Signora, scambierebbe i suoi due milioni di lettori con un fustino di buone recensioni?

Chissà se si usa così anche da altre parti. Chissà se, quand’è uscito Lo squalo, Spielberg ha dato delle interviste precisando che aveva letto Moby Dick e Omero, Kipling e Poe.

Se si sta andando per un colloquio di lavoro quindi leggere bene circa l’azienda. E ‘importante che si è sicuri di ciò che si risponde e non battere intorno al cespuglio. Visita questa pagina che ti insegna come prepararti per un colloquio. Non saprete tutta la risposta che va bene. È la vostra fiducia e personalità e l’atteggiamento to-do che deciderà il risultato.

Chissà se, in quel caso, l’intervistatore gli ha detto «Vorrei pure vedere, uno straccio di liceo l’avrà fatto».

Due settimane fa Gennaro Nunziante ha dato un’intervista all’inserto culturale della Stampa che si qualificherebbe facilmente in un concorso come «più velleitario namedropping di buone letture uscito sui giornali nel 2013». Il che sarebbe forse spiegabile se l’avessero intervistato perché in predicato d’entrare nel consiglio d’amministrazione Rai, o se fosse un cantautore che cerca di dimostrare che merita il Nobel per la letteratura, o un insegnante che vuole convincerci ad affidare a lui le ripetizioni a nostro figlio asino. Ma Nunziante è il regista di un film che ha incassato cinquanta milioni di euro (a quel punto eran forse quaranta, ma insomma eravamo già da un pezzo su cifre che significano: c’è più gente interessata a quel che ho da dire io di quanta ce ne sia che quest’anno ha avuto voglia di leggere l’intero catalogo Einaudi).
Nunziante non ha bisogno di fare sfoggio di credenziali culturali. Ammesso (e non sarò certo io ad ammetterlo) che dire «ho letto tanti buoni libri» sia una credenziale spendibile tra adulti – ma su questo torniamo dopo.

Qualche settimana fa, ve ne ricorderete, Fabio Volo ha scritto un articolo per l’inserto culturale del Corriere. Ve ne ricorderete perché, tra il giovedì in cui ha annunciato d’averlo scritto e la domenica in cui è uscito, l’Italia ha improvvisamente scoperto d’essere un paese che ha a cuore i contenuti delle proprie pagine culturali più ancora che la verginità delle proprie figlie. (Pagine culturali che evidentemente nessuno sfoglia dalla morte di Montale, figlie che la danno a pagamento – ma ora non cavilliamo.)

Tra le varie polemiche su Fabio Volo e la morte della cultura, Fabio Volo e la negazione della letteratura, Fabio Volo e tantissima rava e pochissima fava, mi è rimasto impresso un solo commento, che purtroppo non ricordo di chi fosse e su bacheca Facebook fosse comparso. Però mi ricordo quel che conta, cioè che il commentatore ricostruiva un qualche episodio cui aveva assistito e concludeva «ed è allora che ho capito che Fabio Volo vuol essere Claudio Magris, però ricco». Certe cose le memorizzi perché sai che sono vere, anche se ancora non sapresti spiegare perché.

Poi l’articolo di Volo è uscito, e una mia amica che era in viaggio voleva leggerlo, e le ho mandato il testo, e lei mi ha risposto con l’altra metà della questione-Magris: «Peccato, credevo gli avessero chiesto un vero articolo, non la giustificazione del fatto che stava scrivendo lì».

Ed è stato allora che ho iniziato a farmi la domanda che poi avrei formulato con più precisione davanti all’intervista di Nunziante: ma perché?
Cioè, «piangerò [per il dissenso] per tutta la strada fino alla banca [dove conterò gli incassi alla strafaccia del dissenso]» è un luogo comune, ma i luoghi comuni diventano tali perché sono veri. Perché uno che dovrebbe solo gioire del successo e contare i soldi vuole invece l’approvazione di Claudio Magris?

Di spiegazioni ce ne sono tante, e tutte giuste.
Dal complesso fabiofazista della legittimazione culturale – quello per cui devi mangiare le verdure sennò niente dolce, per cui devi avere un direttore d’orchestra che a Sanremo ti ammolla un quarto d’ora di musica classica per poter poi squarciagolare per un quarto d’ora di ricreazione Nostalgia canaglia – fino alle scuole alte. Quelle che se non le hai fatte poi tutta la vita ti resta la smania di non essere all’altezza e di dover usare i paroloni.
C’è una scena di Studio 60 in cui il giovane autore scrive uno sketch per l’attrice che gli piace e lo fa leggere a un comico per avere un parere, e quello lo liquida con uno spietato «Scrivi come uno al primo appuntamento: “Guarda quanti paroloni difficili so!”»
I Vanzina (continuo a citarmi, d’altra parte noi che abbiamo fatto le scuole alte abbiamo scritto tutto quel che c’è da dire su pressoché ogni argomento) non l’avrebbero mai fatto, essendo cresciuti in un ambiente abbastanza colto da non far loro mai venire il dubbio di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, tantomeno di dover dimostrare d’avere letto più libri di loro ai critici che li stroncavano (più semplicemente: i Vanzina la sapevano sufficientemente lunga sul cinema popolare da sapere che l’intrattenimento di massa non può venire elogiato dai critici, è un gioco delle parti, suvvia).

La parte più interessante dell’equivoco, però, è quella della lista di letture obbligatorie per la legittimazione.
Una scrittrice che m’è pure simpatica un paio di settimane fa ha pubblicato su Facebook un severo status ingiungendo ai suoi contatti non solo di non permettersi di inviarle manoscritti, ma anche di non azzardarsi a scrivere, se prima non avessero letto un elenco di autori e libri che lei riteneva imprescindibili.
Ora, a parte certi passaggi che sembravano fatti apposta per farsi prendere per il culo (un mio conoscente particolarmente crudele suggeriva di farle un’intervista a bruciapelo a proposito della riga in cui indicava come obbligatori «i principali romanzi di Italo Svevo», di chiamarla e chiederle: «Scusi, mi può dire i titoli dei secondari?»), la lista era quella che chiunque abbia fatto almeno un anno di liceo (ma forse bastano anche le scuole medie) si è visto assegnare per le vacanze (con l’aggiunta di alcune cose che sono rilevanti solo se stai ancora facendo il liceo, tipo Marguerite Duras).
Se a fare di te un intellettuale basta aver letto Dante e Tolstoj, Flaubert e Jane Austen, Calvino e Boccaccio, non stupisce che siamo un paese di proprietari di cassetti contenenti romanzi.

Solo che non basta. Non: non basta a fare di te un intellettuale aver letto i tre libri di Svevo su cui ti interrogavano alle medie. Non basta neanche aver letto la biblioteca di Umberto Eco per fare di te, povero disgraziato parvenu che puoi pure avere diretto il film più visto della storia, uno che fa il salto nell’unica lotta di classe rimasta: quella tra l’establishment culturale e gli affamati di brioche che assaltano il palazzo. Anche se è un assalto ordinato dentro appositi format.
Basta guardare un minuto di Masterpiece – un programma la cui assoluta mancanza di senso dell’umorismo è parecchio rappresentativa del disastro culturale italiano – per avere la tragica visione di come potrebbe, tra quindici anni e centocinquanta articoli per le pagine della cultura, diventare Fabio Volo. Un treno-di-panna che, immemore di una vita da romanziere per massaie e marito di pizza-fredda-birra-calda, se la tira da grande autore davanti a quei poveri disgraziati che sanciscono la propria inferiorità sociale andando a elemosinare un ingresso nel mondo dell’editoria.
Puoi essere Andrea De Carlo ma, se per botta di culo ti trovi dal lato dell’offerta delle brioche, sei subito Claudio Magris. Il quale magari, per esigenze di scaletta, il disgraziato che s’affanna a citare Roland Barthes ma si vede che si sforza, si vede che non l’ha letto nella prima edizione che la madre teneva svogliatamente sul comodino, il disgraziato che ha la disgrazia di non saper dissimulare quanto impegno gli siano costate quelle buone letture, quanto ci tenga, quante parole difficili abbia imparato, quel disgraziato lì lo invita pure a cena. Però lo fa entrare dall’ingresso della servitù.

Chissà se è un tic tutto nostro, o se a Judd Apatow viene mai in mente di dover convincere i lettori – anzi: gli editorialisti – del New Yorker che lui ha diritto di stare lì. Chissà se qualcuno l’ha avvisato dei criteri di selezione all’ingresso, se sa che deve portarci i compiti fatti e presentarsi in società col quadernone dei riassunti ben compilati, perché altrimenti pensiamo che le opere popolari nascano nel vuoto – mentre invece, se ci dice d’aver letto Tristram Shandy, ecco che i popcorn non siamo costretti a comprarli di nascosto e con tutto quel senso di colpa.

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