«Che condanna, me lo dicono sempre tutti»

Non è solo che, da Mi si nota di più a Splendido quarantenne, da Le parole sono importanti a Continuiamo così, facciamoci del male, ci ha fornito metà del repertorio retorico di una qualunque conversazione spicciola che capiti di avere in questo secolo.
Non è solo che per il suo compleanno, sfrenati da Francesca Archibugi, su Twitter si sono messi a fare classifiche dei suoi cinque migliori film, e ognuno aveva un parere diverso ma una cosa interessante li accomunava: che tutti i quarantenni non particolarmente splendidi che conosco si aggrappavano disperati alle loro giovinezze teoricamente piene di potenzialità sostenendo la capolavoritudine di Bianca e La messa è finita, e nessuno ci metteva Aprile o Caro diario – d’altra parte mica è semplice, constatare quant’era figo lui all’età in cui non lo sei tu.
Non è solo che nessun altro ha fatto danni paragonabili: ogni opinionista capellone con anelli improbabili, ogni editorialista convinto d’essere una star, ogni egolatria non commisurata di questo disgraziato paese è figlia dell’illusione morettiana che io-io-io sia un linguaggio spendibile comunque e da tutti. Che la lezione da trarre da uno che mette in scena un sé irresistibile sia «allora liberi tutti con l’ego» e non «se vuoi essere egocentrico sarà meglio che t’accerti prima d’essere interessante».
Non è solo che ha ispirato, per le ragioni di cui sopra, la battuta più precisa e al tempo stesso più sbagliata di sempre: «Spòstati e fammi vedere il film» (Dino Risi) è perfetta, ma l’ultimo cui abbia senso dirla è Nanni Moretti, uno che hai pagato il biglietto per vedere – se si sposta lui, cosa resta?
Non è solo che c’era una volta Risi (e alcuni altri), c’era una volta il cinema italiano, c’erano una volta le storie, ma ieri sera guardavo Aprile e pensavo che un autore è uno con una voce, uno che se riassumi il suo film ti dicono «Ma cos’è ‘sta cagata, quale sarebbe la trama», e poi invece fatto da lui è un pezzo di mondo e un pezzo di te, e negli ultimi trent’anni il cinema italiano un solo autore ha prodotto, il che è preoccupante se pensi che il cinema italiano esista, ma non esistendo è un piccolo miracolo.
Non è solo che nessuno gli abbia detto «Ma che titolo è Ecce bombo, non si capisce, cambiamolo».
Non è solo il tribunale di Berlusconi prima che fosse vero, le dimissioni del Papa prima che fossero vere: è soprattutto l’invasamento genitoriale prima della mommy lit.
Non è solo che si invecchia, ci si ammorbidisce, e plausibilmente neanche mi schiaffeggerebbe per aver detto «mommy lit».
Non è solo il cinema di Bologna in cui vidi Palombella Rossa il giorno dell’uscita, strapienissimo e seduti per terra in fondo, e oggi non te lo farebbero fare, le uscite di sicurezza, le regole, le procedure, e mentre pensavo a questa cosa pensavo «Le merendine di quand’ero bambina non torneranno più», e non so se esista una definizione sensata di «egemonia culturale», ma la naturalezza con cui vengono sue battute per commentare sue cose è una buona approssimazione.
Non è solo che a quei tempi non c’erano i cellulari che facevano i filmati, e di «Con questi dirigenti non vinceremo mai» c’è giusto un video fuori fuoco di qualcuno che passava con una telecamerina da quel comizio improvvisato, eppure quanto a repertorio citazionistico quella frase ha una solidità che forse è un’altra buona approssimazione dell’egemonia di cui sopra.
Non è solo il culto della personalità che ha creato, che non si vede tanto da quelli che ti raccontano della volta che l’han visto parcheggiare la Vespa e ci si son fatti fotografare appoggiati o dagli adulti che riferiscono – emozionati come comparse adolescenti di Sposerò Simon Le Bon – d’averlo incontrato a un concerto o in uno studio televisivo, quanto dal pubblico compattamente muto e immobile fino alla fine di ogni ringraziamento al catering all’ultima riga di ogni noiosissimo titolo di coda di qualunque film venga proiettato al Nuovo Sacher.
Non è solo che quando gli nasce il figlio fa un film per ribadire che di lui, di lui, la paternità parla comunque di lui (doglie comprese), e poco dopo fa un film in cui ‘sto figlio che s’è azzardato a tentare di scippargli la scena lo fa morire, e insomma dev’essere uno di noialtri con cui non è semplicissimo dividere la vita.
Non è solo che quando De Gregori ha dato quella splendida intervista ho pensato che qualcuno dovrebbe farglielo dire, a Moretti, secondo me non vede l’ora di dirlo, che non ne può più neanche lui, di sentir citare «Di’ una cosa di sinistra» (oltretutto male: dicon tutti sempre «qualcosa»).
È, più di tutto, il desolante panorama di ultracinquantenni che c’è in giro, gente che si rende ridicola in modi e con frequenze che ci vogliono nuove parole tedesche per dire, e chissà se era così anche prima dei socialnè e io ero solo più tollerante e meno propensa a imbarazzarmi per le andropause, o se non ostinarsi a frequentare piattaforme di epoche successive alla propria mette al riparo da una buona percentuale di ridicolo (e di «Parlo di astrofisica, io?»); fatto sta che i sessant’anni di Moretti (ma pure i poco più di De Gregori) sono una luminosa eccezione, sono un barlume d’ottimismo e di speranza che sì, si possa passare dalla crisi di mezz’età infliggendo danni molto limitati al proprio splendore.

Comments so far:

  1. by Santapace on agosto 19th, 2013 at 11:28

    Grazie: la più affettuosa e intelligente cosa letta in questi giorni su Nanni Moretti. Il quale, per noi, si è “scorticato” per mostrarsi e farsi sentire. La scena più significativa e commovente? Forse le mamme che nello spogliatoio della piscina asciugano freneticamente i capelli dei bambini. La scena più “civile”? I prepotenti che gli arraffano il parcheggio e alle sue rimostranze gli mettono la testa nella fontanella e se ne vanno soddisfatti. La confessione più forte? Il dolore dichiarato per avere partecipato al feroce sbeffeggiamento dello studente di destra. Ogni anno mi rivedo tutti i suoi film, uno dopo l’altro, e ogni volta capisco qualcosa di più e ogni volta mi diverto e mi commuovo. Per la cronaca, mi avvio serenamente ai 71 anni.

  2. by luca on agosto 19th, 2013 at 14:54

    anche un sacco di danni il buon Nanni. soprattutto sul modo di far recitare e il naturalismo spontaneo che purtroppo ha fatto scuola. dalla morante a orlando

  3. by Baku on agosto 20th, 2013 at 12:52

    Da essere una che scriveva abbastanza bene, sei diventata una che è innamorata fin troppo della propria scrittura.

    Finisci, ultimamente, per dire poco con troppe parole.

    Non che tu possa essere Franzen, ma un po’ meglio si.

  4. by Pietro on agosto 20th, 2013 at 13:02

    Lei però «sì» l’avrebbe scritto con l’accento, cioè correttamente.

    («Con questo tipo di dirigenti»)

  5. by Baku on agosto 20th, 2013 at 20:10

    Chi si contenta….auguri

    Ps
    Magari avrebbe anche riportato il virgolettato in modo corretto e non usando il modo del discorso diretto nei romanzi.. Ma non sarebbe cambiato niente. E NM ha fatto anche brutti film: quello sul Papa ad esempio ha senso solamente quando si vede Moretti. Per il resto allo sceneggiatore 5 anni di galera e a me il rimborso del biglietto.

  6. by Francesco on agosto 20th, 2013 at 21:40

    @Baku. In questi magrissimi tempi di tweet l’affabulazione e’ diventata piu’ che mai necessaria. Mi mancano i lunghi discorsi infarciti di concetti complessi (di solito definiti in tedesco). Devo la mia formazione umana proprio ai testi della Nuova sinistra, soprattutto quella extraparlamentare, dove per prefigurare un futuro (allora umanistico ed auspicabile) si faceva appello a tutte le risorse evocative del linguaggio. Poi mi sono laureato seguendo le linearita’ del discorso matematico ed ho perso il dono. Insomma PRIMA di laurearmi potevo definirmi un intellettuale. La nostra Guia arricchisce la banalita’ cesellando il linguaggio. Il pezzo, recente, sulla Borri e’ da antologia. Ad esempio.

  7. by Francesco on settembre 5th, 2013 at 02:50

    Guia, GUIA!, dove sei?

  8. by Alessandro on settembre 6th, 2013 at 22:51

    Con l’età diventiamo meno ascetici, più easy,che rende ma lui si irriterebbe assai,
    E comunque er papa era inguardabile ma le sue doti sciamaniche stupiscono perché
    anticipano i tempi. E’questo il compito degli artisti.
    Capolavoritudine me la rivendo con citazione.

  9. by Leo on settembre 17th, 2013 at 12:20

    Guaia, Guaia…te la prendi con i seguaci ma salvi il loro idolo. Sarà un sillogismo fallace, ma ragionandoci sopra, leggendo fino in fondo il tuo post, sembri proprio una di quei seguaci. Forse tra i peggiori, tra quelli credono di essere gli unici in buona fede, gli unici pienamente consapevoli. Ma osannate, osannate sempre dal basso per farvi più alti. E in più si denigra chi sta ancora più in basso per amplificare l’effetto altitudine.

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