamare la Croce Verde, e io berciavo «altro che il Vaticano, altro che Lady Gaga»; quando l’umanità si domandava se parlassi in codice, magari svelando segreti di madonne ancora da brevettare, e io cercavo invano di ricordarmi tutte le altre altritudini (il problema del joedimaggismo canzonettistico è che i versi privi di logica apparente son difficilissimi da memorizzare, ostacolando il lavoro di noi appassionate squarciagoliste.)
Che il mio criterio di moschicitudine fosse condiviso, l’ho capito nei giorni successivi all’invio di un cd per ricevere il quale ho dovuto firmare il consenso a torture per tutti i miei discendenti e Guantanamo per tutte le mie Birkin qualora avessi osato diffonderne il contenuto. Terrorizzata dalle minacce delle case discografiche (che, come tutti sappiamo, hanno vinto), non ho ceduto le preziose canzonette in mio possesso neanche alle amiche più care e meritevoli. Però confesso che, delle 310 volte (ossessiva? io?) in cinque giorni in cui l’iTunes conta io abbia ascoltato quella carta moschicida che mi si era appiccicata addosso tre mesi prima, ebbene, confesso che alcune volte, alcuni ascolti, ebbene sì, signori della corte, sono stati condivisi (dire «Non ti passo la canzone ma te la faccio sentire» dev’essere l’equivalente adulto di «Te lo faccio guardare ma in mano mia» – oddio, adulto si fa per dire.)
Ho visto la moschicitudine sterminarli tutti. Ho visto gente in collegamento video su Skype ballare alle 3 di notte. Ho visto donne con le cuffiette rispondere «io e te io e te io e te» ad attoniti camerieri che volevano sapere cosa desiderassero le signore. Ho visto persone serie tentare di squarciagolare senza confondersi tra «altro che Superman» e «altro che il lunapark» e non riuscirci e farmi sentire meno scema, e ne ho viste altre imbroccare la sequenza già al secondo ascolto, rendendomi molto invidiosa.
E insomma io lo so che, dopo tre mesi e trecentoefischia ascolti, dovrei avere, rispetto al disco intitolato Ora, altre priorità, tipo sapere da Lorenzo Cherubini che ostinatamente si fa chiamare Jovanotti se «noi siamo l’elemento umano nella macchina e ci facciamo del male per abitudine» sia un omaggio al Luca Carboni della mia adolescenza, o se «dicono che è vero che ogni sognatore diventerà cinico invecchiando» sia un omaggio al disco della mia vita, quello con la copertina blè. Ma non posso distrarmi: sono impegnata a imparare le regole dell’approccio gerarchico al joedimaggismo, quello per cui le soubrette vanno in ordine di popolarità: prima il Vaticano, poi Lady Gaga.

Io non ci ho capito nulla.
..anch’io l’ho trovato eccessivamente contorto.
Ah,Lorenzo grande disco:si balla,a sto giro
io ho capito dopo aver ascoltato…e nonostante io neghi assolutamente, neghi sempre …il joedimaggismo m’ha fregato una volta di piú!