Per ragioni che è prematuro spiegarvi, certe donne di Woody Allen che non sono le solite che siamo usi citare quando parliamo della categoria, certe donne di film considerati minori cui non siete soliti pensare, certi dettagli precisissimi ultimamente sono il rumore di fondo di tutte le mie menate.
Per ragioni che hanno a che fare con la sindrome «Ogni volta che esce un nuovo Woody Allen sentiamo di doverne ripercorrere l’intera carriera, e considerato che ne esce uno l’anno quante diavolo di volte possiamo riscrivere lo stesso articolo?», in questi giorni la stampa americana è piena di riflessioni intorno alla sua filmografia (Blue Jasmine è uscito ieri e io ho preventivamente deciso che si tratta di capolavoro, non mi scocciate con le vostre obiezioni).
Per ragioni che hanno a che fare coll’ubriachezza o, più tristemente, col tentativo di creare una qualche polemica, c’è persino quello che fa la classifica e Manhattan e Mariti e mogli ‘nsomma, invece vuoi mettere Vicky Sarcazzo Barcellona (porello).
Per ragioni che hanno a che fare con quella confusione mentale per cui si tende a credere che la riconoscibilità di un personaggio abbia a che fare con il «vorrei essere così» e non piuttosto con il «cristo santo, ma veramente faccio così schifo?», ricordo con tenero struggimento un tizio che, anni fa, mi disse che insomma, era ora che qualcuno me lo svelasse: Mary Wilkie era inscopabile.
Per ragioni di cliché (le stesse per cui «Aaron Sorkin odia le donne»), adesso il sentiment è «Allen sì che è un regista di donne»: affermazione spericolata, ché è vero che ha una filmografia di donne meravigliose che perdono un po’ di tempo con uomini inscopabili (tutte, sempre, da Manhattan a Hannah e le sue sorelle, da Interiors a Harry a pezzi – che si gioca con Celebrity il primato di film più sottovalutato di tutti i tempi), ma nessuna Mary Wilkie ha creato un numero di scassacazzi paragonabile all’epidemia di quarantenni disadattati mai ripresisi dalla visione giovanile di Alvy Singer.
Per ragioni di irresistibilità del gioco, la classifica delle donne ti fa formulare tutte le tue brave obiezioni, e poi ti fa venir voglia di farne una tua, e poi ti fa meditare un saggio comparato sulla crudeltà della fine di certi amori, che non ha a che fare con le figlie con cui si viene tradite ma con le opere in cui si viene immortalate: Mariti e mogli sta a Farrow come Macramé sta a Brilli?

Sono andata a rileggermi (mi rileggo con la voluttà con cui voialtri rileggete i russi), e ho deciso che ho cambiato classifica. Naturalmente.

Il poverocristo che sta di là a chiedersi come cazzo gli sia venuto in mente di chiederle di uscire mentre Judy Davis telefona a Sydney Pollack e gli fa una scenata isterica.
La spietatezza dell’uomo debole che «Tuo padre ti mantiene perché tu possa guadagnarti l’eternità scrivendo».
La condiscendenza della sorella forte che «Povera Joey, ha tutta l’angoscia e l’ansia delle personalità artistiche senza avere alcun talento».
La ferocia con cui Famke Janssen butta l’unica copia del manoscritto di Kenneth Branagh dal traghetto.
La svagatezza con cui Juliette Lewis lascia l’unica copia del manoscritto di Allen in taxi.
«Nel tuo caso pensavo più a un alano.»
«Sparisci, sgorbio.»
«Mezza santa e mezza vacca.»
«Mi stai dicendo che per colpa mia non usciamo mai e quindi non puoi incontrare sconosciute da scoparti?»
«Digrigno i denti.»
Judy Davis che crede la sorella le stia dicendo che il marito l’ha lasciata per lei, e scopre che invece se n’è andato con una terza, e neanche può straziarsene a voce alta, forse la scena più vera e quindi più crudele di sempre.
E poi il golfino a pelle di Barbara Hershey, quello sì, quello sempre. 

Comments so far:

  1. by Laura on luglio 28th, 2013 at 10:02

    il duetto di Harry con la moglie psicanalista cosa non è? ogni tot me lo riguardp

  2. by olivia on luglio 29th, 2013 at 10:29

    scusa per il dito la luna eccetera, ma mi pare si tratti di un ragno, non di uno scarafaggio.