La storia era raccontata (e illustrata) qui: compro un paio di stivali Chloé sul sito di Luisaviaroma, mi arrivano con le suole impataccate probabilmente da una cliente abituale sui cui resi non stanno a cavillare troppo – tanto ci sarà sempre una disgraziata di cliente saltuaria cui ammollare gli avanzi a prezzo pieno.
Vi avevo promesso un aggiornamento, ed ero anche stata così ottimista da credere che, come insufficiente ma necessaria toppa a una cialtroneria ai limiti della truffa, si sbrigassero a riaccreditare l’importo pagato (ha senso, l’uso del verbo «pagare» in questo contesto? Si paga un bene valutato e comprato; se te ne mandano uno che non corrisponde alla descrizione del prodotto e quindi al prezzo concordato, forse è più corretto dire che l’importo è stato estorto.)
Avrete già capito: figuriamoci. Nei dieci giorni trascorsi da quando il loro corriere ha ritirato gli stivali e glieli ha riconsegnati, non solo non mi è stato riaccreditato l’importo addebitatomi prima dell’invio (se non addirittura addebitatomi quando gli stivali erano ancora ai piedi della precedente cliente), ma non ho ricevuto neanche uno straccio di mail che dicesse «il suo reso è arrivato, prosternandoci ancora in scuse per questa figuraccia che non sarebbe riuscita a fare neanche una merceria di paese la informiamo che stiamo provvedendo a rimborsarla».
Ho anche provato a chiedere loro se pensassero di darsi una mossa o cosa via Twitter, ma non mi hanno risposto. Dev’essere perché twittano in inglese, e io avevo formulato la mia domanda in italiano. Scrivere in italiano a un negozio di Firenze. Santo cielo, sono proprio una provinciale.