Due o tre cose che so di me (e le so grazie a lei) (Nora Ephron, 1941-2012)

In quella che adesso mi appare come una luttuosa chiusura di cerchio, nel bar in cui Nora Ephron mi diede appuntamento la prima volta in cui ci parlammo sono tornata un’unica volta, a fare colazione andando a vedere la mostra dei vestiti di McQueen al Met. Era un posto che le assomigliava: una schicchissima panetteria dell’Upper East, la cui clientela aveva soldi così antichi da non avere bisogno di dirselo. Stamattina ho trovato una mail che mandai quel pomeriggio a un’amica, descrivendo la colazione. Si concludeva con «Erano anni che non mi sentivo tanto inadeguata» – sebbene lei avesse uno straordinario garbo nel non farti pesare l’essere più intelligente, più spiritosa, più di buona famiglia. Era il dicembre del 2006, a New York faceva un caldo da aprile, al nostro tavolo si fermò qualcuno a dire cose come «Ho saputo che parti, creandomi un vuoto a tavola al dinner party di venerdì» e lei disse che sì, desolata di perdere la cena ma andava a Londra, e anzi c’era qualcosa che avrebbe dovuto vedere a teatro una volta lì? – e il qualcuno del dinner party era Anthony Minghella, che nel frattempo è altrettanto morto, e mesi fa un’amica mi ha detto «Ormai con te si parla solo di morti», e nel frattempo non è che la situazione sia migliorata, anzi.

Quella prima volta, mi disse una cosa su Philip Roth che credo sia il concetto che mi sono più rivenduta negli ultimi cinque anni, liquidò Isabella Rossellini come «quella che Martin non ha sposato», e disse qualcosa sull’illusione di essere le uniche a non morire, e il momento in cui quella convinzione viene meno. Stamattina ho riletto tutte le interviste che le ho fatto, e la morte c’era sempre, sebbene non me ne fossi resa conto (l’ironia è un dissimulatore efficace, a saperla usare). Ma era solo una delle cose, uno dei molti spunti («It’s all copy», le diceva sua madre, il che dimostra l’assunto che anche la più inadeguata delle genitrici produce nel corso dell’esistenza almeno un paio di aforismi riciclabili). La morte era circondata da un sacco di vita. Una volta, in un’intervista che le feci solo per il gusto di chiacchierare con lei, a proposito di una piccolissima cosa teatrale che aveva scritto per beneficenza, mi aveva spiegato che gli uomini hanno il tempo di governare il mondo perché non lo perdono pensando a cosa mettersi, e io ora non posso credere che non potrò mai più chiederle come la mettiamo, allora, coi maschi ormai più vanitosi delle femmine. In quell’intervista lì dice che non ha mai avuto un grande lutto. Quanto non le fosse dispiaciuta la morte della madre lo avrebbe raccontato poi, in uno dei saggi di I remember nothing, facendosi amare ancora di più, ché «non volevo bene a mia madre» è quasi più tabù di «non voglio figli».

Siccome non era solo la donna che più citavo, ma anche quella che più invidiavo e alla quale più avrei voluto rubare pezzi di dna, ogni tanto le scrivevo per dirle che sarei stata a New York nei tali giorni, e se potevamo prendere un caffè insieme. Lei ogni tanto rispondeva e ogni tanto no, ogni tanto mi si filava (molto sbrigativamente: essere spiccia era la sua più spiccata qualità, o almeno era quella che preferivo io) e ogni tanto no, ma le volte che ricordo con più interesse sono quelle in cui rispondeva ai miei messaggi mentre stavo andando in aeroporto per ripartire. Ogni volta mi chiedevo, senza sapermi rispondere, se fosse così deliziosamente svagata da essersi resa conto in ritardo delle date, o così deliziosamente perfida da aver calcolato alla perfezione il momento per sembrare gentile e disponibile nei confronti della piccola fan che non moriva dalla voglia di incontrare e ops io ci ho provato ma ormai è tardi.

Ci eravamo sentite a novembre, lei era a Los Angeles dalla sorella e l’unica cosa che voleva dalla nostra intervista era che mi sbrigassi. Parlammo un po’, poi mi liquidò per andare a comprare il tacchino da cucinare per il Ringraziamento. Il giorno dopo, su Vanity Fair, lessi un’intervista a Gay Talese di Gabriele Romagnoli. Siccome gli intellettuali di New York sono come i Forrester di Beautiful, tutti imparentati o coscopati, Talese non è solo un genio, ma è anche il cugino di Nick Pileggi, terzo e ultimo marito di Nora. Insomma Romagnoli va a intervistarlo mentre quello firma le copie del nuovo libro, e fa l’elenco dei famosi cui vanno i libri. Ci sono entrambi, una dedica a Nora, una a Nick. Le scrivo una mail chiedendole questa cosa della doppia copia. Sì, lo so che non era molto rilevante, ma mi faceva ridere. Lei mi dà la risposta che potete leggere nell’intervista, e io – come quasi sempre di fronte alle sue risposte secche – penso con rassegnazione che ho fatto l’ennesima figura da scema. Scrivo l’intervista, questione della doppia copia compresa. La settimana dopo esce una sua intervista al New York Times (peraltro un pezzo notevolissimo in cui, a domanda su cosa le piacerebbe aver scritto d’altrui, rispondeva «una qualunque frase minore di Jane Austen»). È illustrata da questa foto. Nello scaffale in basso, la doppia copia di Talese. D’altra parte, la conversazione verteva sull’ultima raccolta di saggi che aveva pubblicato, che prendevano il titolo da quello in cui spiegava che non si ricordava niente, figuriamoci se ricordava i libri in omaggio.

In maggio, qualche maschio di quelli che lavoravano con Fazio e Saviano mi disse che, in una delle puntate dei Monologhi senza vagina che avrebbero fatto su La7, ci sarebbe stato un elenco dei luoghi comuni, roba tipo «uomini e donne non possono essere amici». La mia risposta «dopodiché lei simula un orgasmo e Fazio dice “Quello che ha preso la signora”» fu accolta dal silenzio di chi non riconosce il riferimento, e se glielo spiegassi direbbe che è roba da femmine. Se un giorno vincerò la pigrizia abbastanza da scrivere sette volumi sul fenomeno dei consumi culturali separati, quello per cui quelli maschili sono generalisti e quelli femminili sono per femmine, lo dedicherò a loro. A quelli che non hanno Harry ti presento Sally, nel bagaglio di informazioni di base, ma hanno il Watergate. A quelli con un rilevatore di rilevanza così mal tarato da pensare che sia stata Nora Ephron a essere stata la moglie di un giornalista importante, e non lui a essere lo stronzo fortunato cui accadde d’essere sposato con quella di Heartburn. A quelli che, nell’anno in cui era candidata per Harry ti presento Sally, diedero l’Oscar per la sceneggiatura* a quella stucchevole cagata intitolata L’attimo fuggente, perché vuoi mettere un polpettone di formazione maschile con una donna che ci faccia ridere. A quelli di cui parla Mike Nichols quando dice «Nora was so funny and so interesting that you didn’t notice that she was also necessary.»

*sì, quell’anno c’era tra i candidati anche Woody Allen, per quel sommo capolavoro che era Crimini e misfatti, e anche quella sceneggiatura lì venne considerata non all’altezza di quelli che salivano sui banchi; sì, quell’anno all’Academy bevevano.

Comments so far:

  1. by giulio base on giugno 27th, 2012 at 20:32

    nonostante il tuo essere david vs goliah (fastweb), vedo che hai trovato il tempo per scrivere uno dei tuoi pezzi che ti uncinano e non ti mollano dall’attacco fino alla fine. forse un po’ di merito alla ‘tua’ nora.

  2. by camillo langone on giugno 28th, 2012 at 1:36

    NORA PRO NOBIS

  3. by iltuosposoquelloricchione on giugno 28th, 2012 at 2:22

    ti odio quando non rispetti quella legge del giornalismo secondo cui «No writing longer than an average person can read during an average crap.» Eppure.

  4. by soncinologist on giugno 28th, 2012 at 10:22

    «Soncini scrive una cosa, e quella attecchisce» (cit.)

  5. by fan on giugno 28th, 2012 at 10:58

    A me sarebbe bastato anche solo il “bouquet di matite ben temperate” in “c’è posta per te” per adorarla. Grazie per il bellissimo post da una fan.

  6. by Maurizio on giugno 28th, 2012 at 11:09

    Ho sempre trovato Harry etc.. una pessima imitazione di un film (mediocre, non certo Crimini e Misfatti o Manhattan) di Woody Allen. L’ho rivisto recentemente e me ne sono convinto ancora di più. Non fosse stato per la scena che tutti citano oggi non se ne ricorderebbe nessuno.

  7. by Guia Soncini on giugno 28th, 2012 at 11:11

    Deve essere molto riposante non capire un cazzo, caro Maurizio. La invidio tanto.

  8. by olivia on giugno 28th, 2012 at 11:22

    in televisione lavora davvero qualche uomo a cui bisogna fare una didascalia di ‘quello che ha preso la signora’ ?

    maurizio, stamo a scherza’ ?

  9. by Maurizio on giugno 28th, 2012 at 14:22

    Commentare sul suo blog, cara Guai, è veramente tempo perso. Non capire un cazzo è frequentemente una questione di punti di vista. Insultare così per un commento mi pare inoltre largamente fuori misura.
    Cara Olivia, invece: una battuta, per quanto ben scritta e pensata, non salva un film. Il parere mio è sull’intera sceneggiatura. Anche le vacate più colossali spesso hanno almeno due o tre righe buone o a volte pure ottime fra l’inizio e la fine.

  10. by bardobazzicabovi on giugno 28th, 2012 at 14:46

    1)si è dimenticata gli impareggiabili”insonnia d’amore” e “C’è posta per te” ( evidentemente chi ama questo film non ha mai visto “scrivimi fermo posta”
    2) Ma fazio non l’ha mai invitata a presentare i suoi libri?
    3)Perchè offende chi non condivide i suoi augusti pareri?.
    Non è poi così spiritosa.

  11. by Guia Soncini on giugno 28th, 2012 at 14:59

    Eravamo giusto qui in attesa che quella nicchia indie denominata Ernst Lubitsch venisse illuminata da un commentatore dell’internet. Ora non le resta che andare dalle lettrici di Helen Fielding e illuminarle svelando loro l’esistenza di Jane Austen: non sanno niente, quelle sciagurate.

  12. by bardobazzicabovi on giugno 28th, 2012 at 20:48

    oddio di nuovo colto in fallo: l’unico Fielding che conosco è Henry, in quale nicchia mi metterà?

  13. by Guia Soncini on giugno 29th, 2012 at 0:57

    La nicchia di chi invece di studiare passa il tempo a inventarsi nomignoli e mail per la smania partecipativa di dire la sua su temi che, appunto, non ha studiato.

  14. by simona on giugno 28th, 2012 at 23:51

    Immensa Nora. A me basta MEG che ripete all’ex principessa spaziale, “tanto lo sai che non lascerà mai la moglie” e lei che risponde “lo so lo so certo che lo so”.

  15. by camillo langone on giugno 29th, 2012 at 0:50

    testiculos semper in duos eunt

  16. by Simone on giugno 29th, 2012 at 12:21

    Non dico il senso dell’umorismo, ma il senso della leggerezza dello scazzo da commento a un blog, mai nessuno. Mai.

  17. by Manuela on giugno 29th, 2012 at 14:10

    Ma sì, altro materiale: i commenti ai blog come i brownie di Lena Dunham.
    Avrà provato questi?

    http://www.joyofbaking.com/katharinehepburnbrownies.html

  18. by olivia on giugno 29th, 2012 at 15:52

    evidentemente cosa ?
    la sceneggiatura di scrivimi fermo posta potrei sciorinargliela qui e ora.

  19. by leo on agosto 17th, 2012 at 14:37

    segnalo questo
    http://thatguywiththeglasses.com/videolinks/team-nchick/nostalgia-chick/32379-sleepless-in-seattle-vs-when-harry-met-sally

  20. by Attilio on gennaio 30th, 2013 at 14:35

    Il suo articolo è molto bello, l’avevo letto quando lo pubblicò e ci sono ricapitato per caso.
    “L’attimo fuggente” ha davvero vinto contro quei due, che viltà.