Poi una notte lasciasti portarti via

Io neanche me la ricordo, la prima volta che ho votato. Non so che anno fosse, né che partito. Poi, siccome il revisionismo è il primo dovere dell’essere umano, mi sono nei decenni costruita una rispettabile biografia di bambina comunista, ma figuriamoci. Non mi ricordo la prima volta che ho votato, ma mi ricordo il momento in cui capii che non essersi mai filati quella parte di formazione lì era una lacuna peggiore che non esser mai riuscite a leggere più di tre pagine di Hermann Hesse. Tornai da Parigi con la locandina di un film che non avevo visto ma il cui titolo avevo deciso sarebbe stato quello del mio memoir.

Giorni lunghi, tra ieri e domani, giorni strani 
Giorni a chiedersi tutto cos’era

Poi a un certo punto, avrò avuto vent’anni (che, come sappiamo, è un’età in cui «è tutto chi-lo-sa»), cambiò tutto. Altra città, altri amici,

Devo andare in una nuova città dopo il mio compleanno. L’idea di come mi adatterò e come farò nuove amicizie continua a venire in mente. Tuttavia, mi è stato consigliato di non avere paura e prendere la vita nel modo in cui viene. È importante essere sinceri verso voi stessi e verso gli altri. Riposati tutto seguirà.

tutta gente engagée con una naturalezza che io neanche tra duecento visioni della Terrazza, e io con un’inconsapevolezza che a riguardarla adesso sembra scritta da Age e Scarpelli per Stefania Sandrelli (ma da me agita con assai meno grazia, che ve lo dico a fare). Insomma, diventai una che seguiva la politica. Avrebbe potuto essere il calcio, il punto-croce, la cucina molecolare. Sempre avuta poca personalità.

Religione del tirare tardi e aspettare mattino

E a quel punto figuriamoci se potevo farlo in maniera non ossessiva. Ricordo ancora Fassino che cazzia Mentana (il Mentana di Canale 5, nientemeno), in diretta alle cinque di mattina, perché lui aveva dei dati diversi (cioè: perché credeva ai sondaggi – certe cose non cambiano mai), e nessuno mi pagava per guardarlo, e ancora mi chiedo cosa ci facessi sveglia – ma questo era molti anni dopo. D’altra parte è come per gli scapoli che si fidanzano tardi: non hai fatto gli anticorpi da piccola, quando poi l’ossessione attacca ci vogliono decenni perché passi.

Era facile vivere allora, ogni ora

Il 1996 me lo ricordo come nessun altro anno di quelli non recenti. Con squarci di lucidità nel rimosso, con cortine di romanticismo su quello che probabilmente al presente era una schifezza di anno quanto gli altri. L’altro giorno parlavo con alcune persone di certi dettagli di anni Novanta romani di quelli che è come esser parte di una qualche massoneria, o li hai vissuti e capisci al volo oppure è difficile spiegare (è difficile capire, se non hai capito già); ne parlavo e a un certo punto ho fatto una scostumatezza che in genere evito: ho detto la verità.

E ogni notte inventarsi una fantasia, da bravi figli dell’epoca nuova 
Ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova

La verità è che il 1996 era l’anno di alzati-ché-si-sta-alzando.
La verità è che il 1996 era l’anno in cui ero innamorata e l’Ulivo vinceva le elezioni.
La verità è che l’Ulivo era quella fantasia che avevano inventato per quelle come me, che mica lo sapevano d’essere figlie d’un’epoca nuova, che mica lo sapevano che la vita era una prova, che erano disposte a fingere così completamente che nei decenni successi avrebbero sofferto come se quei brandelli di Pci che non potevano sopravvivere all’era dell’informazione spalmata su ventiquattr’ore e centoquaranta caratteri, come se quella poetica lì, fatta essenzialmente di disciplina e riconoscimento delle gerarchie e tutta quell’altra roba che i collegi di suore non erano riusciti a inculcarmi, come se quella roba lì avesse fatto davvero mai parte delle nostre vite.
Se non avete mai simulato un’infanzia presentabile abbastanza forte da crederci, non sapete cosa vi siete perse.

Ci sembrava d’avere trovato la chiave segreta del mondo

Nel ’96 ogni scusa era buona per innamorarsi, persino festeggiare un democristiano al governo. E poi era di Bologna, ne avevo più diritto di altri.

Non fu facile volersi bene, restare assieme 
O pensare d’avere un domani, restare lontani

A ripensarci oggi, che viene da piangere a chi non sappia ridere, che sembra tutto irrecuperabile come solo la fine di certe storie d’amore dei vent’anni, a ripensarci oggi ci si chiede se eravamo più tolleranti, più malleabili, più disposti a entusiasmarci, più giovani. O solo meno connessi.

Tutti e due a domandarsi: con chi sarà

Probabilmente tra diciassette anni ci sembrerà un periodo glorioso anche questo, o almeno normale. Non questa cosa che sta tra il tso e il bar di Guerre Stellari che ci pare di star vivendo ora. Stasera in tv c’era Matteo Orfini, per dire, che è solitamente considerato più dalemiano di D’Alema, e ha detto che D’Alema e i suoi pari avranno pure creato il PD ma ora lo tengono in ostaggio, e nessun Sofocle mi aveva preparato a niente del genere, e non solo perché non ho fatto il classico e Sofocle lo cito senza avere bene idea di chi sia.

Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione 
E il peccato fu creder speciale una storia normale

La prima volta che ho parlato con Matteo Orfini lui stava per compiere trent’anni, si diceva che D’Alema l’avesse scelto come assistente, e lui giurava di voler fare solo l’archeologo. Oggi, quella di Sofocle era solo una delle centosette volte in cui, nelle centosei ore di diretta che ha fatto su La7, ho visto Mentana collegarsi con Orfini per farsi spiegare le posizioni del partito (detta così sembra che quel partito ne abbia, di posizioni, e persino univoche, ma insomma ci siamo capite); il che immagino sia normale visto che Orfini non fa più l’archeologo ma il deputato, ma mi ha comunque fatto sentire vecchissima. Quasi quanto il fatto che, l’ultima volta che l’ho visto, il non più archeologo spingesse un passeggino e stesse al telefono a gestire nomine Rai (non avremo una disciplina di partito, ma abbiamo una generazione di maschi multitasking: è un progresso mica da poco.)

Ora il tempo ci usura e ci stritola 
In ogni giorno che passa correndo 
Sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo

L’unico slogan vincente di Bersani non era quello del giaguaro. L’unico slogan vincente di Bersani era il suo slogan da perdente: vagonate di senno di poi. Col filtro di quelle vagonate lì, io mica so dirlo se a ventitré anni sarei andata a SS. Apostoli a festeggiare, avessi avuto la comoda possibilità di tuittare da casa. Sì, ero innamorata, ma ero già pigra: abitavo sopra a un forno e il povero cristo in questione doveva portarmi lui i cornetti perché io neanche mi mettevo un golf sopra al pigiama per fare un piano di scale. Alzati ché si sta alzando la canzone popolare, e già che ci sei portami i carboidrati a letto.

E davvero non siamo più quegli eroi 
Pronti assieme a affrontare ogni impresa
Siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa 

Vent’anni fa, prima di quel ’96 d’amore e di carboidrati e d’altre sciocchezze, Francesco Guccini fece uno dei suoi dischi più belli. Era il ’93, incidentalmente lo stesso anno di quelli che non hanno avuto la fortuna d’avere genitori comunisti. Il genio, checché ne dicesse Monicelli, è soprattutto la capacità di dire cose che vent’anni dopo sembrano scritte venti minuti prima. In genere, da quel disco lì, citoNostra signora dell’ipocrisia, perché non c’è psicodramma farsesco da telegiornale italiano cui non si applichi: «Un artigiano di scoop forzati scrisse che Weimar già si scorgeva, e tra biscotti sponsorizzati videro un anchorman che piangeva.»

Farewell, non pensarci e perdonami 
Se ti ho portato via un poco d’estate 
Con qualcosa di fragile come le storie passate 

Però stasera mi sono resa conto che, in quel disco blu, c’è almeno un’altra canzone che potrebbe fare da manifesto al PD. Al 2013. Al mondo che cade a pezzi e alle parole mancanti per dirlo. Al fatto che non siamo più quelli del ’96, non possiamo più permetterci un sacco delle cose che davamo per scontate allora – nudità sentimentale, carboidrati, paciosi candidati democristiani – e far finta di niente non farà tornare tutto com’era.

Forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile, credo, perché
Ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me 

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