Lucia Annunziata e il cabaret (quello delle barzellette, non quello delle paste) dei maschi di sinistra

Avvertenza: questo è un apologo edificante ma in pieno conflitto di interessi. Uno dei soggetti citati è il titolare della piattaforma su cui si trova questo coso che state leggendo. Insomma, è come se domani scrivessi un articolo su D di Repubblica mettendo in dubbio lo spiccato senso dell’umorismo di Carlo De Benedetti.

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Cosa che, naturalmente, non faccio non perché non ho mai sentito una battuta di CDB e non ho idea della loro eventuale qualità, ma perché sono una codarda.

Il maschilismo di sinistra è un tema cento volte più interessante del maschilismo di destra, altrimenti detto maschilismo generalista. Che Ignazio La Russa non riesca a dibattere con la signora De Gregorio senza sminuirla con un «Concitina» (tua sorella, ora e per sempre); che Silvio Berlusconi non si capaciti che Rosi Bindi non sia decorativa come ci si aspetta da una femmina; che, in generale, un uomo di destra sia maschilista, e questo implichi dividere le donne in «cesse» e «fighe» e/o in «madri» e «troie», è prevedibile e previsto. Non so se rieducabile o scusabile, ma comunque nell’ordine delle cose.
Come ho già abbondantemente scritto, non mi sembra degno di nota che ai talk show politici non ci siano ospiti donne (non ci sono donne rilevanti nella politica italiana, perché mai dovrebbero essercene nella sua trasposizione televisiva? Anzi, quando ce n’è una sa sempre tanto di quota-panda, io eviterei anche quella); mi sembra interessante studiare (non necessariamente per emendarlo: per comprenderlo) il meccanismo per cui non ci sono editorialiste al Corriere o donne tra gli autori di Fabio Fazio (dite che ce ne sono due, se non proprio autrici comunque nel gruppo di lavoro principale? Andatelo a dire a quelli che fanno la homepage del sito, e che preferiscono indicare solo gli uomini, anche i consulenti, ma uomini.)

Quindi ieri, per l’interesse antropologico di cui sopra, ho pubblicato in un socialnè minore che frequento questa immagine:

Trattasi dell’istantanea di un pensierino pubblicato su Twitter. Non fa ridere, ma non è questo l’importante. La parte interessante è la riga sotto, e il meccanismo del retweet. Ve lo spiego come se aveste novantacinque anni: il retweet è quel tasto che pigi quando uno ha pubblicato un tweet che decidi di diffondere, di far leggere a tutti quelli che ti leggono, senza bisogno di aggiungerci nulla di tuo. Detta così sembra una totale condivisione del pensiero, ma non è così semplice. Cioè, lo è, ma abbiamo deciso di far finta che non lo sia. Per dire: quando la Canalis stava con Clooney, rituittò non ricordo più chi, un qualche italiano, che aveva fatto una battuta sui capelli di Jennifer Aniston, dicendo che sembravano quelli di Iggy Pop. Nel suo momento di visibilità americana, ElisaBètty sfotteva la fidanzatina d’America. Fu immediatamente scandalo da tabloid (non fate i moralisti: avreste creato il caso anche voi, se aveste avuto delle pagine da riempire), ElisaBètty disse che aveva pigiato per sbaglio, e vabbè. Fatto sta che ormai sono parecchi i pavidi che specificano, sotto il proprio identificativo Twitter, che retweet non significa adesione. Mi sfugge perché uno dovrebbe rituittare una cosa che non condivide. Fosse una notizia, pure pure. Ma una battuta? O ti sembra bella, o cosa diavolo la rituitti a fare?

Insomma, nell’immagine qui sopra c’erano più elementi divertenti, anche al netto dei pettegolezzi sulle smanie rispetto alla direzione dell’Huffington stroncate dalla nomina della Annunziata. Uno era che il maschio sinceramente democratico, per quanto si sforzi, proprio non ce la fa a non dare della cozza fuori contesto. Poi loro vi diranno che è colpa nostra, che anche noi diamo delle cozze a quelle vestite male sui red carpet, a quelle che mettono gli autoscatti su Facebook, a quelle che concorrono a miss in Gambissima, e la tragedia è che è un’obiezione in buona fede: proprio non capiscono la differenza. Per loro l’estetica o è un criterio valido sempre, oppure non lo è mai. Per loro, se critichi le cosce di una che partecipa a un concorso di bellezza, perdi il diritto a poi obiettare nel momento in cui la risposta a «Tizia ha vinto il Nobel per la Medicina» è «Eh, ma è un cesso». Non stiamo sempre parlando di cessaggine femminile? Perché la tua critica non è maleducata e la mia sì? Niente, non ce la fanno.

L’altro elemento divertente era il pulpito da cui veniva il retweet. Nelle stesse ore in cui trovava spassosa e degna di diffusione la battuta sul difetto fisico del nuovo direttore dell’Huffington (anche qui, pulpiti: Gianluca Neri e Luca Sofri sono così acclaratamente i sosia italiani di George Clooney e Brad Pitt che è del tutto superfluo vi linki una loro foto; poi, non vorrei che lo splendore della loro beltà vi distraesse dal ragionamento), in quelle stesse ore, dicevo, Luca Sofri stigmatizzava la prima pagina del Fatto su Napolitano e Grillo con queste parole: «Sapete quelli che a una battuta odiosa su qualcuno ridono sguaiatamente aggravandone la sgradevolezza?»

Siccome le contraddizioni non fanno ridere solo me, un amico, su Twitter, gli ha fatto notare la stessa incoerenza, rivelandomi nuovi e inesplorati scenari. Non c’è solo il maschilismo dei sinceri democratici, l’umorismo becero degli uomini che non esiterebbero un istante a definirsi femministi, il Bagaglino dei compagni che sbagliano. C’è anche la nuova, misteriosissima categoria dell’insaputismo di sinistra, altrimenti detto irrealizzatismo.

(Nel momento in cui scrivo, sei ore dopo essersi reso conto – direbbe lui, in doppiaggese: dopo aver realizzato – di aver a propria insaputa propalato una battuta becera su una signora, il compagno Sofri non l’ha ancora de-rituittata. Insomma, fa ancora bella mostra di sé nella sua pagina. Chissà se è un caso di onestà intellettuale, di pigrizia, o di guilty pleasure: magari la battuta lo fa riderissimo, e ora lo abbiamo inibito e non può ammetterlo.)

aggiornamento: ho sostituito la seconda immagine con una più recente, che include la linea di difesa delle sette di sera, quella in cui Sofri sceglie di stare all’umorismo come Rutelli ai bilanci della Margherita.

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