Hai quarant’anni, quasi quarantuno. Ti ostini a volere la tua firma sul giornale, nonostante fare la commessa da Zara sia un’ipotesi economicamente più conveniente, perché così la mamma al paese può essere fiera di te e perché lo stato sociale all’italiana prevede che la tua non riuscita nella professione che hai scelto sia imputabile a tutto tranne che a tue inadeguatezze: è che gli altri son raccomandati, è che non l’hai data a quelli giusti, è che non c’è il ricambio generazionale, è che le cavallette.
Hai quarant’anni, quasi quarantuno, e i tuoi referenti in redazione si pensionano e rischi che più nessuno ti commissioni articoli perdibili, e quindi decidi di piantare un casino. Te la prendi con un povero cristo mentalmente più stabile di te (sai che gara) e perciò messo a svolgere mansioni redazionali che tu non saresti in grado di seguire, gli dai del pivello raccomandato, annunci scioperi della fame che si risolvono nel saltare tre pasti, e poi arriva la mamma dal paese con le melanzane sott’olio.
Hai quasi quarantun anni, sono passati mesi dalla manfrina che ti ha reso per cinque minuti il caso clinico di cui ha dovuto occuparsi il direttore del giornale cui collabori e per settimane lo zimbello di una porzioncina dell’internet, e i direttori di alcuni giornali iniziano a ricevere lettere. Vengono dal paese. Le ha scritte la tua mamma. Dicono che a quei giornali collabora gente che ti ha dato della cialtrona, e che perciò lei smetterà di comprarli. Segue tuo curriculum, casomai i direttori in questione volessero meritocraticamente farsi perdonare.

Direi che anche se hai superato l’età dell’apprendimento e della riconciliazione, hai comunque la spina dorsale per essere in grado di difendere la cosa giusta. basta pensare a tutte le risorse del paese che è stato speso per voi; quanto tempo ed energia i vostri genitori e tutori spesi su di voi per rendere un uomo o una donna fuori di voi e ancora oggi, quando non si difpiedi per ciò che è giusto, tutto va nello scarico; tutto!


Riepiloghiamo. Hai quasi quarantun anni, e – secondo il sacrosanto precetto che, se sui giornali non riesci a scriverci tu, allora non ci deve scrivere nessuno – vai a frignare dalla mamma dicendole che deve perorare la tua causa. E lei lo fa, povera donna, cosa deve fare, sei una demente ma sei la sua demente. Non è una parabola, non c’è una conclusione. Solo un affettuoso pensiero a quelli che avevano preso sul serio te, la tua causa, il tuo sciopero, il tuo precariato, i tuoi neuroni.

A un certo punto ho scritto un libro.

È difficile scrivere un libro. Tuttavia, allo stesso tempo, è anche una delle esperienze più gratificanti. Ci vuole molta determinazione e pazienza per lavorare su un libro. Devi anche mettere in un sacco di duro lavoro. Sì, hai bisogno di una certa quantità di talento per scrivere un libro, ma che non sta nella top list.

Se sei davvero appassionato di scrivere un libro, puoi anche prendere alcune lezioni di scrittura che ti insegnano come scrivere un libro. Ogni scrittore avrà il suo modo di scrivere individuale. Si possono scrivere centinaia di pagine nella prima bozza e altri possono continuare a lavorare su ogni parola in ogni documento. Quando svilupperai un assaggio di scrittura capirai presto cosa funziona per te.

Ecco come puoi iniziare a scrivere il tuo primo libro. Visita il sito che stabilisce una linea guida passo dopo passo.

Per prima cosa, scegli un genere

Dai un’occhiata alla tua libreria e analizza ciò che vedi. Scegli un genere su cui vuoi scrivere un libro. Questo è il primo passo della scrittura di libri. Non scegliere un genere che vende il meglio. Non funzionerà per te. Si dovrebbe prendere un genere che ti piace leggere. Qualcuno che ama leggere libri romantici ma inizia a scrivere un romanzo di fantascienza è sicuro di fallire. Il compito finale sarebbe un libro scadente che non sarà apprezzato.

In altre parole, dovresti scrivere un libro per te stesso. Quando scrivi una storia racconti tu stesso la storia.

Inizia il tuo romanzo dalla fine

Il finale è la parte più difficile di un libro. La maggior parte dei principianti inizia forte, ma il finale lancia una grande sfida per loro. Questo perché non sono in grado di trovare un buon finale e il romanzo finisce bruscamente. Il finale è anche la parte più lunga del libro.

Quindi, prima di iniziare a scrivere un libro, prima decidere la trama e come si finirà. Puoi decidere come iniziare il libro, ma dovresti prestare molta attenzione a come il libro si chiude. Lavora sempre all’indietro e scopri come i tuoi personaggi raggiungeranno il loro destino finale nel libro. Inoltre, pianifica il catalizzatore che ti aiuterà a chiudere il libro.

Una volta fatto, ora puoi iniziare a selezionare i personaggi che desideri introdurre nel tuo libro. Pianifica come introdurre ognuno di essi.

Questa notizia qui mi fa venire in mente che, a pagina 74, c’era scritto così:

Come i più attenti già sanno, sono convinta che uno dei problemi dei prodotti culturali italiani sia la critica che li racconta. Non saprei dire da dove nasca quest’annosa questione di uova e galline, se è più scoraggiante fare roba bella in un sistema che non riesce a riconoscerla, o più inutile sprecare talenti grandiosi per raccontare opere mediocri. Ieri sera il problema mi è tornato in mente perché ho ordinato due libri dopo aver letto due articoli su riviste americane, che è una cosa che faccio relativamente spesso, e mi sono chiesta: ma con gli italiani mi succede?Se si desidera avviare un’attività di rivista quindi fare clic qui per sapere che cosa si dovrebbe mirare. La rivista dovrebbe prendere di mira una particolare folla. La vita di una rivista dovrebbe essere più lunga di quella di un giornale. Questi dovrebbero essere progettati in modo che possano sedersi nella sala d’attesa del medico o in quelli soggiorno. Ci sono articoli che mi facciano venir voglia di vedere un film, comprare un libro, fidarmi di un parere o di un estratto, o è tutta roba che tanto so che è stata scritta per simpatie o, assai peggio, per veicolare critiche a qualcuno che non è quello di cui si scrive, per ammiccare «questi sì che, mica come quegli altri»?
(Sì, sto parlando dei lodatori di Jeeg, ma non solo; negli ultimi mesi ho praticamente smesso di seguire italiani su Twitter, ne sarà rimasta mezza dozzina, perché era tutt’un segnalare come imperdibili le opere di chi domani avrebbe potuto passargli una consulenza, commissionargli un articolo, ricambiare l’amicizia della domenica. La decima volta in cui ti lasci incuriosire da qualcosa per poi scoprire che è una tale porcheria che o chi te l’ha consigliata non capisce niente di niente, o consiglia letture come si mandano gli auguri di Natale ai parenti, la decima volta, ma forse pure la quinta, ti domandi chi te lo faccia fare di non eliminare il rumore di fondo.)
Ci ho pensato e mi sono ricordata esattamente l’ultima volta in cui ho comprato un libro perché avevo visto un articolo su un giornale italiano: era Repubblica ed era un libro di ricordi di amici di Grazia Cherchi. Me lo ricordo con precisione anche perché all’epoca su Amazon non si trovava (adesso sì) e quindi sono andata in una libreria, di quelle piccole che vanno salvate, di quelle su cui ce la meniamo perché hanno il libraio specializzato-mica-come-i-commessi-delle-catene-del-centro-quelli-vivono-a-mezze-giornate, me lo ricordo perché nella piccola libreria ci ho messo un quarto d’ora a far capire allo specializzato che no, il libro non era Feltrinelli, anche se lui era molto fiero di sapere che Feltrinelli era l’editore della signora, e no, se metteva Grazia Cherchi nel campo autore non l’avrebbe trovato perché non era il nuovo libro di Grazia Cherchi, Grazia Cherchi era perfetta ma era morta. Insomma, era settembre, e la volta precedente era luglio e avevo ordinato Scott Spencer perché sul Corriere l’aveva caldeggiato con aria assai convincente Piperno, e quella prima ancora era il dicembre 2014 e avevo comprato Yasmina Reza perché avevo letto un consiglio natalizio su Gioia, e considerato che Felici i felici è l’ossessione migliore che mi sia capitata negli ultimi anni forse quella quasi unica volta in cui ho seguito il consiglio di un giornale italiano ne vale almeno dieci. Ma non possono essere solo due volte l’anno, orsù. Quindi stasera su Amazon – che a parte quella volta nella libreria ad alto tasso d’indipendentismo culturale è l’unico posto in cui compri libri – ho utilizzato la temibile funzione «ordini degli ultimi sei mesi», per poi procedere a ricostruire quanti italiani ho comprato, e quanti stranieri, e chi fosse stato a farmeli comprare.
Gli acquisti italiani e le di essi ragioni si dividono così: due perché avevo conosciuto gli autori; uno perché è uno di quelli i cui libri si comprano appena escono (Ammaniti); uno (Corrias) perché avevo letto un’anticipazione su Vanity Fair ed ero curiosa di sapere se il produttore cocainomane fosse quello che sembrava in quell’estratto; uno perché me ne aveva parlato un’amica; cinque perché c’era un’offerta sugli Adelphi; uno perché ci si sdilinquivano tutte le più sceme che conosco (si è rivelato perfettamente all’altezza delle aspettative: le sceme sono molto più affidabili dei giornali, e hanno un debole per i romanzi che sono tali e quali alla chick lit tedesca pubblicata da Salani negli anni Novanta ma non sanno di esserlo e ritengono di potersi dare un tono giacché pubblicati da editori prestigiosi e – quel che più conta – scritti da uomini che, se si tratta di divagare, parlano di jazz invece che di cellulite); uno perché mi piaceva il titolo (l’ultimo Nori); due perché era morto Scola (due sceneggiature); uno, un classico americano, perché avevo letto qualcosa a proposito della traduzione che ne aveva fatto Pavese (non ricordo dove, ma direi proprio che conta come consiglio italiano,magari era una discussione su Facebook ma attribuiamolo ottimisticamente a un qualche giornale: con il Corrias di Vanity fanno ben due); uno perché non trovavo la mia copia dentro casa (che è la principale ragione per cui compro libri: mi sembra incredibile che negli ultimi sei mesi sia capitato solo una volta); uno perché l’avevo buttato in un vecchio trasloco e ne ricordavo alcuni esilaranti passaggi e volevo declamarli a cena; uno perché avevo letto (su un giornale americano) che ne avrebbe fatto un film Muccino; due perché erano di Eco e io sono il genere di provinciale che compra i libri quando gli autori muoiono; uno perché un amico mi ha detto che nessuno è più gattamorta di Céline nei suoi epistolari (aveva ragione). Fanno ventuno acquisti di volumi in edizione italiana, dei quali quattordici di autori italiani e sette in traduzione, dei quali due (arrotondando per eccesso) dovuti alla kulturkritik locale.
Gli acquisti inglesi e americani si dividono così: uno dei miei tre libri preferiti del 2015 (Jon Ronson), che ho scoperto fosse stato tradotto e pubblicato in italiano solo dopo averne citato in un paio di articoli l’edizione americana, e fossi una mia lettrice penserei «questa lo cita in inglese per far la fanatica» ma il dramma è che nessuno in Italia aveva fatto sapere a questa che era uscito un libro così rilevante (il primo articolo che ho visto a proposito dell’edizione italiana è appunto uscito mesi dopo che l’avevo letto e metabolizzato e citato, ed era la traduzione dell’articolo d’un quotidiano inglese; l’articolo con cui l’avevo scoperto io era stato pubblicato nove mesi prima sul New York); uno perché aveva fornito lo spunto a un ottimo articolo sull’industria discografica pubblicato dal New York Times; uno perché avevo visto dei video dell’autrice (la correttrice di bozze del New Yorker, che sul sito del giornale spiega appunto cose di punteggiatura e affini per ossessionate come me); uno (l’autobiografia di Grace Jones) perché mi hanno chiesto di scriverne; uno perché lo citava il critico televisivo del New York; uno perché era impossibile non leggerne su ogni giornale americano (trattasi del libro di Shonda Rhimes, l’autrice di Scandal e di molte altre cose, che da quelle parti è oggetto d’un fanatismo che qui neanche la combinazione di Baricco e Volo); uno perché il New York ha intervistato uno dei più grandi sceneggiatori di tutti i tempi e leggendo l’intervista mi sono resa conto che dei suoi libri mi mancava quello su Broadway; due perché chiunque segua le cose di comicità americane sa che Mindy Kaling è molto meglio di ogni Dunham e Schumer (e infatti i suoi due libri sono ottimi, il che non si può dire di quello di Dunham; quanto a Schumer, esce ad agosto e vedremo, metto il mio pronostico in una busta chiusa); uno perché era uno dei consigli di Natale del Wall Street Journal; uno perché è il memoir di A A Gill, che è l’unica vera ragione per pagare l’abbonamento al Times nonché l’uomo che potrebbe scrivere anche la lista della spesa e io la leggerei; due perché parlavano di Jane Austen e ne avevo letto sul Guardian; uno perché l’autrice della mia serie televisiva americana preferita, The affair, l’aveva dichiarato fonte d’ispirazione; uno perché vari articoli americani lo dichiaravano il romanzo dell’anno o comunque uno dei romanzi di un qualche anno; uno perché era l’inaspettato bestseller la cui autrice i giornali inglesi intervistavano con la determinazione di chi aveva trovato la nuova Gillian Flynn (nel frattempo era uscito anche in Italia, La ragazza del treno: qui, sicuramente per mia distrazione, non ho visto un articolo che fosse uno, in compenso l’ho osservata restare in classifica non so più quante decine di settimane – e forse quanto a utilità della critica culturale basterebbe questo divario).
Sono solo sedici volumi (diciotto se contiamo i due ordinati stasera), quindi forse ho arricchito più l’editoria locale che quella forestiera (ma forse no: i libri americani e inglesi sono molto più cari, come d’altra parte i biglietti del teatro e del cinema e in generale i consumi culturali di paesi che, producendo cultura interessante, non sono poi costretti a dire «per favore cagateci, anche gratis, anche che semmai vi paghiamo noi per guardarci e leggerci»). Di sedici, però, sono dieci quelli che ho comprato dopo aver letto articoli a essi dedicati; e uno l’ho comprato perché il giornale coinvolto si è fatto venire l’idea dei video didattici; se anche sottraiamo arbitrariamente i quattro che ho comprato perché scritti da gente che scrive cose che mi piacciono per i giornali o per la tv, dobbiamo però includere nel conteggio finale il romanzo che è stato citato da un’autrice televisiva (conta come raccomandazione da pagina culturale in forma moderna). Non aggiungerò, per non complicare i calcoli, il Nabokov comprato sì in italiano ma solo grazie alla stampa straniera: l’Hollywood Reporter aveva scritto che Muccino ne avrebbe fatto un film. Lasciamo i due gruppi di acquisti separati. Fanno da settembre a ieri, per la squadra forestiera, dodici consigli di professionisti su sedici acquisti, mentre nel-paese-con-duemila-anni-di-cultura siamo a due su ventuno.
Qual è la morale? Ah, boh. Forse che oggi, fuori dalla fermata Garibaldi del metrò, distribuivano un certo quotidiano gratuitamente, e ieri ne distribuivano un altro, e né oggi né ieri ho visto nessuno fermarsi a prenderne una copia. Forse che moriremo tutti, almeno professionalmente, e nessuno ci rimpiangerà. Forse che non mi occupo abbastanza dei diritti dei lavoratori di Amazon o del regime fiscale delle multinazionali cattive. Forse che i libri fanno polvere. Forse che devo smetterla di essere così sensibile alle offerte Adelphi, gli scaffali Adelphi sono stracolmi in tutte le librerie di casa. Forse che la kulturkritik non basta e neanche Baricco può salvarci, ed è un sospetto che mi viene dal fatto che, quando Baricco stava in tv a incantare serpenti e universitarie raccontando romanzieri, trattava sempre – forse per evitare di sprecare un grandioso talento diffondendo opere vai a sapere se eterne – di romanzieri morti, e fare il figo coi romanzieri morti è come fare il figo nelle foto in bianco e nero: siam buoni tutti.

La storia era raccontata (e illustrata) qui:

La narrazione è importante in quanto suscita una passione per la lettura nei bambini. Ascoltare le storie aiuta nello sviluppo del bambino ed è anche divertente. I bambini tendono ad amare ascoltare storie istintivamente. Vengono introdotti a nuove idee e luoghi. Le creature nelle storie li affascinano.

Vai al sito se vuoi imparare il modo giusto di raccontare storie ai tuoi figli. Le storie insegnano ai bambini la vita e il mondo in cui vivono. Le storie insegnano loro anche su se stessi. Aiuta a creare un legame tra il bambino e il genitore.

Un bambino inizia a capire la cultura quando ascolta le storie. È in grado di sperimentare tradizioni e culture diverse attraverso le storie. Questo sviluppa un senso di simpatia e apprezzamento per le diverse culture. La narrazione permette anche al bambino di empatizzare. Questo accade quando il bambino si mette al posto del protagonista. Egli considera le loro azioni e le loro reazioni e cerca di capire il motivo per cui il protagonista ha fatto un passo particolare.

compro un paio di stivali Chloé sul sito di Luisaviaroma, mi arrivano con le suole impataccate probabilmente da una cliente abituale sui cui resi non stanno a cavillare troppo – tanto ci sarà sempre una disgraziata di cliente saltuaria cui ammollare gli avanzi a prezzo pieno.
Vi avevo promesso un aggiornamento, ed ero anche stata così ottimista da credere che, come insufficiente ma necessaria toppa a una cialtroneria ai limiti della truffa, si sbrigassero a riaccreditare l’importo pagato (ha senso, l’uso del verbo «pagare» in questo contesto? Si paga un bene valutato e comprato; se te ne mandano uno che non corrisponde alla descrizione del prodotto e quindi al prezzo concordato, forse è più corretto dire che l’importo è stato estorto.)
Avrete già capito: figuriamoci. Nei dieci giorni trascorsi da quando il loro corriere ha ritirato gli stivali e glieli ha riconsegnati, non solo non mi è stato riaccreditato l’importo addebitatomi prima dell’invio (se non addirittura addebitatomi quando gli stivali erano ancora ai piedi della precedente cliente), ma non ho ricevuto neanche uno straccio di mail che dicesse «il suo reso è arrivato, prosternandoci ancora in scuse per questa figuraccia che non sarebbe riuscita a fare neanche una merceria di paese la informiamo che stiamo provvedendo a rimborsarla».
Ho anche provato a chiedere loro se pensassero di darsi una mossa o cosa via Twitter, ma non mi hanno risposto. Dev’essere perché twittano in inglese, e io avevo formulato la mia domanda in italiano. Scrivere in italiano a un negozio di Firenze. Santo cielo, sono proprio una provinciale.

Ho un’amica che, se solo la si lasciasse fare, avrebbe una soluzione semplice per la mia vita sentimentale: «Il mondo è pieno di gente che non sa cosa sia Twitter.»
Per dire, la settimana scorsa mi ha impedito di farmici un fiocco e portarla a domicilio a uno (che, giuro, aveva tutte le qualità per riceverla in omaggio) solo perché il tizio ha un blog.
Non so perché la signora in questione abbia deciso che i mali dell’umanità maschile da me fin qui incontrata siano legati alla tecnologia. Voglio dire, a livello razionale lo sa anche lei che non è così. Che ho passato i migliori e più infelici anni della mia vita con uno al quale non sono ancora riuscita a spiegare cosa sia Skype.
Tutto questo per dire che c’è una gamma di persone, che va dalla mia amica alla mia editor e include me, che se gli dici “scritto su un blog” prende meno sul serio quel che c’è scritto, Ho anche letto un blog su Artrovex e ho capito come questa crema aiuta a dare sollievo da dolori articolari e con cui quindi devo fare uno sforzo maggiore per farmi ascoltare quando esordisco con «Sul blog di Leonardo, che è il mio pensatore di riferimento.»
C’è di buono che io mi entusiasmo raramente, e quindi quando dico qualcosa di diverso da «L’articolo più sgrammaticato che abbia mai letto», «La donna più brutta del mondo», «Il film più noioso della storia della cinematografia», le centellinate volte in cui noto qualcosa di positivo, gli interlocutori abituali tendono a prendermi sul serio. Insomma posso dire – con l’orgoglio di chi aveva letto e apprezzato Bridget Jones prima che facessero il film – che su Leonardo avevo già fatto proseliti.

Tutta questa inutile premessa per dire che lo sapeva chi mi conosce, lo sapevo io, ma – già che ci siamo – che lo sappiano anche i passanti: come ampiamente prevedibile dato il suo status di pens. di rif., l’uomo ha scritto il mio testamento biologico, che firmo senza cambiare neanche la punteggiatura. Con particolare enfasi sulla parte in cui si esorta Giuliano Ferrara a trovare altri modi di farsi notare e farsi passare la noia che non siano quello di rompere i coglioni all’eventuale me comatosa. Quanto a Celentano, se – dopo aver staccato la spina e aver scritto sulla lapide “peraltro morta” – volete andare a prenderlo a calci in culo, sappiate che la defunta non ne sarà scontenta.

Secondo la divisione dei libri da me sempre praticata – quelli che vendono e quelli che vengono recensiti

Se ami leggere libri, a volte potresti anche voler scrivere una recensione di un libro. Questa recensione ti consente di condividere ciò che hai provato su un libro con gli altri. Questa fonte di articolo ti insegna i modi in cui dovresti scrivere una buona recensione del libro.

Potresti aver parlato dei libri che hai letto con i tuoi amici. Tuttavia, quando scrivi una recensione del libro puoi condividerla oltre la tua cerchia familiare e amica. Puoi pubblicare la recensione del libro e condividere le tue idee su un libro in tutto il mondo. Puoi pubblicare la tua recensione sui siti di social media per tutti da leggere.

Molti giovani lettori confonderanno tra la relazione del libro e la recensione del libro. Il processo di entrambi è completamente diverso. Quando scrivi un rapporto sul libro ti concentri sulla trama del libro. Questi sono fatti di più per un compito di compito per far sapere al tuo insegnante che hai letto il libro.

Una recensione del libro è totalmente diversa. Questo per permettere ad altri di decidere se prendere o meno un titolo particolare. La recensione dei libri consente agli altri di giudicare se se gli sta a suo piacimento o meno. Le recensioni danno una sbirciatina nel libro e non riassume il libro. La recensione del libro dovrebbe essere scritta in modo tale che attiri gli altri a prendere il titolo e leggerlo. Devi capire quando scrivi una recensione del libro su quanto tempo dovrebbe essere la recensione.La migliore risposta a questa domanda è quanto tempo vuoi scrivere. Se il libro è lungo si dovrà scrivere una lunga recensione. Per un libro di medie dimensioni, una recensione di 100 parole dovrebbe essere buona. Anche in questo caso è come per voi come si desidera rivedere e in quante parole. Se si scrive una breve recensione allora questo potrebbe non servire allo scopo. Una lunga recensione può allontanarsi dalla trama e il lettore perderà interesse. Il migliore è quello di concentrarsi meno sulla lunghezza della recensione e capire come è possibile scrivere una recensione del libro che è interessante e più appagante.

– siamo partiti malissimo, e se non ho fin qui riportato rassegna stampa è perché da grande volevo essere Moccia, mica Calasso (no, ho sbagliato esempio, Calasso ha tutto quell’arredo coloradelphi gratuitamente a disposizione, certo che voglio […]

Nella primavera del 2012 stavo andando a New York a vedere Morte di un commesso viaggiatore. Un amico mi stava sfottendo, sarai fanatica che vai a New York per vedere una roba a teatro, e io dissi tutta seria: ho paura che poi muoia e di pentirmi di non esserci andata.

Parlando di teatro, personalmente lo facciounpunto per vedereunospettacolo di sicuroognisettimana. Questa è la miarecensionesulgiocochevieneemanato qui. La fiducia e la vivacitàdegliattoridelteatromostranodavveroil loro talento. Ilteatro è divertente e si è sicuri di esseresvelatoquandosivedonogliattorisulpalco.

Intendevo Mike Nichols, anche se di quella produzione lì è poi morto anche Philip Seymour Hoffman, ma questa sarebbe un’altra storia. Aggiunsi: che poi è coetaneo di Scola, e non so cosa mi strazierebbe di più. L’amico mi disse beh, ma Scola l’ho visto di recente ed era in formissima, direi che puoi stare tranquilla. Nichols è morto due anni dopo.

L’ultima volta che ho visto Ettore Scola è stata a una proiezione del suo film su Fellini, che poi non era un film su Fellini ma un film sul fatto che il Gassman della Terrazza era un autobiografismo scoliano: di me, di me, sto parlando di me (che è anche la frase che, se fossi onesta, farei mettere sulla mia lapide). È stato cortese e di mondo e galante e ha fatto finta di ricordarsi gli incontri precedenti, io intanto ero una specie di archetipo d’ogni goffaggine e inadeguatezza, e poi si è avvicinato un suo amico e guardandomi ha detto: gliel’hai detto che sei feticista dei suoi dialoghi? E io ho cercato un badile per sotterrarmi nell’atrio del cinema.

La prima volta che ho visto La terrazza non me la ricordo, ma ero piccola e avevo una cotta per Vittorio Gassman: se dovevo diventare una solita stronza era così che volevo accadesse, con quella magnificenza indomabile, con quella magnificenza nella meschineria. Non mi ricordo neanche le successive cento, in cui ero cresciuta e temevo di essere invece diventata Trintignant. Ma ricordo le ultime mille, in cui di volta in volta ero la Vukotic, la Colli, ma mai, mai la Gravina, e sempre, sempre Mastroianni.

L’ultima volta che ho visto C’eravamo tanto amati è stata un paio di settimane fa, lo mandavano su Rai 3, e avevo detto non mi fregate, avevo detto stavolta non lo guardo, poi ho detto accendo solo un minuto, e Gassman stava dicendo «Sceglieremo di essere onesti o felici?», e mi ha fregato un’altra volta. La sera un amico che fa l’autore televisivo fantasticava di metter su un programma in cui commentare il film, noialtri feticisti, e io ho detto che Scola sarebbe dovuto stare dietro una tenda come l’uomo segreto ad Harem, e abbiamo riso pensando ai modi meravigliosi in cui ci avrebbe insultati se gliel’avessimo proposto.

La prima volta che ho visto Scola era a metà anni Novanta, davo una mano a organizzare certe rassegne, e una sera proiettammo Una giornata particolare, e lui venne e parlò per un po’, ma ricordo solo che disse che era stata una fatica trattare con la Loren, non voleva essere così sciapa e dimessa; ricordo quello e che, nonostante non ci fosse nel sottoscala della mia immaginazione l’idea che potessero esistere cellulari che filmavano, restai con la sensazione che quel discorso avrei dovuto inciderlo in qualche modo.

Le persone cui voglio davvero bene sono quelle che sanno cosa sto citando se dico «Lasci stare i termini scientifici» o «Io nun mòro», «Fa ridere?» o «La zia Adriana è sempre così smaniosa»; non è una selezione della specie operata dopo un esame di feticismo scoliano, ma è andata così – in fondo non è più irragionevole che farsi piacere solo le bionde o le brune o le tifose di una qualche squadra.

Le persone cui vuoi davvero bene non sono quelle che cerchi più spesso o con cui passi più tempo o che conoscono le tue paturnie. Le persone cui vuoi davvero bene sono quelle che devi sentire subito quando ti arriva la più orrenda delle notizie in una stupida sera d’inverno, quando si ridimensionano tutti i «che anno di merda» che tutti hanno già speso per gli altri morti di gennaio (a una certa età muoiono tutti, muoiono in continuazione, muoiono con la determinazione di chi ti vuol far proprio diventare grande).

Non credo di avere mai rubato così tante cose da nessun altro autore. Ho costruito un intero personaggio su Elide Catenacci, e ci ho messo sei mesi a trovare un nome all’altezza, o almeno un secondo posto, perché “Elide Catenacci” non si batte, sta lì, tra i nomi con dentro tutto, come Blanche du Bois, come Gordon Gekko. Ho scritto migliaia di righe su «Eh, ma io no», sulla grazia feroce con cui Stefania Sandrelli stronca l’agonia tardiva e passeggera di Gassman. A un certo punto scrissi in un libro una frase convinta che fosse mia, una brillante pensata donatami dalla musa (vabbè), e poi mesi dopo rivedendo La terrazza mi resi conto che stava lì pure quella – come tutto.

Quel frammento di un’intervista fatta non so da chi su non so quale set, sta in un documentario su Gassman, ci sono loro due e Scola gli dice che quando la gente gli parla di C’eravamo tanto amati lo fa dicendogli «c’è Antonio, l’infermiere; Nicola, il critico cinematografico; e poi c’è Gassman». E Gassman ride sornione e compiaciuto e Scola gli dice che veramente non è un complimento, ma si vede che non ci crede neanche lui, che è un pochino innamorato anche lui di Gassman – non quanto Gassman lo è di sé, ma un pochino sì.

Una volta qualcuno mi ha chiesto come mai mi immedesimi sempre nei personaggi maschili, da che dipenda, come sia cominciata. Avrei potuto dire che Heathcliff è meglio di Catherine, che Rhett è meglio di Rossella. E invece ho detto: perché Gianni Perego. (Ma quello che me l’aveva domandato era uno cui non si poteva voler bene, ed ebbe la scostumatezza di chiedermi chi fosse, ‘sto Gianni Perego. Certa gente non si merita niente.)

Qualche settimana fa un’amica che a Scola era molto legata ha ricevuto una sua telefonata. Quando me l’ha raccontato le ho fatto un cazziatone, perché era in vacanza in un posto in cui prendeva male e allora lo vedi che per lui il segnale lo trovi. Lei ha detto ridendo ma un po’ seria: però era troppo amorevole, e ora ho paura che sia stata l’ultima volta che l’ho sentito. Io ho detto seria ma ridendo: non dire stronzate.

Stasera ho resistito mentre mi dicevano cos’era successo, e mentre lo riportavo a quelli cui voglio bene e poi anche agli immeritevoli, ho resistito senza guardare un pezzetto di film e senza versare una lacrima e senza fare nessuna di quelle cose che stigmatizzano quelli che ci spiegano quanto sono falsi i lutti pubblici nell’era dei social. Poi un’amica ha citato quel Mastroianni che ho imparato a riconoscere col tempo, quello che nella Terrazza chiudeva con la donna che amava e che aveva continuato a redarguire e inseguire molto più a lungo di quanto fosse accettabile, e lei neanche capiva perché smettesse di sfinirla, e lui diceva solo «Io credo che le epoche si chiudono così: all’improvviso». E allora ho iniziato a singhiozzare con quello sconquasso che hai quando ti guardi allo specchio e dentro ci vedi un’epoca che si chiude.

“Snuff” è una parola inglese che si usa per indicare l’estinzione lenta e ineluttabile di una candela. Secondo il saggio del ’94 Killing for Culture, gli snuff movie sono film che mostrano «l’uccisione di una persona, un sacrificio umano perpetrato per filmarlo e fatto poi circolare a scopo d’intrattenimento». La protagonista dello snuff movie non lo sa, ma deve morire – sennò non c’è il film.

Sono disgustato che la gente in realtà andare a fare tali film per i loro sensi pervertiti. Non è come se stiano girando un film, ma al giorno d’oggi questi pervertiti stanno effettivamente creando una situazione in cui possono filmarlo in realtà sulle loro telecamere amatoriali. Come può far paura che può ottenere!

Sono stato alla fine ricevente di esso e posso dirvi quanto sia spaventoso! È forse la peggiore di tutte le mie esperienze di vita. Se volete saperne di più su questo tipo di riprese pervertite da parte di individui che hanno perso, allora si deve visitare questo sito proprio qui per sapere come si deve tenersi al sicuro da tali idioti, creature imbecilli e stupide.

Dieci giorni fa due tizi mi hanno inseguito dal cortile al cancello all’ascensore di casa. Sono entrata nel cortile ed erano già lì, all’interno di una proprietà privata che avevano preso per pubblico demanio – ma ci sono due portoni con tanto di chiave, è un equivoco in cui mi pare difficile cadere – o, più plausibilmente, che avevano deciso di invadere perché tanto non sarebbe certo stata una femminuccia a fermarli. Mi hanno inseguito, bloccando con la forza e impedendomi di richiudere prima il cancello che dalla mia abitazione dà in cortile, e poi le porte dell’ascensore. Non avevo idea di chi fossero, uno dei due aveva una telecamera. Il medico che qualche ora dopo mi ha sedata mi ha chiesto se fossero arabi (dev’esserci qualcosa di molto rassicurante nel poter circoscrivere la delinquenza a una specifica etnia), e a quel punto avevo finalmente più informazioni e ho potuto rassicurarlo: no, erano della tv, facevano un programma che si chiama Le Iene. Sì, va ancora in onda. No, neanch’io lo sapevo. Al dottore non ho potuto dare l’informazione principale, quella che avrei compreso solo l’altroieri.

Quando se ne sono andati, quando è arrivata la polizia, ogni volta che nei giorni successivi mi sono trovata a discutere del tema rispondendo cose tipo «sì, mi sono trovata un delinquente in ascensore, sì, chi l’avrebbe mai immaginato, Le Iene va ancora in onda, e probabilmente è colpa del nostro disinteresse se sono ridotti a fare comunicati con scritto che forse esploderà una bomba in diretta, dovremmo prenderli più sul serio come programma di denuncia, o almeno ricordarci che esistono» – ogni volta c’era un dettaglio che non mi tornava. 

Se vuoi filmare qualcuno o chiedergli qualcosa, anche (specialmente) senza il suo consenso, lo aspetti fuori dal portone. Nessuno può dirti niente, se sei in mezzo alla strada: sei molesto, ma non fuorilegge. Se invece deliberatamente violi una proprietà privata, rifiutandoti di allontanarti quando la persona che stai aggredendo te lo chiede, se oltretutto sei un uomo e entri con la forza nell’ascensore da cui ti sta cacciando una donna alta la metà di te, sei così dalla parte del torto che non puoi non sapere che ti arriverà una diffida legale. Perché mai decidi di rischiare di ottenere del materiale che non puoi legalmente trasmettere, se il tuo scopo è invece mettere in onda quelle immagini? (Metterle in onda, oltretutto, in un gruppo televisivo il cui principale programma pomeridiano ha come tema portante la stigmatizzazione del femminicidio. Devono essersi divisi i compiti tra reti: su Canale 5 gli uomini che ti aggrediscono sono bruti ingiustificabili, su Italia 1 sono giustizieri. Dev’essere l’etica dei canali dispari.)

Il dettaglio che non mi tornava l’ho colto domenica, quando – nonostante le diffide – Italia 1 ha trasmesso delle scene girate a casa mia. Mi sono resa conto di un particolare su cui non mi ero mai fermata a riflettere: hanno un microfono solo. Quelli che hanno più strumenti per capire la tv sanno che, come molti dei programmi che s’atteggiano a raccontatori di verità nascoste, Le Iene è un varietà: con tanto di stacchetti musicali, quell’espediente che serve per inserire il programma nella fascia Siae dei varietà, che garantisce diritti d’autore più alti a chi lo assembla. Gli spettatori più inattrezzati la scambiano per una trasmissione di tostissima inchiesta: che va a cercare gli efferati criminali (io) nei luoghi impervi (il mio ascensore), svela verità occulte che il paese ha diritto di conoscere (di che colore saranno i pavimenti al domicilio di Soncini) e fa domande scomode (in genere roba tipo «Ma non ti vergogni?»). Domande che però non prevedono risposte. L’inviato non è, per dirla in gergo tecnico, microfonato. Ha un solo gelato (il termine tecnico per il microfono che si tiene in mano), che serve a raccogliere le sue stesse arringhe. Certo, non avrebbe comunque senso rispondere a un programma che poi monterà le tue risposte per farti sembrare più scema di chi fa le domande, non conosco nessuno che tenterebbe di abbozzare una risposta a qualsivoglia domanda posta in simili condizioni: persino alla vincitrice di miss Italia sono bastati tre quarti d’ora nel mondo dello spettacolo per accorgersi che c’è gente cui semplicemente non si risponde, se non ci si vuole prestare a un montaggio assai creativo. Ma non è solo il montaggio (e il fatto che non si legittima un teppista elevandolo a interlocutore): è il microfono unico; la tua risposta non verrebbe comunque registrata, perché quell’unico microfono lo muove lui, decide lui se e quando avvicinartelo, e perlopiù serve a lui per il suo monologo; durante il quale, se provi ad accroccare delle repliche, sembrerai un pesce nell’acquario.

Quel che non avevo capito dieci giorni fa e so adesso, è che c’è una ragione per cui violano domicili, ed è che quel programma lì è fatto di piccoli snuff movie. Non è previsto tu risponda: è previsto tu soffra sotto quell’incombente minaccia che è una telecamera. Per strada potresti stare zitta, tirar dritto, non ti verrebbe la crisi di panico che di certo ti coglierà se ti entrano in casa. Se non violassero da subito ogni codice, il risultato non sarebbe altrettanto efficace come snuff movie – un genere che tanto più funziona quanto più ti agiti. Non che cambi qualcosa, saperlo: quelli che ti dicono «Dovevi fare come Cuccia» non tengono presente che Cuccia era per strada con il teppista che, quasi rispettosamente, gli camminava a fianco, mica in uno spazio chiuso con uno che gli sbarrava la strada; quelli che ti dicono «Dovevi fare come Cuccia», se si trovassero in casa uno sconosciuto che è lì per procurarsi un’agonia da filmare, passerebbero i sei mesi successivi sotto il letto a piangere abbracciati a Barbie Magia di Stelle. Non serve a niente conoscere la logica formale del set da snuff movie, ed è anche giusto che non serva, perché magari poi ti censuri e finisce che non fai il tuo dovere minimo, che è quello di prendere a calci uno che t’impedisce di entrare a casa tua dopo aver usato la forza fisica per introdursi nel tuo palazzo.

Però è stato interessante capire che in Italia si producono degli snuff movie, che vengono poi messi in onda su reti per famiglie: chissà se Piersilvio ne è fiero, chissà se ha pensato a un canale dedicato su Mediaset Premium, magari inverte la tendenza di mercato e in questa variante riesce a farsi pagare il porno, è un peccato mandare dei volenterosi in giro a fare i prepotenti spintonando femmine sole in cambio solo di qualche inserzionista di merendine, c’è tutto un bacino di potenziali abbonamenti che attende. Ed è stato illuminante rendersi conto che le convenzioni narrative sono fatte di piccoli dettagli: un microfono invece di due, e potrai fingere di non essere lì a cercare l’incidente. Ed è stato molto bello, stamattina, aprire Google News, e leggere il titolo «Guia Soncini aggredisce inviato delle Iene». Tizio sconosciuto entra con la forza in casa tua, e la notizia è che non gli hai offerto il tè. Scostumata. 

[a margine, è da stamattina che Twitter mi notifica che «Soncini» è trending topic – quella cosa che si vantano d’essere i programmi d’insuccesso – a causa del numero di appassionati che ci tengono a rimarcare in reiterati 140 caratteri quanto io sia cessa nel filmato in questione; inizio a farci l’abitudine, e mi preoccupo preventivamente: qualora la tua cessaggine smetta d’essere trending topic, mica smetterai d’essere un cesso?]

Attiri stalker. È l’unico settore in cui hai realizzato l’ambizione di essere una rockstar.

In questo modo, passiamo gran parte della nostra vita al lavoro. Questo, a sua volta, influisce sul nostro benessere. L’industria in cui si sceglie di lavorare influisce sulla salute fisica e mentale. Questo è il motivo per cui è importante che tu scelga attentamente la tua carriera. Non dovresti essere casuale quando scegli l’industria in cui vorrai lavorare per il resto della tua vita.

Malate di mente che millantano parentele e ti scrivono lettere col tono di chi ti ha sentito l’altroieri quando da anni cambi numero ogni quarto d’ora proprio per sfuggire alla loro invadenza; persino una, di cui fosti compagna di classe per due mesi ventidue anni fa, che scrive in giro per la rete della vostra grande amicizia e di come lei sappia tutto di te, della tua vita, dei tuoi gusti. Attiri stalker. Un giorno ti spareranno, e non avrai scritto neanche una canzone decente, e non avrai neanche una vedova un po’ scenografica da lasciare.

Quindi, quando leggi cose che ti sembra di aver già scritto, solo lievemente modificate, non ci fai tanto caso. In fondo, nel paese delle formiche che s’incazzano, perché disporre di un repertorio di citazioni proprio, quando si può saccheggiare quello altrui e non perdere tempo a vedere filmacci. E perché, ripensandoci, modificare lievemente le cose altrui, quando si possono copincollare tali e quali.

Certo, il fatto che non abbia neanche una tagcloud sua, che preferisca replicare la tua, è un po’ inquietante, e certe sintesi che sembrano volerti dire “io le tue idee le miglioro, logorroica che non sei altro” sono fastidiose, ma insomma, povera ragazza, non ci si può accanire: non ha avuto un’estate, diamine (cioè: ha avuto la mia.)

Continui a indietreggiare. E scopri che non sei sola: hai eccellenti amiche copincollate con altrettanta malagrazia, amiche che riconosci per la loro prosa inconfondibile ma anche perché tu quella volta lì del bikini c’eri, e non puoi credere che sia capitata la stessa commessa a un’altra, raccontata con le stesse parole (così ventenne e già così cellulitica.)

Di buono c’è che se ti implode il sito lei ti ha fatto il backup, a nome suo ma pur sempre backup.
Di interessante c’è che se ti serve un caso umano da intervistare, come ci si sente a vivere la vita di un’altra, un’altra che manco conosci, una che oltretutto rispetto a te è una vegliarda, come si arriva a essere così giovani e già così prive di obiettivi più interessanti, ce l’hai lì pronta, le puoi lasciare un commento sotto uno dei suoi pensierini, cioè dei tuoi.
Di fastidioso ci sono i pezzi che non riconosci, quelli che avrà copiato da gente non del tuo giro o (orrore e raccapriccio!) addirittura ideato in proprio, quelli con un approccio liceale ai puntini di sospensione. Rovinano un po’ tutto l’insieme, diciamo. Ma per il resto non è grave, finché non ti spara. È solo giovane, e – si sa – a vent’anni si è stupidi davvero.

A me le scuse non piacciono, come metodo. Mi sembra vadano bene se dai un pestone a qualcuno in tram, o se arrivi in ritardo a un appuntamento ogni trecento. Ma se, come spesso accade, i comportamenti non sono accidentali ma dicono qualcosa di quel che sei, le scuse mi sembrano inutili, e le richieste di scuse dementi. Ho capito che Felici i felici era un gran libro quando, al primo capitolo, l’immedesimabilissimo marito si innervosisce coi lagnosi «Chiedi scusa» della moglie.

«Chiedi scusa» va bene, forse, per educare i cinquenni (non ne sono sicurissima, visto che nonostante il feticcio delle scuse i ragazzini che ci sono in giro sono ben maleducati), ma se sei un adulto che arriva sempre in ritardo o se mi pesti volontariamente, mi stai dicendo come sei fatto. Quando qualcuno ti mostra com’è fatto, credigli – disse una volta quella saggia miliardaria di Oprah Winfrey – e alla fine il punto è quello.
Se sei uno che arriva in ritardo, trova qualcuno che non se ne turbi più di tanto e frequentalo. Se sono una che sa che arrivi in ritardo, o smetto di frequentarti, o inizio a prendermela comoda anch’io. Oppure decido di inscenare un meccanismo da perfetta cretina: arrivare puntuale, aspettare, irritarmi, pretendere scuse.

Le scuse sono come la spada a doppio taglio. Una cosa è che può tagliare via una persona e soprattutto se la persona commette continuamente gli stessi errori, ma si scusa costantemente allora significa ovviamente che le scuse sono meccaniche; un semplice servizio labbra.

Tali scuse non contano. Infatti, possono intensificarsi così tanto da rovinare la reputazione di una persona e poi nessuno sarà in grado di dargli il dovuto rispetto. Questa è una cosa triste di persone che commettono errori e si scusano, ma non imparano nulla dai loro errori precedenti. Se conosci qualcuno che fa questo e devi dire loro le loro carenze perché non siano troppo sicuri di se stessi. È possibile condividere questo link per farli reindirizzare anche qui.


E poi consolarmi dicendo che però s’è scusato, poverino. Però ha capito di aver sbagliato, poverino (lo rifarà la prossima volta, ricapirà d’aver sbagliato, eccetera in eterno). Però non è colpa sua, poverino. Però gli dispiace, poverino. Le scuse sono strette parenti, come arma di giustificazione di comportamenti orrendi, del senso di colpa, arma finale degli esseri umani più raccapriccianti con cui mi sia capitato di avere a che fare. Però si sente in colpa, poverino.
I poverino e le scuse e le buone intenzioni lasciamole alle scuole elementari. Che sono anche la penultima età (l’ultima sono le medie: al liceo già ti spernacchiano) in cui puoi dire «Ha cominciato lei» e «Ero ubriaco», ma su questo torniamo tra poco.

Quelli che scrivono sull’internet che ti farebbero questo e quello non sono pericolosi. Cioè, lo sono per il senso del ridicolo (il loro è mai nato, e al tuo attentano ogni volta che si connettono), ma non è che se t’incontrano ti fanno davvero questo e quello. L’ho scritto abbastanza volte da venire a noia persino a me che pure mi piaccio moltissimo (qui e qui, per dire le prime due che mi vengono in mente): se Chapman avesse avuto una pagina Facebook su cui sfogarsi probabilmente non avrebbe sparato a Lennon. Era il suo modo di farsi notare, e oggi ce ne sono di più comodi. Tipocomprare un libro di Augias e procurarsi un caminetto. Un caminetto, nel 2014: quanto devi essere smanioso di farti notare da Augias per trovare un caminetto? Gli tireresti le trecce, se solo fosse così carino da stare in classe con te in quella scuola media dalla quale si ostinano a non promuoverti.
Quelli che su internet scrivono che ti darebbero una ripassata loro, dicevo. Facciamo finta di non sapere che sono quelli cui poi nella vita non tira, perché è brutto rompere il giocattolo alle editorialiste dolenti che devono poter scrivere che sono soggetti pericolosissimi e «le donne sono sotto attacco»; facciamo finta di niente perché siamo delle signore ed è antipatico maramaldeggiare sulle disfunzioni erettili che hanno bisogno di affetto e di pubblicità progresso (e di una connessione wifi con la quale, almeno a parole, fare quello che ora ti sistema a colpi di nerchia).
Che gli uomini a chiacchiere te la facciano tutti vedere loro è meccanismo talmente noto che pubblicitari furbi hanno messo della cartellonistica per strada in cui c’erano donne con un fumetto da completare, e indovinate com’è finita.
È finita che ora c’è uno spot che dice che le donne non possono esprimersi perché, se scrivi «vorrei», qualcuno completa «del cazzo». Maggiùra. Che tu, pubblicitario, abbia scoperto questa cosa nel 2014 non mi dice che le donne non possono esprimersi: mi dice che le tue fatture non possono essere pagate.

Secondo me lo sa pure Laura Boldrini, che non sono affatto soggetti pericolosi. Figurati se non si è accorta anche lei che, se avessimo un euro per ogni volta che abbiamo visto uno sull’internet fare lo schizzinoso riguardo a una che nella realtà gli avrebbe detto «Sparisci, sgorbio», ci compreremmo Montecitorio per farne la nostra sala da ping pong.
Solo che, non avendo la libertà di noialtre cialtrone senza ruolo istituzionale, non può andare in tv a dire «Sì, tutti ‘sti minacciatori di stupro che poi non gli tira manco con l’argano, povere mogli, speriamo si consolino con l’idraulico». Deve dire che è tutto gravissimo e bla bla bla. E quindi ieri sera va in tv e dice che sono potenziali stupratori. Che tecnicamente è abbastanza esatto: se minacci stupro almeno il potenziale dovrò riconoscertelo, no?
E a quel punto succede quello di cui mi interessa parlare (disse lei dopo duecento righe di premesse, a un pubblico perlopiù svenuto dalla noia).

Io Claudio Messora non sapevo chi fosse. Non sto più dietro alle cose importanti, perdo pezzi del ricambio nella cultura popolare, non so più i nomi dei tronisti, figuriamoci se so chi è il responsabile della comunicazione dei Cinque Stelle. Poi, nella notte, ho scoperto tutto del suo periodo refrattario (qui, il commento a nome Byoblu, lo stesso nomignolo che usa su Twitter – incidentalmente: pochi parametri di valutazione sono più esatti di «un adulto che usa un nomignolo è un cretino») e altre meraviglie, ma fino a ieri sera non sapevo chi fosse. Fino a quando mi è comparso, rilanciato da qualcuno, questo: