Everything is copy, ma everything che decido io

Sul New York c’è un pezzo di bravura assoluta di Frank Rich sulla morte della sua amica Nora Ephron, in cui lui cerca di farsi una ragione della morte di lei ma, come per l’amore finito di Cocciante, una ragione non c’è mai. Lui dice che non riesce a farsi una ragione del silenzio, ma si capisce (credo lo capisca persino lui) che è un pretesto. È come in quella canzone, appunto, come quando uno ti molla, appunto: ti illudi che se ti desse delle ragioni precise non ci staresti altrettanto male, ma è solo perché sei inscemita dalla sofferenza. L’inaccettabile verità è che There’s no closure, come dice lui usando una parola di quelle che mi ricordano che lingua povera sia l’italiano.

“She didn’t like surprises, except happy ones,” Streep said of Nora while fighting back tears. “And she didn’t want ever to be caught unawares. But she really did catch us napping. She pulled a fast one on all of us. And it’s really stupid to be mad at somebody who died, but somehow I have managed it.” Finding that she had been on Nora’s “Exit” list of speakers, Streep said, left her feeling “so privileged and so pissed off and so honored and so inept all at the same time that I can’t help thinking that this is exactly what she intended.” 

Il fatto è che Rich parla una lingua diversa da quella che parlava lei, e quindi c’è l’equivoco di fondo che c’è sempre tra queste due popolazioni: quelli che per mestiere scrivono del mondo fingendo un pudore dell’io, e quelli che per mestiere scrivono “io”.
Ripercorre molta parte della sua opera, e della quantità di cose di sé che aveva voluto condividere col mondo: il divorzio, l’invecchiamento, la morte della madre – e allora perché la propria imminente morte no?
Negli anni ho constatato che, molto più di chi fa il gelataio o il chirurgo o il pilota, questa difficoltà a comprendere il concetto di io narrante ce l’hanno quelli che scrivono. Che scrivono di cose serie, di cose da maschi, di cose oggettive (come se ne esistessero). Se racconti tutto, perché non vuoi raccontare questo? Se questa cosa è andata così, e io lo so perché c’ero, perché l’hai raccontata cosà?
È una specie di incomprensione dell’elementare concetto di filtro, che non riguarda solo ciò che uno vuole o non vuole svelare di sé (nessuno svela mai niente: non si dice la verità quando si scrive sul diario col lucchetto, figuriamoci se si dice la verità in un qualcosa per cui si emette fattura), ma anche – banalmente – ciò che funziona o no sulla pagina.
Se non c’è un autore che decide cosa sì e cosa no, cosa tagliare, spostare, modificare, aggiungere, allora non è narrativa o saggistica o new journalism o gonzo o come diavolo avete deciso di chiamarlo questa stagione: se non c’è filtro, è un’intercettazione. Che è un genere letterario, per carità, ma difficilmente lo si pratica ai danni di se stessi, a parte i concorrenti di reality (i personal essays risultano ostici agli editorialisti seri quanto i reality gettano in confusione i critici televisivi, che passano una vita a dire che è tutto scritto e poi credono alla sorpresa di Simon Cowell quando Susan Boyle comincia a cantare).

(Quelli che scrivono le cose da maschi, dicevo. E voi avete pensato: e allora Hitchens? L’ha pensato anche Rich, che dice che Nora chose the un-Hitchens way to go, ma lo capisce anche lui che la differenza è di opportunità: il declino fisico di Hitchens era visibile, e lui non era tipo da starsene un anno chiuso in casa; nessuna delle persone intorno a Ephron eppure ignare delle sue condizioni di salute ha notato nulla fino all’ultimo.)

She hated complaining. She did not want to become her ­cancer. She did not want her illness to change the weather of any room she entered. She did not want to spend ­every day fending off an onslaught of concerned questions. She didn’t want to be thought of as a lesser person. She did not want friends to see her falling apart. 

Non lo capisce, ma lo capisce. Perché è una cosa talmente ovvia. Perché capita anche con le cose sceme, dallo stare a dieta in su. Perché Salinger aveva torto: non è perché poi ti mancano tutti, che non devi mai raccontare niente a nessuno, ma perché poi ne vorranno parlare anche quando a te non andrà.

Racconta una serata, Rich, che Nora e Nick invitarono lui e la moglie a trascorrere a casa loro. Era morta la cognata, la sorella della signora Rich, loro erano molto giù, e Ephron e Pileggi furono deliziosi e li confortarono molto e ripensandoci nelle settimane successive i Rich hanno capito che quella cena aveva avuto una gran parte nel loro processo di elaborazione del lutto. Poi però tre mesi dopo lei è morta, e lo sapeva già che sarebbe successo, e allora non era vero niente, we realize that the intimacy, on that night at least, was a one-way street. Which is ­exactly what Nora intended.
Credo sia quel che si intende con bugia bianca, o peccato d’omissione, o anche, semplicemente, rapporti tra adulti. Hanno segreti. Li abbiamo tutti. Persino al Grande Fratello ci sono una regia e un montaggio, figuriamoci se nella vita si può invocare la completa trasparenza (che peraltro sarebbe ingombrantissima). Siamo troppo grandi per offenderci perché gli altri non ci hanno detto tutto, che quel tutto sia quanto guadagnano, con chi sono andati a letto, o che stanno per morire. Ma forse non lo siamo abbastanza per non offenderci di quella somma ingiustizia che è il fatto che si muoia.

Comments so far:

  1. by Isa on agosto 21st, 2012 at 16:27

    Vorrei riscrivere per me sei boh la migliore però seriamente.

  2. by cristiana on agosto 21st, 2012 at 16:47

    wow

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