Consigli per gli acquisti

Come i più attenti già sanno, sono convinta che uno dei problemi dei prodotti culturali italiani sia la critica che li racconta. Non saprei dire da dove nasca quest’annosa questione di uova e galline, se è più scoraggiante fare roba bella in un sistema che non riesce a riconoscerla, o più inutile sprecare talenti grandiosi per raccontare opere mediocri. Ieri sera il problema mi è tornato in mente perché ho ordinato due libri dopo aver letto due articoli su riviste americane, che è una cosa che faccio relativamente spesso, e mi sono chiesta: ma con gli italiani mi succede? Ci sono articoli che mi facciano venir voglia di vedere un film, comprare un libro, fidarmi di un parere o di un estratto, o è tutta roba che tanto so che è stata scritta per simpatie o, assai peggio, per veicolare critiche a qualcuno che non è quello di cui si scrive, per ammiccare «questi sì che, mica come quegli altri»?
(Sì, sto parlando dei lodatori di Jeeg, ma non solo; negli ultimi mesi ho praticamente smesso di seguire italiani su Twitter, ne sarà rimasta mezza dozzina, perché era tutt’un segnalare come imperdibili le opere di chi domani avrebbe potuto passargli una consulenza, commissionargli un articolo, ricambiare l’amicizia della domenica. La decima volta in cui ti lasci incuriosire da qualcosa per poi scoprire che è una tale porcheria che o chi te l’ha consigliata non capisce niente di niente, o consiglia letture come si mandano gli auguri di Natale ai parenti, la decima volta, ma forse pure la quinta, ti domandi chi te lo faccia fare di non eliminare il rumore di fondo.)
Ci ho pensato e mi sono ricordata esattamente l’ultima volta in cui ho comprato un libro perché avevo visto un articolo su un giornale italiano: era Repubblica ed era un libro di ricordi di amici di Grazia Cherchi. Me lo ricordo con precisione anche perché all’epoca su Amazon non si trovava (adesso ) e quindi sono andata in una libreria, di quelle piccole che vanno salvate, di quelle su cui ce la meniamo perché hanno il libraio specializzato-mica-come-i-commessi-delle-catene-del-centro-quelli-vivono-a-mezze-giornate, me lo ricordo perché nella piccola libreria ci ho messo un quarto d’ora a far capire allo specializzato che no, il libro non era Feltrinelli, anche se lui era molto fiero di sapere che Feltrinelli era l’editore della signora, e no, se metteva Grazia Cherchi nel campo autore non l’avrebbe trovato perché non era il nuovo libro di Grazia Cherchi, Grazia Cherchi era perfetta ma era morta. Insomma, era settembre, e la volta precedente era luglio e avevo ordinato Scott Spencer perché sul Corriere l’aveva caldeggiato con aria assai convincente Piperno, e quella prima ancora era il dicembre 2014 e avevo comprato Yasmina Reza perché avevo letto un consiglio natalizio su Gioia, e considerato che Felici i felici è l’ossessione migliore che mi sia capitata negli ultimi anni forse quella quasi unica volta in cui ho seguito il consiglio di un giornale italiano ne vale almeno dieci. Ma non possono essere solo due volte l’anno, orsù. Quindi stasera su Amazon – che a parte quella volta nella libreria ad alto tasso d’indipendentismo culturale è l’unico posto in cui compri libri – ho utilizzato la temibile funzione «ordini degli ultimi sei mesi», per poi procedere a ricostruire quanti italiani ho comprato, e quanti stranieri, e chi fosse stato a farmeli comprare.
Gli acquisti italiani e le di essi ragioni si dividono così: due perché avevo conosciuto gli autori; uno perché è uno di quelli i cui libri si comprano appena escono (Ammaniti); uno (Corrias) perché avevo letto un’anticipazione su Vanity Fair ed ero curiosa di sapere se il produttore cocainomane fosse quello che sembrava in quell’estratto; uno perché me ne aveva parlato un’amica; cinque perché c’era un’offerta sugli Adelphi; uno perché ci si sdilinquivano tutte le più sceme che conosco (si è rivelato perfettamente all’altezza delle aspettative: le sceme sono molto più affidabili dei giornali, e hanno un debole per i romanzi che sono tali e quali alla chick lit tedesca pubblicata da Salani negli anni Novanta ma non sanno di esserlo e ritengono di potersi dare un tono giacché pubblicati da editori prestigiosi e – quel che più conta – scritti da uomini che, se si tratta di divagare, parlano di jazz invece che di cellulite); uno perché mi piaceva il titolo (l’ultimo Nori); due perché era morto Scola (due sceneggiature); uno, un classico americano, perché avevo letto qualcosa a proposito della traduzione che ne aveva fatto Pavese (non ricordo dove, ma direi proprio che conta come consiglio italiano,magari era una discussione su Facebook ma attribuiamolo ottimisticamente a un qualche giornale: con il Corrias di Vanity fanno ben due); uno perché non trovavo la mia copia dentro casa (che è la principale ragione per cui compro libri: mi sembra incredibile che negli ultimi sei mesi sia capitato solo una volta); uno perché l’avevo buttato in un vecchio trasloco e ne ricordavo alcuni esilaranti passaggi e volevo declamarli a cena; uno perché avevo letto (su un giornale americano) che ne avrebbe fatto un film Muccino; due perché erano di Eco e io sono il genere di provinciale che compra i libri quando gli autori muoiono; uno perché un amico mi ha detto che nessuno è più gattamorta di Céline nei suoi epistolari (aveva ragione). Fanno ventuno acquisti di volumi in edizione italiana, dei quali quattordici di autori italiani e sette in traduzione, dei quali due (arrotondando per eccesso) dovuti alla kulturkritik locale.
Gli acquisti inglesi e americani si dividono così: uno dei miei tre libri preferiti del 2015 (Jon Ronson), che ho scoperto fosse stato tradotto e pubblicato in italiano solo dopo averne citato in un paio di articoli l’edizione americana, e fossi una mia lettrice penserei «questa lo cita in inglese per far la fanatica» ma il dramma è che nessuno in Italia aveva fatto sapere a questa che era uscito un libro così rilevante (il primo articolo che ho visto a proposito dell’edizione italiana è appunto uscito mesi dopo che l’avevo letto e metabolizzato e citato, ed era la traduzione dell’articolo d’un quotidiano inglese; l’articolo con cui l’avevo scoperto io era stato pubblicato nove mesi prima sul New York); uno perché aveva fornito lo spunto a un ottimo articolo sull’industria discografica pubblicato dal New York Times; uno perché avevo visto dei video dell’autrice (la correttrice di bozze del New Yorker, che sul sito del giornale spiega appunto cose di punteggiatura e affini per ossessionate come me); uno (l’autobiografia di Grace Jones) perché mi hanno chiesto di scriverne; uno perché lo citava il critico televisivo del New York; uno perché era impossibile non leggerne su ogni giornale americano (trattasi del libro di Shonda Rhimes, l’autrice di Scandal e di molte altre cose, che da quelle parti è oggetto d’un fanatismo che qui neanche la combinazione di Baricco e Volo); uno perché il New York ha intervistato uno dei più grandi sceneggiatori di tutti i tempi e leggendo l’intervista mi sono resa conto che dei suoi libri mi mancava quello su Broadway; due perché chiunque segua le cose di comicità americane sa che Mindy Kaling è molto meglio di ogni Dunham e Schumer (e infatti i suoi due libri sono ottimi, il che non si può dire di quello di Dunham; quanto a Schumer, esce ad agosto e vedremo, metto il mio pronostico in una busta chiusa); uno perché era uno dei consigli di Natale del Wall Street Journal; uno perché è il memoir di A A Gill, che è l’unica vera ragione per pagare l’abbonamento al Times nonché l’uomo che potrebbe scrivere anche la lista della spesa e io la leggerei; due perché parlavano di Jane Austen e ne avevo letto sul Guardian; uno perché l’autrice della mia serie televisiva americana preferita, The affair, l’aveva dichiarato fonte d’ispirazione; uno perché vari articoli americani lo dichiaravano il romanzo dell’anno o comunque uno dei romanzi di un qualche anno; uno perché era l’inaspettato bestseller la cui autrice i giornali inglesi intervistavano con la determinazione di chi aveva trovato la nuova Gillian Flynn (nel frattempo era uscito anche in Italia, La ragazza del treno: qui, sicuramente per mia distrazione, non ho visto un articolo che fosse uno, in compenso l’ho osservata restare in classifica non so più quante decine di settimane – e forse quanto a utilità della critica culturale basterebbe questo divario).
Sono solo sedici volumi (diciotto se contiamo i due ordinati stasera), quindi forse ho arricchito più l’editoria locale che quella forestiera (ma forse no: i libri americani e inglesi sono molto più cari, come d’altra parte i biglietti del teatro e del cinema e in generale i consumi culturali di paesi che, producendo cultura interessante, non sono poi costretti a dire «per favore cagateci, anche gratis, anche che semmai vi paghiamo noi per guardarci e leggerci»). Di sedici, però, sono dieci quelli che ho comprato dopo aver letto articoli a essi dedicati; e uno l’ho comprato perché il giornale coinvolto si è fatto venire l’idea dei video didattici; se anche sottraiamo arbitrariamente i quattro che ho comprato perché scritti da gente che scrive cose che mi piacciono per i giornali o per la tv, dobbiamo però includere nel conteggio finale il romanzo che è stato citato da un’autrice televisiva (conta come raccomandazione da pagina culturale in forma moderna). Non aggiungerò, per non complicare i calcoli, il Nabokov comprato sì in italiano ma solo grazie alla stampa straniera: l’Hollywood Reporter aveva scritto che Muccino ne avrebbe fatto un film. Lasciamo i due gruppi di acquisti separati. Fanno da settembre a ieri, per la squadra forestiera, dodici consigli di professionisti su sedici acquisti, mentre nel-paese-con-duemila-anni-di-cultura siamo a due su ventuno.
Qual è la morale? Ah, boh. Forse che oggi, fuori dalla fermata Garibaldi del metrò, distribuivano un certo quotidiano gratuitamente, e ieri ne distribuivano un altro, e né oggi né ieri ho visto nessuno fermarsi a prenderne una copia. Forse che moriremo tutti, almeno professionalmente, e nessuno ci rimpiangerà. Forse che non mi occupo abbastanza dei diritti dei lavoratori di Amazon o del regime fiscale delle multinazionali cattive. Forse che i libri fanno polvere. Forse che devo smetterla di essere così sensibile alle offerte Adelphi, gli scaffali Adelphi sono stracolmi in tutte le librerie di casa. Forse che la kulturkritik non basta e neanche Baricco può salvarci, ed è un sospetto che mi viene dal fatto che, quando Baricco stava in tv a incantare serpenti e universitarie raccontando romanzieri, trattava sempre – forse per evitare di sprecare un grandioso talento diffondendo opere vai a sapere se eterne – di romanzieri morti, e fare il figo coi romanzieri morti è come fare il figo nelle foto in bianco e nero: siam buoni tutti.

Comments so far:

  1. by pa on marzo 10th, 2016 at 9:28

    ..intanto ci hai dato almeno una decina di buoni consigli! fantastica!

  2. by Antonio on marzo 10th, 2016 at 11:40

    E io che pensavo che acquistassi TUTTI i libri oggetto delle Lettere Rubate di Benini.

  3. by Filippo on marzo 10th, 2016 at 12:26

    Il gruppo di ascolto/lettura Soncini ti sarebbe molto grato se tu pubblicassi la lista dei libri americani di cui parli, con qualche dettaglio in più. Insomma li vorremmo anche noi ma non riusciamo a trovarli. Ciao e grazie. Filippo

  4. by js on marzo 10th, 2016 at 13:35

    grazie, che bell’articolo, molto denso. Troppa roba da leggere. Poi son pure pigro, ma cercherò. Così almeno leggerò qualche libro consigliato da una professionista 🙂

  5. by benedetta on marzo 18th, 2016 at 15:34

    Potrebbe essere però che la tua conoscenza dall’interno della kulturkritik italiana (“è tutta roba che tanto so che è stata scritta per simpatie o, assai peggio, per veicolare critiche a qualcuno che non è quello di cui si scrive, per ammiccare «questi sì che, mica come quegli altri»?”) agisca come confirmation bias, pregiudizio di cui invece sei priva nel momento in cui ti accosti alla critica straniera (di cui suppongo tu non conosca tutti i retroscena)? Non so cosa ho detto ma l’ho detto col cuore.

  6. by Guia Soncini on marzo 18th, 2016 at 15:52

    ma è un giudizio a posteriori: si articola dopo tot volte in cui hai dato a Tizio una possibilità e quello immancabilmente ha segnalato roba bruttissima.