In questo periodo sto scrivendo una cosa piena di riferimenti cinematografici, il che mi ha fornito la scusa perfetta per passare agosto a vedere roba bella. Roba bella ovvero film italiani, che in una certa collocazione temporale, neanche breve, non è stato un ossimoro. Rivedendo cose che da piccina mi sembravano capolavori e la critica già stroncava come film del declino di autori che non avevano più niente da dire (non che sia prerogativa italiana: mi ricordo quando sospiravano «Non è più quello di una volta» di Woody Allen, e lo sospiravano riguardo a sommi capolavori come Hannah e le sue sorelle, mica parlando di Vicky e il canile di Barcellona), rivedendo roba come La famiglia, per dire, o anche meraviglie più antiche come certi Germi o Dramma della gelosia o La ragazza con la pistola, mi sono rifatta una domanda che ogni tanto torno a pormi senza soluzione, un po’ come quando t’interroghi sulla fine di un amore e, lo sapeva già Cocciante, non c’è mai una ragione. (I sistemi industriali dovrebbero seguire percorsi più logici delle storie d’amore, ma ora non cavilliamo ché già mi sto perdendo in premesse.)
La domanda, i miei sveglissimi lettori l’avranno già intuito, è: cos’è successo? Com’è possibile che questo pochi decenni fa fosse un paese che produceva uno star system e delle sceneggiature che erano macchine da guerra, e oggi quello stesso paese produca La bella addormentata? (Sì, avete ragione, sto barando: questa domanda non era formulata così, era agosto e al Bellocchio proprio non ci pensavo, non ci ho pensato fino a stamattina, ma ci arriviamo tra poco.) Forse aveva ragione Favino, che quando glielo chiesi rispose che «il problema non è il Fus: è il piano Marshall». Forse è colpa del crollo delle ideologie, invece di tutelare Cinecittà dovevamo adoperarci per conservare il muro di Berlino.
Insomma il guaio è che stanotte ho visto il discorso di Michelle Obama. Ho fatto le sette di mattina, quand’è suonata la sveglia volevo tagliarmi le vene con un dvd di Silvio Muccino piuttosto che andare a vedere Bellocchio, ma avevo promesso e quindi sono andata. Sono arrivata in ritardo, sono entrata in sala su una scena di quelle intorno alle quali è impossibile non vedere e sentire il set, tutto, dagli elettricisti alle indicazioni di regia: «Isabelle, qui parli tranquillamente e mentre parli ti esce con straziata naturalezza una lacrima. Grande prova d’attrice. Primo piano. Vedrai se non ti faccio prendere una Coppa Volpi.» E già vi sento obiettare che come puoi dare un giudizio su un film di cui hai visto solo un’ora, ma beati voi, che non avete frequentato abbastanza festival da sentire quanto russano i critici che poi all’uscita decretano «Capolavoro», o «Cinema con la C maiuscola», o analoghi sdilinquimenti per film che vedranno i parenti della troupe (e solo quelli più stretti). Io quell’ora di Bella addormentata l’ho vista da sveglia, che è più di quanto si possa dire di quelli, è come se già avessi letto gli articoli, che domani loderanno le intenzioni.
Il guaio è che c’è molta ma molta più regia e sceneggiatura e recitazione e senso dello spettacolo (presente? quella cosa che fa la differenza tra il cinema e il DipartimentoScuolaEducazione, sono sicura che ve lo ricordate, un tempo ce l’avevamo anche noi, voglio dire, siamo stati il paese di Fellini, prima di essere il paese dei contenuti), dicevo, c’è molta più storia raccontata e sapienza nel raccontarla nella mezz’ora della Mom-In-Chief che parla al congresso di partito, di quanta ce ne sia nel film civile dell’anno. Il che è un problema, se non vogliamo applicare la mozione Diaz e decidere che qualunque tesina da scuola di cinema va bene, purché sia per una giusta causa. Se non vogliamo stabilire che un film pieno di buone intenzioni va lodato comunque, come i bambini che non ci arrivano ma si applicano. Se vogliamo ancora – per piacere, per cortesia – far finta che il film sia quello che vedo sullo schermo, non quello che mi racconti in conferenza stampa.
E il film sullo schermo è un’eroinomane calata direttamente dal 1993, con lo smalto grunge (che nessuno in ospedale le ha tolto dalle unghie) e il reggiseno nero sotto il camice da ricoverata, e neanche uno straccio di consulente che abbia detto ai prodi sceneggiatori «Eroina? Ma una droga più contemporanea non ce l’abbiamo?»; il film sullo schermo è un bagno turco in cui si ritrovano deputati e senatori, con tre file di candele intorno alle vasche e, in quel bell’ambientino umido, schermi piatti per vedere il tg, e solo i romani son capaci di scrivere una Roma che è inverosimile pure per uno spettatore dell’Arkansas, e neanche un consulente che spieghi loro la differenza tra le trattative per un voto parlamentare e il bullismo nei corridoi di una terza media; il film sullo schermo è il ventenne teoricamente figlio di una francese e di uno con la dizione da Accademia che parla come potrebbe parlare il figlio di Verdone, e dimostra l’età di quello che sullo schermo sarebbe suo padre (Gianmarco Tognazzi) la cui sullo schermo moglie (Isabelle Huppert) ci metti tre scene a capire che è tale perché anagraficamente sembra sua suocera, e non si vedeva tale miscasting da quella volta che la Ceccarelli era l’aspirante attrice che cercava l’aiuto dell’affermato Lo Cascio, che dimostrava una quindicina di anni meno di lei (sì, anche Mrs Robinson e Benjamin erano pressoché coetanei, ma siccome Nichols sapeva fare il suo lavoro sapeva che l’importante era che non sembrassero coetanei; ché, appunto, il film è quello che vedi, non quello che c’è scritto sulla cartella stampa, date di nascita degli attori comprese.)
Ma tutto questo non conta e non conterà, né nelle recensioni di domani né nei premi (oddio, speriamo, se ripenso al capriccio che piantarono all’ultimo Bellocchio non premiato, a quanto ruppero i coglioni al mai abbastanza rimpianto Monicelli, se ci ripenso vengo travolta da un tale imbarazzo che per risparmiarmi la replica spero lo coprano di premi, questo accrocco in cui persino Servillo riesce a sembrare un cane.) Tutto questo non conta perché la tesina è lodevole: ognuno è fanatico a modo suo, ci sono casi in cui non esistono posizioni giuste, la complessità del reale, tanta rava, poca fava. Non è neppure una tesi sciocca, a saperci fare un film. Alexander Payne con una tesi analoga fece Citizen Ruth, il miglior film della propria carriera, per dire. Sarà stato merito di Harvey Weinstein, e della sua spiccia disposizione a distribuire film e non buone intenzioni. Prestateci almeno lui, se proprio Michelle non ha tempo di fare la guest star nelle pellicole d’impegno civile.


” il film è quello che vedi, non quello che mi racconti in conferenza stampa”
(ce lo dovremmo ricordare tutti. sempre).
Già il fatto che uno debba raccontare un film (nel senso proprio della trama) in conferenza stampa mi dà la misura di quanto sia fatto male un film — se me lo devi spiegare prima che io lo veda molto probabilmente qualcuno tra sceneggiatori, regista e interpreti (quando non tutti insieme appassionatamente) ha fatto male il proprio lavoro.
Non ho visto la conferenza stampa, ma non serve: non credo abbiano raccontato la trama, credo si sia parlato del caso Englaro e dei punti di vista sul caso. Solo che non è un documentario.
La ragazza con la pistola, rivisto due sere fa. Mioddio, che meraviglia.
Grazie per il rispolvero, stai facendo un gran lavoro di riscoperta classici (grandi tuittate perlopiù) e non vedo l’ora che esca “la nuova cosa piena di riferimenti”. Io ci farei proprio una rubrica settimanale, una roba tipo cosa andarsi a ripescare dall’angolo vhs mai buttate invece di andare al cinema stasera. Sarebbe una cosa utile, soprattutto in tempo di crisi.
Quando rivedi scene epiche ed interpretazioni stanislaskiane applaudevoli passate (io sono una fanatica di Gian Maria Volontè) non riesci a capire come cerchino di farti passare per roba buona ciò che roba buona non è. Io ammetto di aver apprezzato film (sì, Sorrentino) che non valevano il tappo della bottiglia da cui beveva Tognazzi sul set de La Grande Abbuffata.
Vabbè, aspetterò di vedere per valutare, ad ogni modo hai detto “riesce a sembrare cane”, perchè lui, Toni Servillo, ammettilo, non lo è.
Quasi nessuno è cane in sé: Stefania Sandrelli è stata perfetta in tre o quattro dei più bei film italiani di sempre, ed è lo stesso essere umano del Grande canile; Verdone è riuscito a far recitare Eleonora Giorgi; eccetera.
É accaduto il ’68. Quelli buoni sono stati educati prima.
“Tu sei di quegli uomini che da giovani non sono un granché, ma col tempo peggiorano.”
No dai, non si può paragonare Stefania Sandrelli a Toni Servillo! Quella s’è scasciata subito con le marchette, non vedeva l’ora.. Io quel caso di Eleonora Giorgi lo vedo più come un’installazione guidata. Vabbè, opinioni. Ognuno dentro di sè avrà un intoccabile che guai, il mio è Toni. Lo difenderò dalle paure delle ipocondrie e dagli sbalzi d’umore, e se fosse il caso (dio non voglia) da un danaos.
Ps- sono curiosa degli eccetera
Silvia, adesso, va bene tutto, ma la Sandrelli ha fatto Divorzio all’italiana e La terrazza, e – soprattutto – C’eravamo tanto amati e Io la conoscevo bene. Avercene, Sandrelli dirette da registi capaci.
(Per gli eccetera chiederei l’aiuto del pubblico, è pieno di gente strepitosa una volta e poi mai più, o che lo è solo diretta da certuni, ma io sugli esempi son negata. Kate Hudson in Almost famous, per dirne solo una.)
innanzitutto: come sei brava! non avevo mai letto l’intervista a favino, per la prima volta sei riuscita a far dire qualcosa di diverso a uno che nelle sue apparizioni pubbliche farcisce talmente i suoi discorsi da risultare stucchevole.
secondo poi, hai ragione. il problema non sta solo nel fatto che tu me lo spieghi in conferenza stampa il film, ma che me lo spieghi mentre il film stesso scorre. ché io lo vedo e lo sento che tu regista mi stai spiegando quanto sei stato bravo e giusto ad aver fatto un film del genere, lo percepisco dai sospiri che fai fare ai tuoi attori, dalle inquadrature, dalle musiche che presagiscono il dramma. riuscire a raccontare storie senza “vergognarsi” di fare spettacolo, forse sarebbe già uno spunto da cui ri – partire.
Non intendevo paragonare Sandrelli/Servillo in bravura! Non sia mai e poi mai! Intendevo dire che Servillo non ha mai fatto robe come il bello delle donne, invece la Stefania pareva non vedesse l’ora.
Ma non sono due carriere paragonabili, su. La Sandrelli ha fatto Divorzio all’italiana a quindici anni, ha attraversato da protagonista tutta la stagione in cui il cinema italiano è stato grande e dopo non ha avuto voglia di ritirarsi. Servillo ha cinquantatré anni e fino ai quarantacinque non lo conosceva nessuno.
Per sbaglio avevo letto: Servillo ha 53 anni e fino ai 55 non lo conosceva nessuno. Mi suonava sensato uguale.
Per gli eccetera: Tom Cruise nel breve intermezzo di Magnolia (quello in cui fa la parte del guru di “seduci e distruggi” ).
In questo periodo anche io sto rivedendo cinema italiano anni sessanta e settanta. Uno su tutti Petri.
Ma io adoro anche quelli di genere, tipo il milieu (lo chiamano così, comunque una trilogia) di Fernando di Leo. Film che hanno un sapore unico. Amarissimi, quasi chandleriani.
Ieri sera una chicca: “Hanno cambiato faccia” di Corrado Farina. Grottesco, sardonico, ma attualissimo.
Basta che ci sia atmosfera anni settanta e vado in brodo di giuggiole, colpa dell’imprinting.
Non so rispondere alla domanda, ossia dove sia andato certo cinema italiano, ma sono con te, ti do ragione. Non c’è più.
I critici che alle anteprime dormono… uhhh… un classico. E infatti poi si vede dalle recensioni che scrivono.
C’è da dire che a volte certi film conciliano particolarmente.
Ciao Guia.
Senti io lo amo, come te lo devo dire?! Io amo anche Morgan Freeman, che prima di A spasso con Daisy dove stava?
Un attore si crea una reputazione con i film (ma anche teatro, tv, pubblicità) che sceglie di fare, e per me la Sandrelli (passati gli anni gloriosi) ha scelto male.
A proposito del discorso della sig.ra Obama, l’hai capita la differenza qualitativa fra quell’”He believes that women are more than capable of making our own decisions about our bodies and our health care” e “le donne devono stare a casa con i figli a cucinare e fare la calza”? Io no. Me la spieghi?
Non avevo intenzione di andarlo a vedere ma ora dopo il tuo giudizio sono curioso di vedere Servillo in versione cinofila.
Consentimi un appunto, non si può giudicare un film senza averlo visto tutto sin dall’inizio. Non é un porno che uno anche se salta il preambolo capisce come va a finire.
In merito alle recensioni per la Aspesi “entra nella ristretta rosa dei candidati al Leone d’oro” e ahimè sottolinea come il regista sia rimasto colpito dalla conclusione della vita di Martini.
A quello qui sopra, IloveSonc e altre fantasiose variazioni di firma, ogni tanto approvo un commento. Lo faccio per voialtri. Per la vostra autostima. Perché capiate che, anche nelle vostre giornate peggiori, c’è sempre qualcuno che vi batte in scemenza.
Eleonora Giorgi in Mia moglie è una strega è da Coppa Volpi.
Il problema del cinema italiano è tutto nei messaggi di Silvia che deduco essere una sua amica in quanto non l’ha ancora cazziata per tutte le sciocchezze che ha scritto.
Il problema del cinema italiano è considerare superiore “io sono l’amore” o “Cosa voglio di più” rispetto a “Tre metri sopra al cielo”.
La Sandrelli non è che si è svenduta (dio che parole che mi fate usare) perché ha lavorato con Losito, ma perché ha lavorato nelle fiction di qualità (canina).
Servillo è bravo nei film belli e non funziona nei film di Qualità come tutti.
L’unico in Italia che funziona sempre è Lorenzo Bentivoglio.
Aiuto del pubblico: Laura Morante senza Moretti.
In “Mean girls”, Tina Fey ha scelto per il ruolo della madre Amy Poehler (1971) mentre, per il ruolo della figlia Rachel McAdams (1978).
Ma non sarà che in Italia quelli che non sono commissari tecnici della nazionale sono critici cinematografici?
Opale, che ridere.
Tutta colpa mia quindi! Non ho mai considerato superiore niente di ciò che hai detto, per esempio, e della Sandrelli ho detto esattamente che ha scelto marchette televisive che l’hanno declassata (ai miei occhi e non dell’umanità)
Ora definiscimi film bello e film di qualità e dimmi dove Toni Servillo non ha funzionato. Di Laura Morante non mi interesso molto ho apprezzato molto in Ferie d’agosto.
E a parte tutto, chi cazzo è Lorenzo Bentivoglio?
mi sembra che la sua critica sia puramente estetica. il che non mi stupisce, nessuno di noi può essere un critico imparziale, quindi lei giustamente rivendica la sua, di parzialità.
mi va di commentare, perchè il suo post mi ha fatto pensare.
premetto che l’ho visto per lavoro anche se non sono una critica, e che sono entrata in sala senza saperne praticamente nulla (le partigianerie italiote mi fanno ridere, mi piace di più pensare con la mia testa).
detto sinceramente, la questione del reggiseno nero ha dato fastidio anche a me. sotto il camice dell’ospedale la lingerie sexy fa ridere (e anche un po’ innervosire), diciamo che richiama un altro genere di pellicole.
però discuto il fatto che il film sia solo quello che si vede sullo schermo. per me funziona che vedo un’immagine sullo schermo che fa risuonare qualcosa, nella memoria, nella sensibilità… e l’eroinomane (certo lo smalto grunge è anni ’90 e non alla moda) risuona tantissimo nell’immaginario colletivo di questo Paese, dove “il drogato” è proprio il bucato, lo sfigato che ti ruba i soldi, quello da cui stare alla larga (se non da mettere al muro, perchè no). ed è proprio la tossica che si risveglia, lei che, almeno per come l’ho vista io, è portatrice di umanitò, e che rappresenta (ecco il cinema è anche simbolico, o semplicemente metaforico) la strada, la polvere che si mette sotto al tappeto che polvere non è, e che poi ad un certo punto esce perchè sotto il tappeto non c’è più spazio.
mi è piaciuto molto nel film anche la storia della hupert, sì la famiglia non funziona esteticamente, è vero. ma l’ho trovato coerente. la hupert rappresenta benissimo il cattolicesimo italiano, quello estremista, puramente estetico, che non vede l’umanità, non conosce affetti, ma solo la rigida esecuzione della liturgia.
e poi le scene dei parlamentari. certo non sono realistiche, ma sono visivamente molto ben fatte, e poi mi sono sentita immersa proprio in un’atmosfera umida, pesante, immobile (e qui sinceramente non la seguo, io non mi sono chiesta come facessero gli schermi al plasma a funzionare anche in un ambiente bagnato… questa è un po’ troppo spinta no?).
un’ultima domanda: non è che è entrata in sala con il piede sbagliato?
Mah. Io la farei un po’ più semplice. Ci sono film che ci piacciono e film che non ci piacciono. Come succede con i libri. Con il cibo. Con le scarpe. E’ una questione di genere, e poi anche di storia, di realizzazione. E interpretazione certo. Non si può paragonare un film di Bellocchio all’ultimo Batman. Sarebbe come paragonare un paio di Labutin alle Clark. A me il basilico piace da matti e il coriandolo invece fa cagare. Ma non c’è un perché, è così.
La riduzione a questione-di-gusti, come arma dialettica, è quasi più da mungersi le ginocchia della riduzione a Hitler. Conosco uno che in questi casi risponde «leggetevi i trattati di estetica», che il dio delle soluzioni semplici lo benedica.
Per gli eccetera: d’accordissimo con la Sandrelli. Aggiungerei Ornella Muti nei film di Ferreri.
ma la citazione di Rocco (Smitherson) e i suoi fratelli (Loche, Masciarelli etc.) l’ho riconosciuta solo io??? E LA POETICA DEL VIAGGIO E DELLA FUGAAAA LA CRISI DEI VALORI E DELLA PRIMA RUGAAA ED IL CONFLITTO CON IL PADRE E COL BIDET XD p.s. 20 anni fa e ‘n’è cambiata una mazza
Io dalla domanda del perché il cinema italiano fosse il più figo del mondo e poi sia diventato ‘sta pippa sono ossessionato da u po’, e la pippa di risposta che mi sono dato è la seguente.
Il cinema è “craft”, come fare sgabelli o un iPod: ci si mette lì, un gruppone di gente che sa fare bene cose diverse, e lo si monta. Uno lo scrive, un altro lo gira, uno lo produce, e via andare. È un prodotto industriale e in buona parte il suo successo è misurato da quanta gente è disposta a scucire danari per l’esperienza. Questo nel mondo normale, di cui l’Italia faceva un tempo parte.
Nel mondo delle pippe, di cui fa parte oggi, il cinema è “arte”, è “cultura” (Goebbels docet), e l’arte e la cultura non si quantificano, tantomeno la si fa misurare con quella zozzeria che è il “pubblico”, mioddio, cosa siamo, ammericani?
E, anche, l’arte è, hegelianamente (e poi Croce e poi Gentile), il genio che dialoga con Dio, e se son genio che dialogo con Dio mica vorrai dirmi che i miei dialoghi fan piangere i morti? E quindi il film me lo scrivo, me lo dirigo, me lo monto e magari lo produco pure. E quando vado a Venezia mi faccio chiamare “maestro”, così siamo io, Gesù e Abbado.
Quelli buoni a far tutto son 5 (ovvero Moretti e altri 4 che non saprei), e non si costruisce un sistema industriale su 5 geni.
Il tutto si riassume in due domande: Spielberg quanti film ha scritto?
E Age & Scarpelli quanti film hanno diretto? Esatto.
Basta, fine della pippa.
Ciao.
Mah, questa cosa dello scriverseli la dicono un po’ tutti, a me sembra abbastanza insensata. Perché i film se li scrive Allen, se li scrive Crowe, se li scrive Richard Curtis, se li scriveva Billy Wilder, eccetera. E perché parecchie porcherie viste in Italia non sono mica scritte dal regista (questa, per dire, è scritta da assòreta.)
Non so, magari c’hai ragione, magari non è quello il punto, lo citavo perché mi sembrava, forse, un esempio del vero problema, cioè il rifiuto di considerarsi un mestierante e dire, con la faccia seria, “noi artisti”.
Il problema della fondamentale incapacità di assestare la natura del lavoro che si fa, che non è di predicare ma intrattenere. Questa idea che se fai intrattenimento ergo non stai facendo cultura è un fraintendimento letale e totalmente accettato, e qui non mi metto a citare i fighissimi pezzi di Baricco perché so che tu sai.
Magari un esempio più calzante è: se Steven Zaillian scrive un film e il produttore poi fa fare una riscrittura a Sorkin, a nessuno viene in mente che sia lesa maestà: è il mestiere che fanno.
Ora, prova a immaginarti simili situazioni con un Bellocchio o un Sorrentino.
Non è certo perché Zaillian e Sorkin (e Wells e Ephron e altri) manchino di ego: è perché non pensano di essere colleghi di Michelangelo e Mozart. Sanno che mestiere fanno.
In Italia no. In Italia, cultura e C maiuscole. Hai presente il recente episodio di Louie, quello col bambino ciccione che gli butta il tappeto dalla finestra e poi dice: “Mia mamma dice che non posso fare mai niente di sbagliato perché amo me stesso”? Ecco. A guardar certi film sembra che i registi italiano c’abbiano avuto tutti una mamma così.
Ps: io ormai son fuori dal giro, ma son sicuro che mi puoi confermare che in Italia si sentiva forte l’urgenza di un inserto culturale “Che sarà sincero, anticonformista, senza inibizioni”. C’han pure i “poeti narrativi”, dico.
Arrivo in larghissimo ritardo sull’evento, ma mioddio, il “manifesto della generaztion TQ” è meraviglioso. Poi dice che c’è la crisi della satira…
“Ragazzi, se la realtà fosse così”
concordo in pieno, ma… TI E’ PIACIUTO SIDEWAYS????????
(paradiso amaro non c’ho nemmeno provato).
con immutata stima
Adesso faccio la parte del trombone se collego tutta quest’arte del cinema italiano alla crisi dell’industria cinematografica. Cinecitta’ sta morendo (ed io ci ho lavorato 10 anni prima di scegliere volontariamente l’altra sponda dell’Atlantico) anche perche’ a furia di gridare allo scandalo di fronte a certe bellissime produzioni fracassone (che quelle si che muovoni i denari) ci si e’ ridotti a girare interi film all’interno di una sola stanza (dell’appartamento di mamma’). E quindi addio pose, addio scenografie, addio costumi. Adesso gli stessi soloni lanciano distratte invocazioni a difesa dei posti di lavoro, scomparsi anche grazie al pensiero debole dei film autoriali. Insomma il cinema e’ industria, e’ lavoro e ricchezza. Ma questo del cinema e solo uno dei tanti esempi di come in Italia sia stata scelta scientemente la strada del declino. Insomma se tutti questi intellettuali avessero rinunciato al loro solipsismo ed al loro desiderio narcisistico d’essere riconosciuti come contemporanei maitre a penser ma avessero riconosciuto l’importanza del loro lavoro forte all’interno della filiera dello spettacolo, se avessero rinunciato per un attimo alla loro intrinseca tristezza (senza necessariamente scendere nel cinepanettone) ne avremmo guadagnato in molti anche rinunciando a qualche riposino in sala.
cosa è successo?
gli attori invece di recitare sussurrano – questo è successo!