Serait-ce possible alors?

Le ho viste tutte. Quella “sia ben chiaro che quest’uomo è mio non provare a fare quella bisognosa di consolazioni post-traumatiche”, e quella “vieni piccino, la mamma ti porta a vedere da vicino una rapita così poi a scuola ti invidiano tutti.”

Le ho viste tutte, e mentre mi è chiaro quel che pensa madame Sarkozy (qualcosa nell’ordine di «Poi per forza si meravigliano del mio stile: non sono io che sono elegante, sono le altre che proprio non si sanno conciare, e dire che ha avuto sei anni e mezzo per pensare a cosa mettersi»), non mi è chiaro come fosse stata istruita Ingrid.

Insomma, invece di diciannove ripetitive foto non si potrebbe avere una trascrizione della conversazione con cui l’hanno preparata all’incontro?

«Sei sicura di non volere andare dal parrucchiere, prima di tornare in Francia? Sai, all’aeroporto ci sarà Carla Bruni, hai presente?»
«La modella?»
«Non è più una modella, Ingrid, il tempo è passato anche per lei. È una cantante.»
«Carla Bruni quella che mangiava i fichi nuda? Quella seduta in braccio al papà senza mutande?»
«Non era il papà.»
«Eh?»
«Sì, poi si è scoperto che in realtà è figlia di un altro…»
«Vabbè, ma non ho capito perché dovrebbe essere lì ad accogliermi: il presidente ha scelto lei come nuova Marianna?»
«Una specie, Ingrid, una specie.»

È difficile resistere al mercato, amore mio

La scena è familiare. Lui se n’è appena andato. O è appena tornato. O proprio non se ne va, per quanto insistiamo. Lei fa a se stessa promesse che neppure Rossella O’Hara sarebbe riuscita a mantenere: “Supererò estratti conto che peggiorano a ogni aggiornamento, omaggi indesiderati e rate finché morte non ci separi, ma non andrò mai più in bancarotta sentimentale.”

Farcela è impossibile, perché vale sempre il Comma 22: un uomo libero dev’essere difettoso, o non sarebbe libero. Lamentarsi è inutile, perché la bancarotta sentimentale è stata da tempo depenalizzata. Come se non bastasse, il mercato è saturo di articoli fallati.

Donatori di Organi che magari hanno anche un cuore, ma non lo trapiantano in giro — al contrario di tutto il resto.
Frequentatori di Pinzette che costano in crema da giorno più di quanto rendano di notte.
Espositori di Merce non in Vendita che contravvenendo a ogni logica di mercato promuovono il prodotto ma non lo danno mai.
Porci Dichiaratamente Schifosi, fieri di essere le peggiori azioni di qualsiasi portafoglio amoroso, e inconsapevoli di essere comunque un investimento migliore rispetto ai Porci Per Caso.

Ma dall’uomo sbagliato non c’è salvezza? Possibile che non ne esista uno con ragionevoli interessi ma con poche spese di chiusura?

Generazione Il Ciocco

Quella prima avrà pure perso, ma la mia si è impermeabilizzata. È un fenomeno che osservo ormai da alcuni anni, senza mai trovare una spiegazione. Una schiacciante maggioranza dei trenta-quarantenni impiegati in professioni intellettuali, tra quelli che conosco, ha un bagaglio di non-conoscenze che rasenta l’analfabetismo. No, non con le modalità del non saper niente che lamentava Trovimov in quel testo teatrale che i soggetti in questione non hanno letto ma che magari conoscono perché l’hanno visto al cinema nella scena del beccaccino di un film di quand’erano al liceo. Non sanno niente proprio tecnicamente: non distinguono una Hepburn da un’altra, non hanno letto Il Padrino, non hanno visto Via col Vento. Hanno basi culturali meno solide di una qualunque massaia cui l’antennista abbia sintonizzato Rete4.
Da una certa età in poi, poi, sembra impossibile tappare i buchi: perché sei troppo impegnato a darti un tono e a fingere di non sapere per scelta; perché sei troppo intento a tentare di far credere che, se non la conosci, quella cosa non sia poi così importante; perché l’ammontare delle lacune è così enorme che è inutile anche cominciare; perché le basi si chiamano basi perché si mettono all’inizio, e la narrativa di formazione ti forma quando hai tempo e il lusso di sprecarlo, ma presto diventa tardi, a diciott’anni è quasi già troppo tardi.
Dicevo, è un fenomeno che osservo da anni, ma ieri, per caso, ho improvvisamente capito. Tutti costoro – gente che non distingue Tom Wolfe da Virginia Woolf; che se le chiedi un grande romanzo del Novecento o ti sciorina una lista di letture obbligate del liceo o fa nomi il cui imbarazzo indotto sembra un regalo di Martina Stella a Stefano Accorsi; che non sa che Hugh non è stato l’unico Grant della storia della commedia romantica, anche perché pensa che la commedia romantica sia un genere inventato da Nora Ephron (non che sappiano chi sia Nora Ephron, ma insomma ci siamo capiti) – tutti quanti, ma tutti, ritengono gravissimo non conoscere ogni oscuro gruppo di Pittsburgh, ogni lato B di cantautore della provincia di Birmingham, ogni vita opere ed etichette di dj di Miami. Tutti gli analfabetismi si somigliano, e nessuno è analfabeta a modo suo, d’accordo, ma è mai possibile che tutti costoro abbiano unanimemente deciso che le uniche nozioni rilevanti siano quelle concernenti la discografia? Secondo me è colpa di Rick e Clive.

(le righe qui sopra contengono citazioni più o meno parafrasate da: cantautore lombardo; cantautore emiliano; romanziera francese; romanziere russo – lo specifico per i quarantenni che passassero di qui e ai quali servisse l’aiutino da casa.)

La vita prima dell’internet

(nella foto, l’ort Vedere al tg le immagini del Teatro Del Verme. Chiedersi quanti anni siano passati da quella sigla tv in cui usciva dalla spazzatura. Verificare che sono venti. Pensare che non si conosce nessuno che vent’anni dopo stia sempre allo stesso punto, a tentare di épatare borghesi che non si épatavano già vent’anni prima, a fare quello scomodo che non siete voi che non mi invitate alle feste perché sono un bambino grasso, sono io che sono teppista e non voglio giocare con voi. Chiedersi a che punto entrino in prescrizione le infanzie infelici, o almeno il diritto di rompere i coglioni al mondo coi di esse cascami. Accantonare la riflessione perché il video che si voleva mettere qui, quello appunto della sigla dell’Istruttoria, su YouTube non c’è ografia di Alfonso Signorini, direttore di due giornali, già docente di lettere in un liceo classico)

La televendita delle donne

Sto recuperando solo adesso l’incistamento di Antonio Ricci che, dopo quella ridicolaggine intitolata Il corpo delle donne 2, pare abbia ormai, dentro Striscia, uno spazio fisso dedicato a dire quanto sono maschilisti a Repubblica, sempre pronti a smutandarci (full disclosure: la stampa progressista, come la chiama Ricci, paga le mie fatture con cortese puntualità tutti i mesi.)
Insomma, dicevo, mi sono messa a guardare questi servizi fatti chiedendo a famose donne di sinistra cosa pensino della questione solo perché mi avevano, alcune delle famose donne, raccontato la manipolazione del montaggio («Scusi, cosa pensa di questa foto a culo fuori?» «È uno schifo» – titolo: donne contro Repubblica); ma la cosa che non ho potuto evitare di notare è un’altra. Ma come mai in tutti gli spazi Ezio Greggio o altri saltimbanchi rimarcano con regolarità che invece il Fatto Quotidiano, loro sì, loro avercene, loro possono? Cos’è, una telepromozione o l’aggiornamento della linea «Bertinotti sì che è un oppositore perbene»?

Consulente alla sceneggiatura, Cloris Brosca [My Xmas movies #3, Black Swan]

Caro diario, per simboleggiare il mio spirito di sacrificio, la mia tolleranza, e il mio nonsisacosa nell’anno che verrà, ho iniziato il 2011 guardando Black Swan, caldamente raccomandato dai più vertiginosamente incompetenti tra i miei amici.
Non credo che neanche i parenti del regista l’abbiano guardato tutto, ma sono in grado di raccontarti nel dettaglio i cinque minuti dilatati a un’ora che ho visto.
C’è Natalie Portman che, ci raccontano le interviste, per essere magra come una ballerina è stata sei mesi a caffè e ibuprofene. Sarà un chilo meno del solito, forse un chilo e mezzo, comunque le daranno l’Oscar: è magra nel film e sarà incinta alla cerimonia, cosa vuoi di più, un’afroamericana obesa e malmenata?
C’è la mamma di Natalie Portman, che una volta una che vuol dare un carboidrato alla figlia per festeggiare il ruolo di cigno assegnatole, una volta che vuol giocare alla veramammamoltaffettuosa derogando dalla parte di madre ambiziosa per interposta frustrazione sottilmente pensata per lei dallo sceneggiatore dei Cesaroni, quella volta le fa una torta senza cioccolato, roba da chiamare Raffaele Morelli.
C’è Mila Kunis, che fa la ballerina tale e quale a Portman pur mangiando il pane del cheeseburger, quindi non si capisce perché Natalie invece debba avere il regime alimentare del dottor Mengele, avrà un metabolismo tipo il mio, oltre ad avere il mio stesso collo del piede, anzi guarda nel 2011 voglio morire il cigno anch’io.
C’è Winona, che serve ad avere dei pezzi sui giornali che dicono il ritorno di Winona, la metafora di Winona vecchia ciabatta invece che new hot thing, t’a’a ricordi Winona, eccetera.
C’è il marito della Bellucci, che è sexy e inquietante e perfido e conturbante più o meno quanto Enrico Brignano, ha la casa che avrebbe avuto Mickey Rourke in Nove settimane e mezzo se fosse stato frocio, e – se ho ben capito il cortometraggio dilatato a un’ora che ho visto – cerca di tirare fuori da Natalie il potenziale secsi invisibile al Piccolo Principe e a noi tutti ma non a lui perché quando ha provato a limonarla lei gli ha morso la lingua e allora lui ha capito che è una tigre del materasso, anche se è così brava ragazza che non ha mai visto la troca (che ovviamente le fa provare Mila Kunis, che in confronto alla Portman sembra la figlia naturale di Kathleen Turner e Bette Davis.)
C’è la manicure della Portman, che dev’essere in ferie per tutto il film, a giudicare da quanto le sanguinano le pellicine. E il suo dermatologo che pure è in aspettativa, a meno che quelle escoriazioni sulle scapole non stiano a significare che le stanno spuntando le ali da cigno nero, che francamente si vergognerebbe persino Guadagnino, di pensare una cagata del genere, e stiamo parlando di uno che durante le scene di sesso inquadra i pistilli dei fiori (è d’altra parte vero che se le stessero spuntando le ali ci sarebbe una ragione per il punto di vista inquadro-la-nuca-della-protagonista-tutto-il-tempo che caratterizza la regia.)

Prontuario minimo per non farmi riempire di bolle

Appena ho tempo e pazienza scrivo qualcosa di più articolato sul tracciato piatto della curva di apprendimento, ovvero sull’internet, il territorio in cui l’incapacità umana di fare alla centesima replica una cosa un po’ meglio di quanto riuscisse alla prima si incontra con il blocco psicologico che impedisce di riconoscere che non si sa, non si è capaci, non si è scelta l’opzione migliore. Nel frattempo, per Leonardo (che è straordinario in molte cose, specialmente nella misura della cocciutaggine della propria sciatteria) e per altra gente che leggo in giro, cose che continuate a sbagliare facendo esplodere le quote-latte delle mie ginocchia. (elenco in aggiornamento – eterno, temo)

Stewart è Jon, come abbreviazione di Jonathan, non John, come Lennon.
«Di’ un po’ la verità» ha l’apostrofo, diversamente da «Torna alle elementari una volta al dì prima dei pasti»
«Schernire» significa prendere per il culo; il verbo che stai cercando, quando hai l’insopprimibile impulso a scrivere come Delly, è schermire, con la emme di «Mamma, ho perso il quaderno a righe.»
La Monroe ha la i prima della y: Marilyn. Lo so, c’è quel Mary che invece ha la y e che pare fatto apposta per confonderti: la vita è ingiusta.
«Ehi» (il verso che faceva il tuo modello Fonzie, quello che non riusciva a dire «Ho sbagliato») in italiano si scrive appunto «ehi»: non «hey» (grafia inglese), tanto meno «hei» (grafia di Marte)
Aneddotica ha due d e una t, non viceversa. Sì, proprio come aneddoto, pensa che bizzarria.
«Al di là di ogni ragionevole dubbio», e analoghe forme con cui si possa bocciare il tuo italiano, va staccato; l’aldilà attaccato è quello che, se esistesse, sarebbe pieno di diavoli coi forconi che ti infilzano ogni volta che metti una virgola tra soggetto e predicato.
In italiano si rilasciano i detenuti e le dichiarazioni: i software, i dischi, e le altre cose releasedvengono distribuiti, messi in vendita, messi sul mercato, messi in circolazione.
Ah, sì: le leggende sono metropolitane, non urbane.

Gioco, copertina, incontro

Cronistoria minima.
Un paio di mesi fa ho intervistato Fabrizio Corona. Abbiamo sfogliato un paio di rotocalchi, ed era impossibile non essere d’accordo sull’evidenza: non c’era un servizio rubato che non fosse concordato coi soggetti ritratti (e fatturato dagli stessi), il che rende vagamente insensata la definizione di giornalismo scandalistico. Eravamo in disaccordo solo sulla novità del fenomeno: lui diceva che, quando di questa roba si occupava lui, i giornali erano meno palesemente finti. Non è però riuscito a spiegarmi come un paese che non produca star system possa [essere mai nella storia riuscito a] produrre paparazzi: elicotteri, appostamenti, inseguimenti – non vale l’investimento, si fa prima a mettersi d’accordo. A un certo punto gli ho chiesto della messinscena del video porno della giovane Belen, recuperato guarda caso in un ristorante in piena Brera, con servizio fotografico pronto. Corona ha riso: «È il mio lavoro, le foto dovevo farle vendere a un altro?»
La settimana scorsa, martedì, il sito del Corriere ha pubblicato un’anticipazione di Novella 2000: le foto delle cose di Belen sbattute fuori da casa Corona. Scattate, suppongo, un paio di giorni prima.
Lo stesso martedì, Corona e Belen facevano colazione come due piccioncini al bar sotto casa di lui.
Domani, per raccontare la straziante vicenda della sua separazione da Corona, Belen è sulla seconda copertina di Vanity Fair in tre settimane, una roba che credo non sia mai riuscita neanche ad Angelina, con tutto il terzo mondo che s’è presa la briga di adottare.

Anorexical advisory

Oggi raccontavo a una donna saggia che, non so più da quale link che non riportava nessuna indicazione tipo «Attenzione, non cliccare se aderisci al Jihad del Carboidrato», sono arrivata qui.

Abbiamo convenuto circa l’indispensabilità sociale di un software che impedisca ai computer della gente perbene di finire su certe pagine. Non è possibile che se una ha figli possa inibire il computer dall’andare sui siti porno, e se una si sta affamando debba ritrovarsi a vedere certe oscenità.

Dieci domande non particolarmente giornalistiche a Daniele Luttazzi

  • Caro Luttazzi, se ne sarà accorto, ne abbiamo scritto un po’ tutti: gira in rete questo documentario che mette in fila alcuni famosi monologhi di comici americani e inglesi, e alcuni lavori suoi. Cioè, suoi: fatturati da lei. Lei ne chiede la rimozione ovunque compaia: è del tutto infondato credere che lo faccia perché su YouTube gli avvocati di Chris Rock o di Eddie Izzard o degli eredi di George Carlin potrebbero vedere la sua traduzione e farle un culo a scacchi?
  • Caro Luttazzi, in realtà che i suoi monologhi non fossero esattamente originalissimi era da sempre abbastanza chiaro a chiunque mastichi un po’ di comicità americana o anche solo di lingua inglese: la costruzione sintattica di certe frasi ricalca troppo l’inglese. Una decina d’anni fa persino io, che ero del tutto disinteressata al genere, mi accorsi che certe battute di Satyricon su Berlusconi erano identiche a quelle che sere prima Letterman aveva fatto su Rumsfeld. In quest’ottica, mi dica: lei ritiene che la rovina della sua carriera sia stato Paolo Giaccio, con la sua scellerata decisione di trasmettere Letterman su RaiSat permettendoci il confronto?
  • Caro Luttazzi, come dicevo si sapeva, e lei non faceva molto per occultare: voglio dire, quello su dio che ci vedrebbe e ci amerebbe ma ci manderebbe a bruciare è il più famoso monologo di Carlin. Io, e forse altri, ne avevo finora visto la versione originale e mai la sua (colpevolmente, non ho mai assistito a un suo spettacolo teatrale): mi dica, la ragione per cui chiede la rimozione del documentario da tutti i luoghi e i laghi è l’evitare un impietoso confronto che sveli quanto peggio lei enunci le battute?
  • Caro Luttazzi, lei dice che parlare di questa vicenda è diffamazione perché lei da anni scrive sul suo blog che cita. Alcuni zelanti ricercatori ritengono lei abbia retrodatato l’annuncio di questa caccia al tesoro. Non che mi sembri rilevante, ma la prego, ci dica: di quand’è, davvero, l’ideuzza «le cavallette, il cane mi ha mangiato il compito, la caccia al tesoro»?
  • Caro Luttazzi, come le dicevo non mi sembra rilevante, e vorrei capire come mai lo sembri a lei, e da quando: la costruzione di una battuta è un congegno artigianale («come fare degli orologini», disse anni fa a Repubblica), chi se ne appropria è un Bonolis senza decenza, o liberi tutti?
  • Caro Luttazzi, i suoi fan (ho notato, guardando l’Internet in questi giorni, che ne ha di persino più zelanti di quelli che può vantare Berlusconi) dicono che lei rielabora: mi potrebbe cortesemente spiegare dove stesse la rielaborazione nello sketch di Satyricon in cui, con Laura Morante come spalla, lei rifà identicamente il cortometraggio di e con Steve Martin The absent-minded waiter?
  • Caro Luttazzi, lei che conosce l’America e l’Italia: ma davvero siamo una così remota provincia dell’impero che si può plagiare senza ritegno un documentario candidato (nel 1977) all’Oscar e non succede niente?
  • Caro Luttazzi, ma non sarà che la ragione per cui ha diffidato dal pubblicare le sue battute (sì, insomma, sue: quelle che fatturava) su Wikipedia è che l’Internet la vedono anche al centro dell’impero, sì, insomma, dove vivon quelli che le battute le avevan scritte?
  • Caro Luttazzi, nel 2005 intervistai, in occasione del lancio di Matrix, Davide Parenti ed Enrico Mentana. Un passaggio della conversazione era questo: «Entrambi sono convinti che Travaglio e i guai annessi siano accidenti nei quali Luttazzi è incappato per caso, anche se poi ha capito che tanto valeva cavalcarli e fare l’eroe civile. Parenti: “Io lo conosco: è così attaccato ai soldi che se avesse capito che ci rimetteva anche solo centomila lire…”» Lei non lo prese bene (sono certa che non le dispiaccia se linko un forum che aveva ricopiato l’intervento giacché lei ritiene di non rendere più disponibile l’originale sul suo blog). Siccome dalle sue puntualizzazioni pare che ritenga particolarmente infamante l’accusa di tenere ai propri guadagni (non avrei mai creduto avesse un rapporto così cattolico col denaro, lei è davvero un uomo pieno di sorprese), mi chiedo e le chiedo: le percentuali di borderò dovute al contributo autorale dei vari Hicks, Carlin, ecetera, le ha girate agli inconsapevolmente cacciati tesori, o le ha devolute in beneficenza?
  • Caro Luttazzi, i maligni dicono che il suo problema non sia l’editto bulgaro, tantomeno la scarsa autonomia creativa: che ciò da cui davvero non riesce a riprendersi sia «come si chiama quello» ovvero il modo in cui il presidente del Consiglio accennò a lei dopo aver nominato Biagi e Santoro. Sono certa che non sia vero, ma visto che è qui, ansioso di chiarire ogni dubbio, gliene chiedo conferma: lo è?