Nessuno fa le baracconate come la vecchia. Nessuno. E una ragione c’è. Contraria a quella per la quale io mi sono persa a fare altro per tre giorni e ora non mi ricordo più bene cosa volessi scrivere, della vecchia, quali argutissimi agganci tra lei a San Siro e Guzzanti alla tele, lei che fa i Canti dell’Olgiata, lei che è il contrario del PD (nel senso dello stuntman che «faccio tutto tranne le scene pericolose»), quali struggenti aneddoti sulla mia adolescenza infelice durante la quale il disco più ascoltato fu True Blue, quali profonde riflessioni sul tizio che le tira i lacci del corpetto durante Like a virgin in un merge tra Rossella O’Hara e la Julia Roberts dello specchio delle sue brame, e la platea che rumoreggia d’approvazione – gli uomini perché così domata quando gli ricapita di vederla, e le donne perché un punto vita così ridefinisce il concetto di aspirazionale.
Nessuno fa le baracconate come la vecchia, non è solo il «Gaga, suca, io ero burina più di te e da prima di te» con cui ormai gigioneggia sfacciata al Superbowl così come negli stadi delle remote province dell’impero; non è solo la precisazione «e sono pure molto più burina e molto più di lungo corso di Quentin» di quella strepitosa coreografia di calci rotanti e sangue finto e sparatorie kitsch all’inizio dello spettacolo, che basterebbe a mandare in rianimazione fiati da diciassettenni; è tutto un complesso di cose, che si compiono nel superfluo finale, quando torna fuori dopo quel finale perfettissimo che sarebbe stato Like a prayer, non perché allo spettacolo serva un’altra canzone, ma perché all’ex venticinquenne plumpy va di umiliarci con dei pantaloni di pelle coi quali al massimo della nostra forma sembreremmo delle salame da sugo, portati senza bisogno di tacchi che slancino, con delle Converse e una maglietta qualunque, I’m here, I’m queer, ho cinquantaquattro anni e sono di una favolosità che voialtre ve la sognate.
Nessuno fa le baracconate come la vecchia, e nessuno fa i virgolettati come lei. A inizio spettacolo, chissà perché, m’è tornata in mente l’intervista che aveva dato a Videtti, il modo in cui riassumeva la partecipazione al tour del figlio dodicenne, «se vuoi farlo, per te valgono le stesse regole degli altri ballerini» – che detto da un’altra miliardaria dello sciòbìz sembrerebbe «non abbiamo una colf fissa» o altre trovate gentesempliciste da intervista, ma detto da lei tendi a crederci. Poi Rocco arriva e non è esattamente un ballerino, più il figlio della padrona di casa che stringe mani che si tendono dalla prima fila del pit, «Rocco vieni a salutare i signori poi lavati i denti e vai a dormire ché domani hai scuola», tipo, ma non importa, importa solo quanto sia plausibile che lei renda la sua vita un inferno persino più di quanto farà con gli altri collaboratori, con la tigna di chi ha smesso d’essere una ragazza grassa, figuriamoci se può concepire che ci si accontenti di un risultato non eccezionale. Rocco arriva ed è il prototipo piccolo di uno cui da grande chiederanno com’era essere il figlio della più baraccona di tutte, e lui dirà la verità: che dopo la vecchia è stata tutta discesa, e per questo non finirà tanto presto di ringraziare; che, quando cresci con un’etica del lavoro così, poi il resto viene facile.


….ma allo spettacolo della”vecchia” indossava i suoi mitici stivali Chloè?
Sei spietatissima a chiamarla vecchia ma mi hai fatto ridere.
Vecchia è vecchia,ma resta sempre la migliore…
sarà spietatissima ma i primi piani lo sono di più…
Siamo serenamente certe che Alessandro porti gli anni molto meglio.
non importa se ha 54 anni e nessuno ha il coraggio di dirle di smetterla; non importa se 10 secondi dopo la chiusura del concerto era già salita in auto per tornarsene in hotel con tutto il seguito; non mi importa se la versione acustico-melodica di Like a virgin l’abbiamo riconosciuta solo per le parole del ritornello…va bene tutto…ma come ha detto una mia saggia amica:”meno male che ha fatto Like a prayer sennò l’eran cinquantasetteuro buttate via!”.