Nello scusarsi per la reiterata, imperdonabile, scortesissima tendenza a pubblicare gli articoli del Foglio con un giorno d’anticipo rispetto alla loro uscita in edicola, e nel ringraziare il giornale per il genuino divertimento provocato da questo curioso fenomeno, questo blog fa presente all’amministrazione o a chi ne fa le veci che le coordinate bancarie della tenutaria qui son sempre le stesse. Cordialità e saluti a casa.

Essere in ritardo in qualsiasi situazione non è una buona cosa. Si aggiunge allo stress e ti rende meno produttivo e anche ti etichetta come un dipendente inaffidabile o un amico. Dobbiamo ricordare che essere in ritardo non è un’abitudine con cui sei nato e puoi migliorare con qualche sforzo. Le cose che puoi fare per migliorare sono piccole cose come iniziare presto o mantenere un po ‘di tempo in più sulle tue mani. Se si pensa che raggiungere dal punto A al punto B sta per prendere 1 ora quindi aggiungere una mezz’ora in più. Quando pensi che ti prenderanno 10 minuti per prepararti, aggiungi altri 10 minuti e presto sarai sorpreso di scoprire che stai raggiungendo ovunque in tempo. Come ti alleggi la mattina può anche fare la differenza. Se sei una di quelle persone che hanno difficoltà ad alzarsi dal letto al mattino e a continuare a perdere tempo prezioso al mattino, allora è il momento di cambiare questa abitudine. Nel momento in cui ti svegli, ti costringi a saltare giù dal letto. Questa mossa ti riempirà anche di energia e ti farà risparmiare un po ‘di tempo necessario. Una cosa che molte persone hanno provato e segnalato come un modo di successo di essere in tempo è mettere gli orologi avanti di 15 minuti o giù di lì. Il trucco è quello di assicurarsi che si sincronizzano tutti gli orologi e quindi seguire un tempo impostato. E ‘anche una buona idea di fare tutti i preparativi per il giorno successivo, la sera prima. Puoi saperne di più su questo sito web. Ti farà risparmiare un sacco di tempo se sai cosa stai per indossare e quali file e documenti devono essere presi. Organizzare tutto il giorno precedente ti renderà anche una persona più organizzata. La definizione delle priorità è molto importante. Quando si mettono altre cose prima di essere in tempo poi iniziano i problemi. Se siete davvero appassionati di essere in tempo allora si farà lo sforzo. Dovrai metterlo al di sopra di tutto il resto. Essere in ritardo di tanto in tanto va bene, ma non dovrebbe diventare un’abitudine con cui sei identificato

Harry ti presento Sally è del 1989, e contiene una delle più grandi verità che mai siano state enunciate: «Tutti pensano di avere buon gusto e senso dell’umorismo».
In agosto un tizio fin lì mai sentito del PD, Gianluigi Piras, si incartò in una polemica che a spanne possiamo riassumere in: Yelena Isinbayeva approva la posizione di Putin contro gli omosessuali, poi mitiga l’impopolarità della scelta dicendosi fraintesa; Piras scrive sulla sua pagina Facebook che per quanto lo riguarda possono stuprarla in piazza; che sia un’iperbole è chiaro a qualunque cretino dotato di un minimo di senso del tono dalla chiusa «Poi magari ci ripenso, magari mi fraintendono»; solo che il senso del tono è un anticorpo sempre più raro, il virus del letteralismo ha vinto, e Piras si deve dimettere visto che ormai è ufficialmente quello che ha incitato allo stupro della Isinbayeva.
L’altro giorno una tizia fin lì mai sentita, Justine Sacco, ha scritto un tuìt che diceva: «Sto partendo per il Sudafrica. Spero di non prendere l’Aids. Scherzo. Sono bianca!». Le conseguenze sono abbastanza note da essersene occupati anche i giornali italiani: la tizia è stata in volo un numero di ore sufficiente a rendere impossibile qualunque operazione di aggiustamento del tiro (damage control, lo chiamano gli americani), l’internet ha deciso che era razzista, l’internet ne ha chiesto la testa. La sua azienda l’ha licenziata: vige la sindrome zitella disperata adattata alla web reputation, quella per cui nessun’azienda risponde a un linciaggio che diventi trending topic (maledizioni che ci hanno lanciato sulla culla: vivrete in un’era in cui vengono presi sul serio i cancelletti del tuìtter) dicendo ai linciatori «Fatevi i cazzi vostri, decidiamo noi».
Più la massa ha le idee confuse, più quelle idee le strilla forte; più le strilla forte, più chi avrebbe il dovere di prendere decisioni in proprio ritiene invece di dover assecondare gli strilli. Più prosperano i manuali che suggeriscono di lasciar piangere i neonati senza filarseli, più convogliamo sugli adulti tutta la propensione ad assecondare i capricci.
In questo momento sulla mia bacheca Facebook ci sono almeno tre discussioni (me ne sarà sicuramente sfuggita qualcuna) su Justine Sacco, e mi è tornato in mente che, quando ci fu il caso Piras, dissi a qualcuno che il problema era, banalmente, che per fare una battuta del genere e non farti triturare devi essere Louis CK.

Vedo questa tendenza ovunque. Chiunque e tutti sono offesi da qualcosa! Sta diventando ridicolo di minuto in minuto. Scommetto che anche voi dovete fare esperienze simili. Perché qualcuno dovrebbe prendere uno scherzo e girarlo fuori controllo quando l’intenzione originale era solo quello di far ridere la gente? Ne ho abbastanza di questo. Ho un sacco di volte considerato scendere Facebook per lo stesso motivo. Si può sfogliare intorno a questi ragazzi e lasciare un commento su come pensi che dobbiamo reagire quando qualcuno preme un pulsante di panico dicendo che sono offesi da qualcosa che hai postato sulla vostra parete.
Cioè: devi avere le spalle larghe, la serenità di chi sa che non esistono battute razziste o violente (una battuta è una battuta: al massimo può non far ridere, ma non è un manifesto ideologico), ed essere nella posizione di dire «Oh, pazienza» se una folla se ne sente offesa.
Ci sarà sempre gente abbastanza scema da ritenersi offesa da una battuta (in genere è quella che ha una vocazione per l’appartenenza: si sentono offesi in quanto meridionali, in quanto cattolici, in quanto donne, in quanto rava e in quanto fava). E ce n’è sempre di più (la mia bacheca Facebook, ho scoperto con il divertimento degli entomologi, ne pullula) che appartiene a quel sottinsieme della scemenza che è il letteralismo. Non: che non si divertono a quella battuta. Non: che trovano quella battuta offensiva o fuori luogo o scorretta. I più da mungitura di ginocchia: quelli che non riconoscono una battuta come tale. (Probabilmente si offendono a ogni sms scherzoso ma senza faccetta sorridente che ricevono: una vitaccia, poveri.)
Se non sei afflitto da quello specifico genere di scemenza che è il letteralismo, se hai quella dotazione minima di senso del tono e di strumenti intellettuali bastante a riconoscere quella di Sacco come una battuta, ti rendi anche conto che il meccanismo comico (che può non farti ridere comunque, ma quella è un’altra questione) è tutt’altro che razzista: non è una battuta sulla razza, è una battuta su uno stereotipo razzista (quello per cui si pensa che si ammalino solo i neri – rendiamoci conto della tristezza di questo momento: sto spiegando la barzelletta; più triste di me solo Piras, che un mese dopo la battuta ha fatto coming out: non sono un violento incitatore allo stupro, sono un gay sensibile).
Se hai senso dell’umorismo (se ce l’hai, non: se credi di avercelo) lo capisci, siamo tutti d’accordo. Solo che tutti pensano di avercelo e non ce l’ha quasi nessuno. Solo che, appunto, i letteralisti sono ormai maggioranza: se non vivi su Marte te ne accorgi.
Se sei una pr (Justine Sacco era la pr di una società di media, un minimo di senso della realtà era richiesto dalle sue mansioni) e non uno stand-up comedian, devi sapere cosa ti puoi permettere e cosa no.
Se vivi nella realtà e non frequenti solo quattro selezionati amici, ti trovi almeno tre volte al giorno di fronte a gente che prende alla lettera le battute e risponde seriamente, alzi gli occhi al cielo almeno altrettante volte e ne trai delle linee guida su cosa sia ricevibile dal grande pubblico e cosa scateni gli schiantati. Poi puoi decidere di scatenarli, ma se lo fai non essendone consapevole sei imperdonabilmente fessa.
Fare una battuta del genere in America e non aspettarsi che scoppi un casino è come portarsi il fidanzato in un viaggio ufficiale nell’Italia della «kasta!» e non prevedere che ti prendano a urla di «autobbblù» e «privilegggi»: indice di così poca furbizia che in confronto Heidi, quella cui sorridevano i monti, era Richelieu.
Poi qualcun altro, qualcuno con più pazienza e ancora più tempo da perdere di me, dovrà analizzare come sia cominciato tutto questo.
Chi abbia fatto nascere quella dinamica immortalata nel 2006 in una scena di Studio 60: uno legge le stroncature su un blog, l’altro dice ma insomma chi se ne frega dei blog, perché te ne curi, e quello gli risponde che quegli schiantati dell’internet verranno ripresi dal New York Times, che così potrà dimostrare «che dà voce alla gente».
Quand’è che abbiamo deciso di far finta che la gente non sia del tutto inattrezzata ad avere un’opinione valida su molte delle cose su cui si esprime comunque (il diritto all’opinionismo da bar dovrebbe finire dove comincia il dovere di non prendere sul serio gli avventori del bar); e che il compito di chi sa qualcosa sia assecondarla, la gente, invece di dire «Taci e ascolta, ché magari impari qualcosa»; e che la gente non faccia perlopiù schifo. Chi è stato a cominciare, e se per caso non siano quelli contro cui poi la gente stessa non vede l’ora di rivoltarsi. Quando e perché abbiamo deciso di far finta che sì, tutti abbiano buon gusto e senso dell’umorismo.

I social network hanno fatto per l’andropausa ciò che la Basaglia aveva fatto per la pazzia conclamata: sono tra di noi, ci mettono in imbarazzo, ci tocca vergognarci per loro conto (mentre loro, ignari, danno spettacolo).
Prima gli uomini che, fin lì rispettabili professionisti e personcine a modo, tra i 49 e i 59 sbroccavano, al massimo potevano tingersi i capelli, comprare una decappottabile, scappare con la segretaria. Adesso, si aprono un Twitter o un Facebook. Che non è solo un mezzo che non sanno gestire per ragioni anagrafiche: è anche un mezzo su cui si nota vieppiù la principale tragedia dell’andropausa, ovvero la totale mancanza di senso del ridicolo.
Prima erano le mogli, le colleghe, al massimo le amiche di famiglia a vergognarsi per loro e a sospirare «Mamma mia che uomo imbarazzante». Adesso è l’internet intera. Adesso il passaggio non è più da Solito Stronzo a Venerato Maestro: è da Stimato Produttore/Direttore/Editorialista a Schiantato Dell’Internet.

Non si può negare il fatto che i social media hanno dirottato le nostre vite. Non solo in una certa misura, ma completamente. Abbiamo iniziato a pensare in termini di cosa postare dopo su facebook per gelosere i nostri colleghi e vicini e quali cose interessanti da pubblicare sul feed di Instagram in modo che diventiamo la prossima sensazione. Beh, lasciate che ve lo dica chiaramente, il nostro giorno del giudizio non è molto lontano. Controllare questo articolo che ho scritto e alla fine di esso, si sarà anche d’accordo con il mio punto di vista. Quindi, eccoci qua.

Sulla categoria generale degli Schiantati e sulla di essi fenomenologia, ho scritto un articolo che uscirà giovedì su IL.
Qui invece, con la generosità che mi è propria, vorrei soccorrere la Sottospecie Andropausica della categoria, stilando la lista delle venticinque cose che il cinquantenne sull’internet dovrebbe sapere e invece, tragicamente, ignora. Nessuna ridicolaggine è stata inventata nel redigere gli esempi. Ringrazio le signore che hanno alzato gli occhi al cielo ricevendo notifiche inopportune in mia presenza, e mi hanno poi prestato qualche caso mancante dall’antropologia a me nota.
Se siete uomini, e a fine lettura un po’ vi vergognate: è già qualcosa.

  1. Se non avete altro mezzo che i messaggi di un social network, per contattare una persona, è plausibilmente segno che quella non ci tiene granché a essere contattata. Sennò un numero di telefono ve lo dava (che è un concetto che dagli otto ai quarantotto anni pareva esservi chiaro, poi saranno le scie chimiche ma l’avete rimosso).
  2. Se state per usare i messaggi privati di un social per mandare un commento a qualcosa scritto pubblicamente, chiedetevi: ma se questa povera crista avesse voluto discutere di questa cosa privatamente con me, non mi avrebbe mandato un messaggio? Se ognuno dei suoi quattromila più intimi amici di Facebook le mandasse un messaggio ogni volta che scrive un tweet o uno status, quanto sarebbe contenta? Certo, io non sono come gli altri 3.999, io sono un uomo speciale e lei muore dalla voglia di ricevere un mio messaggio. Per questo non ho il suo numero.
  3. Non mi illudo: non saranno queste righe a farvi smettere di inscenare quel patetico tentativo di upgrade della confidenza che è il cercare il contatto privato invece di commentare in pubblico. Però, fatemelo come piacere personale: se mandate un messaggio privato su un social network (ma pure nella mail, ma pure sul telefono, ma pure scritto con lo spray sul marciapiede) e non ricevete risposta; prima di mandare altri trentadue messaggi che chiedano conto del fatto che i trentuno precedenti non abbiano ricevuto risposta; prima di chiedere a comuni amici e sfortunati passanti di chiederle cosa le avete fatto di male; prima di diventare l’Adèle H. dei 140 caratteri, fate uno squillino a Occam, e chiedetegli: ma non sarà che non era un messaggio particolarmente interessante?
  4. Non tutti i messaggi senza risposta restano senza risposta perché poco interessanti, tuttavia, né scrivendone di più interessanti è detto che riceverete finalmente risposta: si dà anche l’opzione in cui, dopo un numero X di messaggi noiosi (nel mio caso: uno), una semplicemente smetta di aprire i messaggi che vede provenire dal vostro account. Tanto non è che sarete diventato avvincente nella notte.
  5. Non tutte coloro che non aprono i vostri messaggi, tuttavia, non li aprono perché hanno etichettato proprio voi come soggetto con le cui lagne non valga la pena perdere tempo: alcune hanno proprio smesso in generale di aprire i messaggi privati dei social network. Tanto, a quelli con cui vogliono parlare hanno dato il numero di telefono. Ah, a voi no?
  6. Avere senso del ridicolo è come essere strafighe: di difficile immedesimabilità per chi non è mai passato da quello stato esistenziale. Tuttavia, fare uno sforzo è doveroso. Aprite i messaggi privati di Twitter, guardate la sfilza di passivoaggressività in 140 caratteri che avete mandato a quella povera crista, mai intervallati da una sua risposta, e provate a pensare l’effetto che fa quella lista autistica di comunicazioni non a chi manda ma a chi riceve. Ecco, quel brivido che sentite è il senso del ridicolo. È una sensazione bellissima, dovreste provarla più spesso.
  7. Messaggi cui non riceverete mai risposta, e credetemi è meglio così, se la ricevete è segno che siete così imbarazzanti che una non riesce a tacere: «Perché non mi rispondi?»; «Perché non fai un tweet sul mio libro/film/programma/sarcazzo»; «Perché ce l’hai con me?»; «Perché mi trascuri?»; «Perché non mi stellini più?» (Nota 1: tutti gli esempi sono tratti dalla vita vera, e nessuno ha per mittente un quindicenne.) (Nota 2: la gamma «Perché ce l’hai con me/non mi rispondi» segue sempre un numero pari a zero di telefonate non risposte e un numero pari a zero di discussioni che potrebbero essere anche labile pretesto per la credibilità di un muso. «Perché non mi rispondi», nel linguaggio dell’andropausa, sta per: vorrei fare conversazione ma sono troppo fesso per trovare una cosa interessante da dire, quindi provo col senso di colpa.)
  8. Se vi followano, non vi stanno facendo una dichiarazione d’amore: plausibilmente, sperano che pubblichiate delle cose interessanti.
  9. Se vi unfollowano, non vi stanno facendo una dichiarazione di guerra: plausibilmente, postate della roba noiosissima.
  10. Se vi rituittano e sono noti, non è il caso di fare un tweet per vantarvene.
  11. Se vi rituittano e sono noti, non è il caso di mandare un messaggio privato a comuni conoscenti sventolando la prova della stima di un vip come trent’anni fa avreste fatto con un autografo sul poster di Michael J. Fox. Nella migliore delle ipotesi i comuni conoscenti vi diranno che siete patetici, nella peggiore diranno che siete patetici a tutti gli altri comuni conoscenti, compresa la celebrità in questione (che probabilmente vi ha rituittato per sbaglio dal touchscreen).
  12. Se vi complimentano in maniera non particolarmente costruttiva od originale, non c’è bisogno di rituittarli proprio tutti tutti tutti: quello che vi segnala una recensione a una vostra opera che non avevate ancora linkato sì, quella che s’è sforzata – riuscendoci –d’essere spiritosa magari pure, quello che «belli capelli» o «bene bravo bis» magari anche no. Oppure non meravigliatevi se poi vi crolla il numero dei follower: neanche la vostra mamma ha voglia di leggere che dicono «Belli capelli» al suo bambino.
  13. Se vi crolla il numero di follower, peraltro, non dovreste accorgervene: se esistesse un’app per l’instant inscopability, raggiungerebbe il punteggio pieno con quelli che ti dicono che Tizia non li segue più (in genere entro due ore da quando quella ha cliccato unfollow) o che si lagnano con l’intero Twitter perché col tale tuìt hanno perso tot follower (e mai che sospettino che ne perderanno il doppio lagnandosi). Yvonne Sciò in quel film in cui fissava l’oblò della lavatrice era più sana di mente di voi che fissate il contatore dei like su Facebook e dei follower su Twitter.
  14. Se tuttavia siete così piattole da tenerci a sapere chi vi segue e chi smette di seguirvi, e quindi v’iscrivete a un servizio di quelli che vi notificano quanta gente vi vuole bene questa settimana e quanta non ve ne vuole più (ci sono casi in cui la psicanalisi forse non è del tutto da scartare, eh: potete anche detrarla dalle tasse, almeno in parte), almeno fate la cortesia: chiedete a vostro nipote di otto anni di spiegarvi come si evita che la notifica «14 new followers this week, 27 unfollowing» venga condivisa con l’internet intera. Siete già abbastanza patetici a volerlo sapere, non c’è bisogno che notifichiate la vostra soverchia inscopabilità a chiunque passi dalla vostra timeline.
  15. Lo so che vi sembra incredibile, ma gli altri non sono ossessionati come voi dal contatore: unfolloware una per farsi notare non funziona mai, ma proprio mai.
  16. Lo so che la passivoaggressività ha un suo mercato, ma se siete di quelli che il numero di telefono o la mail ce l’hanno, un buon modo per farvi mettere nella blacklist dei mittenti è mandare a quella che vi ha unfollowato (da mezz’ora) una mail o un sms del tipo «Ho provato a mandarti un dm ma mi dice che non mi segui più». Voglio dire, sarebbe stato più credibile e apprezzabile: «Sono ossessionato dal consenso e controllo più volte al giorno chi mi segue e chi no, quindi me ne sono accorto subito e sono corso qui a colpevolizzarti». Io, per dire, se avessi ricevuto messaggi così da chiunque di coloro che invece avevano guarda caso provato nella prima mezz’ora in cui era impossibile farlo a mandarmi un messaggio su una piattaforma tra noi mai utilizzata per scambiarsi messaggi, beh, non dico che li avrei riamicati su Facebook, ma di certo avrei avuto più garbo nel suggerire loro una scorta di psicofarmaci.
  17. Se siete conduttori televisivi notoriamente milionari, non chiocciolate lo sponsor che vi ha offerto i biglietti quando tuittate da un concerto: avrete pure risparmiato cento euro, ma insomma sarete anche voi, come tutti, sull’internet per la figa, no? Ecco: non avete idea di quanto l’organo in questione trovi respingente la micragnosità.
  18. Se siete editori notoriamente multimilionari, non linkate un buono sconto di Uber che per ogni nuovo cliente che arriva dal vostro link a sua volta vi scalerà du’ euro e un pacchetto di cracker. Capisco che non si diventa ricchi non risparmiando, ma allora prendete la metropolitana. Penseranno lo facciate per snobismo, sarà una forma di tirchieria meno imbarazzante.
  19. Lasciate che le richieste di retweet le facciano gli adolescenti che scrivono ai cantanti. E, con «richiesta di retweet», intendo soprattutto quelle elemosine implicite che sono chiocciolare Fiorello o il Papa (o un qualunque punto in mezzo nella gamma della notorietà) con l’hashtag che vi siete inventati e che state cercando di far diventare trending topic (peraltro: in Italia si diventa trending topic con poche decine di tweet, se non avete abbastanza amici da aiutarvi a conseguire questo risultato per voi così importante forse dovreste farvi delle domande).
  20. Se, una delle numerose volte in cui scrivete una cazzata, qualcuna che normalmente vi si rivolge come a un essere umano ragionante ve lo fa notare pubblicamente, non mandatele messaggi privati del genere «Perché ce l’hai con me?»: nella più generosa delle ipotesi, penserà che vi abbia hackerato il figlio di Minzolini; nella più probabile, passerà istantaneamente dal considerarvi sano di mente al capire che siete contagiati dall’andropausa e non c’è altro da fare che mettersi in salvo.
  21. Se lì per lì vi siete contenuti e non le avete chiesto «Perché ce l’hai con me», se l’avete pensato ma siete faticosamente riusciti a simulare uso di mondo, non crollate la prima volta che la incontrate, otto mesi e tredici giorni dopo (ma voi mica avete tenuto il conto da quella volta che vi è stata chiocciolata disapprovazione, eh), non fate quello che butta lì «Sai, mi hanno fatto notare che mi tratti male». Sempre per evitare che il contagio che le avete fin lì celato si renda improvvisamente chiaro.
  22. Se però proprio non ce la fate a tacere, a evitare il rilevantissimo tema «quella volta che m’hai chiocciolato dicendomi “ma non dire idiozie”», ringraziatela. Per le novecentonovantanove volte in cui le cazzate non ve le ha fatte notare.
  23. Se siete uno dei quarantanove tizi che conosco che hanno di recente avuto comportamenti analoghi a quelli descritti, non correte a fare la lagna con sorelle, mogli, amiche, «ma hai detto tu a Guia che»: probabilmente quella che il fienile che avete al posto del fondoschiena vi fa percepire come una vostra descrizione parla in realtà di un altro; sicuramente non siete originali.
  24. In generale, prendete in considerazione di non usare i social network. Vi ricordate di quando i vostri genitori tentavano di parlare col vostro slang e fingevano di apprezzare i vostri cantanti? Ecco. Non sono un mezzo del vostro tempo, non lo sapete gestire, potete solo fare delle figuracce. Non preoccupatevi di sparire dalla modernità e dai suoi mezzi di comunicazione: sicuramente le foto del vostro bigolo barzotto che whatsappate a delle povere criste saranno loro a metterle sulle loro pagine Facebook.
  25. E, sempre in generale, cercate di applicare sull’internet una regola che non sarebbe stato male se v’avessero insegnato da piccini ad applicare anche nella vita: rompere i coglioni il meno possibile.

Chissà se si usa così anche da altre parti. Chissà se, quand’è uscito Lo squalo, Spielberg ha dato delle interviste precisando che aveva letto Moby Dick e Omero, Kipling e Poe.

Se si sta andando per un colloquio di lavoro quindi leggere bene circa l’azienda. E ‘importante che si è sicuri di ciò che si risponde e non battere intorno al cespuglio. Visita questa pagina che ti insegna come prepararti per un colloquio. Non saprete tutta la risposta che va bene. È la vostra fiducia e personalità e l’atteggiamento to-do che deciderà il risultato.

Chissà se, in quel caso, l’intervistatore gli ha detto «Vorrei pure vedere, uno straccio di liceo l’avrà fatto».

Due settimane fa Gennaro Nunziante ha dato un’intervista all’inserto culturale della Stampa che si qualificherebbe facilmente in un concorso come «più velleitario namedropping di buone letture uscito sui giornali nel 2013». Il che sarebbe forse spiegabile se l’avessero intervistato perché in predicato d’entrare nel consiglio d’amministrazione Rai, o se fosse un cantautore che cerca di dimostrare che merita il Nobel per la letteratura, o un insegnante che vuole convincerci ad affidare a lui le ripetizioni a nostro figlio asino. Ma Nunziante è il regista di un film che ha incassato cinquanta milioni di euro (a quel punto eran forse quaranta, ma insomma eravamo già da un pezzo su cifre che significano: c’è più gente interessata a quel che ho da dire io di quanta ce ne sia che quest’anno ha avuto voglia di leggere l’intero catalogo Einaudi).
Nunziante non ha bisogno di fare sfoggio di credenziali culturali. Ammesso (e non sarò certo io ad ammetterlo) che dire «ho letto tanti buoni libri» sia una credenziale spendibile tra adulti – ma su questo torniamo dopo.

Qualche settimana fa, ve ne ricorderete, Fabio Volo ha scritto un articolo per l’inserto culturale del Corriere. Ve ne ricorderete perché, tra il giovedì in cui ha annunciato d’averlo scritto e la domenica in cui è uscito, l’Italia ha improvvisamente scoperto d’essere un paese che ha a cuore i contenuti delle proprie pagine culturali più ancora che la verginità delle proprie figlie. (Pagine culturali che evidentemente nessuno sfoglia dalla morte di Montale, figlie che la danno a pagamento – ma ora non cavilliamo.)

Tra le varie polemiche su Fabio Volo e la morte della cultura, Fabio Volo e la negazione della letteratura, Fabio Volo e tantissima rava e pochissima fava, mi è rimasto impresso un solo commento, che purtroppo non ricordo di chi fosse e su bacheca Facebook fosse comparso. Però mi ricordo quel che conta, cioè che il commentatore ricostruiva un qualche episodio cui aveva assistito e concludeva «ed è allora che ho capito che Fabio Volo vuol essere Claudio Magris, però ricco». Certe cose le memorizzi perché sai che sono vere, anche se ancora non sapresti spiegare perché.

Poi l’articolo di Volo è uscito, e una mia amica che era in viaggio voleva leggerlo, e le ho mandato il testo, e lei mi ha risposto con l’altra metà della questione-Magris: «Peccato, credevo gli avessero chiesto un vero articolo, non la giustificazione del fatto che stava scrivendo lì».

Ed è stato allora che ho iniziato a farmi la domanda che poi avrei formulato con più precisione davanti all’intervista di Nunziante: ma perché?
Cioè, «piangerò [per il dissenso] per tutta la strada fino alla banca [dove conterò gli incassi alla strafaccia del dissenso]» è un luogo comune, ma i luoghi comuni diventano tali perché sono veri. Perché uno che dovrebbe solo gioire del successo e contare i soldi vuole invece l’approvazione di Claudio Magris?

Di spiegazioni ce ne sono tante, e tutte giuste.
Dal complesso fabiofazista della legittimazione culturale – quello per cui devi mangiare le verdure sennò niente dolce, per cui devi avere un direttore d’orchestra che a Sanremo ti ammolla un quarto d’ora di musica classica per poter poi squarciagolare per un quarto d’ora di ricreazione Nostalgia canaglia – fino alle scuole alte. Quelle che se non le hai fatte poi tutta la vita ti resta la smania di non essere all’altezza e di dover usare i paroloni.
C’è una scena di Studio 60 in cui il giovane autore scrive uno sketch per l’attrice che gli piace e lo fa leggere a un comico per avere un parere, e quello lo liquida con uno spietato «Scrivi come uno al primo appuntamento: “Guarda quanti paroloni difficili so!”»
I Vanzina (continuo a citarmi, d’altra parte noi che abbiamo fatto le scuole alte abbiamo scritto tutto quel che c’è da dire su pressoché ogni argomento) non l’avrebbero mai fatto, essendo cresciuti in un ambiente abbastanza colto da non far loro mai venire il dubbio di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, tantomeno di dover dimostrare d’avere letto più libri di loro ai critici che li stroncavano (più semplicemente: i Vanzina la sapevano sufficientemente lunga sul cinema popolare da sapere che l’intrattenimento di massa non può venire elogiato dai critici, è un gioco delle parti, suvvia).

La parte più interessante dell’equivoco, però, è quella della lista di letture obbligatorie per la legittimazione.
Una scrittrice che m’è pure simpatica un paio di settimane fa ha pubblicato su Facebook un severo status ingiungendo ai suoi contatti non solo di non permettersi di inviarle manoscritti, ma anche di non azzardarsi a scrivere, se prima non avessero letto un elenco di autori e libri che lei riteneva imprescindibili.
Ora, a parte certi passaggi che sembravano fatti apposta per farsi prendere per il culo (un mio conoscente particolarmente crudele suggeriva di farle un’intervista a bruciapelo a proposito della riga in cui indicava come obbligatori «i principali romanzi di Italo Svevo», di chiamarla e chiederle: «Scusi, mi può dire i titoli dei secondari?»), la lista era quella che chiunque abbia fatto almeno un anno di liceo (ma forse bastano anche le scuole medie) si è visto assegnare per le vacanze (con l’aggiunta di alcune cose che sono rilevanti solo se stai ancora facendo il liceo, tipo Marguerite Duras).
Se a fare di te un intellettuale basta aver letto Dante e Tolstoj, Flaubert e Jane Austen, Calvino e Boccaccio, non stupisce che siamo un paese di proprietari di cassetti contenenti romanzi.

Solo che non basta. Non: non basta a fare di te un intellettuale aver letto i tre libri di Svevo su cui ti interrogavano alle medie. Non basta neanche aver letto la biblioteca di Umberto Eco per fare di te, povero disgraziato parvenu che puoi pure avere diretto il film più visto della storia, uno che fa il salto nell’unica lotta di classe rimasta: quella tra l’establishment culturale e gli affamati di brioche che assaltano il palazzo. Anche se è un assalto ordinato dentro appositi format.
Basta guardare un minuto di Masterpiece – un programma la cui assoluta mancanza di senso dell’umorismo è parecchio rappresentativa del disastro culturale italiano – per avere la tragica visione di come potrebbe, tra quindici anni e centocinquanta articoli per le pagine della cultura, diventare Fabio Volo. Un treno-di-panna che, immemore di una vita da romanziere per massaie e marito di pizza-fredda-birra-calda, se la tira da grande autore davanti a quei poveri disgraziati che sanciscono la propria inferiorità sociale andando a elemosinare un ingresso nel mondo dell’editoria.
Puoi essere Andrea De Carlo ma, se per botta di culo ti trovi dal lato dell’offerta delle brioche, sei subito Claudio Magris. Il quale magari, per esigenze di scaletta, il disgraziato che s’affanna a citare Roland Barthes ma si vede che si sforza, si vede che non l’ha letto nella prima edizione che la madre teneva svogliatamente sul comodino, il disgraziato che ha la disgrazia di non saper dissimulare quanto impegno gli siano costate quelle buone letture, quanto ci tenga, quante parole difficili abbia imparato, quel disgraziato lì lo invita pure a cena. Però lo fa entrare dall’ingresso della servitù.

Chissà se è un tic tutto nostro, o se a Judd Apatow viene mai in mente di dover convincere i lettori – anzi: gli editorialisti – del New Yorker che lui ha diritto di stare lì. Chissà se qualcuno l’ha avvisato dei criteri di selezione all’ingresso, se sa che deve portarci i compiti fatti e presentarsi in società col quadernone dei riassunti ben compilati, perché altrimenti pensiamo che le opere popolari nascano nel vuoto – mentre invece, se ci dice d’aver letto Tristram Shandy, ecco che i popcorn non siamo costretti a comprarli di nascosto e con tutto quel senso di colpa.

aggiornamento: C’è. Vi risparmio la cronaca degli strilli, dei ma-cosa-c’entriamo-noi-è-Amazon-che-decide-quando, del fatto che, del tutto casualmente, un quarto d’ora dopo era on line.

La tecnologia è da ringraziare per questo. Che si tratti di qualsiasi cosa, è online in pochissimo tempo. Un evento o una notizia che è accaduto in qualsiasi parte del mondo viene proiettato online in pochi secondi di tempo. Puoi anche guardare una partita in diretta o guardare il tuo programma TV preferito online. Mi si trovava a casa e guardavo l’evento completo sul mio cellulare online.

D’altra parte, se sei così cialtrone da dimenticarti di mettere in vendita i tuoi prodotti, non ci si può aspettare che tu abbia abbastanza cervello da dire «Sì, scusa, in effetti ho fatto una cazzata, rimedio.»

Valga, questo post, come risposta cumulativa a quante mi chiedono, in giro per piattaforme e (le più spericolate) in messaggi privati, «Ma oggi non doveva esserci on line la seconda puntata del tuo libro?».
Lo so, su Amazon non c’è. Su Internet Bookshop neanche. C’è su iTunes, che è già qualcosa ma non abbastanza.
Perché non c’è? È una buona domanda, l’ho fatta a un certo punto della notte alla editor dicendole di sistemare qualunque disastro avessero combinato appena sveglia. Adesso (mezzogiorno d’un giorno lavorativo), a messaggio di sollecito, ella mi ha risposto che si accingeva a cercare di capire. Con questi tempi di reazione da tendini mozzi, fate prima a comprarvi il cartaceo a gennaio (o a scaricare da iTunes, ma per esempio io non ho idea di come si faccia. Cioè, si farà come altrove, ma poi per esempio su Kindle puoi leggerlo? Qualche anima buona che sa può illuminarci nei commenti qui sotto? Lo so: pretendiamo i vostri soldi, non vi diamo i prodotti promessi, e vi chiediamo pure di farci da helpdesk. Meritiamo la bancarotta. Avete ragione, non è che ci sia tanto da discutere.)
Io, oggi, pensavo avrei scritto un altro post. Uno in cui vi pregavo di dirmi che non si notava tanto la virgola che mi avevano scempiato nella seconda puntata, e della quale mi ero accorta troppo tardi. Perché, naturalmente, quando sei così cialtrone da dimenticarti di mettere regolarmente on line le puntate d’un libro che hai deciso di far uscire a giorni fissi, sei anche così analfabeta da togliere una virgola giusta ammazzando il ritmo della frase, e anche così arrogante da farlo senza avvisare l’autrice, all’ottavo giro di bozze, dopo che per i precedenti sette lei ti ha corretto i refusi che eri troppo approssimativo per vedere, sistemato l’impaginazione che eri troppo privo di senso estetico da risolvere altrimenti che con dei tracking che manco le macchinette per i biglietti da visita in metropolitana, eccetera. (Forse lo hanno fatto per me: distraiamola dallo scempio virgolistico, come si può fare, è così sensibile alla punteggiatura, ecco, ci sono, forse se evitiamo proprio di metterlo in vendita ha qualcosa di maggiore per cui innervosirsi.)
Che tutta questa gente prenda uno stipendio è una cosa di cui io non mi capacito. Che, il giorno in cui non lo prenderà più, ci toccherà solidarizzare, chiedere contributi statali, gridare allo scempio culturale, e mandargli una troupe di Floris per empatizzare con le loro bollette e il loro tonno improvvisamente non di marca, è una roba che farebbe piangere chi non sappia ridere.
Comunque: per questo libro questo editore abbiamo e ormai questo ci teniamo. Inizio a capire come ci si sentiva prima del divorzio («Ma ci hai appena scritto un libro, non dovresti averlo capito scrivendo?» – ah, dite che è sempre parte della manovra lo-fanno-per-me? È per fornirmi materiale per un’appendice?)
Nel frattempo, siccome c’è anche gente che il proprio lavoro lo fa (e il bello è che è gente che, diversamente dalla Rizzoli, non ha niente da guadagnare da questo libro), qui c’è una favolosa guida alla seconda parte, e qui (oltre a una mia foto semipornografica, che non guasta) ci sono due capitoli della prima parte.
E grazie, a voialtre che vi ostinate a tentare di leggere un libro che l’editore neanche si prende il disturbo di ricordarsi di vendervi.

Parecchi anni fa, arrivò su Wikipedia una voce a mio nome. Ora, quel che vi serve sapere per capire l’inutilissima storiella che segue è che Wikipedia, enciclopedia

Wikipedia è una fonte di informazioni autentiche e pertinenti. Ottieni tutte le informazioni che vuoi qui. E ‘gratuito e non c’è bisogno di pagare nulla per utilizzare questa enciclopedia. Il sito è scritto da persone che lo utilizzano. È il loro sforzo di collaborazione. Visita il tuo URL se desideri saperne di più su Wikipedia.Molte persone continuano a migliorare Wikipedia costantemente e ci sono cambiamenti fatti ogni ora. È possibile considerare attendibile questo sito per informazioni pertinenti. Il sito è anche multilingue e utilizza un sistema di editing basato su wiki. È popolare ed è usato per il riferimento generale. Wikipedia è uno dei siti web più visitati oggi.

basata sul volontariato dei compilatori che nei paesi seri riesce a essere comunque una cosa seria e con una sua attendibilità (certo, non considera Philip Roth una fonte attendibile circa le opere di Roth, ma diciamo che di media non è malvagissima), in Italia è il regno della cialtroneria.
Per dire: quando obiettai che la voce che mi riguardava era piena di minchiate (sostanzialmente trattavasi di un curriculum preso dall’ufficio del personale Rai e ricopiato male – con l’aggiunta di alcune bislacche opinioni spacciate per fatti: ricordo un delizioso «si è detta a favore dell’editto bulgaro» – e comunque all’epoca già datatissimo, visto che non lavoravo più per la Rai da anni), il tizio che rispose alla mia mail mi disse che, «nello spirito collaborativo» dell’opera, potevo correggerla, il che dice tutto sul conto in cui la gestione italiana tiene la regola wikipediana (ovvia e sensata) secondo cui sulle voci enciclopediche non possono intervenire coloro che ne sono oggetto. D’altra parte io non conosco un italiano cui sia dedicata una voce Wikipedia che non se la sia scritta da solo, e quindi tutto torna (comprese le medaglie d’argento a gare di nuoto delle medie di cui sono ricche le pagine Wikipedia dei giornalisti italiani).
Insomma dico a ‘sto tizio che gli mando l’avvocato, e loro oscurano la pagina. Seguono alcuni spassosi anni in cui ciclicamente qualcuno, nel mezzo di qualche fessa polemicuzza, salta su dicendo «d’altra parte tu sei un’antidemocratica che ha fatto causa a Wikipedia, tu e Facci» (il novanta per cento della mia stima per Filippo Facci si basa su questa comunanza).
Due anni fa, quando ancora rispondevo ai messaggi degli estranei, mi arriva questa mail:

Se «non esiste il mezzo, esiste l’uso che se ne fa» non fosse un concetto troppo banale persino per me, la questione sarebbe poi solo quella: che alla fine, persino sul mezzo a più facile tracollo di niente da dire, a più immediata esposizione della crisi dei cinquanta, uno bravo lo riconosci perché riesce a inventarsi una cosa. Per dire: trasecolo da giorni sulla perfezione di Modern Seinfeld. Che è in un certo senso la perfetta dimostrazione dell’impalpabilità dell’essere più bravi degli altri: non ci voleva niente, ci voleva tutto.
Quindi, a questo punto, la logica del discorso approderebbe a: Lorenzo se n’è inventata un’altra. Si chiama #JovaTimeline, ed è quel che sembra: un hashtag, cioè niente. Solo che siccome niente racconta tutto come le canzonette – non le canzonette raccontate da chi le fa: le canzonette raccontate da chi ci ha agitato almeno un accendino, o un cellulare se è così sventatamente giovane da aver vissuto una vita senza accendini ai concerti – quell’hashtag lì può diventare tutto, pure un pezzo di storia d’Italia. Per raccogliere la quale c’è anche il sito. È un modo per vendere il suo cofanettone celebrativo? Certo che sì, e meno male (abbiamo superato l’assemblea d’istituto e lo sdegno per la commercializzazione della creatività, sì?) – lo è. Ma è anche una storia, e le storie sono l’unica cosa per la quale valga la pena usare tutti questi strumenti con cui ci rendiamo ridicoli ogni giorni fotografando piatti in ristoranti ed esprimendo opinioni che nessuno ci ha chiesto.

Esseremigliorideglialtri è qualcosache ci stacausandopiùdolore di quantosappiamo.Tuttistiamocercando di esseremigliorideinostri amici, deinostrifratelli e deinostrivicini.Questositospiegaulteriormentequestoproblema.

Per raggiungerequestoobiettivo, vogliamocercare di fare coseche non sonodestinate a noi. Iniziamo a vivereuna vita artificialeche non è nostra.Per dimostrareaglialtrichesiamomigliori di lorofacciamo le cosesenzapensare. Questa costantecompetizionestalasciandounvuotonellenostrevite. Purtroppo, non capiamocosastiamoperdendo in questoprocesso.


Ma, smaltita la logica evoluzione del discorso, vorrei approdare a quel che davvero mi interessa: me. Quell’estate con quella canzone a tutto volume. Quel fidanzato che, quando Lorenzo arrivava a «perché tanto non l’hai mai fatto come l’hai fatto con me», commentava «Ammazza che paraculo questo». Sono di nuovo gli anni Novanta. E non solo perché stasera c’era Silvio alla tele.

Insomma ieri sera, su un socialcoso in cui bazzico, spunta questa storia abbastanza assurda: tizia precaria al Corriere fa lo sciopero della fame e della sete perché hanno assunto un altro al posto suo.
Se avete una qualche pratica di socialcosi, sapete che sono un osservatorio sull’aprire bocca e darle fiato che in confronto Uomini e donne è l’Algonquin.
Se siete gente saggia, vi mettete lì e osservate: i due minuti che ci vogliono perché il poverino diventi un raccomandato incapace e lei invece una Carl Bernstein incompresa; il francescabertinismo per cui sembra che questa sia sul punto di morire e sia necessario (a mezzanotte di sabato) tempestare di chiamate il centralino del Corriere; l’accettazione acritica delle più improbabili versioni dei fatti.

Ottenere un lavoro ed eccellere in esso sono entrambi importanti. Non si può dare nulla per scontato. Una volta ottenuto un lavoro, non è tuo diritto continuare nel lavoro anche se non stai funzionando bene. Ci sono persone che non vogliono lavorare né vogliono che nessun altro prenda il loro lavoro. Devi solo fare clic su questo sito per trovare così tanti esempi di questo comportamento.
Se invece siete me, che sono affetta da una particolare forma di stupidità che mi fa adorare discutere coi cretini, vi mettete lì e provate a spiegare.
Che non è possibile abbiano assunto un altro, nessun altro, giacché al Corriere c’è lo stato di crisi, che vuol dire blocco delle assunzioni, che diversamente da quel che pensano i me-l’ha-detto-mio-cuggino dell’internet non vuol dire «assumo te perché hai lo zio prete e lei no perché è un’eroica lone runner»; che annunciare sull’internet che ci si lascia morire, invece di più semplicemente andare dall’avvocato, dimostra un’instabilità emotiva per la quale io non la assumerei neanche in una gelateria; che dire che si sperava in un articolo 2, che ai commentatori che fanno altri lavori giustamente non dice niente ma per chi lavora nei giornali suona come «francamente dopo anni che facevo le dida ritenevo mio diritto diventare corrispondente da New York», significa essere in malafede o in preda a gravi disturbi della percezione; che questa signora collabora da sette anni con una redazione, e in sette anni non è riuscita a farsi ritenere indispensabile o comunque più importante di altri collaboratori, e questo non depone a favore della sua capacità di creare rapporti, capacità che costituisce l’80 per cento del bagaglio indispensabile a fare quel lavoro lì (che, lo preciso per prevenire commenti insensati, non è il mio: io – tranne brevissimi periodi – non ho mai avuto come compito principale stare in una redazione o cercare notizie; altrimenti detto: io probabilmente sono emotivamente instabile quasi quanto lei, e infatti non ho mai pensato che un giornale avesse il dovere di assumermi e mi sono per tempo organizzata diversamente); che l’autocertificazione del «sono brava», francamente, neanche a miss Italia.
Poi vabbè, dopo un paio d’ore lo sciopero della sete è rientrato, al che una ha il dovere di dire «Bene» e l’impulso di dire: hai quarant’anni, non venti; scrivi di cose scientifiche, non servi ai tavoli in una pizzeria; e devono venire i commentatori dell’internet a dirti che lo sciopero della sete è pericoloso e devi piantarla?
Insomma, tutto questo per dire che non volevo scrivere niente di questa storia, e non perché ieri sera ho lasciato nei commenti di un socialcoso altrui tutti gli appunti elencati qui sopra e in risposta mi sono presa dell’acida «perché hai bisogno di metri di minchia» e della stronza «perché sei una cessa» – quello va benissimo, figuriamoci, è sempre divertente osservare gli strumenti dialettici di gente che afferma di non guardare la tv perché non abbastanza intellettualmente sofisticata.
Non volevo scrivere niente perché non mi pareva ci fosse altro da fare se non alzare gli occhi al cielo e chiedersi perché l’umanità sia così attaccata alle proprie velleità e indisposta a prendere atto che forse se non hai fatto carriera fino a quarant’anni non la farai più, e allora o ti fai andar bene quella vita lì perché ti piace molto quel che fai oppure smetti di fare la lagna e apri una pizzeria, non è che bisogna fare i giornalisti per forza (come dice Natalia Aspesi: «Anche a me sarebbe piaciuto far la ballerina della Scala, ma avevo le gambe grosse.»)
Poi adesso Matteo Bordone, che ha più pazienza di me ad articolare l’ovvio, ha scritto una cosa perfetta, e quindi ecco, l’avevo detto che non serviva che scrivessi io

Avrei bussato.
E quando?
Quando sarebbe stata più a suo agio.
(dialogo tra Servillo e Ferilli, La grande bellezza)

Sarebbe bello pensarla funzionale al personaggio, quella consecutio sbagliata. Sarebbe bello pensare a un’idea di intellettuale cazzone – uno con la sponda del letto carica di Adelphi ed Einaudi in edizioni accuratamente âgé, ma incapace di usare i verbi – voluta da Paolo Sorrentino, invece che capitata con la sciatteria con cui capitano i 42 anni della figlia dell’amico, nata nel corso dei trent’anni in cui lui e Jep si sono persi di vista.
Sarebbe bello che fossero convincenti, in un mondo in cui chiunque scopa con chiunque, le sole sette donne con cui è stato a letto il personaggio sessantenne di Verdone (tanto valeva vergine, orsù), o anche solo il suo fare da servo della gleba all’unica non-bella tra le migliaia di (ex) attrici fighe che girano per Roma

Guardate qui per alcune delle migliori offerte se volete visitare Roma. Roma è il luogo perfetto per chi ama la storia e apprezza la bellezza architettonica. Le strade acciottolate, il fascino del vecchio mondo, e i gelati e pizze sono sicuramente da non perdere. Pianifica il tuo viaggio a Roma ma assicurati di avere la possibilità di vedere la regione toscana quando sei in Italia.(certo che può essere una scelta, che lei sia bruttina, ma è una scelta solo se sullo schermo è credibile, mica se al bar della Pace hai pensato «La faccio brutta, anvedi quanto so’ autore.»)
Sarebbe bello che ci fosse qualcuno così bravo da fare un film sulle mostruosità del presente senza che la mostrificazione diventasse un involontario cartoon – la nana, Serena Grandi che pippa, la Abramovic che sembra un’imitazione della Abramovic fatta quando era viva la Gialappa’s – senza farti pensare che quello che stai guardando sembra il film scritto dal cattivo di Iron Man 3 (quello che tredici anni dopo non s’è ancora ripreso dall’esser stato lasciato fuori dalla festa) e, soprattutto, senza farti venire in mente il cast sul tappeto rosso a Cannes: per rappresentare la mondanità grottesca sullo schermo, temo sia necessario saperne incarnare una non tale nella vita.
Sarebbe bello che quelli che citano come termine di paragone La terrazza l’avessero visto, magari in anni recenti. Sarebbe bello che l’avessero capito, che si fossero accorti dei livelli di lettura, del fatto che gli aforismi erano tutte citazioni, non erano questo malinconico «facciamo un personaggio che parla per battute tranchant e mentre è a letto con Selvaggia di Sapore di mare le dice “Essere bravi è noioso, si rischia di diventare abili”, in fondo da grandi volevamo essere Flaiano, Flaiano era quello degli aforismi, no? O era Oscar Wilde? Vabbè, insomma, uno di quelli» concepito dopo un Campari di troppo da Rosati.
Sarebbe bello che non faceste rivoltare Age e Scarpelli nelle rispettive tombe.
Sarebbe bello che, nel tempo avanzato dal non tuittare perché si è persone serie e dal fotoscioppare fenicotteri perché si è registi visionari, ci si prendesse il disturbo di raccontare una storia.
Sarebbe bello che la cosa migliore della Grande bellezza non fosse una scena (quella dell’arrestato che finalmente risponde alla domanda sulla sartoria) che è puro Moretti.
Sarebbe bello che il tentativo di satira sociale del film fosse all’altezza di quel meraviglioso passaggio alla fine dei titoli di coda in cui «il regista ringrazia» una mezza dozzina di persone, e due hanno lo stesso cognome, e una delle due è la moglie del regista stesso, e l’altro è il parrucchiere della Roma delle feste, che incidentalmente è la Roma del film.
Sarebbe bello che Paolo Sorrentino avesse fatto un bel film, e non il pasticcio velleitario di uno che scrive diegetica col compiacimento di «Mamma, guarda, i soldi del Centro sperimentale non sono andati sprecati, mamma, guarda quante parole difficili so.»

PS Queste righe non contengono alcun commento al fatto che, se sei così mamma-guarda-quanto-ho-studiato da voler mettere la citazioncina di Viaggio al termine della notte all’inizio del film, dovresti essere almeno così secchione da mettere l’accento acuto e non quello grave sulla “é”; non lo contengono perché, avendo io rimarcato questa sciatteria in un tuìt, un regista che mi è simpatico mi ha dato della biliosa piena di pregiudizi, e io non voglio dispiacergli – come dicevo, mi è simpatico: ha tempo per tuìttare, mica è una persona seria e lavora tutto il giorno.

Io neanche me la ricordo, la prima volta che ho votato. Non so che anno fosse, né che partito. Poi, siccome il revisionismo è il primo dovere dell’essere umano, mi sono nei decenni costruita una rispettabile biografia di bambina comunista, ma figuriamoci. Non mi ricordo la prima volta che ho votato, ma mi ricordo il momento in cui capii che non essersi mai filati quella parte di formazione lì era una lacuna peggiore che non esser mai riuscite a leggere più di tre pagine di Hermann Hesse. Tornai da Parigi con la locandina di un film che non avevo visto ma il cui titolo avevo deciso sarebbe stato quello del mio memoir.

Giorni lunghi, tra ieri e domani, giorni strani 
Giorni a chiedersi tutto cos’era

Poi a un certo punto, avrò avuto vent’anni (che, come sappiamo, è un’età in cui «è tutto chi-lo-sa»), cambiò tutto. Altra città, altri amici,

Devo andare in una nuova città dopo il mio compleanno. L’idea di come mi adatterò e come farò nuove amicizie continua a venire in mente. Tuttavia, mi è stato consigliato di non avere paura e prendere la vita nel modo in cui viene. È importante essere sinceri verso voi stessi e verso gli altri. Riposati tutto seguirà.

tutta gente engagée con una naturalezza che io neanche tra duecento visioni della Terrazza, e io con un’inconsapevolezza che a riguardarla adesso sembra scritta da Age e Scarpelli per Stefania Sandrelli (ma da me agita con assai meno grazia, che ve lo dico a fare). Insomma, diventai una che seguiva la politica. Avrebbe potuto essere il calcio, il punto-croce, la cucina molecolare. Sempre avuta poca personalità.

Religione del tirare tardi e aspettare mattino

E a quel punto figuriamoci se potevo farlo in maniera non ossessiva. Ricordo ancora Fassino che cazzia Mentana (il Mentana di Canale 5, nientemeno), in diretta alle cinque di mattina, perché lui aveva dei dati diversi (cioè: perché credeva ai sondaggi – certe cose non cambiano mai), e nessuno mi pagava per guardarlo, e ancora mi chiedo cosa ci facessi sveglia – ma questo era molti anni dopo. D’altra parte è come per gli scapoli che si fidanzano tardi: non hai fatto gli anticorpi da piccola, quando poi l’ossessione attacca ci vogliono decenni perché passi.

Era facile vivere allora, ogni ora

Il 1996 me lo ricordo come nessun altro anno di quelli non recenti. Con squarci di lucidità nel rimosso, con cortine di romanticismo su quello che probabilmente al presente era una schifezza di anno quanto gli altri. L’altro giorno parlavo con alcune persone di certi dettagli di anni Novanta romani di quelli che è come esser parte di una qualche massoneria, o li hai vissuti e capisci al volo oppure è difficile spiegare (è difficile capire, se non hai capito già); ne parlavo e a un certo punto ho fatto una scostumatezza che in genere evito: ho detto la verità.

E ogni notte inventarsi una fantasia, da bravi figli dell’epoca nuova 
Ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova

La verità è che il 1996 era l’anno di alzati-ché-si-sta-alzando.
La verità è che il 1996 era l’anno in cui ero innamorata e l’Ulivo vinceva le elezioni.
La verità è che l’Ulivo era quella fantasia che avevano inventato per quelle come me, che mica lo sapevano d’essere figlie d’un’epoca nuova, che mica lo sapevano che la vita era una prova, che erano disposte a fingere così completamente che nei decenni successi avrebbero sofferto come se quei brandelli di Pci che non potevano sopravvivere all’era dell’informazione spalmata su ventiquattr’ore e centoquaranta caratteri, come se quella poetica lì, fatta essenzialmente di disciplina e riconoscimento delle gerarchie e tutta quell’altra roba che i collegi di suore non erano riusciti a inculcarmi, come se quella roba lì avesse fatto davvero mai parte delle nostre vite.
Se non avete mai simulato un’infanzia presentabile abbastanza forte da crederci, non sapete cosa vi siete perse.

Ci sembrava d’avere trovato la chiave segreta del mondo

Nel ’96 ogni scusa era buona per innamorarsi, persino festeggiare un democristiano al governo. E poi era di Bologna, ne avevo più diritto di altri.

Non fu facile volersi bene, restare assieme 
O pensare d’avere un domani, restare lontani

A ripensarci oggi, che viene da piangere a chi non sappia ridere, che sembra tutto irrecuperabile come solo la fine di certe storie d’amore dei vent’anni, a ripensarci oggi ci si chiede se eravamo più tolleranti, più malleabili, più disposti a entusiasmarci, più giovani. O solo meno connessi.

Tutti e due a domandarsi: con chi sarà

Probabilmente tra diciassette anni ci sembrerà un periodo glorioso anche questo, o almeno normale. Non questa cosa che sta tra il tso e il bar di Guerre Stellari che ci pare di star vivendo ora. Stasera in tv c’era Matteo Orfini, per dire, che è solitamente considerato più dalemiano di D’Alema, e ha detto che D’Alema e i suoi pari avranno pure creato il PD ma ora lo tengono in ostaggio, e nessun Sofocle mi aveva preparato a niente del genere, e non solo perché non ho fatto il classico e Sofocle lo cito senza avere bene idea di chi sia.

Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione 
E il peccato fu creder speciale una storia normale

La prima volta che ho parlato con Matteo Orfini lui stava per compiere trent’anni, si diceva che D’Alema l’avesse scelto come assistente, e lui giurava di voler fare solo l’archeologo. Oggi, quella di Sofocle era solo una delle centosette volte in cui, nelle centosei ore di diretta che ha fatto su La7, ho visto Mentana collegarsi con Orfini per farsi spiegare le posizioni del partito (detta così sembra che quel partito ne abbia, di posizioni, e persino univoche, ma insomma ci siamo capite); il che immagino sia normale visto che Orfini non fa più l’archeologo ma il deputato, ma mi ha comunque fatto sentire vecchissima. Quasi quanto il fatto che, l’ultima volta che l’ho visto, il non più archeologo spingesse un passeggino e stesse al telefono a gestire nomine Rai (non avremo una disciplina di partito, ma abbiamo una generazione di maschi multitasking: è un progresso mica da poco.)

Ora il tempo ci usura e ci stritola 
In ogni giorno che passa correndo 
Sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo

L’unico slogan vincente di Bersani non era quello del giaguaro. L’unico slogan vincente di Bersani era il suo slogan da perdente: vagonate di senno di poi. Col filtro di quelle vagonate lì, io mica so dirlo se a ventitré anni sarei andata a SS. Apostoli a festeggiare, avessi avuto la comoda possibilità di tuittare da casa. Sì, ero innamorata, ma ero già pigra: abitavo sopra a un forno e il povero cristo in questione doveva portarmi lui i cornetti perché io neanche mi mettevo un golf sopra al pigiama per fare un piano di scale. Alzati ché si sta alzando la canzone popolare, e già che ci sei portami i carboidrati a letto.

E davvero non siamo più quegli eroi 
Pronti assieme a affrontare ogni impresa
Siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa 

Vent’anni fa, prima di quel ’96 d’amore e di carboidrati e d’altre sciocchezze, Francesco Guccini fece uno dei suoi dischi più belli. Era il ’93, incidentalmente lo stesso anno di quelli che non hanno avuto la fortuna d’avere genitori comunisti. Il genio, checché ne dicesse Monicelli, è soprattutto la capacità di dire cose che vent’anni dopo sembrano scritte venti minuti prima. In genere, da quel disco lì, citoNostra signora dell’ipocrisia, perché non c’è psicodramma farsesco da telegiornale italiano cui non si applichi: «Un artigiano di scoop forzati scrisse che Weimar già si scorgeva, e tra biscotti sponsorizzati videro un anchorman che piangeva.»

Farewell, non pensarci e perdonami 
Se ti ho portato via un poco d’estate 
Con qualcosa di fragile come le storie passate 

Però stasera mi sono resa conto che, in quel disco blu, c’è almeno un’altra canzone che potrebbe fare da manifesto al PD. Al 2013. Al mondo che cade a pezzi e alle parole mancanti per dirlo. Al fatto che non siamo più quelli del ’96, non possiamo più permetterci un sacco delle cose che davamo per scontate allora – nudità sentimentale, carboidrati, paciosi candidati democristiani – e far finta di niente non farà tornare tutto com’era.

Forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile, credo, perché
Ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me