• Chissà quanto ci mette Francesca Borri a farsi lo smokey. Lo dico per i maschi etero inattrezzati che passassero di qui e ignorassero i fondamentali della civiltà
  • Una persona eterosessuale è qualcuno che è attratto dal sesso opposto. Quindi, se sei un ragazzo che è eterosessuale allora sarete attratti dalle ragazze. Se sei una ragazza eterosessuale allora sarete attratti da ragazzi. È normale essere eterosessuale; almeno questo è ciò che dice la società. Vedere questo sito web per conoscere i problemi affrontati dalle coppie omosessuali.
  • (insieme che include il sottinsieme di quelli che, il primo giorno della storia che v’ha svoltato la sezione «precariato» dei giornali di luglio, invocavano gloria o rivoluzione o perlomeno Pulitzer per la coraggiosa bambina che strillava quanto fossimo tutti nudi): lo smokey è il trucco agli occhi (bello ma richiedente tempo e precisione) che FB ha nella foto che apre questo articolo. Quella foto in cui è una versione hipster di quel modello di inviata di guerra che è stata la Fallaci (ci vorranno secoli a studiare i danni che ha fatto, sulle piccole mitomani, l’archetipo d’egolatria fallaciano); quella in cui è vestita da fronte ma in interni, in interni ma con gli specchi rotti ché si capisca che è guèra, mica fashionblogging, in guerra ma con le sopracciglia perfettamente disegnate.
  • All’inizio di questo secolo incontrai in treno la mia ex compagna di banco. Era molto incinta, andava a Bologna a trovare la madre. Io andavo a Milano a cercare lavoro non avendone più uno a Roma, cosa che le fece sgranare teneramente gli occhioni («Però che brava che sei, ne cerchi subito un altro» – eravamo vicine ai trent’anni, sia detto per completezza del quadro). Il padre del feto non lavorava: «Non trova lavoro come antropologo». Il che è bizzarro, ne converrete. È una di quelle lauree a impiego sicuro. Al mio suggerimento che forse avrebbe potuto trovare un qualsivoglia altro lavoro, lei obiettò che lui era laureato in antropologia, era suo diritto fare l’antropologo. Una repubblica fondata sul volevo-fare-l’astronauta.
  • Una delle ragioni per cui le dissertazioni sull’immaginario pericoloso che inculchiamo alle bambine sono così fastidiose è che sono concentrate su dettagli sbronzissimi: il rosa? Le principesse? Ma siete sceme? Preoccupatevi piuttosto delle canzonette d’amore: pensate che ci facciano bene? Pensate che non contribuiscano all’eterna tredicennitudine di adulte completamente prive di senso del ridicolo? Il miglior insegnamento involontario che abbia mai ricevuto veniva da un cantante che parlava della scaletta di un concerto, e faceva così: «Bisogna andarci piano, con lo struggimento». Io me la vedo, Miss Smokey, che guarda le foto come raccontano una direttrice di newsmagazine guardasse i reportage dall’Africa («Questi bambini poveri sono così belli»), e ascolta i Radiohead, e si strugge, e pensa a quanto lui la amasse e se torna al fronte certo che la amerà di nuovo e –– mostrami un esaurimento nervoso, e io ti mostrerò un concorso di colpa da parte della playlist.
  • Marxiana, io ti capisco. Voglio dire: un’infanzia a chiamarsi Guia, se non ti capisco io. Certo, la mitomania dei genitori che ti chiamano come un personaggio minore di Ecce Bombo è diversa dalla mitomania dei genitori che ti chiamano come un’arricchita della Costa Azzurra, però insomma sempre lì stiamo: coi compagni di scuola che ti scherzano. Solo che, Marxia’, a una certa età i traumi infantili cadono in prescrizione. Capisco pure le cosmiche ingiustizie dell’adolescenza e dell’età adulta, eh: perché la Serracchiani partendo nello stesso modoha fatto tanta carriera e tu no? (Forse dovevi puntare sulla frangetta e non sullo smokey, ma è solo un’ipotesi.) Perché ad altre scoppiano davvero le granate vicino e tu invece devi avere delle vivide fantasie sulla Bosnia fuori tempo massimo, o forse era il Kossovo, o forse no, vai a sapere (diciamocelo, ‘st’est europeo è un po’ tutto uguale).
  • Sono giorni che cerco senza ritrovarla, nel disordine stratificato del mio archivio, una frase di Christopher Hitchens sul fatto che puoi avere tutte le ragioni del mondo ma se ti esprimi male hai comunque torto (non che fosse ineditissimo, il concetto della forma che è sostanza, ma lui lo articolava particolarmente bene). Sono giorni che leggo le risposte, le indignazioni incrociate, gli «io sono più freelance di te», e mi chiedo: ma è possibile che scrivano tutti così male? Ma se io fossi il caporedattore che passa i pezzi di ‘sta gente vorrei settanta dollari io da loro.
  • Io ne conosco alcuni, di quelli che lavorano nelle redazioni. Sono uno spettacolo tenero, una versione di Maria Antonietta che non ipotizzerebbe mai sprezzanti brioche ma esorterebbe a sfamare il popolo coi banchetti del palazzo, salvo poi trasecolare se per farlo occorre vendere la carrozza d’oro. Sono indignati un po’ per tutto. Se viene licenziato qualcuno. Se viene prepensionato qualcuno. Se viene detto a qualcuno che deve viaggiare in economy, o che per le sfilate non avrà un autista, o che ci si aspetta produca contenuti anche per il sito oltre che per il cartaceo (ve lo ricorderete, il cartaceo: era quella cosa di quando andavamo in edicola, c’erano i telefoni a gettoni e per i risultati elettorali si aspettava la mattina dopo). Sono il relitto di un’epoca finita, passano le giornate a dire che è un paese orribile e che se avessero vent’anni espatrierebbero (probabilmente finendo a lavorare in uno Starbucks di Londra, come il novanta per cento dei cervelli in fuga che l’Italia non li valorizzava e all’estero invece sì che ci sono le opportunità). Non hanno mai pagato un conto di ristorante o un taxi non inseribili in nota spese. Le rarissime volte in cui ne licenziano uno, con tutte le accortezze le liquidazioni le scuse e i balocchi del caso, io penso sempre: chissà il trauma quando si renderà conto che la bolletta del cellulare ora deve pagarsela da solo. È chiaro che poi, quando la precaria (neologismo per: libera professionista incapace di fare la prima cosa che una libera professionista deve saper fare, ovvero farsi valere sul mercato) di stagione pianta il casino di stagione diventando la notizia di stagione, il senso di colpa del caporedattore coi ticket restaurant prende il sopravvento su tutto, cosa vuoi che conti verificare i cervelli esplosi quando ci sono quei magnificamente scandalogenici settanta dollari (per seimila parole: mostrami un giornale che pubblichi pezzi di seimila parole, e io ti svelerò che scrivi per il New Yorker).
  • Una delle ragioni per cui questi pensierini disarticolati arrivano tardi è che ogni tanto ce n’è uno, di questi casi «la società mi deve il lavoro che voglio fare, non sono io che me lo devo meritare, è proprio un mio diritto di nascita», e dico sempre le stesse cose e insomma vengo a noia persino a me che pure mi piaccio moltissimo. E le stesse cose non sono che i tuoi settanta dollari abbassano il prezzo e rovinano il mercato ed è colpa tua se guadagniamo tutti poco: «Lo faccio fare a un’altra che mi costa meno» è una frase plausibile solo se sei abbastanza mediocre da valere il «Tanto vale». Sì, anche i mediocri hanno diritto a un lavoro, però non stiamo parlando di spadellare hamburger, stiamo parlando di uno di quei lavori che – la vita è ingiusta, lo so – fanno per definizione i più bravi. Stiamo parlando di quando ti sei fatta fregare da Michelle Pfeiffer che «io sono qui per dare la notizia» o dalla signorina Grant che «voi fate sogni ambiziosi»; ecco, nell’immaginario di film svenevoli e canzonette lagnose e telefilm aspirazionali di cui la società è molto più colpevole che dei 70 dollari, la signorina Grant aveva una sua saggezza: queste cose costano, e tu non te le puoi evidentemente permettere. Perché, come ti dicevo prima, questi son lavori per quelli bravi, e tu evidentemente non sei brava abbastanza. Non lo dico io: lo dicono, marxianamente, i 70 dollari. Quelli che si traducono in: non ti dà da vivere, quindi non è un lavoro. Quelli che fanno di te, plausibilmente, un’adolescente anziana con un hobby a tempo pieno mantenuta dalla mamma (se la mamma della mia ex compagna di scuola non avesse fatto un lavoro vero tutta la vita, l’antropologo avrebbe dovuto trovare qualcun altro da cui farsi mantenere; non è che non capisca la tentazione, eh: se i miei genitori fossero stati in grado di badare a se stessi e quindi a me, sarei persino più rammollita di voi). Poi capisco che ogni tanto una si stufi, scapricci, tenti la carta dello scandalo perché molto altro non può fare, perché hai una certa età ed è tardi per cambiare direzione e cercarti un lavoro vero con la crisi e tutto, ma non è che sia colpa di qualcun altro, eh. Come mi ha detto una volta una che sa fare il suo mestiere, «Anche a me sarebbe piaciuto far la ballerina della Scala, ma avevo le gambe grosse».