«E come dicono i soliti stronzi “quant’altro”» (di me, di me)

Gli costò sacrifici immensi, perché si sa come vanno le cose: la bella promessa diventata o in procinto di diventare solito stronzo comincia a lasciarsi andare, non rinuncia al bicchiere in più, alle cene in piedi comincia ad arraffare piatti di pasta sempre più invasivi, sicché alla fine non si ritrova solo drammaticamente stronzo, ma anche tragicamente provato nell’organismo fisico e nella mente, a disagio nei vestiti, con la cintura che tira sotto alla pancia adiposa, gli occhi venati di piccolissimi aneurismi per i troppi prosecchini, senza neanche un’oliva o una patatina, buttati giù nelle serate in terrazza, e goccioline di sudore che imperlano la fronte nelle notti romane di luglio. (E.B., 2006)

Comments so far:

  1. by azzurra on febbraio 10th, 2015 at 21:15

    la dannata locuzione sbuca dappertutto, anche nei maledetti contratti fatti da altri che io dovrei correggere, ma siccome vogliono che tu segua il “modello” – fatto da uno che sa di legge perché ha fatto quei cinque esami a economia – viene un pastrocchio con una sintassi elementare, fatta di anacoluti e modi di dire gergali trascinati a forza dal dialetto veneto (qui il cartongesso è ovunque, anche nelle persone, come dice maino). e tu vorresti rifare tutto e dirgli che ognuno pensi a fare bene il suo, e ti dici fessa che sono perché l’aggressività ti rende muta, di fronte a loro, che tanto per cambiare odiano le donne.

    soncini, mia cara.