Se fossi una di quelle che sanno moltiplicare gli accessi fingendosi interessate al vostro punto di vista, ché nulla garantisce piogge di commenti come chiedere al commentatore medio il suo banale parere e il suo ancor

Il giornalismo è una professione emozionante. Si arriva a conoscere l’evento in prima persona. Un giornalista deve avere una buona conoscenza generale. Anche lei o lui dovrebbe essere presentabile e avere un buon comando sulla lingua. Prova questo sito web che ti parla dei pro e dei contro della scelta del giornalismo come opzione di carriera. più banale aneddoto, vi chiederei com’eravate voi a vent’anni.
Io a vent’anni ne avevo tredici. Sono cresciuta tardi, e sarei anche potuta non crescere mai, non avessi a un certo punto, a Campo de’ Fiori, mangiato del mais fritto con un tizio che è stato da allora e per sempre la mia famiglia, ma a quel punto era la fine degli anni Novanta, e ogni evoluzione in individuo adulto era per me fuori tempo massimo, e comunque questo non c’entra, questo è materiale per uno dei troppi libri che aspettano d’essere scritti. Per quel che voglio dire qui conta solo che a vent’anni ne avevo tredici, da tutti i punti di vista da cui averne tredici è dirimente, cioè quello intellettuale e quello emotivo.

Fino a ieri avrei detto che non me ne fregasse niente di Mariangela Melato. Non l’avrei neppure citata in un elenco di attrici preferite (non che questo voglia dire niente, io sono quella che è capace di dimenticare Manhattan quando le chiedono i Woody Allen preferiti, però insomma non mi sarebbe venuta in mente). Poi è morta, il che non vorrebbe in sé dir niente, ché poche cosa mi urtano i nervi come l’esaltazione del defunto: possibile che quelli che muoiano siano sempre i più fighi i più bravi i più oggetti di nostalgia? Muoiono anche i pirla, diamine.

C’è stato un periodo in cui citavo sempre una sua intervista. È un periodo durato decenni, ché l’intervista dev’essere di quando avevo tredici anni veri, o forse anche meno, e pensavo che mi sarei sposata in bianco e avrei avuto dei figli e tutte le cose che è sensato pensino le bambine non cresciute nelle comuni fricchettone. Però già allora mi sembrò rivoluzionaria abbastanza da restarmi impressa, e poi ho continuato a tenerla a mente per tutti gli anni in cui non avere figli mi sembrava una presa di posizione coraggiosissima; e poi un po’ meno, ma non molto, quando mi sono resa conto che le nullipare possono essere persino più invasate delle madri. In quell’intervista lì chiedevano a Melato del suo non aver avuto figli, e lei dava una risposta meravigliosa. Diceva: «Sono contenta di non essermi mai distratta, di non essere mai stata altrove». Forse intendeva altrove dal palco, ma a me piacque credere intendesse altrove da me.
Poi deve aver cambiato idea, succede alle non invasate, ieri il sito di Vanity Fair ha ripubblicatoun’intervista che le avevano fatto sei anni fa, in cui parlava con struggimento di un’adozione mancata, ma io ho continuato a considerare quella dichiarazione un piccolo eroismo, in un sistema dello spettacolo in cui l’unica declinazione con cui commentare la propria sterilità alla stampa è il rammarico, in un paese in cui, se tuìtti che quella era una dichiarazione eroica, arrivano a puntualizzarti le gioie della genitorialità e come l’unica vita degna d’esser vissuta sia la vita da riprodotti. Lo appunto qui per tutti quelli cui non ho avuto la pazienza di rispondere su Twitter: è dire che se ne è contente in un’intervista, che è un gesto notevole. Non partorire no: non partorire è banale come lo è partorire.

Fino a ieri avrei detto che Renzo Arbore fosse un signore parecchio sopravvalutato che aveva fatto dei brutti programmi televisivi. Poi, ieri sera, Concita De Gregorio ha scritto qualche riga sulla morte di Mariangela Melato, qualche riga in cui raccontava di lui, a New York, che chiede d’incontrare Irene Pivetti perché «niente, è solo che mi ricorda un po’ Mariangela», e quella è stata la prima volta, in dodici ore che era morta, che ho pensato che ci sono dichiarazioni d’amore che valgono la pena, anzi, di più: dichiarazioni d’amore che ti fanno pensare che dietro ci siano amori che valgono la pena. E poi è diventata l’occupazione principale della giornata che è seguita, pensare a quell’obiettivo vago ma preciso che è (rubo le parole a un tuìt di Silvia Nucini) avere un uomo che quando non ci sei più sappia dire quelle cose lì. Anche se quella volta a New York lei era ben viva, e quindi forse vale doppio. Ma oggi al tg c’era sempre Arbore, alla camera ardente, e singhiozzava da star male solo a vederlo, e tra un singhiozzo e l’altro ha detto «Non abbiamo mai litigato, perché ha sempre avuto ragione lei», e c’è una speciale qualità del grande amore, è quella di proiettare qualità sull’oggetto d’amore, e non poteva che essere una donna straordinaria, perché qualcuno le riconoscesse da morta quello che ci agitiamo tanto per vederci riconosciuto da vive, per indurci a chiedere a chiunque fosse lì con noi «Prometti che se muoio mi darai ragione pessèmpre.» E poi ho letto in ritardo quel che aveva scritto lui per ricordarla, e mentre frignavo sulla fortuna che si paga col dolore mi sono ricordata dei miei vent’anni.

Quando avevo vent’anni uscì un libro che sta ancora in uno scaffale che so (e se sapeste in che disordine sono i miei libri sapreste che questo è un privilegio raro) ma che non ho mai più aperto, neanche ora, per il terrore che le sue qualità non siano all’altezza dell’importanza che rivestì per me, in anni in cui ancora sottolineavo, appuntavo, ricopiavo, e trovavo viatici in ogni abile combinazione sintattica. Quel libro lì aveva un incipit che ho creduto per vent’anni fosse una domanda senza risposta, una domanda retorica, un trucco da due lire sebbene efficacissimo. Un incipit la cui concretezza ci voleva, pensa te, Renzo Arbore per farmi percepire, vent’anni dopo: «Perché la misura dell’amore è la perdita?»