Una riflessione sulla tragica inadeguatezza del giornalismo italiano prima o poi andrà fatta. Dovrà farla qualcuno più bravo di me, qualcuno che sappia mettere insieme il fatto che ogni paese ha i giornali che si merita e che però, anche, ognuno di noi ha i lettori che si merita (l’altro giorno sul New York, che è forse il più bel giornale del mondo e al quale torneremo tra un po’, c’era un articolo perfetto sul fatto che, ora che Jay Leno si ritira, si possono trarre delle conclusioni, la principale delle quali è che avrà pure fatto sempre più ascolti, ma non ha lasciato un centesimo del segno nella cultura popolare che ha lasciato Letterman – e poi torniamo anche sul concetto di cultura popolare, dovrete avere pazienza, sarà un pensierino pieno di incisi dentro le subordinate e subordinate dentro gli incisi, come quando eravamo giovani – e quel pezzo aveva sotto dei commenti precisi, informati, di gente che sapeva di cosa parlava e sapeva articolare il proprio punto di vista; ho pensato che io non avrei saputo scriverlo, quell’articolo, ma voi non ve lo sareste meritato, voialtri che leggete e commentate e non siete in grado di capire una battuta su Twitter, figuriamoci un’analisi dell’influenza nella cultura popolare di uno che guardate alla tele.)

Una riflessione bisognerà farla, e non potrà che partire da quanto il giornalismo come mestiere, passatempo, hobby, sport, categoria, istituzione, quel-che-vi-pare si stia rendendo ridicolo affrontando quell’anomalia normalizzata che è Beppe Grillo, non potrà che partire dall’Amaca perfetta di sabato e dalla puntata di ieri sera di Gazebo, un programma che, fossi un giornalista parlamentare, da oggi chiamerei con un qualche nome in codice che sia la versione breve di «Mi chiamo Diego Bianchi, e ora vi faccio vedere come si fa» (dopodiché tenterei di investirlo sulle strisce, ‘sto stronzetto senza Inpgi che arriva a svelare la nostra pochezza disturbando il tradizionale bivacco alla buvette e gli imperdibili retroscena a casaccio.)

Una riflessione bisognerà farla, ma mica sul giornalismo politico, la cui esistenza stessa è il problema: in un paese normale non occuperebbe quindici pagine al giorno (ma neanche cinque, ma neanche tre), in un paese normale l’annuncio che c’è una dichiarazione della Lombardi (ma pure di Renzi, ma pure di metteteci-voi-il-vostro-preferito) sarebbe, nelle riunioni di redazione, accolto da una qualche variazione su «E ‘sti cazzi.»

Il fatto è che poche ore fa, mezz’ora dopo la fine della messa in onda sulla costa orientale degli Stati Uniti dell’esordio stagionale di Mad Men, sul New York è uscita questa recensione.
La prima premessa è che a me Mad Men manco piace.
La seconda premessa è che non trovo che gli americani siano poi così bravi a scrivere di televisione (gli inglesi sono un altro pianeta, per dire.)
Però sanno che esiste la cultura popolare. Sanno che esiste e sanno che conta. L’altro giorno è morto Roger Ebert, che era il più bravo dei critici cinematografici (i morti erano sempre i più bravi, ma lui lo era davvero, e se anche non ve ne fregava niente di sapere cosa pensare di un film potevate leggerlo per il diletto di come scriveva, o almeno questo è quello che ho fatto io negli ultimi quindici anni); in uno dei coccodrilli che lo ricordavano, si rievocava il programma per cui Ebert era diventato famoso, Ebert and Siskel at the movies, in cui lui e il suo socio parlavano di un film e alla fine davano un giudizio alzando o abbassando il pollice (sì: il like prima di Facebook.)
L’autore del coccodrillo era nostalgico della tv di un tempo come avrebbe potuto esserlo un critico italiano, diceva che oggi sarebbe impensabile, un programma della tv generalista in cui due signori non particolarmente piacenti parlano di film, ma lo diceva in una frase che cominciava così: «It was a pop culture phenomenon.» Sarà che erano gli stessi giorni in cui tutti, sull’internet, riscoprivano la Cartolina di Andrea Barbato a Grillo, e la Cartolina sarebbe oggi altrettanto improponibile (andate a dire a un direttore di rete «C’è un signore di mezza età che parla assai sommessamente da solo per cinque minuti», e poi ditemi se non chiede un Tso) – ma ho pensato: anche quella fu un fenomeno di cultura popolare. Eppure scommetto che a nessuno è mai venuto in mente che fosse la categoria appropriata, che nessuno ha mai detto a Barbato «lei è un’icona della pop culture». Chissà se si sarebbe offeso: era pur sempre un giornalista italiano.

Dicevo, quarantadue incisi fa: sul New York c’era una recensione, mezz’ora dopo la messa in onda di Mad Men (spero il tizio avesse un dvd e l’avesse scritta prima, altrimenti è un mostro), così densa, così colta, così magnifica, che mi è venuta la tristezza. Perché uno con quegli strumenti lì in Italia non recensirebbe mai un telefilm. Nella peggiore delle ipotesi ambirebbe a fare il retroscenista (cioè: a virgolettare conversazioni che non ha mai sentito tra qualche segretario di partito «e i suoi fedelissimi»), e nella migliore recensirebbe libri di autori rigorosamente morti, ché sono quelle le parti rispettabili delle sezioni non politiche dei giornali italiani.
E, siccome ci si merita a vicenda, è anche per questo che non abbiamo Mad Men (ma anche altra roba più di mio gusto), è per questo che abbiamo dei gran medici in famiglia o dei rifacimenti in cui Castellitto riproduce i tic facciali di Gabriel Byrne: perché la roba bella non la sapremmo capire, raccontare, collegare a uno straccio di sistema culturale di riferimento – tantomeno sapremmo convincere il pubblico a guardarla.

Non abbiamo una realtà più presentabile perché non la sappiamo presentare. Perché la realtà è anche plasmata da come la si racconta, e come la si racconta è (come tempo, spazio, abitudine, incrostazione) molto più il tizio del Tg1 che chiede la linea per dire il menu del pranzo dei parlamentari Cinque Stelle di quanto lo siano gli autori di Gazebo che fanno mascherare un tassista da Grillo per fare da specchio alla stupidità degli inviati presenti (i quali son tutti contenti di mandare in onda il tassista mascherato, naturalmente: guardi l’abisso, lui guarda te, ma mica vi riconoscete.)

Comments so far:

  1. by david on aprile 8th, 2013 at 10:38

    non ci credo, questo è un falso di serra

  2. by Nishanga on aprile 8th, 2013 at 14:07

    argomentone. one. one
    ..così densa, così colta, così magnifica! e noi i cosi`fortunati

  3. by baku on aprile 9th, 2013 at 12:04

    Guia, quando non sei acida, scrivi da paura.

    Senti ma secondo te come mai in italia i romanzi fanno così cagare da un sacco di anni?

  4. by Anonimo on aprile 10th, 2013 at 8:11

    […] sintonizzati con il nostro universo ”. Articolo di John D. Barrow, La Repubblica, p. 55“Che parte da Dante Alighieri, scansa Vito Crimi e arriva fino a Roman Polanski (passando dai Soprano…). Articolo di Guia Soncini, http://www.guiasoncini.com“Ghostwriting e letteratura […]

  5. by Dario on aprile 12th, 2013 at 15:08

    Cambiando discorso: stai seguendo la “trasposizione” (ah, ah, ah) di “In treatment” dalla versione inglese a quella italiana? Secondo me dovresti dedicargli un post perché racconta perfettamente quanto siamo messi male!