Come imparare a cominciare ad avere ritegno e a smettere di tuittare l’andropausa

I social network hanno fatto per l’andropausa ciò che la Basaglia aveva fatto per la pazzia conclamata: sono tra di noi, ci mettono in imbarazzo, ci tocca vergognarci per loro conto (mentre loro, ignari, danno spettacolo).
Prima gli uomini che, fin lì rispettabili professionisti e personcine a modo, tra i 49 e i 59 sbroccavano, al massimo potevano tingersi i capelli, comprare una decappottabile, scappare con la segretaria. Adesso, si aprono un Twitter o un Facebook. Che non è solo un mezzo che non sanno gestire per ragioni anagrafiche: è anche un mezzo su cui si nota vieppiù la principale tragedia dell’andropausa, ovvero la totale mancanza di senso del ridicolo.
Prima erano le mogli, le colleghe, al massimo le amiche di famiglia a vergognarsi per loro e a sospirare «Mamma mia che uomo imbarazzante». Adesso è l’internet intera. Adesso il passaggio non è più da Solito Stronzo a Venerato Maestro: è da Stimato Produttore/Direttore/Editorialista a Schiantato Dell’Internet.
Sulla categoria generale degli Schiantati e sulla di essi fenomenologia, ho scritto un articolo che uscirà giovedì su IL.
Qui invece, con la generosità che mi è propria, vorrei soccorrere la Sottospecie Andropausica della categoria, stilando la lista delle venticinque cose che il cinquantenne sull’internet dovrebbe sapere e invece, tragicamente, ignora. Nessuna ridicolaggine è stata inventata nel redigere gli esempi. Ringrazio le signore che hanno alzato gli occhi al cielo ricevendo notifiche inopportune in mia presenza, e mi hanno poi prestato qualche caso mancante dall’antropologia a me nota.
Se siete uomini, e a fine lettura un po’ vi vergognate: è già qualcosa.

  1. Se non avete altro mezzo che i messaggi di un social network, per contattare una persona, è plausibilmente segno che quella non ci tiene granché a essere contattata. Sennò un numero di telefono ve lo dava (che è un concetto che dagli otto ai quarantotto anni pareva esservi chiaro, poi saranno le scie chimiche ma l’avete rimosso).
  2. Se state per usare i messaggi privati di un social per mandare un commento a qualcosa scritto pubblicamente, chiedetevi: ma se questa povera crista avesse voluto discutere di questa cosa privatamente con me, non mi avrebbe mandato un messaggio? Se ognuno dei suoi quattromila più intimi amici di Facebook le mandasse un messaggio ogni volta che scrive un tweet o uno status, quanto sarebbe contenta? Certo, io non sono come gli altri 3.999, io sono un uomo speciale e lei muore dalla voglia di ricevere un mio messaggio. Per questo non ho il suo numero.
  3. Non mi illudo: non saranno queste righe a farvi smettere di inscenare quel patetico tentativo di upgrade della confidenza che è il cercare il contatto privato invece di commentare in pubblico. Però, fatemelo come piacere personale: se mandate un messaggio privato su un social network (ma pure nella mail, ma pure sul telefono, ma pure scritto con lo spray sul marciapiede) e non ricevete risposta; prima di mandare altri trentadue messaggi che chiedano conto del fatto che i trentuno precedenti non abbiano ricevuto risposta; prima di chiedere a comuni amici e sfortunati passanti di chiederle cosa le avete fatto di male; prima di diventare l’Adèle H. dei 140 caratteri, fate uno squillino a Occam, e chiedetegli: ma non sarà che non era un messaggio particolarmente interessante?
  4. Non tutti i messaggi senza risposta restano senza risposta perché poco interessanti, tuttavia, né scrivendone di più interessanti è detto che riceverete finalmente risposta: si dà anche l’opzione in cui, dopo un numero X di messaggi noiosi (nel mio caso: uno), una semplicemente smetta di aprire i messaggi che vede provenire dal vostro account. Tanto non è che sarete diventato avvincente nella notte.
  5. Non tutte coloro che non aprono i vostri messaggi, tuttavia, non li aprono perché hanno etichettato proprio voi come soggetto con le cui lagne non valga la pena perdere tempo: alcune hanno proprio smesso in generale di aprire i messaggi privati dei social network. Tanto, a quelli con cui vogliono parlare hanno dato il numero di telefono. Ah, a voi no?
  6. Avere senso del ridicolo è come essere strafighe: di difficile immedesimabilità per chi non è mai passato da quello stato esistenziale. Tuttavia, fare uno sforzo è doveroso. Aprite i messaggi privati di Twitter, guardate la sfilza di passivoaggressività in 140 caratteri che avete mandato a quella povera crista, mai intervallati da una sua risposta, e provate a pensare l’effetto che fa quella lista autistica di comunicazioni non a chi manda ma a chi riceve. Ecco, quel brivido che sentite è il senso del ridicolo. È una sensazione bellissima, dovreste provarla più spesso.
  7. Messaggi cui non riceverete mai risposta, e credetemi è meglio così, se la ricevete è segno che siete così imbarazzanti che una non riesce a tacere: «Perché non mi rispondi?»; «Perché non fai un tweet sul mio libro/film/programma/sarcazzo»; «Perché ce l’hai con me?»; «Perché mi trascuri?»; «Perché non mi stellini più?» (Nota 1: tutti gli esempi sono tratti dalla vita vera, e nessuno ha per mittente un quindicenne.) (Nota 2: la gamma «Perché ce l’hai con me/non mi rispondi» segue sempre un numero pari a zero di telefonate non risposte e un numero pari a zero di discussioni che potrebbero essere anche labile pretesto per la credibilità di un muso. «Perché non mi rispondi», nel linguaggio dell’andropausa, sta per: vorrei fare conversazione ma sono troppo fesso per trovare una cosa interessante da dire, quindi provo col senso di colpa.)
  8. Se vi followano, non vi stanno facendo una dichiarazione d’amore: plausibilmente, sperano che pubblichiate delle cose interessanti.
  9. Se vi unfollowano, non vi stanno facendo una dichiarazione di guerra: plausibilmente, postate della roba noiosissima.
  10. Se vi rituittano e sono noti, non è il caso di fare un tweet per vantarvene.
  11. Se vi rituittano e sono noti, non è il caso di mandare un messaggio privato a comuni conoscenti sventolando la prova della stima di un vip come trent’anni fa avreste fatto con un autografo sul poster di Michael J. Fox. Nella migliore delle ipotesi i comuni conoscenti vi diranno che siete patetici, nella peggiore diranno che siete patetici a tutti gli altri comuni conoscenti, compresa la celebrità in questione (che probabilmente vi ha rituittato per sbaglio dal touchscreen).
  12. Se vi complimentano in maniera non particolarmente costruttiva od originale, non c’è bisogno di rituittarli proprio tutti tutti tutti: quello che vi segnala una recensione a una vostra opera che non avevate ancora linkato sì, quella che s’è sforzata – riuscendoci –d’essere spiritosa magari pure, quello che «belli capelli» o «bene bravo bis» magari anche no. Oppure non meravigliatevi se poi vi crolla il numero dei follower: neanche la vostra mamma ha voglia di leggere che dicono «Belli capelli» al suo bambino.
  13. Se vi crolla il numero di follower, peraltro, non dovreste accorgervene: se esistesse un’app per l’instant inscopability, raggiungerebbe il punteggio pieno con quelli che ti dicono che Tizia non li segue più (in genere entro due ore da quando quella ha cliccato unfollow) o che si lagnano con l’intero Twitter perché col tale tuìt hanno perso tot follower (e mai che sospettino che ne perderanno il doppio lagnandosi). Yvonne Sciò in quel film in cui fissava l’oblò della lavatrice era più sana di mente di voi che fissate il contatore dei like su Facebook e dei follower su Twitter.
  14. Se tuttavia siete così piattole da tenerci a sapere chi vi segue e chi smette di seguirvi, e quindi v’iscrivete a un servizio di quelli che vi notificano quanta gente vi vuole bene questa settimana e quanta non ve ne vuole più (ci sono casi in cui la psicanalisi forse non è del tutto da scartare, eh: potete anche detrarla dalle tasse, almeno in parte), almeno fate la cortesia: chiedete a vostro nipote di otto anni di spiegarvi come si evita che la notifica «14 new followers this week, 27 unfollowing» venga condivisa con l’internet intera. Siete già abbastanza patetici a volerlo sapere, non c’è bisogno che notifichiate la vostra soverchia inscopabilità a chiunque passi dalla vostra timeline.
  15. Lo so che vi sembra incredibile, ma gli altri non sono ossessionati come voi dal contatore: unfolloware una per farsi notare non funziona mai, ma proprio mai.
  16. Lo so che la passivoaggressività ha un suo mercato, ma se siete di quelli che il numero di telefono o la mail ce l’hanno, un buon modo per farvi mettere nella blacklist dei mittenti è mandare a quella che vi ha unfollowato (da mezz’ora) una mail o un sms del tipo «Ho provato a mandarti un dm ma mi dice che non mi segui più». Voglio dire, sarebbe stato più credibile e apprezzabile: «Sono ossessionato dal consenso e controllo più volte al giorno chi mi segue e chi no, quindi me ne sono accorto subito e sono corso qui a colpevolizzarti». Io, per dire, se avessi ricevuto messaggi così da chiunque di coloro che invece avevano guarda caso provato nella prima mezz’ora in cui era impossibile farlo a mandarmi un messaggio su una piattaforma tra noi mai utilizzata per scambiarsi messaggi, beh, non dico che li avrei riamicati su Facebook, ma di certo avrei avuto più garbo nel suggerire loro una scorta di psicofarmaci.
  17. Se siete conduttori televisivi notoriamente milionari, non chiocciolate lo sponsor che vi ha offerto i biglietti quando tuittate da un concerto: avrete pure risparmiato cento euro, ma insomma sarete anche voi, come tutti, sull’internet per la figa, no? Ecco: non avete idea di quanto l’organo in questione trovi respingente la micragnosità.
  18. Se siete editori notoriamente multimilionari, non linkate un buono sconto di Uber che per ogni nuovo cliente che arriva dal vostro link a sua volta vi scalerà du’ euro e un pacchetto di cracker. Capisco che non si diventa ricchi non risparmiando, ma allora prendete la metropolitana. Penseranno lo facciate per snobismo, sarà una forma di tirchieria meno imbarazzante.
  19. Lasciate che le richieste di retweet le facciano gli adolescenti che scrivono ai cantanti. E, con «richiesta di retweet», intendo soprattutto quelle elemosine implicite che sono chiocciolare Fiorello o il Papa (o un qualunque punto in mezzo nella gamma della notorietà) con l’hashtag che vi siete inventati e che state cercando di far diventare trending topic (peraltro: in Italia si diventa trending topic con poche decine di tweet, se non avete abbastanza amici da aiutarvi a conseguire questo risultato per voi così importante forse dovreste farvi delle domande).
  20. Se, una delle numerose volte in cui scrivete una cazzata, qualcuna che normalmente vi si rivolge come a un essere umano ragionante ve lo fa notare pubblicamente, non mandatele messaggi privati del genere «Perché ce l’hai con me?»: nella più generosa delle ipotesi, penserà che vi abbia hackerato il figlio di Minzolini; nella più probabile, passerà istantaneamente dal considerarvi sano di mente al capire che siete contagiati dall’andropausa e non c’è altro da fare che mettersi in salvo.
  21. Se lì per lì vi siete contenuti e non le avete chiesto «Perché ce l’hai con me», se l’avete pensato ma siete faticosamente riusciti a simulare uso di mondo, non crollate la prima volta che la incontrate, otto mesi e tredici giorni dopo (ma voi mica avete tenuto il conto da quella volta che vi è stata chiocciolata disapprovazione, eh), non fate quello che butta lì «Sai, mi hanno fatto notare che mi tratti male». Sempre per evitare che il contagio che le avete fin lì celato si renda improvvisamente chiaro.
  22. Se però proprio non ce la fate a tacere, a evitare il rilevantissimo tema «quella volta che m’hai chiocciolato dicendomi “ma non dire idiozie”», ringraziatela. Per le novecentonovantanove volte in cui le cazzate non ve le ha fatte notare.
  23. Se siete uno dei quarantanove tizi che conosco che hanno di recente avuto comportamenti analoghi a quelli descritti, non correte a fare la lagna con sorelle, mogli, amiche, «ma hai detto tu a Guia che»: probabilmente quella che il fienile che avete al posto del fondoschiena vi fa percepire come una vostra descrizione parla in realtà di un altro; sicuramente non siete originali.
  24. In generale, prendete in considerazione di non usare i social network. Vi ricordate di quando i vostri genitori tentavano di parlare col vostro slang e fingevano di apprezzare i vostri cantanti? Ecco. Non sono un mezzo del vostro tempo, non lo sapete gestire, potete solo fare delle figuracce. Non preoccupatevi di sparire dalla modernità e dai suoi mezzi di comunicazione: sicuramente le foto del vostro bigolo barzotto che whatsappate a delle povere criste saranno loro a metterle sulle loro pagine Facebook.
  25. E, sempre in generale, cercate di applicare sull’internet una regola che non sarebbe stato male se v’avessero insegnato da piccini ad applicare anche nella vita: rompere i coglioni il meno possibile.

Sushing the shark

Alcune risposte che pretendo di avere dalla prossima mezza stagione di Scandal, premesso il diritto di Shonda Rhimes a saltare squali a cavalcioni d’altri squali mentre fa un’happy hour di sashimi di squalo con la grazia con cui solo lei lo sa fare.

- Soprassiedo su Mama Pope che dopo ventidue anni in una cella di massima sicurezza ha uno scalato che minimo glielo ritocca Sally Hershberger ogni dieci giorni e una piega che minimo gliela cotona un professionista ogni trentasei ore (per tacere delle sopracciglia piucchepperfette), non voglio neanche sapere con quali contatti è rientrata dalla Mongolia essendo su ogni most wanted list. Però con che carte di credito ha comprato il cappotto lilla e i guanti di pelle, quello dovete dirmelo.

- Considerato che Olivia è talmente rincoglionita che ci ha messo trent’anni a capire che il padre non faceva il custode d’un museo, e che suo padre è invece così sveglio che sono altrettanti anni che è saldo al comando dei Servizi Segreti Cattivi (d’ora in poi: SSC), come diavolo è possibile che lei capisca al volo che su quell’aereo non c’era davvero una bomba e lui invece si sia fatto fregare come un tonno? Era concentrato ad ammirare le sopracciglia della moglie?

- Visto che la somma fighezza di Jake consisteva innanzitutto nell’essere sgarrupato, come vi viene in mente di metterlo in un posto dove deve stare in giacca e cravatta? Poi cosa, Lebowski che si compra il doppiopetto? Un po’ di rispetto per i nostri sex symbol, santa pace. E comunque se s’incravatta fategli fare la barba, chi crede di essere, Rourke in Nove settimane e mezzo?

- Sono io che, in preda alla crisi d’astinenza per la quale ho già visto l’ultima puntata tre volte nelle ventiquattr’ore trascorse dalla messa in onda, deliro, o Cyrus è la miglior rappresentazione capitata ai sentimentali anaffettivi dai tempi di Toby Ziegler?

- Sempre a proposito di Cyrus, c’è un modo di rendere quel «me ne sto qui, in mutande e senz’anima» in un doppiaggese che non lo faccia sembrare un anziano concorrente di X Factor che rifà Cocciante?

- Sono sempre io o tutta la tirata «You. Are. A. Boy» era l’omaggio di Sharka Rhimes a The rich boy di Scott Fitzgerald (incidentalmente il più bel racconto della storia della letteratura)?

- Sono sempre io o, visto che il cinismo è il nuovo romanticismo, «You kill somebody, you call me» sta a questo decennio come «I’m the one person, always» (il finale di Studio 60 del quale non trovo un link, uff) stava a quello scorso?

- Ogni scarrafona è formidable a papà suo, e comunque Fitz è un tale tonno che figuriamoci, ma oh, e ora fammela espatriare di nascosto, e ora ferma l’aereo e arrestamela subito, ahò, va bene le amanti che fanno leva sul senso di colpa di quelli che non divorziano, ma insomma Olivia è di un’isteria che quasi son meglio quelle che pretendono tu trovi delle scuse per vederle a Natale.

- La viceprez ha rapidamente raggiunto Mellie nelle mie preferenze, e all’Allegro chirurgo ero una pippa, ma sono tuttavia abbastanza certa che nella schiena ci siano delle ossa, e quello era un tagliacarte, mica un coltello da macellaio, e lei ha dato un solo colpo perdipiù a casaccio. Sarà la forza dell’isteria.

- Ma se tutto il problema dei SSC è che trascendono il controllo del Prez («quite literally, above your pay grade» è il «beyond my control» di questo secolo, il che fa di Papa Pope il nuovo Valmont, il che mi rende indecisa se desiderare di essere da lui adottata o sbattuta al muro), come fa a mettere il suo amichetto e coscopato Jake a capo degli stessi? Cioè, sarà mica facile come piazzarti a presiedere il PD.

Chissà se si usa così anche da altre parti. Chissà se, quand’è uscito Lo squalo, Spielberg ha dato delle interviste precisando che aveva letto Moby Dick e Omero, Kipling e Poe. Chissà se, in quel caso, l’intervistatore gli ha detto «Vorrei pure vedere, uno straccio di liceo l’avrà fatto».

Due settimane fa Gennaro Nunziante ha dato un’intervista all’inserto culturale della Stampa che si qualificherebbe facilmente in un concorso come «più velleitario namedropping di buone letture uscito sui giornali nel 2013». Il che sarebbe forse spiegabile se l’avessero intervistato perché in predicato d’entrare nel consiglio d’amministrazione Rai, o se fosse un cantautore che cerca di dimostrare che merita il Nobel per la letteratura, o un insegnante che vuole convincerci ad affidare a lui le ripetizioni a nostro figlio asino. Ma Nunziante è il regista di un film che ha incassato cinquanta milioni di euro (a quel punto eran forse quaranta, ma insomma eravamo già da un pezzo su cifre che significano: c’è più gente interessata a quel che ho da dire io di quanta ce ne sia che quest’anno ha avuto voglia un qualsivoglia titolo del catalogo Einaudi).
Nunziante non ha bisogno di fare sfoggio di credenziali culturali. Ammesso (e non sarò certo io ad ammetterlo) che dire «ho letto tanti buoni libri» sia una credenziale spendibile tra adulti – ma su questo torniamo dopo.

Qualche settimana fa, ve ne ricorderete, Fabio Volo ha scritto un articolo per l’inserto culturale del Corriere. Ve ne ricorderete perché, tra il giovedì in cui ha annunciato d’averlo scritto e la domenica in cui è uscito, l’Italia ha improvvisamente scoperto d’essere un paese che ha a cuore i contenuti delle proprie pagine culturali più ancora che la verginità delle proprie figlie. (Pagine culturali che evidentemente nessuno sfoglia dalla morte di Montale, figlie che la danno a pagamento – ma ora non cavilliamo.)

Tra le varie polemiche su Fabio Volo e la morte della cultura, Fabio Volo e la negazione della letteratura, Fabio Volo e tantissima rava e pochissima fava, mi è rimasto impresso un solo commento, che purtroppo non ricordo di chi fosse e su che bacheca Facebook fosse comparso. Però mi ricordo quel che conta, cioè che il commentatore ricostruiva un qualche episodio cui aveva assistito e concludeva «ed è allora che ho capito che Fabio Volo vuol essere Claudio Magris, però ricco». Certe cose le memorizzi perché sai che sono vere, anche se ancora non sapresti spiegare perché.

Poi l’articolo di Volo è uscito, e una mia amica che era in viaggio voleva leggerlo, e le ho mandato il testo, e lei mi ha risposto con l’altra metà della questione-Magris: «Peccato, credevo gli avessero chiesto un vero articolo, non la giustificazione del fatto che stava scrivendo lì».

Ed è stato allora che ho iniziato a farmi la domanda che poi avrei formulato con più precisione davanti all’intervista di Nunziante: ma perché?
Cioè, «piangerò [per il dissenso] per tutta la strada fino alla banca [dove conterò gli incassi alla strafaccia del dissenso]» è un luogo comune, ma i luoghi comuni diventano tali perché sono veri. Perché uno che dovrebbe solo gioire del successo e contare i soldi vuole invece l’approvazione di Claudio Magris?

Di spiegazioni ce ne sono tante, e tutte giuste.
Dal complesso fabiofazista della legittimazione culturale – quello per cui devi mangiare le verdure sennò niente dolce, per cui devi avere un direttore d’orchestra che a Sanremo ti ammolla un quarto d’ora di musica classica per poter poi squarciagolare per un quarto d’ora di ricreazione Nostalgia canaglia – fino alle scuole alte. Quelle che se non le hai fatte poi tutta la vita ti resta la smania di non essere all’altezza e di dover usare i paroloni.
C’è una scena di Studio 60 in cui il giovane autore scrive uno sketch per l’attrice che gli piace e lo fa leggere a un comico per avere un parere, e quello lo liquida con uno spietato «Scrivi come uno al primo appuntamento: “Guarda quanti paroloni difficili so!”»
I Vanzina (continuo a citarmi, d’altra parte noi che abbiamo fatto le scuole alte abbiamo scritto tutto quel che c’è da dire su pressoché ogni argomento) non l’avrebbero mai fatto, essendo cresciuti in un ambiente abbastanza colto da non far loro mai venire il dubbio di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, tantomeno di dover dimostrare d’avere letto più libri di loro ai critici che li stroncavano (più semplicemente: i Vanzina la sapevano sufficientemente lunga sul cinema popolare da sapere che l’intrattenimento di massa non può venire elogiato dai critici, è un gioco delle parti, suvvia).

La parte più interessante dell’equivoco, però, è quella della lista di letture obbligatorie per la legittimazione.
Una scrittrice che m’è pure simpatica un paio di settimane fa ha pubblicato su Facebook un severo status ingiungendo ai suoi contatti non solo di non permettersi di inviarle manoscritti, ma anche di non azzardarsi a scrivere, se prima non avessero letto tutti gli autori e i libri che lei riteneva imprescindibili.
Ora, a parte certi passaggi che sembravano fatti apposta per farsi prendere per il culo (un mio conoscente particolarmente crudele suggeriva di farle un’intervista a bruciapelo a proposito della riga in cui indicava come obbligatori «i principali romanzi di Italo Svevo», di chiamarla e chiederle: «Scusi, mi può dire i titoli dei secondari?»), la lista era quella che chiunque abbia fatto almeno un anno di liceo (ma forse bastano anche le scuole medie) si è visto assegnare per le vacanze (con l’aggiunta di alcune cose che sono rilevanti solo se stai ancora facendo il liceo, tipo Marguerite Duras).
Se a fare di te un intellettuale basta aver letto Dante e Tolstoj, Flaubert e Jane Austen, Calvino e Boccaccio, non stupisce che siamo un paese di proprietari di cassetti contenenti romanzi.

Solo che non basta. Non: non basta a fare di te un intellettuale aver letto i tre libri di Svevo su cui ti interrogavano alle medie. Non basta neanche aver letto la biblioteca di Umberto Eco per fare di te, povero disgraziato parvenu che puoi pure avere diretto il film più visto della storia, uno che fa il salto nell’unica lotta di classe rimasta: quella tra l’establishment culturale e gli affamati di brioche che assaltano il palazzo. Anche se è un assalto ordinato dentro appositi format.
Basta guardare un minuto di Masterpiece – un programma la cui assoluta mancanza di senso dell’umorismo è parecchio rappresentativa del disastro culturale italiano – per avere la tragica visione di come potrebbe, tra quindici anni e centocinquanta articoli per le pagine della cultura, diventare Fabio Volo. Un treno-di-panna che, immemore di una vita da romanziere per massaie e marito di pizza-fredda-birra-calda, se la tira da grande autore davanti a quei poveri disgraziati che sanciscono la propria inferiorità sociale andando a elemosinare un ingresso nel mondo dell’editoria.
Puoi essere Andrea De Carlo ma, se per botta di culo ti trovi dal lato dell’offerta delle brioche, sei subito Claudio Magris. Il quale magari, per esigenze di scaletta, il disgraziato che s’affanna a citare Roland Barthes ma si vede che si sforza, si vede che non l’ha letto nella prima edizione che la madre teneva svogliatamente sul comodino, il disgraziato che ha la disgrazia di non saper dissimulare quanto impegno gli siano costate quelle buone letture, quanto ci tenga, quante parole difficili abbia imparato, quel disgraziato lì lo invita pure a cena. Però lo fa entrare dall’ingresso della servitù.

Chissà se è un tic tutto nostro, o se a Judd Apatow viene mai in mente di dover convincere i lettori – anzi: gli editorialisti – del New Yorker che lui ha diritto di stare lì. Chissà se qualcuno l’ha avvisato dei criteri di selezione all’ingresso, se sa che deve portarci i compiti fatti e presentarsi in società col quadernone dei riassunti ben compilati, perché altrimenti pensiamo che le opere popolari nascano nel vuoto – mentre invece, se ci dice d’aver letto Tristram Shandy, ecco che i popcorn non siamo costretti a comprarli di nascosto e con tutto quel senso di colpa.

Il club dei giusti, che prende polvere sullo scaffale più alto

«Perché chi si scandalizza davanti a Fahrenheit 451 poi è il primo che decide che libri bruciare? E chi stabilisce il confine? Il club dei giusti. Ma il club dei giusti se lo sono fatto tra di loro, si chiudono in una stanza e decidono: al rogo i libri da Baricco in giù.» (Fabio Volo, nove mesi fa)

Di solito non si sa bene quando abbiano cominciato a sembrare interessanti i temi di cui ci si è poi appassionati (sì, lo so che Francesco Piccolo ha appena scritto un intero libro fondato sulla precisione dei momenti in cui ha capito, ma Piccolo è uno scrittore, e questa cosa che pensate che se uno scrittore scrive «io» vi stia davvero consegnando il suo diario col lucchetto è a suo modo tenera ma insomma poi domani vi svegliate e la fatina non vi ha lasciato il soldino per i dentini).

Credo di aver intuìto per la prima volta che ci fosse qualcosa che non andava nel rapporto della cultura italiana col pop la volta che il Corriere mise in prima pagina un pezzo in cui si spiegava cosa fosse un tronista, ed era un anno che la mia portinaia e Carlo Freccero si incantavano di fronte a Costantino Vitagliano e insomma ben alzati.

Il confine della rispettabilità, della presentabilità sociale di certi consumi culturali e non di altri, mi è diventato più chiaro tre anni fa, una volta in cui andai a fare Gramsci agli Stati generali della cultura del Pd. Il fatto che l’unico Gramsci che avessero trovato per farsi dire che era bene leggessero Carolina Invernizio fossi io dice molto sulla crisi della sinistra, della cultura, del paese – ma non concentriamoci su di me. Il fatto è che, essendo la Invernizio parecchio morta, in quel discorso lì si citavano Fabio Volo e la Mazzantini come esempi di quella letteratura popolare della quale era il caso che gli intellettuali e i dirigenti di partito finissero di dire che non è vera letteratura e «non sarà mica uno scrittore, quello» (lo scrivo minuscolo, scrittore, ma è chiaro che loro lo pronunciano maiuscolo). Scrivono dei libri, il pubblico – che è poi l’elettorato – li compra e li legge, come minchia altro crediamo si definisca uno scrittore?

Un quarto d’ora dopo, mentre stavo chiacchierando con un amico e cercando di capire come sarei tornata a casa visto che mi si era rotto un tacco (probabilmente per le maledizioni della cultura alta), veniamo interrotti da un «Guarda che sul palco ti stanno nominando». Ci zittiamo, ci mettiamo ad ascoltare, e assistiamo a un formidabile duetto tra un direttore di radio culturale e un romanziere che temo venda un po’ meno di Volo (ma è di sicuro colpa della poca meritocrazia). Il romanziere è indignato perché io ho detto che se uno non fa un libro da un milione di copie è perché non sa farlo, e come diavolo gli viene in mente di atteggiarsi a sprezzante verso chi ne è capace. Dice, giuro, che c’è anche chi non vuole vendere un milione di copie (vabbè), chi vuole fare cose più sperimentali (vabbè), come lui o Zadie Smith (se doveste fare un esempio di romanziera di nicchia vi verrebbe subito in mente Zadie Smith, no?). Il direttore, che è più anziano e ha più uso di mondo, si concentra invece sulla parte davvero esecrabile del mio intervento: precisa che lui Margaret l’ha letta e anche spesso invitata in radio. Giuro che in quel momento ho chiuso gli occhi, ho visto una serie di cene in terrazza il cui clima era guastato dal mio aver insinuato che lui disprezzasse una degli stessi giri sociali, e mi sono sentita molto in colpa per la scelta dell’esempio.

«Magari una sera a cena, d’estate in Toscana, ci sarà un critico e io sarò amico di un amico di un suo amico, e lui penserà: quello lì è simpatico, domani scrivo che è bravo» (sempre Fabio Volo, in quell’intervista lì)

«Conventicole!» (il marito della Mazzantini, in Caterina va in città)

Lasciamo per un attimo perdere la ridicolaggine del concetto «livello delle pagine culturali», che prevede che qualcuno le legga (dice un mio amico saggio: «Ma voi l’avete mai letta la cultura del Corriere? Intendo: dopo la morte di Montale») e che si pensi che davvero ci siano presenze che abbassano o sporcano un prodotto. Accantoniamo la parte del dibattito in cui, viste le reazioni all’annuncio che domani uscirà un suo contributo sul supplemento culturale del Corriere, Fabio Volo decide di divertirsi a spese dei tromboni e tuìtta che a gennaio i suoi romanzi usciranno nei Meridiani.

Lasciamo perdere tutti quelli che sono pronti a darsi fuoco per l’affronto, che la cultura del Corriere è sacra, i Meridiani sono sacri, la letteratura è sacra, e – per dimostrare quanto ci tengono e hanno familiarità con la cultura alta e li sfogliano abitualmente a colazione – ti precisano che i Meridiani sono una collana Einaudi. Lasciamo perdere gli infiniti modi di rendersi ridicola, sempre nuovi, che riesce a trovare l’umanità. (Una mia amica sveglia ma spericolata si è messa a raccogliere le reazioni all’affaire Volo qui: temo che domani avrà un sacco da fare, povera.)

Quello che invece vorrei sapere è: esiste una lista di nomi, di ‘sto club dei giusti, o almeno un regolamento di come ci si qualifichi per entrare? Ovvero: chi decide cosa è rispettabile e cosa no? Se ammettiamo per puro diletto retorico che esista una soglia di rispettabilità e presentabilità, chi decide cosa è al di sotto di quella soglia? Quello che fa gli inviti a cena in Toscana? Quello che li fa a Roma e quindi è più facile si trovi a tavola la Mazzantini che non Volo, che – mannaggia – vive a Milano? Quello che ha abbastanza uso di mondo da sapere che prima o poi in Italia ci incontriamo tutti e quindi meglio includere da subito? Quello che pensa che il campionato di Volo sia lo stesso di Musil e quindi abbia un senso usare uno per stigmatizzare l’altro e nessuno gli fa una pernacchia quando esprime questa posizione da ubriaco? Quello che pensa che un libro non debba per carità d’iddio essere mai intrattenimento, ché Dickens o Flaubert son stati classici da subito, si sa, mica eran fatti per il pubblico, erano pensati per la critica (che è lo stesso che non guarda la tv e ammolla Guerra e pace ai figli, che si spera siano – almeno loro – abbastanza sani di mente da usarlo per appoggiare la consolle con cui giocare ad Angry Birds*)?

Oppure uno di quelli che la tv è Berlusconi, quindi è il male, quindi Volo no – non perché i suoi libri facciano più schifo di altri (mica li abbiamo mai letti, abbiamo ancora le Upanishad da finire) ma perché è uno della tv, e infatti se La Lettura avesse chiesto un contributo alla Volo degli anziani, cioè Sveva Casati Modignani, nessuno se ne sarebbe accorto né avrebbe fatto un plissé (anzi magari lei ci è anche già comparsa, in quelle pagine, io non lo so perché sono una di voi: non leggo le pagine della cultura. E con «voi» intendo soprattutto «voi che ci scrivete». Magari ci è anche comparsa ma non lo so perché non me l’avete notificato passando giorni ad agitarvene e a fare pubblicità alla cosa, roba che se fossi l’amministratore delegato di Rcs a Volo manderei dei fiori: si è accorta più gente dell’esistenza della Lettura del Corriere in due giorni che negli ultimi due anni.)

(Incidentalmente, Sveva Casati Modignani martedì era da Floris, al posto dove in genere siedono le intellettuali che non leggono neanche i parenti delle stesse, e quindi forse va trovata una parola per questo nuovo format in cui i contenitori rispettabili capiscono che forse parlarsi sempre e solo tra di loro non funziona, e chiamano qualcuno i cui libri siano anche venduti oltre che recensiti. Come lo vogliamo chiamare, questo fenomeno? Volizzazione? Meridianizzazione? Costantinovitaglianizzazione?)

Chissà se poi Volo è andato in Toscana, quest’estate. Nella sceneggiatura che vorrei, adesso ci sarebbe il flashback in cui si vede che quello che gli ha chiesto il pezzo per La Lettura l’ha incontrato lì, a una cena, era amico di un amico di un suo amico.

Naturalmente non riguarda solo i libri, diversamente da quel che sostiene il peraltro miglior articolo mai uscito sul tema. Perché si può dire che I soliti idioti fa schifo ma nessuno scriverà che L’ultima ruota del carro è di una pochezza vergognosa da tutti i punti di vista, dalla scrittura alla recitazione fino alle luci? È perché ambientare un’opera negli anni Settanta ti fa subito sembrare una persona seria e un artista profondo? È perché il fratello di Veronesi è culturalmente più presentabile di quello di Valsecchi? È perché si può attaccare una cosa che comunque incassa triliardi ma non si può infierire su un film che vedranno sì e no i parenti di chi ci ha lavorato? Quando abbiamo deciso che fare un’opera che interessi al pubblico è male? Qualcuno ha chiesto a Zadie Smith se si sia mai detta «Spero proprio di vendere poche copie, garanzia incontrovertibile di qualità»? Quand’è che il genio incompreso è passato dall’essere una scusa all’essere un’ambizione? E, soprattutto, posso per piacere avere una scena in cui Zalone risponda al cellulare dicendo «Non ti posso parlare, sto entrando nel club dei giusti»? Grazie.

«In Italia il punto non è quel che scrivi, è quanto vendi. Ci sono dei libri che in confronto i miei sono Dostoevskji, ma nessuno gli rompe il cazzo perché vendono il giusto: cinquemila, tremila.» (sempre la stessa intervista)

*mi segnalano che ad Angry Birds si gioca sul telefono; mi segnalano che sono persino più incompetente di quello dei Meridiani Einaudi.

Non è Berlusconi in sé

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[dedica] Ai nuovi padri che, disarmati, stanno imparando la tenerezza delle culle

Quella creatura morbida e minuscola era me stesso, questo maschio quarantenne saturnino e polemico, collerico e generoso [...] E, credetemi sulla parola se non vi è mai capitato, una figlia femmina che somigli fortemente a suo padre è un dono meraviglioso del fato. Ancor più della donna amata, è l’immagine pura della morte. Un’autentica benedizione. Se poi in queste mie parole leggerete il sarcasmo o la malinconia, lasciatevelo dire, non avete capito proprio niente.

Non è nemmeno così brutta, il suo problema è un altro ma fatico a metterlo a fuoco. Mi arrovello per qualche secondo, poi mi soccorre il marinaio che ha ben investito: è secca. Ecco, si tratta di questo. Non c’è acqua in questo genere di donna. È arida, riarsa, stepposa. È l’osso di seppia lasciato sulla battigia dalla risacca di un oceano prosciugato. Un secolo di rivendicazioni femministe l’ha disidratata.

Le mani sulle cosce, sugli inguini, sul pene [...] non è sesso, non è fallo, non è simbolo, è solo un’escrescenza carnosa [...] Un ultimo, declinante riverbero dell’impulso a ghermire la femmina [...] Regredisce lungo una diversa ascisse temporale, verso rapporti non paritetici, verso sottomissioni benefiche, verso scompensi paradisiaci [...] Si sente vuoto, disteso, affrancato. Non ha più donne libere e fiere davanti a sé, solo schiave d’amore da hard discount. Schiave loro, schiavi noi, schiavi tutti.

La forza basaltica con cui quest’uomo ha appena formulato una promessa di eternità che ben presto la morte gli impedirà di mantenere echeggia nelle sale del ristorante come sotto le volte a crociera di una basilica romanica dell’anno Mille.

Abbiamo quarant’anni e siamo degli adolescenti deprivati. Non devi essere severo con noi, papà. Ciò che ci corrode è la discrepanza tra le aspettative lungamente coltivate da un’infanzia e un’adolescenza satolle e le reali acquisizioni di un gramo presente.

La figliolanza m’impedisce di mentire.

Bisogna per forza passare attraverso il tedio di sé, se si vogliono raggiungere certi risultati.

La loro uva era avvelenata, il loro istrionismo disperato.

Erano belle, queste donne padrone di se stesse, ma erano il resto di niente. Brillavano di una bellezza malinconica, autunnale, di congedo, di crepuscolo civile più che di scintillanza mondana. C’era in loro qualcosa che non cessava mai di dire addio, una tragedia minuscola ma indistruttibile come una pallina di mercurio.

Nessuna ironia ci avrebbe salvati.

Tengono banco proseguendo la loro chiacchiera micidiale in presenza di noi maschietti.

«Siamo seri, il cazzo è superato», conclude tracannando il fondo del bicchiere [...] Il lesbismo di ripiego, partorito dalle inevitabili delusioni della vita, è una posizione dialettica inattaccabile. Ma ci sono vittorie che sanno di sconfitta, e sono le più amare.

Per quella gente, l’insuccesso era un delitto di lesa maestà sociale.

Un altro tabù, forse l’ultimo, era caduto: i bambini venivano platealmente dichiarati segmento merceologico privilegiato.

Ero ancora vivo, ero il padre, ero l’animale che aveva ancora l’osso nel pene, eppure ero già morto.

Prima ipotesi. Se non gli uomini, a Giulia piacevano forse le donne? L’ho scartata subito.

(il gibbone prometteva benissimo, ma il libro quasi eccede nel mantenere: qualunque pagina a caso apriate è un sommo capolavoro di tardo anninovantismo e triplette d’aggettivi pretenziosi; se avete anche voi vicino casa una libreria con deriva-chilometro-zero, di quelle per professoresse democratiche in cui servono birre artigianali, ve lo consiglio come reading da pasto: i vostri commensali vi ameranno, mentre si strozzano – però siate civili, non spiegazzate la copia che rimetterete a posto prima d’andarvene)

Letta si è anche contenuto, vi dirò

Nel maggio del 2004 passai qualche ora a osservare Massimo D’Alema per scrivere un articolo sulla sua campagna elettorale per le europee. In quel momento Berlusconi era presidente del Consiglio, e c’erano tre ostaggi italiani in Iraq. A tarda sera, a giornata elettorale finita, in una conversazione privata (non con me, ovviamente) di quelle che avrebbero fatto la felicità di qualunque retroscenista*, il labiale di D’Alema pronosticò: «Li libereranno due giorni prima delle elezioni, e noi non potremo dire niente, perché quello è un genio». Le elezioni erano il 10 giugno. Gli ostaggi furono liberati l’8.

*io, che ho il senso della notizia di un comodino, neanche mi ricordai di riferire al mio allora direttore questo dettaglio finché non li liberarono davvero. La sua generosità nel non licenziarmi quando tre settimane dopo dissi «Ah, già, ora che mi ci fate pensare D’Alema aveva detto che» fu in effetti inspiegabile.

Cose di cui parla il nuovo film di Luchetti

Del problema che hanno tutte le storie che funzionano solo a letto: che poi bisogna alzarsi dal letto.
Del fatto che se pensate di avere dei figli rompiballe poi vedete il giovane Luchetti, che dovrebbe avere quattordici anni essendo il 1974 ma nel revisionismo autobiografico ne avrà sì e no dieci e già si esprime per sentenze junghiane, e al primo «Non puoi sempre cavartela con un abbraccio» vorrete correre a casa e ringraziare i vostri minorenni del loro parlare come minorenni.
Del fatto che negli anni Settanta sì che c’era il pelo, mica come ora che siete schiave della brazilian che poi a noi uomini cresciuti con Playmen manco piace, e finalmente posso ambientare un film in anni in cui non se la facevano a striscia, solo che – siccome il scìnema itagliàno è quel che è – nessuno ha avvisato per tempo le attrici di lasciarsi il pelo incolto, e quindi via di toupé implausibili, e pazienza per le vagine triangolari ma il pelo perfettamente ovale sotto l’ascella di Micaela Ramazzotti fa sembrare improvvisamente verosimile quella specie di tappetino per il bagno che ornava il pube della Bellucci nell’Ultimo capodanno.
Del fatto che se l’analista ti dice per anni che certo che hai diritto di non aver superato il fatto che tua madre a un certo punto della tua infanzia s’è messa a leccar la figa, e certo che fai bene a dargli quattrocento euro a settimana per parlargliene per cinquanta minuti a volta, e certo che hai bisogno di elaborare il trauma, alla fine ci credi e ci ammolli il film sulla pochissimo interessante storia dei tuoi genitori che non avevano niente da dire l’uno all’altro, immagina cosa possano avere da dire a noi.
Del fatto che siamo schiavi dello spiegone dal primo all’ultimo minuto, non solo la tua (di te-medesimo-regista nonché io adulto dell’io bambino che tanta intenzità fricchettona visse) voce fuori campo che didascalizza cose che proprio non ne avevano bisogno, ma persino la scena finale per poter ben bene spiegarci il titolo, casomai fossimo scemi come l’esser venuti qui a vedere ‘sto film in effetti dimostrerebbe.
Del fatto che in Italia si diventa attori credibili e stimati e seri in virtù del non parlare dei cazzi propri ai rotocalchi e dell’avere generalmente l’aria di uno con l’acidità di stomaco, poi che tu sia più cane di un qualunque cane di una fiction di Canale 5 è un dettaglio del tutto trascurabile.
Del fatto che il scìnema itagliàno è un posto dove firmano in quattro una sceneggiatura, e poi si suppone ci sia altra gente tra cui un produttore, e in questa mezza dozzina di persone non ce n’è una cui venga in mente di dire «Ragazzi, lei se lo limona per mezz’ora per non farlo ripartire per Roma, e lui alla fine scende dalla macchina e mentre entrano nella casa al mare le dice “Non vorrei si accorgessero che ho una vistosa erezione“? Ma siamo sicuri? Ma “Sì ma io ora ce l’ho duro e tua madre se ne accorge” non somiglia più a una cosa che diremmo alle nostre mogli?»
Del fatto che se l’analista t’ha detto che così finalmente supererai il fatto che tuo padre e tua madre avessero questa travolgente intesa sessuale sebbene incompatibili in ogni altro settore allora tu hai il dovere di fare un film su questo tema e di non farti frenare dal fatto che hai scelto due protagonisti la cui chimica è sotto lo zero, tantomeno dal fatto che sai filmare la tensione sessuale più o meno come Adrian Lyne saprebbe girare i film di guerra. (Oddio, ma ti rendi conto, che esempi fa, che roba, che commercialità, che superficialità, che poca conoscenza della storia del cinema, ma chi è ‘sta sciampista?)
Del fratello bellicapelli di Luchetti, unica cosa buona del film insieme alla Ramazzotti e a quella casa che non si capisce come si possano permettere, un bambino sano capitato in una famiglia di gente noiosissima convinta d’essere interessante. Porello. Speriamo si sia trovato un lavoro serio, invece che un hobby da tre ore a settimana (ore di cinquanta minuti, perdipiù).

La Pascale, Berlusconi, e il cane di Pavlov con la salivazione azzerata

Ci pensavo qualche settimana fa, perché Louis CK – che mi ha dato spesso motivo di considerarlo uno da stare a sentire – era ospite in un talk-show e gli hanno fatto una qualche domanda che riguardava Rolling Stone, una qualche classifica di comici in cui la rivista l’aveva celebrato o roba del genere. E lui ha detto che, visto che avevano messo l’attentatore di Boston in copertina, quelli di RS potevano andare a farsi fottere.
La prima volta in cui mi hanno riferito che, in un focus group, le lettrici avevano espresso sdegno per un mio irrispettoso articolo su un’attrice, l’attrice era Nicole Kidman. Rimandiamo a un’altra volta ogni considerazione sui focus group, sul fatto che nessun pubblico comprerà mai un prodotto che non sa fare ma che tu fai come ti dice vada fatto, sulla disperazione respingente con cui gli editori inseguono ogni riscontro, tuìt, opinionismo non richiesto, ubriachezza duepuntozzero dei lettori, salvo poi meravigliarsi se più li assecondi più quelli fuggono (gli editori non han mai sentito Teorema di Ferradini, evidentemente); restiamo alle lettrici la cui linea era «Se non ne parlate bene, perché la mettete in copertina?»
All’epoca tentai di spiegare alla direttrice che una copertina non era uno spazio pubblicitario, ed era abbastanza grave che le lettrici (sì, insomma: le tizie che andavano ai focus group) soffrissero di tale confusione mentale. Ero giovane e piena di energie e convinta che valesse la pena discutere (e che la dieta mediterranea funzionasse, e che fosse vero amore solo se ci si teneva la mano nel sonno). Oggi le lettrici in questione mi tuitterebbero la loro indignazione, e potrei dar loro direttamente delle cretine, e sarebbe molto più divertente.
Epperò.
Epperò Louis CK non è un cretino.
Epperò la domanda è un’altra: Louis CK riterrebbe mai condannabile che il New York Times metta in prima pagina un articolo sull’attentatore di Boston? Perché un quotidiano è percepito come un mezzo di informazione mentre un periodico viene visto come un dépliant pubblicitario (cioè: «se metti qualcuno in copertina vuol dire che lo approvi, che lo promuovi, che ti piace, che lo voti, che compreresti i suoi prodotti», e non più ovviamente «se metti qualcuno in copertina vuol dire che è un argomento interessante, o che c’è una notizia, o che dice qualcosa di cui valga la pena discutere, o che ha fatto qualcosa di magari orrendo ma rilevante»)? È perché ci sono le figure?
E perché è sì possibile che da stasera partano le accuse a Giovanni Floris per non essere stato abbastanza inquisitorio nell’intervistare Barbara Berlusconi, ma nessuno si sogna di accusarlo preventivamente di compiacenza per il solo fatto di darle spazio nel suo programma? Dov’è la differenza? Anche a Ballarò ci sono le figure, perdipiù in movimento. Non sarà mica perché Vanity, per avere un senso nel bilancio tra entrate e uscite, ha le pagine di moda, quindi è un prodotto per donne sceme, mentre Ballarò, per avere un senso nella media di share, ha il comico, quindi è un prodotto per uomini svegli?

(Poi, in un altro momento, bisognerà pure capire come diavolo abbiamo fatto a non imparare niente da Gramsci e a non aver prodotto uno straccio di immaginario, una fidanzata, una figlia, un cazzo di qualcuno a sinistra che sia capace di spostare il dibattito pop, le vendite d’un settimanale, lo share d’un talk-show.)

«Che condanna, me lo dicono sempre tutti»

Non è solo che, da Mi si nota di più a Splendido quarantenne, da Le parole sono importanti a Continuiamo così, facciamoci del male, ci ha fornito metà del repertorio retorico di una qualunque conversazione spicciola che capiti di avere in questo secolo.
Non è solo che per il suo compleanno, sfrenati da Francesca Archibugi, su Twitter si sono messi a fare classifiche dei suoi cinque migliori film, e ognuno aveva un parere diverso ma una cosa interessante li accomunava: che tutti i quarantenni non particolarmente splendidi che conosco si aggrappavano disperati alle loro giovinezze teoricamente piene di potenzialità sostenendo la capolavoritudine di Bianca e La messa è finita, e nessuno ci metteva Aprile o Caro diario – d’altra parte mica è semplice, constatare quant’era figo lui all’età in cui non lo sei tu.
Non è solo che nessun altro ha fatto danni paragonabili: ogni opinionista capellone con anelli improbabili, ogni editorialista convinto d’essere una star, ogni egolatria non commisurata di questo disgraziato paese è figlia dell’illusione morettiana che io-io-io sia un linguaggio spendibile comunque e da tutti. Che la lezione da trarre da uno che mette in scena un sé irresistibile sia «allora liberi tutti con l’ego» e non «se vuoi essere egocentrico sarà meglio che t’accerti prima d’essere interessante».
Non è solo che ha ispirato, per le ragioni di cui sopra, la battuta più precisa e al tempo stesso più sbagliata di sempre: «Spòstati e fammi vedere il film» (Dino Risi) è perfetta, ma l’ultimo cui abbia senso dirla è Nanni Moretti, uno che hai pagato il biglietto per vedere – se si sposta lui, cosa resta?
Non è solo che c’era una volta Risi (e alcuni altri), c’era una volta il cinema italiano, c’erano una volta le storie, ma ieri sera guardavo Aprile e pensavo che un autore è uno con una voce, uno che se riassumi il suo film ti dicono «Ma cos’è ‘sta cagata, quale sarebbe la trama», e poi invece fatto da lui è un pezzo di mondo e un pezzo di te, e negli ultimi trent’anni il cinema italiano un solo autore ha prodotto, il che è preoccupante se pensi che il cinema italiano esista, ma non esistendo è un piccolo miracolo.
Non è solo che nessuno gli abbia detto «Ma che titolo è Ecce bombo, non si capisce, cambiamolo».
Non è solo il tribunale di Berlusconi prima che fosse vero, le dimissioni del Papa prima che fossero vere: è soprattutto l’invasamento genitoriale prima della mommy lit.
Non è solo che si invecchia, ci si ammorbidisce, e plausibilmente neanche mi schiaffeggerebbe per aver detto «mommy lit».
Non è solo il cinema di Bologna in cui vidi Palombella Rossa il giorno dell’uscita, strapienissimo e seduti per terra in fondo, e oggi non te lo farebbero fare, le uscite di sicurezza, le regole, le procedure, e mentre pensavo a questa cosa pensavo «Le merendine di quand’ero bambina non torneranno più», e non so se esista una definizione sensata di «egemonia culturale», ma la naturalezza con cui vengono sue battute per commentare sue cose è una buona approssimazione.
Non è solo che a quei tempi non c’erano i cellulari che facevano i filmati, e di «Con questi dirigenti non vinceremo mai» c’è giusto un video fuori fuoco di qualcuno che passava con una telecamerina da quel comizio improvvisato, eppure quanto a repertorio citazionistico quella frase ha una solidità che forse è un’altra buona approssimazione dell’egemonia di cui sopra.
Non è solo il culto della personalità che ha creato, che non si vede tanto da quelli che ti raccontano della volta che l’han visto parcheggiare la Vespa e ci si son fatti fotografare appoggiati o dagli adulti che riferiscono – emozionati come comparse adolescenti di Sposerò Simon Le Bon – d’averlo incontrato a un concerto o in uno studio televisivo, quanto dal pubblico compattamente muto e immobile fino alla fine di ogni ringraziamento al catering all’ultima riga di ogni noiosissimo titolo di coda di qualunque film venga proiettato al Nuovo Sacher.
Non è solo che quando gli nasce il figlio fa un film per ribadire che di lui, di lui, la paternità parla comunque di lui (doglie comprese), e poco dopo fa un film in cui ‘sto figlio che s’è azzardato a tentare di scippargli la scena lo fa morire, e insomma dev’essere uno di noialtri con cui non è semplicissimo dividere la vita.
Non è solo che quando De Gregori ha dato quella splendida intervista ho pensato che qualcuno dovrebbe farglielo dire, a Moretti, secondo me non vede l’ora di dirlo, che non ne può più neanche lui, di sentir citare «Di’ una cosa di sinistra» (oltretutto male: dicon tutti sempre «qualcosa»).
È, più di tutto, il desolante panorama di ultracinquantenni che c’è in giro, gente che si rende ridicola in modi e con frequenze che ci vogliono nuove parole tedesche per dire, e chissà se era così anche prima dei socialnè e io ero solo più tollerante e meno propensa a imbarazzarmi per le andropause, o se non ostinarsi a frequentare piattaforme di epoche successive alla propria mette al riparo da una buona percentuale di ridicolo (e di «Parlo di astrofisica, io?»); fatto sta che i sessant’anni di Moretti (ma pure i poco più di De Gregori) sono una luminosa eccezione, sono un barlume d’ottimismo e di speranza che sì, si possa passare dalla crisi di mezz’età infliggendo danni molto limitati al proprio splendore.