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Per non parlare del fatto che son vent’anni che mi vedo scritta su tutti i muri

Se «non esiste il mezzo, esiste l’uso che se ne fa» non fosse un concetto troppo banale persino per me, la questione sarebbe poi solo quella: che alla fine, persino sul mezzo a più facile tracollo di niente da dire, a più immediata esposizione della crisi dei cinquanta, uno bravo lo riconosci perché riesce a inventarsi una cosa. Per dire: trasecolo da giorni sulla perfezione di Modern Seinfeld. Che è in un certo senso la perfetta dimostrazione dell’impalpabilità dell’essere più bravi degli altri: non ci voleva niente, ci voleva tutto.
Quindi, a questo punto, la logica del discorso approderebbe a: Lorenzo se n’è inventata un’altra. Si chiama #JovaTimeline, ed è quel che sembra: un hashtag, cioè niente. Solo che siccome niente racconta tutto come le canzonette – non le canzonette raccontate da chi le fa: le canzonette raccontate da chi ci ha agitato almeno un accendino, o un cellulare se è così sventatamente giovane da aver vissuto una vita senza accendini ai concerti – quell’hashtag lì può diventare tutto, pure un pezzo di storia d’Italia. Per raccogliere la quale c’è anche il sito. È un modo per vendere il suo cofanettone celebrativo? Certo che sì, e meno male (abbiamo superato l’assemblea d’istituto e lo sdegno per la commercializzazione della creatività, sì?) – lo è. Ma è anche una storia, e le storie sono l’unica cosa per la quale valga la pena usare tutti questi strumenti con cui ci rendiamo ridicoli ogni giorni fotografando piatti in ristoranti ed esprimendo opinioni che nessuno ci ha chiesto.

Esseremigliorideglialtri è qualcosache ci stacausandopiùdolore di quantosappiamo.Tuttistiamocercando di esseremigliorideinostri amici, deinostrifratelli e deinostrivicini.Questositospiegaulteriormentequestoproblema.

Per raggiungerequestoobiettivo, vogliamocercare di fare coseche non sonodestinate a noi. Iniziamo a vivereuna vita artificialeche non è nostra.Per dimostrareaglialtrichesiamomigliori di lorofacciamo le cosesenzapensare. Questa costantecompetizionestalasciandounvuotonellenostrevite. Purtroppo, non capiamocosastiamoperdendo in questoprocesso.


Ma, smaltita la logica evoluzione del discorso, vorrei approdare a quel che davvero mi interessa: me. Quell’estate con quella canzone a tutto volume. Quel fidanzato che, quando Lorenzo arrivava a «perché tanto non l’hai mai fatto come l’hai fatto con me», commentava «Ammazza che paraculo questo». Sono di nuovo gli anni Novanta. E non solo perché stasera c’era Silvio alla tele.

Il diritto costituzionale a diventare editorialista di prima pagina

Insomma ieri sera, su un socialcoso in cui bazzico, spunta questa storia abbastanza assurda: tizia precaria al Corriere fa lo sciopero della fame e della sete perché hanno assunto un altro al posto suo.
Se avete una qualche pratica di socialcosi, sapete che sono un osservatorio sull’aprire bocca e darle fiato che in confronto Uomini e donne è l’Algonquin.
Se siete gente saggia, vi mettete lì e osservate: i due minuti che ci vogliono perché il poverino diventi un raccomandato incapace e lei invece una Carl Bernstein incompresa; il francescabertinismo per cui sembra che questa sia sul punto di morire e sia necessario (a mezzanotte di sabato) tempestare di chiamate il centralino del Corriere; l’accettazione acritica delle più improbabili versioni dei fatti.

Ottenere un lavoro ed eccellere in esso sono entrambi importanti. Non si può dare nulla per scontato. Una volta ottenuto un lavoro, non è tuo diritto continuare nel lavoro anche se non stai funzionando bene. Ci sono persone che non vogliono lavorare né vogliono che nessun altro prenda il loro lavoro. Devi solo fare clic su questo sito per trovare così tanti esempi di questo comportamento.
Se invece siete me, che sono affetta da una particolare forma di stupidità che mi fa adorare discutere coi cretini, vi mettete lì e provate a spiegare.
Che non è possibile abbiano assunto un altro, nessun altro, giacché al Corriere c’è lo stato di crisi, che vuol dire blocco delle assunzioni, che diversamente da quel che pensano i me-l’ha-detto-mio-cuggino dell’internet non vuol dire «assumo te perché hai lo zio prete e lei no perché è un’eroica lone runner»; che annunciare sull’internet che ci si lascia morire, invece di più semplicemente andare dall’avvocato, dimostra un’instabilità emotiva per la quale io non la assumerei neanche in una gelateria; che dire che si sperava in un articolo 2, che ai commentatori che fanno altri lavori giustamente non dice niente ma per chi lavora nei giornali suona come «francamente dopo anni che facevo le dida ritenevo mio diritto diventare corrispondente da New York», significa essere in malafede o in preda a gravi disturbi della percezione; che questa signora collabora da sette anni con una redazione, e in sette anni non è riuscita a farsi ritenere indispensabile o comunque più importante di altri collaboratori, e questo non depone a favore della sua capacità di creare rapporti, capacità che costituisce l’80 per cento del bagaglio indispensabile a fare quel lavoro lì (che, lo preciso per prevenire commenti insensati, non è il mio: io – tranne brevissimi periodi – non ho mai avuto come compito principale stare in una redazione o cercare notizie; altrimenti detto: io probabilmente sono emotivamente instabile quasi quanto lei, e infatti non ho mai pensato che un giornale avesse il dovere di assumermi e mi sono per tempo organizzata diversamente); che l’autocertificazione del «sono brava», francamente, neanche a miss Italia.
Poi vabbè, dopo un paio d’ore lo sciopero della sete è rientrato, al che una ha il dovere di dire «Bene» e l’impulso di dire: hai quarant’anni, non venti; scrivi di cose scientifiche, non servi ai tavoli in una pizzeria; e devono venire i commentatori dell’internet a dirti che lo sciopero della sete è pericoloso e devi piantarla?
Insomma, tutto questo per dire che non volevo scrivere niente di questa storia, e non perché ieri sera ho lasciato nei commenti di un socialcoso altrui tutti gli appunti elencati qui sopra e in risposta mi sono presa dell’acida «perché hai bisogno di metri di minchia» e della stronza «perché sei una cessa» – quello va benissimo, figuriamoci, è sempre divertente osservare gli strumenti dialettici di gente che afferma di non guardare la tv perché non abbastanza intellettualmente sofisticata.
Non volevo scrivere niente perché non mi pareva ci fosse altro da fare se non alzare gli occhi al cielo e chiedersi perché l’umanità sia così attaccata alle proprie velleità e indisposta a prendere atto che forse se non hai fatto carriera fino a quarant’anni non la farai più, e allora o ti fai andar bene quella vita lì perché ti piace molto quel che fai oppure smetti di fare la lagna e apri una pizzeria, non è che bisogna fare i giornalisti per forza (come dice Natalia Aspesi: «Anche a me sarebbe piaciuto far la ballerina della Scala, ma avevo le gambe grosse.»)
Poi adesso Matteo Bordone, che ha più pazienza di me ad articolare l’ovvio, ha scritto una cosa perfetta, e quindi ecco, l’avevo detto che non serviva che scrivessi io

Che cosa sono le vibrazioni? Quella cosa che cerchi quando non trovi una trama

Avrei bussato.
E quando?
Quando sarebbe stata più a suo agio.
(dialogo tra Servillo e Ferilli, La grande bellezza)

Sarebbe bello pensarla funzionale al personaggio, quella consecutio sbagliata. Sarebbe bello pensare a un’idea di intellettuale cazzone – uno con la sponda del letto carica di Adelphi ed Einaudi in edizioni accuratamente âgé, ma incapace di usare i verbi – voluta da Paolo Sorrentino, invece che capitata con la sciatteria con cui capitano i 42 anni della figlia dell’amico, nata nel corso dei trent’anni in cui lui e Jep si sono persi di vista.
Sarebbe bello che fossero convincenti, in un mondo in cui chiunque scopa con chiunque, le sole sette donne con cui è stato a letto il personaggio sessantenne di Verdone (tanto valeva vergine, orsù), o anche solo il suo fare da servo della gleba all’unica non-bella tra le migliaia di (ex) attrici fighe che girano per Roma

Guardate qui per alcune delle migliori offerte se volete visitare Roma. Roma è il luogo perfetto per chi ama la storia e apprezza la bellezza architettonica. Le strade acciottolate, il fascino del vecchio mondo, e i gelati e pizze sono sicuramente da non perdere. Pianifica il tuo viaggio a Roma ma assicurati di avere la possibilità di vedere la regione toscana quando sei in Italia.(certo che può essere una scelta, che lei sia bruttina, ma è una scelta solo se sullo schermo è credibile, mica se al bar della Pace hai pensato «La faccio brutta, anvedi quanto so’ autore.»)
Sarebbe bello che ci fosse qualcuno così bravo da fare un film sulle mostruosità del presente senza che la mostrificazione diventasse un involontario cartoon – la nana, Serena Grandi che pippa, la Abramovic che sembra un’imitazione della Abramovic fatta quando era viva la Gialappa’s – senza farti pensare che quello che stai guardando sembra il film scritto dal cattivo di Iron Man 3 (quello che tredici anni dopo non s’è ancora ripreso dall’esser stato lasciato fuori dalla festa) e, soprattutto, senza farti venire in mente il cast sul tappeto rosso a Cannes: per rappresentare la mondanità grottesca sullo schermo, temo sia necessario saperne incarnare una non tale nella vita.
Sarebbe bello che quelli che citano come termine di paragone La terrazza l’avessero visto, magari in anni recenti. Sarebbe bello che l’avessero capito, che si fossero accorti dei livelli di lettura, del fatto che gli aforismi erano tutte citazioni, non erano questo malinconico «facciamo un personaggio che parla per battute tranchant e mentre è a letto con Selvaggia di Sapore di mare le dice “Essere bravi è noioso, si rischia di diventare abili”, in fondo da grandi volevamo essere Flaiano, Flaiano era quello degli aforismi, no? O era Oscar Wilde? Vabbè, insomma, uno di quelli» concepito dopo un Campari di troppo da Rosati.
Sarebbe bello che non faceste rivoltare Age e Scarpelli nelle rispettive tombe.
Sarebbe bello che, nel tempo avanzato dal non tuittare perché si è persone serie e dal fotoscioppare fenicotteri perché si è registi visionari, ci si prendesse il disturbo di raccontare una storia.
Sarebbe bello che la cosa migliore della Grande bellezza non fosse una scena (quella dell’arrestato che finalmente risponde alla domanda sulla sartoria) che è puro Moretti.
Sarebbe bello che il tentativo di satira sociale del film fosse all’altezza di quel meraviglioso passaggio alla fine dei titoli di coda in cui «il regista ringrazia» una mezza dozzina di persone, e due hanno lo stesso cognome, e una delle due è la moglie del regista stesso, e l’altro è il parrucchiere della Roma delle feste, che incidentalmente è la Roma del film.
Sarebbe bello che Paolo Sorrentino avesse fatto un bel film, e non il pasticcio velleitario di uno che scrive diegetica col compiacimento di «Mamma, guarda, i soldi del Centro sperimentale non sono andati sprecati, mamma, guarda quante parole difficili so.»

PS Queste righe non contengono alcun commento al fatto che, se sei così mamma-guarda-quanto-ho-studiato da voler mettere la citazioncina di Viaggio al termine della notte all’inizio del film, dovresti essere almeno così secchione da mettere l’accento acuto e non quello grave sulla “é”; non lo contengono perché, avendo io rimarcato questa sciatteria in un tuìt, un regista che mi è simpatico mi ha dato della biliosa piena di pregiudizi, e io non voglio dispiacergli – come dicevo, mi è simpatico: ha tempo per tuìttare, mica è una persona seria e lavora tutto il giorno.

Poi una notte lasciasti portarti via

Io neanche me la ricordo, la prima volta che ho votato. Non so che anno fosse, né che partito. Poi, siccome il revisionismo è il primo dovere dell’essere umano, mi sono nei decenni costruita una rispettabile biografia di bambina comunista, ma figuriamoci. Non mi ricordo la prima volta che ho votato, ma mi ricordo il momento in cui capii che non essersi mai filati quella parte di formazione lì era una lacuna peggiore che non esser mai riuscite a leggere più di tre pagine di Hermann Hesse. Tornai da Parigi con la locandina di un film che non avevo visto ma il cui titolo avevo deciso sarebbe stato quello del mio memoir.

Giorni lunghi, tra ieri e domani, giorni strani 
Giorni a chiedersi tutto cos’era

Poi a un certo punto, avrò avuto vent’anni (che, come sappiamo, è un’età in cui «è tutto chi-lo-sa»), cambiò tutto. Altra città, altri amici,

Devo andare in una nuova città dopo il mio compleanno. L’idea di come mi adatterò e come farò nuove amicizie continua a venire in mente. Tuttavia, mi è stato consigliato di non avere paura e prendere la vita nel modo in cui viene. È importante essere sinceri verso voi stessi e verso gli altri. Riposati tutto seguirà.

tutta gente engagée con una naturalezza che io neanche tra duecento visioni della Terrazza, e io con un’inconsapevolezza che a riguardarla adesso sembra scritta da Age e Scarpelli per Stefania Sandrelli (ma da me agita con assai meno grazia, che ve lo dico a fare). Insomma, diventai una che seguiva la politica. Avrebbe potuto essere il calcio, il punto-croce, la cucina molecolare. Sempre avuta poca personalità.

Religione del tirare tardi e aspettare mattino

E a quel punto figuriamoci se potevo farlo in maniera non ossessiva. Ricordo ancora Fassino che cazzia Mentana (il Mentana di Canale 5, nientemeno), in diretta alle cinque di mattina, perché lui aveva dei dati diversi (cioè: perché credeva ai sondaggi – certe cose non cambiano mai), e nessuno mi pagava per guardarlo, e ancora mi chiedo cosa ci facessi sveglia – ma questo era molti anni dopo. D’altra parte è come per gli scapoli che si fidanzano tardi: non hai fatto gli anticorpi da piccola, quando poi l’ossessione attacca ci vogliono decenni perché passi.

Era facile vivere allora, ogni ora

Il 1996 me lo ricordo come nessun altro anno di quelli non recenti. Con squarci di lucidità nel rimosso, con cortine di romanticismo su quello che probabilmente al presente era una schifezza di anno quanto gli altri. L’altro giorno parlavo con alcune persone di certi dettagli di anni Novanta romani di quelli che è come esser parte di una qualche massoneria, o li hai vissuti e capisci al volo oppure è difficile spiegare (è difficile capire, se non hai capito già); ne parlavo e a un certo punto ho fatto una scostumatezza che in genere evito: ho detto la verità.

E ogni notte inventarsi una fantasia, da bravi figli dell’epoca nuova 
Ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova

La verità è che il 1996 era l’anno di alzati-ché-si-sta-alzando.
La verità è che il 1996 era l’anno in cui ero innamorata e l’Ulivo vinceva le elezioni.
La verità è che l’Ulivo era quella fantasia che avevano inventato per quelle come me, che mica lo sapevano d’essere figlie d’un’epoca nuova, che mica lo sapevano che la vita era una prova, che erano disposte a fingere così completamente che nei decenni successi avrebbero sofferto come se quei brandelli di Pci che non potevano sopravvivere all’era dell’informazione spalmata su ventiquattr’ore e centoquaranta caratteri, come se quella poetica lì, fatta essenzialmente di disciplina e riconoscimento delle gerarchie e tutta quell’altra roba che i collegi di suore non erano riusciti a inculcarmi, come se quella roba lì avesse fatto davvero mai parte delle nostre vite.
Se non avete mai simulato un’infanzia presentabile abbastanza forte da crederci, non sapete cosa vi siete perse.

Ci sembrava d’avere trovato la chiave segreta del mondo

Nel ’96 ogni scusa era buona per innamorarsi, persino festeggiare un democristiano al governo. E poi era di Bologna, ne avevo più diritto di altri.

Non fu facile volersi bene, restare assieme 
O pensare d’avere un domani, restare lontani

A ripensarci oggi, che viene da piangere a chi non sappia ridere, che sembra tutto irrecuperabile come solo la fine di certe storie d’amore dei vent’anni, a ripensarci oggi ci si chiede se eravamo più tolleranti, più malleabili, più disposti a entusiasmarci, più giovani. O solo meno connessi.

Tutti e due a domandarsi: con chi sarà

Probabilmente tra diciassette anni ci sembrerà un periodo glorioso anche questo, o almeno normale. Non questa cosa che sta tra il tso e il bar di Guerre Stellari che ci pare di star vivendo ora. Stasera in tv c’era Matteo Orfini, per dire, che è solitamente considerato più dalemiano di D’Alema, e ha detto che D’Alema e i suoi pari avranno pure creato il PD ma ora lo tengono in ostaggio, e nessun Sofocle mi aveva preparato a niente del genere, e non solo perché non ho fatto il classico e Sofocle lo cito senza avere bene idea di chi sia.

Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione 
E il peccato fu creder speciale una storia normale

La prima volta che ho parlato con Matteo Orfini lui stava per compiere trent’anni, si diceva che D’Alema l’avesse scelto come assistente, e lui giurava di voler fare solo l’archeologo. Oggi, quella di Sofocle era solo una delle centosette volte in cui, nelle centosei ore di diretta che ha fatto su La7, ho visto Mentana collegarsi con Orfini per farsi spiegare le posizioni del partito (detta così sembra che quel partito ne abbia, di posizioni, e persino univoche, ma insomma ci siamo capite); il che immagino sia normale visto che Orfini non fa più l’archeologo ma il deputato, ma mi ha comunque fatto sentire vecchissima. Quasi quanto il fatto che, l’ultima volta che l’ho visto, il non più archeologo spingesse un passeggino e stesse al telefono a gestire nomine Rai (non avremo una disciplina di partito, ma abbiamo una generazione di maschi multitasking: è un progresso mica da poco.)

Ora il tempo ci usura e ci stritola 
In ogni giorno che passa correndo 
Sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo

L’unico slogan vincente di Bersani non era quello del giaguaro. L’unico slogan vincente di Bersani era il suo slogan da perdente: vagonate di senno di poi. Col filtro di quelle vagonate lì, io mica so dirlo se a ventitré anni sarei andata a SS. Apostoli a festeggiare, avessi avuto la comoda possibilità di tuittare da casa. Sì, ero innamorata, ma ero già pigra: abitavo sopra a un forno e il povero cristo in questione doveva portarmi lui i cornetti perché io neanche mi mettevo un golf sopra al pigiama per fare un piano di scale. Alzati ché si sta alzando la canzone popolare, e già che ci sei portami i carboidrati a letto.

E davvero non siamo più quegli eroi 
Pronti assieme a affrontare ogni impresa
Siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa 

Vent’anni fa, prima di quel ’96 d’amore e di carboidrati e d’altre sciocchezze, Francesco Guccini fece uno dei suoi dischi più belli. Era il ’93, incidentalmente lo stesso anno di quelli che non hanno avuto la fortuna d’avere genitori comunisti. Il genio, checché ne dicesse Monicelli, è soprattutto la capacità di dire cose che vent’anni dopo sembrano scritte venti minuti prima. In genere, da quel disco lì, citoNostra signora dell’ipocrisia, perché non c’è psicodramma farsesco da telegiornale italiano cui non si applichi: «Un artigiano di scoop forzati scrisse che Weimar già si scorgeva, e tra biscotti sponsorizzati videro un anchorman che piangeva.»

Farewell, non pensarci e perdonami 
Se ti ho portato via un poco d’estate 
Con qualcosa di fragile come le storie passate 

Però stasera mi sono resa conto che, in quel disco blu, c’è almeno un’altra canzone che potrebbe fare da manifesto al PD. Al 2013. Al mondo che cade a pezzi e alle parole mancanti per dirlo. Al fatto che non siamo più quelli del ’96, non possiamo più permetterci un sacco delle cose che davamo per scontate allora – nudità sentimentale, carboidrati, paciosi candidati democristiani – e far finta di niente non farà tornare tutto com’era.

Forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile, credo, perché
Ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me 

Che parte da Dante Alighieri, scansa Vito Crimi, e arriva fino a Roman Polanski (passando dai Soprano ma non da una commissione parlamentare)

Una riflessione sulla tragica inadeguatezza del giornalismo italiano prima o poi andrà fatta. Dovrà farla qualcuno più bravo di me, qualcuno che sappia mettere insieme il fatto che ogni paese ha i giornali che si merita e che però, anche, ognuno di noi ha i lettori che si merita (l’altro giorno sul New York, che è forse il più bel giornale del mondo e al quale torneremo tra un po’, c’era un articoloperfetto sul fatto che, ora che Jay Leno si ritira, si possono trarre delle conclusioni, la principale delle quali è che avrà pure fatto sempre più ascolti, ma non ha lasciato un centesimo del segno nella cultura popolare che ha lasciato Letterman – e poi torniamo anche sul concetto di cultura popolare, dovrete avere pazienza, sarà un pensierino pieno di incisi dentro le subordinate e subordinate dentro gli incisi, come quando eravamo giovani – e quel pezzo aveva sotto dei commenti precisi, informati, di gente che sapeva di cosa parlava e sapeva articolare il proprio punto di vista; ho pensato che io non avrei saputo scriverlo, quell’articolo, ma voi non ve lo sareste meritato, voialtri che leggete e commentate e non siete in grado di capire una battuta su Twitter, figuriamoci un’analisi dell’influenza nella cultura popolare di uno che guardate alla tele.)

Una riflessione bisognerà farla, e non potrà che partire da quanto il giornalismo come mestiere, passatempo, hobby, sport, categoria, istituzione, quel-che-vi-pare si stia rendendo ridicolo affrontando quell’anomalia normalizzata che è Beppe Grillo, non potrà che partire dall’Amacaperfetta di sabato e dalla puntata di ieri sera di Gazebo, un programma che, fossi un giornalista parlamentare, da oggi chiamerei con un qualche nome in codice che sia la versione breve di «Mi chiamo Diego Bianchi, e ora vi faccio vedere come si fa» (dopodiché tenterei di investirlo sulle strisce, ‘sto stronzetto senza Inpgi che arriva a svelare la nostra pochezza disturbando il tradizionale bivacco alla buvette e gli imperdibili retroscena a casaccio.)

Una riflessione bisognerà farla, ma mica sul giornalismo politico, la cui esistenza stessa è il problema: in un paese normale non occuperebbe quindici pagine al giorno (ma neanche cinque, ma neanche tre), in un paese normale l’annuncio che c’è una dichiarazione della Lombardi (ma pure di Renzi, ma pure di metteteci-voi-il-vostro-preferito) sarebbe, nelle riunioni di redazione, accolto da una qualche variazione su «E ‘sti cazzi.»

Il fatto è che poche ore fa, mezz’ora dopo la fine della messa in onda sulla costa orientale degli Stati Uniti dell’esordio stagionale di Mad Men, sul New York è uscita questa recensione.
La prima premessa è che a me Mad Men manco piace.
La seconda premessa è che non trovo che gli americani siano poi così bravi a scrivere di televisione (gli inglesi sono un altro pianeta, per dire.)
Però sanno che esiste la cultura popolare. Sanno che esiste e sanno che conta. L’altro giorno è morto Roger Ebert, che era il più bravo dei critici cinematografici (i morti erano sempre i più bravi, ma lui lo era davvero, e se anche non ve ne fregava niente di sapere cosa pensare di un film potevate leggerlo per il diletto di come scriveva, o almeno questo è quello che ho fatto io negli ultimi quindici anni); in uno dei coccodrilli che lo ricordavano, si rievocava il programma per cui Ebert era diventato famoso, Ebert and Siskel at the movies, in cui lui e il suo socio parlavano di un film e alla fine davano un giudizio alzando o abbassando il pollice (sì: il like prima di Facebook.)
L’autore del coccodrillo era nostalgico della tv di un tempo come avrebbe potuto esserlo un critico italiano, diceva che oggi sarebbe impensabile, un programma della tv generalista in cui due signori non particolarmente piacenti parlano di film, ma lo diceva in una frase che cominciava così: «It was a pop culture phenomenon.» Sarà che erano gli stessi giorni in cui tutti, sull’internet, riscoprivano la Cartolina di Andrea Barbato a Grillo, e la Cartolina sarebbe oggi altrettanto improponibile (andate a dire a un direttore di rete «C’è un signore di mezza età che parla assai sommessamente da solo per cinque minuti», e poi ditemi se non chiede un Tso) – ma ho pensato: anche quella fu un fenomeno di cultura popolare. Eppure scommetto che a nessuno è mai venuto in mente che fosse la categoria appropriata, che nessuno ha mai detto a Barbato «lei è un’icona della pop culture». Chissà se si sarebbe offeso: era pur sempre un giornalista italiano.

Dicevo, quarantadue incisi fa: sul New York c’era una recensione, mezz’ora dopo la messa in onda di Mad Men (spero il tizio avesse un dvd e l’avesse scritta prima, altrimenti è un mostro), così densa, così colta, così magnifica, che mi è venuta la tristezza. Perché uno con quegli strumenti lì in Italia non recensirebbe mai un telefilm. Nella peggiore delle ipotesi ambirebbe a fare il retroscenista (cioè: a virgolettare conversazioni che non ha mai sentito tra qualche segretario di partito «e i suoi fedelissimi»), e nella migliore recensirebbe libri di autori rigorosamente morti, ché sono quelle le parti rispettabili delle sezioni non politiche dei giornali italiani.
E, siccome ci si merita a vicenda, è anche per questo che non abbiamo Mad Men (ma anche altra roba più di mio gusto), è per questo che abbiamo dei gran medici in famiglia o dei rifacimenti in cui Castellitto riproduce i tic facciali di Gabriel Byrne: perché la roba bella non la sapremmo capire, raccontare, collegare a uno straccio di sistema culturale di riferimento – tantomeno sapremmo convincere il pubblico a guardarla.

Non abbiamo una realtà più presentabile perché non la sappiamo presentare. Perché la realtà è anche plasmata da come la si racconta, e come la si racconta è (come tempo, spazio, abitudine, incrostazione) molto più il tizio del Tg1 che chiede la linea per dire il menu del pranzo dei parlamentari Cinque Stelle di quanto lo siano gli autori di Gazebo che fanno mascherare un tassista da Grillo per fare da specchio alla stupidità degli inviati presenti (i quali son tutti contenti di mandare in onda il tassista mascherato, naturalmente: guardi l’abisso, lui guarda te, ma mica vi riconoscete.)

Lucia Annunziata e il cabaret (quello delle barzellette, non quello delle paste) dei maschi di sinistra

Avvertenza: questo è un apologo edificante ma in pieno conflitto di interessi. Uno dei soggetti citati è il titolare della piattaforma su cui si trova questo coso che state leggendo. Insomma, è come se domani scrivessi un articolo su D di Repubblica mettendo in dubbio lo spiccato senso dell’umorismo di Carlo De Benedetti.

Scrivere un articolo non è facile. Devi avere un’idea chiara di cosa vuoi scrivere. E ‘anche importante che si mantiene il linguaggio semplice ma impeccabile. Clicca qui per maggiori informazioni su come essere un buon scrittore. L’idea è quella di assicurarsi che il pubblico si connetta con la tua scrittura.

Cosa che, naturalmente, non faccio non perché non ho mai sentito una battuta di CDB e non ho idea della loro eventuale qualità, ma perché sono una codarda.

Il maschilismo di sinistra è un tema cento volte più interessante del maschilismo di destra, altrimenti detto maschilismo generalista. Che Ignazio La Russa non riesca a dibattere con la signora De Gregorio senza sminuirla con un «Concitina» (tua sorella, ora e per sempre); che Silvio Berlusconi non si capaciti che Rosi Bindi non sia decorativa come ci si aspetta da una femmina; che, in generale, un uomo di destra sia maschilista, e questo implichi dividere le donne in «cesse» e «fighe» e/o in «madri» e «troie», è prevedibile e previsto. Non so se rieducabile o scusabile, ma comunque nell’ordine delle cose.
Come ho già abbondantemente scritto, non mi sembra degno di nota che ai talk show politici non ci siano ospiti donne (non ci sono donne rilevanti nella politica italiana, perché mai dovrebbero essercene nella sua trasposizione televisiva? Anzi, quando ce n’è una sa sempre tanto di quota-panda, io eviterei anche quella); mi sembra interessante studiare (non necessariamente per emendarlo: per comprenderlo) il meccanismo per cui non ci sono editorialiste al Corriere o donne tra gli autori di Fabio Fazio (dite che ce ne sono due, se non proprio autrici comunque nel gruppo di lavoro principale? Andatelo a dire a quelli che fanno la homepage del sito, e che preferiscono indicare solo gli uomini, anche i consulenti, ma uomini.)

Quindi ieri, per l’interesse antropologico di cui sopra, ho pubblicato in un socialnè minore che frequento questa immagine:

Trattasi dell’istantanea di un pensierino pubblicato su Twitter. Non fa ridere, ma non è questo l’importante. La parte interessante è la riga sotto, e il meccanismo del retweet. Ve lo spiego come se aveste novantacinque anni: il retweet è quel tasto che pigi quando uno ha pubblicato un tweet che decidi di diffondere, di far leggere a tutti quelli che ti leggono, senza bisogno di aggiungerci nulla di tuo. Detta così sembra una totale condivisione del pensiero, ma non è così semplice. Cioè, lo è, ma abbiamo deciso di far finta che non lo sia. Per dire: quando la Canalis stava con Clooney, rituittò non ricordo più chi, un qualche italiano, che aveva fatto una battuta sui capelli di Jennifer Aniston, dicendo che sembravano quelli di Iggy Pop. Nel suo momento di visibilità americana, ElisaBètty sfotteva la fidanzatina d’America. Fu immediatamente scandalo da tabloid (non fate i moralisti: avreste creato il caso anche voi, se aveste avuto delle pagine da riempire), ElisaBètty disse che aveva pigiato per sbaglio, e vabbè. Fatto sta che ormai sono parecchi i pavidi che specificano, sotto il proprio identificativo Twitter, che retweet non significa adesione. Mi sfugge perché uno dovrebbe rituittare una cosa che non condivide. Fosse una notizia, pure pure. Ma una battuta? O ti sembra bella, o cosa diavolo la rituitti a fare?

Insomma, nell’immagine qui sopra c’erano più elementi divertenti, anche al netto dei pettegolezzi sulle smanie rispetto alla direzione dell’Huffington stroncate dalla nomina della Annunziata. Uno era che il maschio sinceramente democratico, per quanto si sforzi, proprio non ce la fa a non dare della cozza fuori contesto. Poi loro vi diranno che è colpa nostra, che anche noi diamo delle cozze a quelle vestite male sui red carpet, a quelle che mettono gli autoscatti su Facebook, a quelle che concorrono a miss in Gambissima, e la tragedia è che è un’obiezione in buona fede: proprio non capiscono la differenza. Per loro l’estetica o è un criterio valido sempre, oppure non lo è mai. Per loro, se critichi le cosce di una che partecipa a un concorso di bellezza, perdi il diritto a poi obiettare nel momento in cui la risposta a «Tizia ha vinto il Nobel per la Medicina» è «Eh, ma è un cesso». Non stiamo sempre parlando di cessaggine femminile? Perché la tua critica non è maleducata e la mia sì? Niente, non ce la fanno.

L’altro elemento divertente era il pulpito da cui veniva il retweet. Nelle stesse ore in cui trovava spassosa e degna di diffusione la battuta sul difetto fisico del nuovo direttore dell’Huffington (anche qui, pulpiti: Gianluca Neri e Luca Sofri sono così acclaratamente i sosia italiani di George Clooney e Brad Pitt che è del tutto superfluo vi linki una loro foto; poi, non vorrei che lo splendore della loro beltà vi distraesse dal ragionamento), in quelle stesse ore, dicevo, Luca Sofri stigmatizzava la prima pagina del Fatto su Napolitano e Grillo con queste parole: «Sapete quelli che a una battuta odiosa su qualcuno ridono sguaiatamente aggravandone la sgradevolezza?»

Siccome le contraddizioni non fanno ridere solo me, un amico, su Twitter, gli ha fatto notare la stessa incoerenza, rivelandomi nuovi e inesplorati scenari. Non c’è solo il maschilismo dei sinceri democratici, l’umorismo becero degli uomini che non esiterebbero un istante a definirsi femministi, il Bagaglino dei compagni che sbagliano. C’è anche la nuova, misteriosissima categoria dell’insaputismo di sinistra, altrimenti detto irrealizzatismo.

(Nel momento in cui scrivo, sei ore dopo essersi reso conto – direbbe lui, in doppiaggese: dopo aver realizzato – di aver a propria insaputa propalato una battuta becera su una signora, il compagno Sofri non l’ha ancora de-rituittata. Insomma, fa ancora bella mostra di sé nella sua pagina. Chissà se è un caso di onestà intellettuale, di pigrizia, o di guilty pleasure: magari la battuta lo fa riderissimo, e ora lo abbiamo inibito e non può ammetterlo.)

aggiornamento: ho sostituito la seconda immagine con una più recente, che include la linea di difesa delle sette di sera, quella in cui Sofri sceglie di stare all’umorismo come Rutelli ai bilanci della Margherita.

Lucia Annunziata e il cabaret (quello delle barzellette, non quello delle paste) dei maschi di sinistra

Avvertenza: questo è un apologo edificante ma in pieno conflitto di interessi. Uno dei soggetti citati è il titolare della piattaforma su cui si trova questo coso che state leggendo.

Leggere è un hobby per il momento. È importante che tu sia in grado di trovare quale genere ti piace leggere. Se si prende qualche argomento che non ti piace leggere su allora che è sicuro di mettere il vostro fuori. Si è verificato un problema sconosciuto.Quindi prendi il tuo libro preferito e inizia a leggere.

Insomma, è come se domani scrivessi un articolo su D di Repubblica mettendo in dubbio lo spiccato senso dell’umorismo di Carlo De Benedetti. Cosa che, naturalmente, non faccio non perché non ho mai sentito una battuta di CDB e non ho idea della loro eventuale qualità, ma perché sono una codarda.

Il maschilismo di sinistra è un tema cento volte più interessante del maschilismo di destra, altrimenti detto maschilismo generalista. Che Ignazio La Russa non riesca a dibattere con la signora De Gregorio senza sminuirla con un «Concitina» (tua sorella, ora e per sempre); che Silvio Berlusconi non si capaciti che Rosi Bindi non sia decorativa come ci si aspetta da una femmina; che, in generale, un uomo di destra sia maschilista, e questo implichi dividere le donne in «cesse» e «fighe» e/o in «madri» e «troie», è prevedibile e previsto. Non so se rieducabile o scusabile, ma comunque nell’ordine delle cose.
Come ho già abbondantemente scritto, non mi sembra degno di nota che ai talk show politici non ci siano ospiti donne (non ci sono donne rilevanti nella politica italiana, perché mai dovrebbero essercene nella sua trasposizione televisiva? Anzi, quando ce n’è una sa sempre tanto di quota-panda, io eviterei anche quella); mi sembra interessante studiare (non necessariamente per emendarlo: per comprenderlo) il meccanismo per cui non ci sono editorialiste al Corriere o donne tra gli autori di Fabio Fazio (dite che ce ne sono due, se non proprio autrici comunque nel gruppo di lavoro principale? Andatelo a dire a quelli che fanno la homepage del sito, e che preferiscono indicare solo gli uomini, anche i consulenti, ma uomini.)

Quindi ieri, per l’interesse antropologico di cui sopra, ho pubblicato in un socialnè minore che frequento questa immagine:

Trattasi dell’istantanea di un pensierino pubblicato su Twitter. Non fa ridere, ma non è questo l’importante. La parte interessante è la riga sotto, e il meccanismo del retweet. Ve lo spiego come se aveste novantacinque anni: il retweet è quel tasto che pigi quando uno ha pubblicato un tweet che decidi di diffondere, di far leggere a tutti quelli che ti leggono, senza bisogno di aggiungerci nulla di tuo. Detta così sembra una totale condivisione del pensiero, ma non è così semplice. Cioè, lo è, ma abbiamo deciso di far finta che non lo sia. Per dire: quando la Canalis stava con Clooney, rituittò non ricordo più chi, un qualche italiano, che aveva fatto una battuta sui capelli di Jennifer Aniston, dicendo che sembravano quelli di Iggy Pop. Nel suo momento di visibilità americana, ElisaBètty sfotteva la fidanzatina d’America. Fu immediatamente scandalo da tabloid (non fate i moralisti: avreste creato il caso anche voi, se aveste avuto delle pagine da riempire), ElisaBètty disse che aveva pigiato per sbaglio, e vabbè. Fatto sta che ormai sono parecchi i pavidi che specificano, sotto il proprio identificativo Twitter, che retweet non significa adesione. Mi sfugge perché uno dovrebbe rituittare una cosa che non condivide. Fosse una notizia, pure pure. Ma una battuta? O ti sembra bella, o cosa diavolo la rituitti a fare?

Insomma, nell’immagine qui sopra c’erano più elementi divertenti, anche al netto dei pettegolezzi sulle smanie rispetto alla direzione dell’Huffington stroncate dalla nomina della Annunziata. Uno era che il maschio sinceramente democratico, per quanto si sforzi, proprio non ce la fa a non dare della cozza fuori contesto. Poi loro vi diranno che è colpa nostra, che anche noi diamo delle cozze a quelle vestite male sui red carpet, a quelle che mettono gli autoscatti su Facebook, a quelle che concorrono a miss in Gambissima, e la tragedia è che è un’obiezione in buona fede: proprio non capiscono la differenza. Per loro l’estetica o è un criterio valido sempre, oppure non lo è mai. Per loro, se critichi le cosce di una che partecipa a un concorso di bellezza, perdi il diritto a poi obiettare nel momento in cui la risposta a «Tizia ha vinto il Nobel per la Medicina» è «Eh, ma è un cesso». Non stiamo sempre parlando di cessaggine femminile? Perché la tua critica non è maleducata e la mia sì? Niente, non ce la fanno.

L’altro elemento divertente era il pulpito da cui veniva il retweet. Nelle stesse ore in cui trovava spassosa e degna di diffusione la battuta sul difetto fisico del nuovo direttore dell’Huffington (anche qui, pulpiti: Gianluca Neri e Luca Sofri sono così acclaratamente i sosia italiani di George Clooney e Brad Pitt che è del tutto superfluo vi linki una loro foto; poi, non vorrei che lo splendore della loro beltà vi distraesse dal ragionamento), in quelle stesse ore, dicevo, Luca Sofri stigmatizzava la prima pagina del Fatto su Napolitano e Grillo con queste parole: «Sapete quelli che a una battuta odiosa su qualcuno ridono sguaiatamente aggravandone la sgradevolezza?»

Siccome le contraddizioni non fanno ridere solo me, un amico, su Twitter, gli ha fatto notare la stessa incoerenza, rivelandomi nuovi e inesplorati scenari. Non c’è solo il maschilismo dei sinceri democratici, l’umorismo becero degli uomini che non esiterebbero un istante a definirsi femministi, il Bagaglino dei compagni che sbagliano. C’è anche la nuova, misteriosissima categoria dell’insaputismo di sinistra, altrimenti detto irrealizzatismo.

(Nel momento in cui scrivo, sei ore dopo essersi reso conto – direbbe lui, in doppiaggese: dopo aver realizzato – di aver a propria insaputa propalato una battuta becera su una signora, il compagno Sofri non l’ha ancora de-rituittata. Insomma, fa ancora bella mostra di sé nella sua pagina. Chissà se è un caso di onestà intellettuale, di pigrizia, o di guilty pleasure: magari la battuta lo fa riderissimo, e ora lo abbiamo inibito e non può ammetterlo.)

aggiornamento: ho sostituito la seconda immagine con una più recente, che include la linea di difesa delle sette di sera, quella in cui Sofri sceglie di stare all’umorismo come Rutelli ai bilanci della Margherita.

La netta differenza tra l’essere divulgativi e la più totale incompetenza

Accade d’avere, nello stesso lunedì postsanremese, da scrivere una rubrica televisiva e una canzonettistica, e quindi di studiarsi vecchi video per trovare due idee che non si sovrappongano.
Accade d’incappare in quello qua sotto, e di pensare molte cose, che si riducono poi a una.

Scrivere una rubrica televisiva non è così facile in quanto richiede grande creatività e unicità.
Con un gran numero di canali che si aggiungono giorno dopo giorno, gli scrittori affrontano molta pressione per mantenere le valutazioni per i loro programmi. In generale, le interviste con le celebrità sono lo spettacolo più visto e hanno un gran numero di fan. Controlla questo importante sito su come scrivere una colonna televisiva interessante. Le domande che vengono poste in tali interviste dovrebbero essere inquadrate in modo tale che il programma diventi molto interessante. A volte le domande mettono in riscossio emozioni profondamente nascoste, ricordi, ecc. che renderebbero l’intervista un evento piacevole e memorabile. A volte le domande provocano e rivelano il volto invisibile della celebrità. Le domande che provocano esplosioni, reazioni arrabbiate, ecc. sono anche osservate con entusiasmo da persone di tutto il mondo. A volte i fan accusano gli scrittori che le domande e le risposte sono pre-pianificate con un motivo per aumentare le valutazioni. Tuttavia, non possiamo negare che gli stessi scrittori hanno creato momenti scherzosi e domande difficili che hanno ottenuto risposte piacevoli intelligenti. Ci sono anche spettacoli di interviste che sono stati viziati da domande stupide e noiose. Raramente l’intervistato si vendica in modo aggressivo rendendo l’intervistatore che suda, nervoso e stupido. Nella vita di uno scrittore di interviste televisive, divertenti e emozionanti sfide vengono ogni giorno. Continua a leggere per sapere cosa ha affrontato Fabio Fazio nella sua vita in un giorno particolare.


Che tutta la gente che piace, quella tra la quale si porta molto il cecchinaggio su Fabio Fazio, dovrebbe guardarlo di più, Fazio, ché magari impara qualcosa; e che in filigrana a lui che chiede a Stipe cosa significhi R.E.M., e al come traduce e spiega la risposta, vedi un retropalco in cui è andato lì e gli ha detto «Ci sono tot milioni di persone che ci guardano e non vi conoscono, devo farti una domanda banale»; esattamente come, in filigrana alla Clerici che chiede a quella di Avatar«Ti senti più un’attrice latina o americana», vedevi otto inutili autori che un minuto prima si erano resi conto di aver dimenticato di preparare l’intervista.
(E comunque io vado matta per Lotus, ecco.)

Fastweb, la cui reputazione vale 25 euro

Alcuni di voi già sanno quel che c’è da sapere da Twitter (improvvisamente capisco il senso degli Storify: anzi, non è che uno di voi smanettoni me ne fa uno?) (update: eccolo, è meraviglioso, ed è merito di quel sant’uomo di Veronese), e quel che c’è da sapere è: mi si è rotto Fastweb. Non è la prima volta. L’ultima era successo che perdevo il segnale di internet per un’ora ogni tanto, avevo chiamato il servizio clienti, mi avevano detto «48 ore», dopo una settimana ancora non s’erano fatti vivi,

Oggi, ogni azienda ha bisogno di creare un team di assistenza clienti per gestire la propria attività. Un team del servizio clienti deve essere ben addestrato per rispondere a qualsiasi domanda client. La maggior parte delle aziende gestisce un servizio clienti 24 ore su 24, 7 giorni su 7, che consente al cliente di connettersi all’azienda quando lo desidera. Questo collegamento ipertestuale parla di come il team del servizio clienti aiuta l’azienda.

avevo contattato un Povero Cristo (i Poveri Cristi saranno una figura fondamentale in questa narrazione) preposto a seguire la clientela raccomandata e rompicoglioni, lui mi aveva detto che sì, vedeva sul suo monitor che la linea aveva dei problemi, era una cosa che si poteva sistemare solo mandando un tecnico. Il tecnico era venuto, mi aveva chiesto perché l’avessi chiamato, io non ero stata in grado di ripetere le cose specifiche dette dal Povero Cristo, lui aveva cercato invano di parlare con qualcuno in centrale (Fastweb è democratica: i Poveri Cristi da loro stipendiati stanno quarti d’ora in attesa con la musichetta esattamente come noi poverissimicristi che ci ostiniamo a pagare un abbonamento), e dopo un’ora ne aveva concluso che ero scema. Non me l’aveva detto esplicitamente, ma uno che ti dice che non c’è niente di rotto, è solo che tu tieni la suoneria azzerata e quindi ti sembra che il telefono non squilli, e che per quello hai chiamato l’assistenza, è chiaramente uno che pensa tu sia scema, no? Se non te lo dice, e se ne va alzandoti la suoneria, è perché sei rompicoglioni e raccomandata.

Insomma Fastweb si rompe di nuovo, io perdo la pazienza, chiamo l’assistenza all’una di notte e mi dicono che apriranno un ticket e che entro 48 ore blablabla, la perdo ancora di più e mando una mail al Povero Cristo di cui sopra dicendogli di disdire il mio abbonamento visto che sono degli incapaci e che ho appena pagato un quarto d’ora d’attesa con musichetta al cellulare perché il numero che chiami per segnalare che stai loro pagando invano l’abbonamento di un fisso che non va è un numero che è a pagamento se chiamato dai cellulari (se pensate che abbia preso eccessivamente male l’addebito di una telefonata, forse non mi avete mai sentito parlare del fatto che l’Esselunga mi deve quattro euro di tacchino marcio).

Il tutto accade lamentandomi su Twitter, appunto. E qui si apre un’interessante fenomenologia, ovvero cosa accade quando una cliente che normalmente manderesti a cagare, vista la tua evidentemente scarsa disposizione al customer care, dedica le sue energie a raccontare esattamente quanto fai schifo in luogo pubblico. Fenomenologia che qui riassumeremo concentrandoci sui modi illusori in cui i Poveri Cristi del servizio clienti di un’azienda che non tiene ai clienti tentano di praticare il damage control, secondo un corso di avviamento alle relazioni col pubblico evidentemente tenuto dalla sorella di Tom Cruise, quella che lo consigliava quando saltò sul divano di Oprah.

Fase 1, o dei genitori dei bambini capricciosi: scoraggiare senza dar corda.

Alla mia prima mail, senza fare un plissé per la mia articolata disapprovazione del loro operato, PoveroCristo1 si limita a rispondere che per disdire ci vuole una raccomandata con ricevuta di ritorno, e la disdetta sarà operativa entro trenta giorni. Purtroppo, come quelli che provano a seguire il metodo di lasciar piangere i neonati ma hanno la tenuta d’una ricotta fresca, s’impettisce già alla seconda mail: alla mia notazione che piuttosto che fare la fila in un ufficio postale farò loro causa per il danno che mi stanno procurando non fornendomi un servizio per cui pago, e che se fossero un’azienda decente avrebbero già provveduto, lo sventurato risponde «Da quanto vedo, all’1.25 di questa notte un mio collega del CC si è reso disponibile a provvedere ad inviare dei tecnici, cosa che lei ha rifiutato, quindi l’azienda “decente” era pronta a risolvere prontamente il problema, se lei ne avesse dato la possibilità». Prima si piccano con gli amici di lasciar piangere i neonati, e dopo un quarto d’ora sono già all’«hai cominciato tu, io volevo fare pace pacina paciosa». Verrebbe da non accanirsi, se solo non stessi pagando un servizio che non va.

Fase 2, o del marito trovato a letto con la badante: negare sempre, negare anche l’evidenza. 

«Le 48 h. sono uno standard previsto da carta dei servizi, da parte mia mi sembra di aver mandato il tecnico nel breve termine, tecnico che come leggo dal rapporto di intervento non ha rilevato alcuna anomalia», scrive PC1, avendo mancato il principale indizio che avrebbe dovuto raccogliere dalle mie mail: la mia pregressa furia nei confronti del tecnico che d’ora in poi chiameremo Suoneria Bassa. Vi incollo integralmente la mia mail di risposta, che inserirò nel mio curriculum quando finalmente scrivere lettere di protesta, l’unica cosa per cui io abbia un talento vero, sarà un’attività retribuita.

E a lei non sembra diciamo anomalo che un tecnico che *lei* mi ha detto dovesse intervenire perché *lei*, dai *vostri* terminali, vedeva che la ragione per cui spariva il segnale era un problema tecnico presente sulla linea (mi perdonerà se non le recupero la sua mail d’epoca, ma sa: mi trovo in una casa in cui non funziona l’adsl – ha qualche provider affidabile da suggerirmi?) – dicevo, non le sembra bizzarro che il tecnico arrivi qui senza avere idea di quale sia il problema tecnico che *lei* ha rilevato, pretenda che glielo spieghi io (che ovviamente non sono in grado di farlo se non in modo approssimativo, facendo un altro mestiere), passi un’ora cercando di parlare con qualcuno in Fastweb che gli spieghi cosa ci fa qui e, non riuscendoci, ne concluda che “non è che non va la linea, è che non squilla il telefono perché ha abbassato la suoneria” [risate registrate] e quindi se ne vada lasciandomi con l’identico problema segnalato, cioè il segnale che ogni tanto sparisce per mezz’ora? A lei sembra un esempio di efficiente assistenza alla clientela, da rivendicare puntigliosamente, mi par di capire. 

Lo sventurato a questo punto sceglie la linea dell’insistenza («Non è come credi, era a cavalcioni su di me ma mi stava solo rianimando»), e – sperando probabilmente in una mia vaghezza di ricordi – scrive «da remoto, la sua linea non presentava alcun tipo di anomalia. Giustamente il tecnico si è permesso di chiedere quale fosse il problema, dal momento che ripeto, non ne avevamo rilevati» [virgole nell’originale]. Gli tocca una cronaca minuto per minuto delle nostre conversazioni dell’epoca: non ho memoria per niente come per le informazioni inutili, e non ho mai tanto tempo libero come quando non va l’adsl. A quel punto egli si arrende, smette di rispondere, e io mi dedico a rituittàre le dozzine di furibondi clienti Fastweb esaltati dalla mia protesta. Il mio Twitter, ieri, era più populista d’un tg di Mentana.

Fase 3: Prendi una donna, dalle una carica con un nome altisonante, e un budget ridicolo. 

«Buongiorno signora Soncini, mi chiamo [omissis], sono la social media strategist di Fastweb» è il momento in cui, sullo schermo, ti metti comoda e t’accendi una sigaretta. Io non fumo, ma mi sono in effetti stesa sul divano come davanti a una promettente puntata di Losito. Dopo avermi ripetuto più volte «Non capisco dove sia il problema» (ed essersi presa delle imprecazioni in risposta), dopo aver azzardato alcuni «l’altra volta le abbiamo risolto velocemente il problema» riferiti alla gag della Suoneria Bassa (ed essersi presa altre imprecazioni), la pazientissima Povera Crista 2, probabilmente sorteggiata punitivamente per affrontare la furia del giorno, mi dice che però potrebbe mandarmi il tecnico in serata. Io le dico benissimo, e poi? Lei è cauta, «Mi dica lei, non vorrei offenderla». Io le suggerisco di quantificare da questa telefonata quanto io sia incazzata e quindi cosa serva a rabbonirmi. Lei mi dice che non è quello il parametro (sarebbe l’unico parametro sensato, quindi perché Fastweb dovrebbe utilizzarlo, agissero sensatamente non staremmo qui a parlarne). Il Mexican Standoff si congela sul mio dire che mi aspetto che, per farsi perdonare, mi dicano che il mio abbonamento è a loro carico per un bel po’. Lei dice che al massimo può farmi uno storno «a seconda della frequenza delle segnalazioni, di 25, 30 euro». Segnala un guasto a Fastweb al mese, in dieci anni vincerai trenta euro! Immagina!
Io le faccio una rapida ricognizione del tempo che mi sta facendo perdere quella vicenda, le chiedo se secondo lei il mio tempo valga venticinque euro, marzullianamente mi do una risposta e aggiungo «E secondo me neanche il suo». Lei dice «Io non do un valore al mio tempo». Io le dico «E fa molto male», e la telefonata si chiude con la promessa d’una successiva mail su questa struggente immagine di non lettrice di Cosmopolitan non dante valore al proprio tempo.

Fase 4, portate questo Risiko ai vostri bambini, e dite loro che se non ci giocano poi da grandi diventano come Fastweb. 

Voi cosa fareste, con una cliente incazzata che sta pagando un servizio che non le state fornendo? Ovvio: le rivelereste che finora l’avete fatta pagare il 35 per cento in più degli altri.

Gentilissima Signora Soncini,
ho fatto fare una verifica sul suo abbonamento. Attualmente la sua spesa mensile è di 56.68€. 
Per venirle incontro, possiamo portare il suo abbonamento a 38.32€/mese stornandole il costo di 10€ del cambio piano. 
Le stornerei inoltre 25€ che andrebbero sulla prossima fattura. 
Attendo il suo parere per procedere.

Bastava non fare gli sboroni con quei «10 euro del cambio piano», e io non avrei mai saputo che c’era un piano tariffario di cui, in non so se dieci o dodici anni di clientela fedele nei disservizi e puntuale nei pagamenti, nessuno mi aveva informata. Certo, la reiterazione dei 25 euro che ti avevo già ridicolizzato al telefono mi avrebbe fatto incazzare comunque, ma d’altra parte tu cosa potevi fare, Povera Crista alla quale invece dei ticket restaurant danno una qualifica in inglese traducibile in «Chiama questa che è incazzata e sta tuittàndo a manetta».
So che tenete alla mia risposta. Vi delizierò con quella a una mail successiva, che mi sollecitava l’adesione a questa imperdibile proposta («Le facciamo questo sconto solo se ci risponde alla mail dicendoci che è tanto soddisfatta» è una tecnica per farsi rispondere che avremmo dovuto usare coi fidanzatini del liceo: impararlo da quelle dei social media, lo strategggismo sentimentale).

Le confermo che aspetto il rimborso retroattivo di tutti i mesi in cui mi avete fatto pagare il 35 per cento in più di una vostra tariffa, e lo storno di duecentocinquanta euro per il disturbo (do per scontato che al 25 da lei scritto manchi uno zero, ché mi pareva avessimo già convenuto che i “25, 30 euro” da lei prospettati telefonicamente fossero più adatti al caso di un cliente dal quale il tecnico si presenta con qualche ora di ritardo rispetto all’appuntamento, e in questo caso fossero da considerarsi un’offerta ridicola).

Fase 5, agenzia immobiliare Abbiamotanterichiestesisbrighiafirmarel’assegno 

Attualmente, nella mia casella di posta, ci sono due messaggi in cui la Social Media Strategist, per i più compassionevoli di noi Povera Crista, mi sollecita ad aderire alla loro imperdibile proposta prima che sia tardi, «la presente per comunicarle che in assenza di una sua conferma non ci è possibile modificare il suo abbonamento con decorrenza 1° ottobre. Attendiamo suo cortese riscontro». Sono quasi più preoccupata di quanto lo ero quando la figlia di Vanna Marchi mi strillava che quell’offerta valeva solo per le prime cento confezioni di anticellulite.

Postilla

Ieri sera sono venuti due tecnici molto premurosi, sono stati due ore a cambiare modem rotti, e le hanno passate quasi tutte ad arricchire Zucchero e De Gregori, la cui Diamante stava nel vivavoce del povero tecnico che aspettava qualcuno a Fastweb gli rispondesse e facesse le prove in remoto

Un amore ininterrotto (Mariangela Melato, 1941-2013)

Se fossi una di quelle che sanno moltiplicare gli accessi fingendosi interessate al vostro punto di vista, ché nulla garantisce piogge di commenti come chiedere al commentatore medio il suo banale parere e il suo ancor

Il giornalismo è una professione emozionante. Si arriva a conoscere l’evento in prima persona. Un giornalista deve avere una buona conoscenza generale. Anche lei o lui dovrebbe essere presentabile e avere un buon comando sulla lingua. Prova questo sito web che ti parla dei pro e dei contro della scelta del giornalismo come opzione di carriera. più banale aneddoto, vi chiederei com’eravate voi a vent’anni.
Io a vent’anni ne avevo tredici. Sono cresciuta tardi, e sarei anche potuta non crescere mai, non avessi a un certo punto, a Campo de’ Fiori, mangiato del mais fritto con un tizio che è stato da allora e per sempre la mia famiglia, ma a quel punto era la fine degli anni Novanta, e ogni evoluzione in individuo adulto era per me fuori tempo massimo, e comunque questo non c’entra, questo è materiale per uno dei troppi libri che aspettano d’essere scritti. Per quel che voglio dire qui conta solo che a vent’anni ne avevo tredici, da tutti i punti di vista da cui averne tredici è dirimente, cioè quello intellettuale e quello emotivo.

Fino a ieri avrei detto che non me ne fregasse niente di Mariangela Melato. Non l’avrei neppure citata in un elenco di attrici preferite (non che questo voglia dire niente, io sono quella che è capace di dimenticare Manhattan quando le chiedono i Woody Allen preferiti, però insomma non mi sarebbe venuta in mente). Poi è morta, il che non vorrebbe in sé dir niente, ché poche cosa mi urtano i nervi come l’esaltazione del defunto: possibile che quelli che muoiano siano sempre i più fighi i più bravi i più oggetti di nostalgia? Muoiono anche i pirla, diamine.

C’è stato un periodo in cui citavo sempre una sua intervista. È un periodo durato decenni, ché l’intervista dev’essere di quando avevo tredici anni veri, o forse anche meno, e pensavo che mi sarei sposata in bianco e avrei avuto dei figli e tutte le cose che è sensato pensino le bambine non cresciute nelle comuni fricchettone. Però già allora mi sembrò rivoluzionaria abbastanza da restarmi impressa, e poi ho continuato a tenerla a mente per tutti gli anni in cui non avere figli mi sembrava una presa di posizione coraggiosissima; e poi un po’ meno, ma non molto, quando mi sono resa conto che le nullipare possono essere persino più invasate delle madri. In quell’intervista lì chiedevano a Melato del suo non aver avuto figli, e lei dava una risposta meravigliosa. Diceva: «Sono contenta di non essermi mai distratta, di non essere mai stata altrove». Forse intendeva altrove dal palco, ma a me piacque credere intendesse altrove da me.
Poi deve aver cambiato idea, succede alle non invasate, ieri il sito di Vanity Fair ha ripubblicatoun’intervista che le avevano fatto sei anni fa, in cui parlava con struggimento di un’adozione mancata, ma io ho continuato a considerare quella dichiarazione un piccolo eroismo, in un sistema dello spettacolo in cui l’unica declinazione con cui commentare la propria sterilità alla stampa è il rammarico, in un paese in cui, se tuìtti che quella era una dichiarazione eroica, arrivano a puntualizzarti le gioie della genitorialità e come l’unica vita degna d’esser vissuta sia la vita da riprodotti. Lo appunto qui per tutti quelli cui non ho avuto la pazienza di rispondere su Twitter: è dire che se ne è contente in un’intervista, che è un gesto notevole. Non partorire no: non partorire è banale come lo è partorire.

Fino a ieri avrei detto che Renzo Arbore fosse un signore parecchio sopravvalutato che aveva fatto dei brutti programmi televisivi. Poi, ieri sera, Concita De Gregorio ha scritto qualche riga sulla morte di Mariangela Melato, qualche riga in cui raccontava di lui, a New York, che chiede d’incontrare Irene Pivetti perché «niente, è solo che mi ricorda un po’ Mariangela», e quella è stata la prima volta, in dodici ore che era morta, che ho pensato che ci sono dichiarazioni d’amore che valgono la pena, anzi, di più: dichiarazioni d’amore che ti fanno pensare che dietro ci siano amori che valgono la pena. E poi è diventata l’occupazione principale della giornata che è seguita, pensare a quell’obiettivo vago ma preciso che è (rubo le parole a un tuìt di Silvia Nucini) avere un uomo che quando non ci sei più sappia dire quelle cose lì. Anche se quella volta a New York lei era ben viva, e quindi forse vale doppio. Ma oggi al tg c’era sempre Arbore, alla camera ardente, e singhiozzava da star male solo a vederlo, e tra un singhiozzo e l’altro ha detto «Non abbiamo mai litigato, perché ha sempre avuto ragione lei», e c’è una speciale qualità del grande amore, è quella di proiettare qualità sull’oggetto d’amore, e non poteva che essere una donna straordinaria, perché qualcuno le riconoscesse da morta quello che ci agitiamo tanto per vederci riconosciuto da vive, per indurci a chiedere a chiunque fosse lì con noi «Prometti che se muoio mi darai ragione pessèmpre.» E poi ho letto in ritardo quel che aveva scritto lui per ricordarla, e mentre frignavo sulla fortuna che si paga col dolore mi sono ricordata dei miei vent’anni.

Quando avevo vent’anni uscì un libro che sta ancora in uno scaffale che so (e se sapeste in che disordine sono i miei libri sapreste che questo è un privilegio raro) ma che non ho mai più aperto, neanche ora, per il terrore che le sue qualità non siano all’altezza dell’importanza che rivestì per me, in anni in cui ancora sottolineavo, appuntavo, ricopiavo, e trovavo viatici in ogni abile combinazione sintattica. Quel libro lì aveva un incipit che ho creduto per vent’anni fosse una domanda senza risposta, una domanda retorica, un trucco da due lire sebbene efficacissimo. Un incipit la cui concretezza ci voleva, pensa te, Renzo Arbore per farmi percepire, vent’anni dopo: «Perché la misura dell’amore è la perdita?»