Come scoprii che va ancora in onda un certo programma, e mi pentii molto di non essermi mai iscritta a quel corso di boxe

“Snuff” è una parola inglese che si usa per indicare l’estinzione lenta e ineluttabile di una candela. Secondo il saggio del ’94 Killing for Culture, gli snuff movie sono film che mostrano «l’uccisione di una persona, un sacrificio umano perpetrato per filmarlo e fatto poi circolare a scopo d’intrattenimento». La protagonista dello snuff movie non lo sa, ma deve morire – sennò non c’è il film.

Dieci giorni fa due tizi mi hanno inseguito dal cortile al cancello all’ascensore di casa. Sono entrata nel cortile ed erano già lì, all’interno di una proprietà privata che avevano preso per pubblico demanio – ma ci sono due portoni con tanto di chiave, è un equivoco in cui mi pare difficile cadere – o, più plausibilmente, che avevano deciso di invadere perché tanto non sarebbe certo stata una femminuccia a fermarli. Mi hanno inseguito, bloccando con la forza e impedendomi di richiudere prima il cancello che dalla mia abitazione dà in cortile, e poi le porte dell’ascensore. Non avevo idea di chi fossero, uno dei due aveva una telecamera. Il medico che qualche ora dopo mi ha sedata mi ha chiesto se fossero arabi (dev’esserci qualcosa di molto rassicurante nel poter circoscrivere la delinquenza a una specifica etnia), e a quel punto avevo finalmente più informazioni e ho potuto rassicurarlo: no, erano della tv, facevano un programma che si chiama Le Iene. Sì, va ancora in onda. No, neanch’io lo sapevo. Al dottore non ho potuto dare l’informazione principale, quella che avrei compreso solo l’altroieri.

Quando se ne sono andati, quando è arrivata la polizia, ogni volta che nei giorni successivi mi sono trovata a discutere del tema rispondendo cose tipo «sì, mi sono trovata un delinquente in ascensore, sì, chi l’avrebbe mai immaginato, Le Iene va ancora in onda, e probabilmente è colpa del nostro disinteresse se sono ridotti a fare comunicati con scritto che forse esploderà una bomba in diretta, dovremmo prenderli più sul serio come programma di denuncia, o almeno ricordarci che esistono» – ogni volta c’era un dettaglio che non mi tornava. 

Se vuoi filmare qualcuno o chiedergli qualcosa, anche (specialmente) senza il suo consenso, lo aspetti fuori dal portone. Nessuno può dirti niente, se sei in mezzo alla strada: sei molesto, ma non fuorilegge. Se invece deliberatamente violi una proprietà privata, rifiutandoti di allontanarti quando la persona che stai aggredendo te lo chiede, se oltretutto sei un uomo e entri con la forza nell’ascensore da cui ti sta cacciando una donna alta la metà di te, sei così dalla parte del torto che non puoi non sapere che ti arriverà una diffida legale. Perché mai decidi di rischiare di ottenere del materiale che non puoi legalmente trasmettere, se il tuo scopo è invece mettere in onda quelle immagini? (Metterle in onda, oltretutto, in un gruppo televisivo il cui principale programma pomeridiano ha come tema portante la stigmatizzazione del femminicidio. Devono essersi divisi i compiti tra reti: su Canale 5 gli uomini che ti aggrediscono sono bruti ingiustificabili, su Italia 1 sono giustizieri. Dev’essere l’etica dei canali dispari.)

Il dettaglio che non mi tornava l’ho colto domenica, quando – nonostante le diffide – Italia 1 ha trasmesso delle scene girate a casa mia. Mi sono resa conto di un particolare su cui non mi ero mai fermata a riflettere: hanno un microfono solo. Quelli che hanno più strumenti per capire la tv sanno che, come molti dei programmi che s’atteggiano a raccontatori di verità nascoste, Le Iene è un varietà: con tanto di stacchetti musicali, quell’espediente che serve per inserire il programma nella fascia Siae dei varietà, che garantisce diritti d’autore più alti a chi lo assembla. Gli spettatori più inattrezzati la scambiano per una trasmissione di tostissima inchiesta: che va a cercare gli efferati criminali (io) nei luoghi impervi (il mio ascensore), svela verità occulte che il paese ha diritto di conoscere (di che colore saranno i pavimenti al domicilio di Soncini) e fa domande scomode (in genere roba tipo «Ma non ti vergogni?»). Domande che però non prevedono risposte. L’inviato non è, per dirla in gergo tecnico, microfonato. Ha un solo gelato (il termine tecnico per il microfono che si tiene in mano), che serve a raccogliere le sue stesse arringhe. Certo, non avrebbe comunque senso rispondere a un programma che poi monterà le tue risposte per farti sembrare più scema di chi fa le domande, non conosco nessuno che tenterebbe di abbozzare una risposta a qualsivoglia domanda posta in simili condizioni: persino alla vincitrice di miss Italia sono bastati tre quarti d’ora nel mondo dello spettacolo per accorgersi che c’è gente cui semplicemente non si risponde, se non ci si vuole prestare a un montaggio assai creativo. Ma non è solo il montaggio (e il fatto che non si legittima un teppista elevandolo a interlocutore): è il microfono unico; la tua risposta non verrebbe comunque registrata, perché quell’unico microfono lo muove lui, decide lui se e quando avvicinartelo, e perlopiù serve a lui per il suo monologo; durante il quale, se provi ad accroccare delle repliche, sembrerai un pesce nell’acquario.

Quel che non avevo capito dieci giorni fa e so adesso, è che c’è una ragione per cui violano domicili, ed è che quel programma lì è fatto di piccoli snuff movie. Non è previsto tu risponda: è previsto tu soffra sotto quell’incombente minaccia che è una telecamera. Per strada potresti stare zitta, tirar dritto, non ti verrebbe la crisi di panico che di certo ti coglierà se ti entrano in casa. Se non violassero da subito ogni codice, il risultato non sarebbe altrettanto efficace come snuff movie – un genere che tanto più funziona quanto più ti agiti. Non che cambi qualcosa, saperlo: quelli che ti dicono «Dovevi fare come Cuccia» non tengono presente che Cuccia era per strada con il teppista che, quasi rispettosamente, gli camminava a fianco, mica in uno spazio chiuso con uno che gli sbarrava la strada; quelli che ti dicono «Dovevi fare come Cuccia», se si trovassero in casa uno sconosciuto che è lì per procurarsi un’agonia da filmare, passerebbero i sei mesi successivi sotto il letto a piangere abbracciati a Barbie Magia di Stelle. Non serve a niente conoscere la logica formale del set da snuff movie, ed è anche giusto che non serva, perché magari poi ti censuri e finisce che non fai il tuo dovere minimo, che è quello di prendere a calci uno che t’impedisce di entrare a casa tua dopo aver usato la forza fisica per introdursi nel tuo palazzo.

Però è stato interessante capire che in Italia si producono degli snuff movie, che vengono poi messi in onda su reti per famiglie: chissà se Piersilvio ne è fiero, chissà se ha pensato a un canale dedicato su Mediaset Premium, magari inverte la tendenza di mercato e in questa variante riesce a farsi pagare il porno, è un peccato mandare dei volenterosi in giro a fare i prepotenti spintonando femmine sole in cambio solo di qualche inserzionista di merendine, c’è tutto un bacino di potenziali abbonamenti che attende. Ed è stato illuminante rendersi conto che le convenzioni narrative sono fatte di piccoli dettagli: un microfono invece di due, e potrai fingere di non essere lì a cercare l’incidente. Ed è stato molto bello, stamattina, aprire Google News, e leggere il titolo «Guia Soncini aggredisce inviato delle Iene». Tizio sconosciuto entra con la forza in casa tua, e la notizia è che non gli hai offerto il tè. Scostumata. 

[a margine, è da stamattina che Twitter mi notifica che «Soncini» è trending topic – quella cosa che si vantano d’essere i programmi d’insuccesso – a causa del numero di appassionati che ci tengono a rimarcare in reiterati 140 caratteri quanto io sia cessa nel filmato in questione; inizio a farci l’abitudine, e mi preoccupo preventivamente: qualora la tua cessaggine smetta d’essere trending topic, mica smetterai d’essere un cesso?]

Single white female

Attiri stalker. È l’unico settore in cui hai realizzato l’ambizione di essere una rockstar. Malate di mente che millantano parentele e ti scrivono lettere col tono di chi ti ha sentito l’altroieri quando da anni cambi numero ogni quarto d’ora proprio per sfuggire alla loro invadenza; persino una, di cui fosti compagna di classe per due mesi ventidue anni fa, che scrive in giro per la rete della vostra grande amicizia e di come lei sappia tutto di te, della tua vita, dei tuoi gusti. Attiri stalker. Un giorno ti spareranno, e non avrai scritto neanche una canzone decente, e non avrai neanche una vedova un po’ scenografica da lasciare.

Quindi, quando leggi cose che ti sembra di aver già scritto, solo lievemente modificate, non ci fai tanto caso. In fondo, nel paese delle formiche che s’incazzano, perché disporre di un repertorio di citazioni proprio, quando si può saccheggiare quello altrui e non perdere tempo a vedere filmacci. E perché, ripensandoci, modificare lievemente le cose altrui, quando si possono copincollare tali e quali.

Certo, il fatto che non abbia neanche una tagcloud sua, che preferisca replicare la tua, è un po’ inquietante, e certe sintesi che sembrano volerti dire “io le tue idee le miglioro, logorroica che non sei altro” sono fastidiose, ma insomma, povera ragazza, non ci si può accanire: non ha avuto un’estate, diamine (cioè: ha avuto la mia.)

Continui a indietreggiare. E scopri che non sei sola: hai eccellenti amiche copincollate con altrettanta malagrazia, amiche che riconosci per la loro prosa inconfondibile ma anche perché tu quella volta lì del bikini c’eri, e non puoi credere che sia capitata la stessa commessa a un’altra, raccontata con le stesse parole (così ventenne e già così cellulitica.)

Di buono c’è che se ti implode il sito lei ti ha fatto il backup, a nome suo ma pur sempre backup.
Di interessante c’è che se ti serve un caso umano da intervistare, come ci si sente a vivere la vita di un’altra, un’altra che manco conosci, una che oltretutto rispetto a te è una vegliarda, come si arriva a essere così giovani e già così prive di obiettivi più interessanti, ce l’hai lì pronta, le puoi lasciare un commento sotto uno dei suoi pensierini, cioè dei tuoi.
Di fastidioso ci sono i pezzi che non riconosci, quelli che avrà copiato da gente non del tuo giro o (orrore e raccapriccio!) addirittura ideato in proprio, quelli con un approccio liceale ai puntini di sospensione. Rovinano un po’ tutto l’insieme, diciamo. Ma per il resto non è grave, finché non ti spara. È solo giovane, e – si sa – a vent’anni si è stupidi davvero.

Quella del primo banco: la più carina, la più stuprabile

A me le scuse non piacciono, come metodo. Mi sembra vadano bene se dai un pestone a qualcuno in tram, o se arrivi in ritardo a un appuntamento ogni trecento. Ma se, come spesso accade, i comportamenti non sono accidentali ma dicono qualcosa di quel che sei, le scuse mi sembrano inutili, e le richieste di scuse dementi. Ho capito che Felici i felici era un gran libro quando, al primo capitolo, l’immedesimabilissimo marito si innervosisce coi lagnosi «Chiedi scusa» della moglie.

«Chiedi scusa» va bene, forse, per educare i cinquenni (non ne sono sicurissima, visto che nonostante il feticcio delle scuse i ragazzini che ci sono in giro sono ben maleducati), ma se sei un adulto che arriva sempre in ritardo o se mi pesti volontariamente, mi stai dicendo come sei fatto. Quando qualcuno ti mostra com’è fatto, credigli – disse una volta quella saggia miliardaria di Oprah Winfrey – e alla fine il punto è quello.
Se sei uno che arriva in ritardo, trova qualcuno che non se ne turbi più di tanto e frequentalo. Se sono una che sa che arrivi in ritardo, o smetto di frequentarti, o inizio a prendermela comoda anch’io. Oppure decido di inscenare un meccanismo da perfetta cretina: arrivare puntuale, aspettare, irritarmi, pretendere scuse.
E poi consolarmi dicendo che però s’è scusato, poverino. Però ha capito di aver sbagliato, poverino (lo rifarà la prossima volta, ricapirà d’aver sbagliato, eccetera in eterno). Però non è colpa sua, poverino. Però gli dispiace, poverino. Le scuse sono strette parenti, come arma di giustificazione di comportamenti orrendi, del senso di colpa, arma finale degli esseri umani più raccapriccianti con cui mi sia capitato di avere a che fare. Però si sente in colpa, poverino.
I poverino e le scuse e le buone intenzioni lasciamole alle scuole elementari. Che sono anche la penultima età (l’ultima sono le medie: al liceo già ti spernacchiano) in cui puoi dire «Ha cominciato lei» e «Ero ubriaco», ma su questo torniamo tra poco.

Quelli che scrivono sull’internet che ti farebbero questo e quello non sono pericolosi. Cioè, lo sono per il senso del ridicolo (il loro è mai nato, e al tuo attentano ogni volta che si connettono), ma non è che se t’incontrano ti fanno davvero questo e quello. L’ho scritto abbastanza volte da venire a noia persino a me che pure mi piaccio moltissimo (qui e qui, per dire le prime due che mi vengono in mente): se Chapman avesse avuto una pagina Facebook su cui sfogarsi probabilmente non avrebbe sparato a Lennon. Era il suo modo di farsi notare, e oggi ce ne sono di più comodi. Tipocomprare un libro di Augias e procurarsi un caminetto. Un caminetto, nel 2014: quanto devi essere smanioso di farti notare da Augias per trovare un caminetto? Gli tireresti le trecce, se solo fosse così carino da stare in classe con te in quella scuola media dalla quale si ostinano a non promuoverti.
Quelli che su internet scrivono che ti darebbero una ripassata loro, dicevo. Facciamo finta di non sapere che sono quelli cui poi nella vita non tira, perché è brutto rompere il giocattolo alle editorialiste dolenti che devono poter scrivere che sono soggetti pericolosissimi e «le donne sono sotto attacco»; facciamo finta di niente perché siamo delle signore ed è antipatico maramaldeggiare sulle disfunzioni erettili che hanno bisogno di affetto e di pubblicità progresso (e di una connessione wifi con la quale, almeno a parole, fare quello che ora ti sistema a colpi di nerchia).
Che gli uomini a chiacchiere te la facciano tutti vedere loro è meccanismo talmente noto che pubblicitari furbi hanno messo della cartellonistica per strada in cui c’erano donne con un fumetto da completare, e indovinate com’è finita.
È finita che ora c’è uno spot che dice che le donne non possono esprimersi perché, se scrivi «vorrei», qualcuno completa «del cazzo». Maggiùra. Che tu, pubblicitario, abbia scoperto questa cosa nel 2014 non mi dice che le donne non possono esprimersi: mi dice che le tue fatture non possono essere pagate.

Secondo me lo sa pure Laura Boldrini, che non sono affatto soggetti pericolosi. Figurati se non si è accorta anche lei che, se avessimo un euro per ogni volta che abbiamo visto uno sull’internet fare lo schizzinoso riguardo a una che nella realtà gli avrebbe detto «Sparisci, sgorbio», ci compreremmo Montecitorio per farne la nostra sala da ping pong.
Solo che, non avendo la libertà di noialtre cialtrone senza ruolo istituzionale, non può andare in tv a dire «Sì, tutti ‘sti minacciatori di stupro che poi non gli tira manco con l’argano, povere mogli, speriamo si consolino con l’idraulico». Deve dire che è tutto gravissimo e bla bla bla. E quindi ieri sera va in tv e dice che sono potenziali stupratori. Che tecnicamente è abbastanza esatto: se minacci stupro almeno il potenziale dovrò riconoscertelo, no?
E a quel punto succede quello di cui mi interessa parlare (disse lei dopo duecento righe di premesse, a un pubblico perlopiù svenuto dalla noia).

Io Claudio Messora non sapevo chi fosse. Non sto più dietro alle cose importanti, perdo pezzi del ricambio nella cultura popolare, non so più i nomi dei tronisti, figuriamoci se so chi è il responsabile della comunicazione dei Cinque Stelle. Poi, nella notte, ho scoperto tutto del suo periodo refrattario (qui, il commento a nome Byoblu, lo stesso nomignolo che usa su Twitter – incidentalmente: pochi parametri di valutazione sono più esatti di «un adulto che usa un nomignolo è un cretino») e altre meraviglie, ma fino a ieri sera non sapevo chi fosse. Fino a quando mi è comparso, rilanciato da qualcuno, questo:

Va bene un bonifico cumulativo, anche per le tre o quattrocento volte precedenti

Nello scusarsi per la reiterata, imperdonabile, scortesissima tendenza a pubblicare gli articoli del Foglio con un giorno d’anticipo rispetto alla loro uscita in edicola, e nel ringraziare il giornale per il genuino divertimento provocato da questo curioso fenomeno, questo blog fa presente all’amministrazione o a chi ne fa le veci che le coordinate bancarie della tenutaria qui son sempre le stesse. Cordialità e saluti a casa.

I letteralisti han chiuso i bar, e la mancanza di senso del tono ha chiuso i nostri cuori, e spento i nostri ardori

Harry ti presento Sally è del 1989, e contiene una delle più grandi verità che mai siano state enunciate: «Tutti pensano di avere buon gusto e senso dell’umorismo».
In agosto un tizio fin lì mai sentito del PD, Gianluigi Piras, si incartò in una polemica che a spanne possiamo riassumere in: Yelena Isinbayeva approva la posizione di Putin contro gli omosessuali, poi mitiga l’impopolarità della scelta dicendosi fraintesa; Piras scrive sulla sua pagina Facebook che per quanto lo riguarda possono stuprarla in piazza; che sia un’iperbole è chiaro a qualunque cretino dotato di un minimo di senso del tono dalla chiusa «Poi magari ci ripenso, magari mi fraintendono»; solo che il senso del tono è un anticorpo sempre più raro, il virus del letteralismo ha vinto, e Piras si deve dimettere visto che ormai è ufficialmente quello che ha incitato allo stupro della Isinbayeva.
L’altro giorno una tizia fin lì mai sentita, Justine Sacco, ha scritto un tuìt che diceva: «Sto partendo per il Sudafrica. Spero di non prendere l’Aids. Scherzo. Sono bianca!». Le conseguenze sono abbastanza note da essersene occupati anche i giornali italiani: la tizia è stata in volo un numero di ore sufficiente a rendere impossibile qualunque operazione di aggiustamento del tiro (damage control, lo chiamano gli americani), l’internet ha deciso che era razzista, l’internet ne ha chiesto la testa. La sua azienda l’ha licenziata: vige la sindrome zitella disperata adattata alla web reputation, quella per cui nessun’azienda risponde a un linciaggio che diventi trending topic (maledizioni che ci hanno lanciato sulla culla: vivrete in un’era in cui vengono presi sul serio i cancelletti del tuìtter) dicendo ai linciatori «Fatevi i cazzi vostri, decidiamo noi».
Più la massa ha le idee confuse, più quelle idee le strilla forte; più le strilla forte, più chi avrebbe il dovere di prendere decisioni in proprio ritiene invece di dover assecondare gli strilli. Più prosperano i manuali che suggeriscono di lasciar piangere i neonati senza filarseli, più convogliamo sugli adulti tutta la propensione ad assecondare i capricci.
In questo momento sulla mia bacheca Facebook ci sono almeno tre discussioni (me ne sarà sicuramente sfuggita qualcuna) su Justine Sacco, e mi è tornato in mente che, quando ci fu il caso Piras, dissi a qualcuno che il problema era, banalmente, che per fare una battuta del genere e non farti triturare devi essere Louis CK.
Cioè: devi avere le spalle larghe, la serenità di chi sa che non esistono battute razziste o violente (una battuta è una battuta: al massimo può non far ridere, ma non è un manifesto ideologico), ed essere nella posizione di dire «Oh, pazienza» se una folla se ne sente offesa.
Ci sarà sempre gente abbastanza scema da ritenersi offesa da una battuta (in genere è quella che ha una vocazione per l’appartenenza: si sentono offesi in quanto meridionali, in quanto cattolici, in quanto donne, in quanto rava e in quanto fava). E ce n’è sempre di più (la mia bacheca Facebook, ho scoperto con il divertimento degli entomologi, ne pullula) che appartiene a quel sottinsieme della scemenza che è il letteralismo. Non: che non si divertono a quella battuta. Non: che trovano quella battuta offensiva o fuori luogo o scorretta. I più da mungitura di ginocchia: quelli che non riconoscono una battuta come tale. (Probabilmente si offendono a ogni sms scherzoso ma senza faccetta sorridente che ricevono: una vitaccia, poveri.)
Se non sei afflitto da quello specifico genere di scemenza che è il letteralismo, se hai quella dotazione minima di senso del tono e di strumenti intellettuali bastante a riconoscere quella di Sacco come una battuta, ti rendi anche conto che il meccanismo comico (che può non farti ridere comunque, ma quella è un’altra questione) è tutt’altro che razzista: non è una battuta sulla razza, è una battuta su uno stereotipo razzista (quello per cui si pensa che si ammalino solo i neri – rendiamoci conto della tristezza di questo momento: sto spiegando la barzelletta; più triste di me solo Piras, che un mese dopo la battuta ha fatto coming out: non sono un violento incitatore allo stupro, sono un gay sensibile).
Se hai senso dell’umorismo (se ce l’hai, non: se credi di avercelo) lo capisci, siamo tutti d’accordo. Solo che tutti pensano di avercelo e non ce l’ha quasi nessuno. Solo che, appunto, i letteralisti sono ormai maggioranza: se non vivi su Marte te ne accorgi.
Se sei una pr (Justine Sacco era la pr di una società di media, un minimo di senso della realtà era richiesto dalle sue mansioni) e non uno stand-up comedian, devi sapere cosa ti puoi permettere e cosa no.
Se vivi nella realtà e non frequenti solo quattro selezionati amici, ti trovi almeno tre volte al giorno di fronte a gente che prende alla lettera le battute e risponde seriamente, alzi gli occhi al cielo almeno altrettante volte e ne trai delle linee guida su cosa sia ricevibile dal grande pubblico e cosa scateni gli schiantati. Poi puoi decidere di scatenarli, ma se lo fai non essendone consapevole sei imperdonabilmente fessa.
Fare una battuta del genere in America e non aspettarsi che scoppi un casino è come portarsi il fidanzato in un viaggio ufficiale nell’Italia della «kasta!» e non prevedere che ti prendano a urla di «autobbblù» e «privilegggi»: indice di così poca furbizia che in confronto Heidi, quella cui sorridevano i monti, era Richelieu.
Poi qualcun altro, qualcuno con più pazienza e ancora più tempo da perdere di me, dovrà analizzare come sia cominciato tutto questo.
Chi abbia fatto nascere quella dinamica immortalata nel 2006 in una scena di Studio 60: uno legge le stroncature su un blog, l’altro dice ma insomma chi se ne frega dei blog, perché te ne curi, e quello gli risponde che quegli schiantati dell’internet verranno ripresi dal New York Times, che così potrà dimostrare «che dà voce alla gente».
Quand’è che abbiamo deciso di far finta che la gente non sia del tutto inattrezzata ad avere un’opinione valida su molte delle cose su cui si esprime comunque (il diritto all’opinionismo da bar dovrebbe finire dove comincia il dovere di non prendere sul serio gli avventori del bar); e che il compito di chi sa qualcosa sia assecondarla, la gente, invece di dire «Taci e ascolta, ché magari impari qualcosa»; e che la gente non faccia perlopiù schifo. Chi è stato a cominciare, e se per caso non siano quelli contro cui poi la gente stessa non vede l’ora di rivoltarsi. Quando e perché abbiamo deciso di far finta che sì, tutti abbiano buon gusto e senso dell’umorismo.

Come imparare a cominciare ad avere ritegno e a smettere di tuittare l’andropausa

I social network hanno fatto per l’andropausa ciò che la Basaglia aveva fatto per la pazzia conclamata: sono tra di noi, ci mettono in imbarazzo, ci tocca vergognarci per loro conto (mentre loro, ignari, danno spettacolo).
Prima gli uomini che, fin lì rispettabili professionisti e personcine a modo, tra i 49 e i 59 sbroccavano, al massimo potevano tingersi i capelli, comprare una decappottabile, scappare con la segretaria. Adesso, si aprono un Twitter o un Facebook. Che non è solo un mezzo che non sanno gestire per ragioni anagrafiche: è anche un mezzo su cui si nota vieppiù la principale tragedia dell’andropausa, ovvero la totale mancanza di senso del ridicolo.
Prima erano le mogli, le colleghe, al massimo le amiche di famiglia a vergognarsi per loro e a sospirare «Mamma mia che uomo imbarazzante». Adesso è l’internet intera. Adesso il passaggio non è più da Solito Stronzo a Venerato Maestro: è da Stimato Produttore/Direttore/Editorialista a Schiantato Dell’Internet.
Sulla categoria generale degli Schiantati e sulla di essi fenomenologia, ho scritto un articolo che uscirà giovedì su IL.
Qui invece, con la generosità che mi è propria, vorrei soccorrere la Sottospecie Andropausica della categoria, stilando la lista delle venticinque cose che il cinquantenne sull’internet dovrebbe sapere e invece, tragicamente, ignora. Nessuna ridicolaggine è stata inventata nel redigere gli esempi. Ringrazio le signore che hanno alzato gli occhi al cielo ricevendo notifiche inopportune in mia presenza, e mi hanno poi prestato qualche caso mancante dall’antropologia a me nota.
Se siete uomini, e a fine lettura un po’ vi vergognate: è già qualcosa.

  1. Se non avete altro mezzo che i messaggi di un social network, per contattare una persona, è plausibilmente segno che quella non ci tiene granché a essere contattata. Sennò un numero di telefono ve lo dava (che è un concetto che dagli otto ai quarantotto anni pareva esservi chiaro, poi saranno le scie chimiche ma l’avete rimosso).
  2. Se state per usare i messaggi privati di un social per mandare un commento a qualcosa scritto pubblicamente, chiedetevi: ma se questa povera crista avesse voluto discutere di questa cosa privatamente con me, non mi avrebbe mandato un messaggio? Se ognuno dei suoi quattromila più intimi amici di Facebook le mandasse un messaggio ogni volta che scrive un tweet o uno status, quanto sarebbe contenta? Certo, io non sono come gli altri 3.999, io sono un uomo speciale e lei muore dalla voglia di ricevere un mio messaggio. Per questo non ho il suo numero.
  3. Non mi illudo: non saranno queste righe a farvi smettere di inscenare quel patetico tentativo di upgrade della confidenza che è il cercare il contatto privato invece di commentare in pubblico. Però, fatemelo come piacere personale: se mandate un messaggio privato su un social network (ma pure nella mail, ma pure sul telefono, ma pure scritto con lo spray sul marciapiede) e non ricevete risposta; prima di mandare altri trentadue messaggi che chiedano conto del fatto che i trentuno precedenti non abbiano ricevuto risposta; prima di chiedere a comuni amici e sfortunati passanti di chiederle cosa le avete fatto di male; prima di diventare l’Adèle H. dei 140 caratteri, fate uno squillino a Occam, e chiedetegli: ma non sarà che non era un messaggio particolarmente interessante?
  4. Non tutti i messaggi senza risposta restano senza risposta perché poco interessanti, tuttavia, né scrivendone di più interessanti è detto che riceverete finalmente risposta: si dà anche l’opzione in cui, dopo un numero X di messaggi noiosi (nel mio caso: uno), una semplicemente smetta di aprire i messaggi che vede provenire dal vostro account. Tanto non è che sarete diventato avvincente nella notte.
  5. Non tutte coloro che non aprono i vostri messaggi, tuttavia, non li aprono perché hanno etichettato proprio voi come soggetto con le cui lagne non valga la pena perdere tempo: alcune hanno proprio smesso in generale di aprire i messaggi privati dei social network. Tanto, a quelli con cui vogliono parlare hanno dato il numero di telefono. Ah, a voi no?
  6. Avere senso del ridicolo è come essere strafighe: di difficile immedesimabilità per chi non è mai passato da quello stato esistenziale. Tuttavia, fare uno sforzo è doveroso. Aprite i messaggi privati di Twitter, guardate la sfilza di passivoaggressività in 140 caratteri che avete mandato a quella povera crista, mai intervallati da una sua risposta, e provate a pensare l’effetto che fa quella lista autistica di comunicazioni non a chi manda ma a chi riceve. Ecco, quel brivido che sentite è il senso del ridicolo. È una sensazione bellissima, dovreste provarla più spesso.
  7. Messaggi cui non riceverete mai risposta, e credetemi è meglio così, se la ricevete è segno che siete così imbarazzanti che una non riesce a tacere: «Perché non mi rispondi?»; «Perché non fai un tweet sul mio libro/film/programma/sarcazzo»; «Perché ce l’hai con me?»; «Perché mi trascuri?»; «Perché non mi stellini più?» (Nota 1: tutti gli esempi sono tratti dalla vita vera, e nessuno ha per mittente un quindicenne.) (Nota 2: la gamma «Perché ce l’hai con me/non mi rispondi» segue sempre un numero pari a zero di telefonate non risposte e un numero pari a zero di discussioni che potrebbero essere anche labile pretesto per la credibilità di un muso. «Perché non mi rispondi», nel linguaggio dell’andropausa, sta per: vorrei fare conversazione ma sono troppo fesso per trovare una cosa interessante da dire, quindi provo col senso di colpa.)
  8. Se vi followano, non vi stanno facendo una dichiarazione d’amore: plausibilmente, sperano che pubblichiate delle cose interessanti.
  9. Se vi unfollowano, non vi stanno facendo una dichiarazione di guerra: plausibilmente, postate della roba noiosissima.
  10. Se vi rituittano e sono noti, non è il caso di fare un tweet per vantarvene.
  11. Se vi rituittano e sono noti, non è il caso di mandare un messaggio privato a comuni conoscenti sventolando la prova della stima di un vip come trent’anni fa avreste fatto con un autografo sul poster di Michael J. Fox. Nella migliore delle ipotesi i comuni conoscenti vi diranno che siete patetici, nella peggiore diranno che siete patetici a tutti gli altri comuni conoscenti, compresa la celebrità in questione (che probabilmente vi ha rituittato per sbaglio dal touchscreen).
  12. Se vi complimentano in maniera non particolarmente costruttiva od originale, non c’è bisogno di rituittarli proprio tutti tutti tutti: quello che vi segnala una recensione a una vostra opera che non avevate ancora linkato sì, quella che s’è sforzata – riuscendoci –d’essere spiritosa magari pure, quello che «belli capelli» o «bene bravo bis» magari anche no. Oppure non meravigliatevi se poi vi crolla il numero dei follower: neanche la vostra mamma ha voglia di leggere che dicono «Belli capelli» al suo bambino.
  13. Se vi crolla il numero di follower, peraltro, non dovreste accorgervene: se esistesse un’app per l’instant inscopability, raggiungerebbe il punteggio pieno con quelli che ti dicono che Tizia non li segue più (in genere entro due ore da quando quella ha cliccato unfollow) o che si lagnano con l’intero Twitter perché col tale tuìt hanno perso tot follower (e mai che sospettino che ne perderanno il doppio lagnandosi). Yvonne Sciò in quel film in cui fissava l’oblò della lavatrice era più sana di mente di voi che fissate il contatore dei like su Facebook e dei follower su Twitter.
  14. Se tuttavia siete così piattole da tenerci a sapere chi vi segue e chi smette di seguirvi, e quindi v’iscrivete a un servizio di quelli che vi notificano quanta gente vi vuole bene questa settimana e quanta non ve ne vuole più (ci sono casi in cui la psicanalisi forse non è del tutto da scartare, eh: potete anche detrarla dalle tasse, almeno in parte), almeno fate la cortesia: chiedete a vostro nipote di otto anni di spiegarvi come si evita che la notifica «14 new followers this week, 27 unfollowing» venga condivisa con l’internet intera. Siete già abbastanza patetici a volerlo sapere, non c’è bisogno che notifichiate la vostra soverchia inscopabilità a chiunque passi dalla vostra timeline.
  15. Lo so che vi sembra incredibile, ma gli altri non sono ossessionati come voi dal contatore: unfolloware una per farsi notare non funziona mai, ma proprio mai.
  16. Lo so che la passivoaggressività ha un suo mercato, ma se siete di quelli che il numero di telefono o la mail ce l’hanno, un buon modo per farvi mettere nella blacklist dei mittenti è mandare a quella che vi ha unfollowato (da mezz’ora) una mail o un sms del tipo «Ho provato a mandarti un dm ma mi dice che non mi segui più». Voglio dire, sarebbe stato più credibile e apprezzabile: «Sono ossessionato dal consenso e controllo più volte al giorno chi mi segue e chi no, quindi me ne sono accorto subito e sono corso qui a colpevolizzarti». Io, per dire, se avessi ricevuto messaggi così da chiunque di coloro che invece avevano guarda caso provato nella prima mezz’ora in cui era impossibile farlo a mandarmi un messaggio su una piattaforma tra noi mai utilizzata per scambiarsi messaggi, beh, non dico che li avrei riamicati su Facebook, ma di certo avrei avuto più garbo nel suggerire loro una scorta di psicofarmaci.
  17. Se siete conduttori televisivi notoriamente milionari, non chiocciolate lo sponsor che vi ha offerto i biglietti quando tuittate da un concerto: avrete pure risparmiato cento euro, ma insomma sarete anche voi, come tutti, sull’internet per la figa, no? Ecco: non avete idea di quanto l’organo in questione trovi respingente la micragnosità.
  18. Se siete editori notoriamente multimilionari, non linkate un buono sconto di Uber che per ogni nuovo cliente che arriva dal vostro link a sua volta vi scalerà du’ euro e un pacchetto di cracker. Capisco che non si diventa ricchi non risparmiando, ma allora prendete la metropolitana. Penseranno lo facciate per snobismo, sarà una forma di tirchieria meno imbarazzante.
  19. Lasciate che le richieste di retweet le facciano gli adolescenti che scrivono ai cantanti. E, con «richiesta di retweet», intendo soprattutto quelle elemosine implicite che sono chiocciolare Fiorello o il Papa (o un qualunque punto in mezzo nella gamma della notorietà) con l’hashtag che vi siete inventati e che state cercando di far diventare trending topic (peraltro: in Italia si diventa trending topic con poche decine di tweet, se non avete abbastanza amici da aiutarvi a conseguire questo risultato per voi così importante forse dovreste farvi delle domande).
  20. Se, una delle numerose volte in cui scrivete una cazzata, qualcuna che normalmente vi si rivolge come a un essere umano ragionante ve lo fa notare pubblicamente, non mandatele messaggi privati del genere «Perché ce l’hai con me?»: nella più generosa delle ipotesi, penserà che vi abbia hackerato il figlio di Minzolini; nella più probabile, passerà istantaneamente dal considerarvi sano di mente al capire che siete contagiati dall’andropausa e non c’è altro da fare che mettersi in salvo.
  21. Se lì per lì vi siete contenuti e non le avete chiesto «Perché ce l’hai con me», se l’avete pensato ma siete faticosamente riusciti a simulare uso di mondo, non crollate la prima volta che la incontrate, otto mesi e tredici giorni dopo (ma voi mica avete tenuto il conto da quella volta che vi è stata chiocciolata disapprovazione, eh), non fate quello che butta lì «Sai, mi hanno fatto notare che mi tratti male». Sempre per evitare che il contagio che le avete fin lì celato si renda improvvisamente chiaro.
  22. Se però proprio non ce la fate a tacere, a evitare il rilevantissimo tema «quella volta che m’hai chiocciolato dicendomi “ma non dire idiozie”», ringraziatela. Per le novecentonovantanove volte in cui le cazzate non ve le ha fatte notare.
  23. Se siete uno dei quarantanove tizi che conosco che hanno di recente avuto comportamenti analoghi a quelli descritti, non correte a fare la lagna con sorelle, mogli, amiche, «ma hai detto tu a Guia che»: probabilmente quella che il fienile che avete al posto del fondoschiena vi fa percepire come una vostra descrizione parla in realtà di un altro; sicuramente non siete originali.
  24. In generale, prendete in considerazione di non usare i social network. Vi ricordate di quando i vostri genitori tentavano di parlare col vostro slang e fingevano di apprezzare i vostri cantanti? Ecco. Non sono un mezzo del vostro tempo, non lo sapete gestire, potete solo fare delle figuracce. Non preoccupatevi di sparire dalla modernità e dai suoi mezzi di comunicazione: sicuramente le foto del vostro bigolo barzotto che whatsappate a delle povere criste saranno loro a metterle sulle loro pagine Facebook.
  25. E, sempre in generale, cercate di applicare sull’internet una regola che non sarebbe stato male se v’avessero insegnato da piccini ad applicare anche nella vita: rompere i coglioni il meno possibile.

Signora, scambierebbe i suoi due milioni di lettori con un fustino di buone recensioni?

Chissà se si usa così anche da altre parti. Chissà se, quand’è uscito Lo squalo, Spielberg ha dato delle interviste precisando che aveva letto Moby Dick e Omero, Kipling e Poe. Chissà se, in quel caso, l’intervistatore gli ha detto «Vorrei pure vedere, uno straccio di liceo l’avrà fatto».

Due settimane fa Gennaro Nunziante ha dato un’intervista all’inserto culturale della Stampa che si qualificherebbe facilmente in un concorso come «più velleitario namedropping di buone letture uscito sui giornali nel 2013». Il che sarebbe forse spiegabile se l’avessero intervistato perché in predicato d’entrare nel consiglio d’amministrazione Rai, o se fosse un cantautore che cerca di dimostrare che merita il Nobel per la letteratura, o un insegnante che vuole convincerci ad affidare a lui le ripetizioni a nostro figlio asino. Ma Nunziante è il regista di un film che ha incassato cinquanta milioni di euro (a quel punto eran forse quaranta, ma insomma eravamo già da un pezzo su cifre che significano: c’è più gente interessata a quel che ho da dire io di quanta ce ne sia che quest’anno ha avuto voglia di leggere l’intero catalogo Einaudi).
Nunziante non ha bisogno di fare sfoggio di credenziali culturali. Ammesso (e non sarò certo io ad ammetterlo) che dire «ho letto tanti buoni libri» sia una credenziale spendibile tra adulti – ma su questo torniamo dopo.

Qualche settimana fa, ve ne ricorderete, Fabio Volo ha scritto un articolo per l’inserto culturale del Corriere. Ve ne ricorderete perché, tra il giovedì in cui ha annunciato d’averlo scritto e la domenica in cui è uscito, l’Italia ha improvvisamente scoperto d’essere un paese che ha a cuore i contenuti delle proprie pagine culturali più ancora che la verginità delle proprie figlie. (Pagine culturali che evidentemente nessuno sfoglia dalla morte di Montale, figlie che la danno a pagamento – ma ora non cavilliamo.)

Tra le varie polemiche su Fabio Volo e la morte della cultura, Fabio Volo e la negazione della letteratura, Fabio Volo e tantissima rava e pochissima fava, mi è rimasto impresso un solo commento, che purtroppo non ricordo di chi fosse e su bacheca Facebook fosse comparso. Però mi ricordo quel che conta, cioè che il commentatore ricostruiva un qualche episodio cui aveva assistito e concludeva «ed è allora che ho capito che Fabio Volo vuol essere Claudio Magris, però ricco». Certe cose le memorizzi perché sai che sono vere, anche se ancora non sapresti spiegare perché.

Poi l’articolo di Volo è uscito, e una mia amica che era in viaggio voleva leggerlo, e le ho mandato il testo, e lei mi ha risposto con l’altra metà della questione-Magris: «Peccato, credevo gli avessero chiesto un vero articolo, non la giustificazione del fatto che stava scrivendo lì».

Ed è stato allora che ho iniziato a farmi la domanda che poi avrei formulato con più precisione davanti all’intervista di Nunziante: ma perché?
Cioè, «piangerò [per il dissenso] per tutta la strada fino alla banca [dove conterò gli incassi alla strafaccia del dissenso]» è un luogo comune, ma i luoghi comuni diventano tali perché sono veri. Perché uno che dovrebbe solo gioire del successo e contare i soldi vuole invece l’approvazione di Claudio Magris?

Di spiegazioni ce ne sono tante, e tutte giuste.
Dal complesso fabiofazista della legittimazione culturale – quello per cui devi mangiare le verdure sennò niente dolce, per cui devi avere un direttore d’orchestra che a Sanremo ti ammolla un quarto d’ora di musica classica per poter poi squarciagolare per un quarto d’ora di ricreazione Nostalgia canaglia – fino alle scuole alte. Quelle che se non le hai fatte poi tutta la vita ti resta la smania di non essere all’altezza e di dover usare i paroloni.
C’è una scena di Studio 60 in cui il giovane autore scrive uno sketch per l’attrice che gli piace e lo fa leggere a un comico per avere un parere, e quello lo liquida con uno spietato «Scrivi come uno al primo appuntamento: “Guarda quanti paroloni difficili so!”»
I Vanzina (continuo a citarmi, d’altra parte noi che abbiamo fatto le scuole alte abbiamo scritto tutto quel che c’è da dire su pressoché ogni argomento) non l’avrebbero mai fatto, essendo cresciuti in un ambiente abbastanza colto da non far loro mai venire il dubbio di dover dimostrare qualcosa a qualcuno, tantomeno di dover dimostrare d’avere letto più libri di loro ai critici che li stroncavano (più semplicemente: i Vanzina la sapevano sufficientemente lunga sul cinema popolare da sapere che l’intrattenimento di massa non può venire elogiato dai critici, è un gioco delle parti, suvvia).

La parte più interessante dell’equivoco, però, è quella della lista di letture obbligatorie per la legittimazione.
Una scrittrice che m’è pure simpatica un paio di settimane fa ha pubblicato su Facebook un severo status ingiungendo ai suoi contatti non solo di non permettersi di inviarle manoscritti, ma anche di non azzardarsi a scrivere, se prima non avessero letto un elenco di autori e libri che lei riteneva imprescindibili.
Ora, a parte certi passaggi che sembravano fatti apposta per farsi prendere per il culo (un mio conoscente particolarmente crudele suggeriva di farle un’intervista a bruciapelo a proposito della riga in cui indicava come obbligatori «i principali romanzi di Italo Svevo», di chiamarla e chiederle: «Scusi, mi può dire i titoli dei secondari?»), la lista era quella che chiunque abbia fatto almeno un anno di liceo (ma forse bastano anche le scuole medie) si è visto assegnare per le vacanze (con l’aggiunta di alcune cose che sono rilevanti solo se stai ancora facendo il liceo, tipo Marguerite Duras).
Se a fare di te un intellettuale basta aver letto Dante e Tolstoj, Flaubert e Jane Austen, Calvino e Boccaccio, non stupisce che siamo un paese di proprietari di cassetti contenenti romanzi.

Solo che non basta. Non: non basta a fare di te un intellettuale aver letto i tre libri di Svevo su cui ti interrogavano alle medie. Non basta neanche aver letto la biblioteca di Umberto Eco per fare di te, povero disgraziato parvenu che puoi pure avere diretto il film più visto della storia, uno che fa il salto nell’unica lotta di classe rimasta: quella tra l’establishment culturale e gli affamati di brioche che assaltano il palazzo. Anche se è un assalto ordinato dentro appositi format.
Basta guardare un minuto di Masterpiece – un programma la cui assoluta mancanza di senso dell’umorismo è parecchio rappresentativa del disastro culturale italiano – per avere la tragica visione di come potrebbe, tra quindici anni e centocinquanta articoli per le pagine della cultura, diventare Fabio Volo. Un treno-di-panna che, immemore di una vita da romanziere per massaie e marito di pizza-fredda-birra-calda, se la tira da grande autore davanti a quei poveri disgraziati che sanciscono la propria inferiorità sociale andando a elemosinare un ingresso nel mondo dell’editoria.
Puoi essere Andrea De Carlo ma, se per botta di culo ti trovi dal lato dell’offerta delle brioche, sei subito Claudio Magris. Il quale magari, per esigenze di scaletta, il disgraziato che s’affanna a citare Roland Barthes ma si vede che si sforza, si vede che non l’ha letto nella prima edizione che la madre teneva svogliatamente sul comodino, il disgraziato che ha la disgrazia di non saper dissimulare quanto impegno gli siano costate quelle buone letture, quanto ci tenga, quante parole difficili abbia imparato, quel disgraziato lì lo invita pure a cena. Però lo fa entrare dall’ingresso della servitù.

Chissà se è un tic tutto nostro, o se a Judd Apatow viene mai in mente di dover convincere i lettori – anzi: gli editorialisti – del New Yorker che lui ha diritto di stare lì. Chissà se qualcuno l’ha avvisato dei criteri di selezione all’ingresso, se sa che deve portarci i compiti fatti e presentarsi in società col quadernone dei riassunti ben compilati, perché altrimenti pensiamo che le opere popolari nascano nel vuoto – mentre invece, se ci dice d’aver letto Tristram Shandy, ecco che i popcorn non siamo costretti a comprarli di nascosto e con tutto quel senso di colpa.

Scusate (qualcuno deve pur scusarsi, e se aspettiamo che lo faccia la Rcs stiamo freschi)

aggiornamento: C’è. Vi risparmio la cronaca degli strilli, dei ma-cosa-c’entriamo-noi-è-Amazon-che-decide-quando, del fatto che, del tutto casualmente, un quarto d’ora dopo era on line. D’altra parte, se sei così cialtrone da dimenticarti di mettere in vendita i tuoi prodotti, non ci si può aspettare che tu abbia abbastanza cervello da dire «Sì, scusa, in effetti ho fatto una cazzata, rimedio.»

Valga, questo post, come risposta cumulativa a quante mi chiedono, in giro per piattaforme e (le più spericolate) in messaggi privati, «Ma oggi non doveva esserci on line la seconda puntata del tuo libro?».
Lo so, su Amazon non c’è. Su Internet Bookshop neanche. C’è su iTunes, che è già qualcosa ma non abbastanza.
Perché non c’è? È una buona domanda, l’ho fatta a un certo punto della notte alla editor dicendole di sistemare qualunque disastro avessero combinato appena sveglia. Adesso (mezzogiorno d’un giorno lavorativo), a messaggio di sollecito, ella mi ha risposto che si accingeva a cercare di capire. Con questi tempi di reazione da tendini mozzi, fate prima a comprarvi il cartaceo a gennaio (o a scaricare da iTunes, ma per esempio io non ho idea di come si faccia. Cioè, si farà come altrove, ma poi per esempio su Kindle puoi leggerlo? Qualche anima buona che sa può illuminarci nei commenti qui sotto? Lo so: pretendiamo i vostri soldi, non vi diamo i prodotti promessi, e vi chiediamo pure di farci da helpdesk. Meritiamo la bancarotta. Avete ragione, non è che ci sia tanto da discutere.)
Io, oggi, pensavo avrei scritto un altro post. Uno in cui vi pregavo di dirmi che non si notava tanto la virgola che mi avevano scempiato nella seconda puntata, e della quale mi ero accorta troppo tardi. Perché, naturalmente, quando sei così cialtrone da dimenticarti di mettere regolarmente on line le puntate d’un libro che hai deciso di far uscire a giorni fissi, sei anche così analfabeta da togliere una virgola giusta ammazzando il ritmo della frase, e anche così arrogante da farlo senza avvisare l’autrice, all’ottavo giro di bozze, dopo che per i precedenti sette lei ti ha corretto i refusi che eri troppo approssimativo per vedere, sistemato l’impaginazione che eri troppo privo di senso estetico da risolvere altrimenti che con dei tracking che manco le macchinette per i biglietti da visita in metropolitana, eccetera. (Forse lo hanno fatto per me: distraiamola dallo scempio virgolistico, come si può fare, è così sensibile alla punteggiatura, ecco, ci sono, forse se evitiamo proprio di metterlo in vendita ha qualcosa di maggiore per cui innervosirsi.)
Che tutta questa gente prenda uno stipendio è una cosa di cui io non mi capacito. Che, il giorno in cui non lo prenderà più, ci toccherà solidarizzare, chiedere contributi statali, gridare allo scempio culturale, e mandargli una troupe di Floris per empatizzare con le loro bollette e il loro tonno improvvisamente non di marca, è una roba che farebbe piangere chi non sappia ridere.
Comunque: per questo libro questo editore abbiamo e ormai questo ci teniamo. Inizio a capire come ci si sentiva prima del divorzio («Ma ci hai appena scritto un libro, non dovresti averlo capito scrivendo?» – ah, dite che è sempre parte della manovra lo-fanno-per-me? È per fornirmi materiale per un’appendice?)
Nel frattempo, siccome c’è anche gente che il proprio lavoro lo fa (e il bello è che è gente che, diversamente dalla Rizzoli, non ha niente da guadagnare da questo libro), qui c’è una favolosa guida alla seconda parte, e qui (oltre a una mia foto semipornografica, che non guasta) ci sono due capitoli della prima parte.
E grazie, a voialtre che vi ostinate a tentare di leggere un libro che l’editore neanche si prende il disturbo di ricordarsi di vendervi.

Nata a Bologna, risiede nel regno della livorosa superiorità, e ogni dettaglio le dice che fa bene a restarci

Parecchi anni fa, arrivò su Wikipedia una voce a mio nome. Ora, quel che vi serve sapere per capire l’inutilissima storiella che segue è che Wikipedia, enciclopedia basata sul volontariato dei compilatori che nei paesi seri riesce a essere comunque una cosa seria e con una sua attendibilità (certo, non considera Philip Roth una fonte attendibile circa le opere di Roth, ma diciamo che di media non è malvagissima), in Italia è il regno della cialtroneria.
Per dire: quando obiettai che la voce che mi riguardava era piena di minchiate (sostanzialmente trattavasi di un curriculum preso dall’ufficio del personale Rai e ricopiato male – con l’aggiunta di alcune bislacche opinioni spacciate per fatti: ricordo un delizioso «si è detta a favore dell’editto bulgaro» – e comunque all’epoca già datatissimo, visto che non lavoravo più per la Rai da anni), il tizio che rispose alla mia mail mi disse che, «nello spirito collaborativo» dell’opera, potevo correggerla, il che dice tutto sul conto in cui la gestione italiana tiene la regola wikipediana (ovvia e sensata) secondo cui sulle voci enciclopediche non possono intervenire coloro che ne sono oggetto. D’altra parte io non conosco un italiano cui sia dedicata una voce Wikipedia che non se la sia scritta da solo, e quindi tutto torna (comprese le medaglie d’argento a gare di nuoto delle medie di cui sono ricche le pagine Wikipedia dei giornalisti italiani).
Insomma dico a ‘sto tizio che gli mando l’avvocato, e loro oscurano la pagina. Seguono alcuni spassosi anni in cui ciclicamente qualcuno, nel mezzo di qualche fessa polemicuzza, salta su dicendo «d’altra parte tu sei un’antidemocratica che ha fatto causa a Wikipedia, tu e Facci» (il novanta per cento della mia stima per Filippo Facci si basa su questa comunanza).
Due anni fa, quando ancora rispondevo ai messaggi degli estranei, mi arriva questa mail:

Per non parlare del fatto che son vent’anni che mi vedo scritta su tutti i muri

Se «non esiste il mezzo, esiste l’uso che se ne fa» non fosse un concetto troppo banale persino per me, la questione sarebbe poi solo quella: che alla fine, persino sul mezzo a più facile tracollo di niente da dire, a più immediata esposizione della crisi dei cinquanta, uno bravo lo riconosci perché riesce a inventarsi una cosa. Per dire: trasecolo da giorni sulla perfezione di Modern Seinfeld. Che è in un certo senso la perfetta dimostrazione dell’impalpabilità dell’essere più bravi degli altri: non ci voleva niente, ci voleva tutto.
Quindi, a questo punto, la logica del discorso approderebbe a: Lorenzo se n’è inventata un’altra. Si chiama #JovaTimeline, ed è quel che sembra: un hashtag, cioè niente. Solo che siccome niente racconta tutto come le canzonette – non le canzonette raccontate da chi le fa: le canzonette raccontate da chi ci ha agitato almeno un accendino, o un cellulare se è così sventatamente giovane da aver vissuto una vita senza accendini ai concerti – quell’hashtag lì può diventare tutto, pure un pezzo di storia d’Italia. Per raccogliere la quale c’è anche il sito. È un modo per vendere il suo cofanettone celebrativo? Certo che sì, e meno male (abbiamo superato l’assemblea d’istituto e lo sdegno per la commercializzazione della creatività, sì?) – lo è. Ma è anche una storia, e le storie sono l’unica cosa per la quale valga la pena usare tutti questi strumenti con cui ci rendiamo ridicoli ogni giorni fotografando piatti in ristoranti ed esprimendo opinioni che nessuno ci ha chiesto.
Ma, smaltita la logica evoluzione del discorso, vorrei approdare a quel che davvero mi interessa: me. Quell’estate con quella canzone a tutto volume. Quel fidanzato che, quando Lorenzo arrivava a «perché tanto non l’hai mai fatto come l’hai fatto con me», commentava «Ammazza che paraculo questo». Sono di nuovo gli anni Novanta. E non solo perché stasera c’era Silvio alla tele.