1951-2010

Sulla parte sinistra delle pagine Facebook, c’è un riquadrino piccolo in cui le persone che si prendono sul serio mettono una citazione brillante o un curriculum professionale (e non so quale delle due scelte sia peggiore.)
Nel riquadrino a sinistra della pagina Facebook di Edmondo Berselli c’era scritto «Mi piaccio, mi piaccio.»
E quindi stavo per scrivere qualcosa su come si differenzi un narcisismo irresistibile da uno insopportabile, su quanto non conti mai il cosa ma sempre il come, sulla rarità della presenza nei settori per vocazione più tromboni (la politica, il giornalismo, i sottinsiemi delle due) di gente che capisca la contemporaneità, che dovrebbe essere una roba scontata e invece è una specie di miracolo – ma poi non mi va.
Era il più bravo di tutti.

Da grande voglio essere Antonella Troise

Io me lo vedo, il povero Berl., plurimiliardario e pluripresidente, che tamponandosi la fronte con un angolo di fazzoletto dice a Saccà se perfavore può levargli di torno la bollitrice di conigli, e pensa ma chi me l’ha fatto fare, se mi vedete dar corda a un’altra di ’ste squinzie rampicanti schiaffeggiatemi, anzi fammi chiamare quella povera donna a Macherio, lei sì che mi vuol bene. Povero Berl. Tanti anni di mestiere, e ancora non ha capito che noi scassacazzi siamo un genere sentimentale pieno di controindicazioni.

In tutto ciò, non mi è chiaro che razza di paese sia mai questo, in cui Letta raccomanda una e non la prendono, Mastella raccomanda un’altra e non la prendono, persino la raccomandazione della Moratti non conta un cazzo, oh, ma dico, un po’ di etica la vogliamo avere o no? Un po’ di rispetto per le raccomandazioni, cribbio.

[E non mi è neanche chiaro come ragionino all’Espresso, che io ho mandato a prendere il giornale apposta e loro mettono i testi completi solo sul sito e qui c’è una connessione a pedali. Dove vivono, loro: nel paese dell’internet?]

[E comunque poche storie: tutti a dibattere su quanto sia sbagliato togliere i finanziamenti al cinema che è una tanto rilevante espressione culturale e una tale attrattiva per le masse, e poi volete levarci le intercettazioni? Guardatemi in faccia, e ditemi se un Sorrentino qualunque vi ha mai intrattenuto un decimo di Silvio&Ago.]

E in un attimo, ma come accade spesso

Non moltissimo tempo fa, parlavo con un conoscente cui accade d’essere amico del Mostro del Passato Recente. Parlavamo della biondina, che per una divagazione troppo lunga per stare a riferirvela è da sempre il nome in codice della donna della sua (del MdPR) vita, da molto prima che lui (sempre il MdPR) decidesse essere lei la donna della sua vita, cosa che peraltro non mi è neppure ben chiaro quando abbia deciso ma sai com’è l’amore quando arriva arriva e comunque questo non c’entra una mazza.

Parlavo con questo tizio, dunque, l’amico, e ho detto “la biondina” e poco dopo ho detto “poverina”, e quello (bell’amico di merda) ha iniziato a urlare “Come sarebbe poverina, tu la devi odiare!” (Va detto che il tizio probabilmente mi stava facendo il verso, essendo io la più convinta assertrice della tesi per cui gli ex vanno odiati, altro che restare amici – ma riguarda gli ex, appunto, mica le povere criste che se li accollano.) Insomma mi inizia a dire che mica staremo scherzando, mica faremo le donne solidali che non è colpa delle altre donne, certo che è colpa sua, quella rubamariti (parole in libertà.) E io a spiegargli che no, anzi, tecnicamente è lei la fidanzata ufficiale e io (fui) l’amante occasionale (parole sempre più in libertà) e insomma semmai è lei che dovrebbe avercela con me, povera, ma per fortuna è una donna sicura di sé perché lei vale eccetera e insomma manco saprà che esisto.

Ero fiera di me. Lucida. Risolta. Sana.

Poi, ieri, uno stronzo qualunque vede una foto della signorina in questione e, col tono di uno che neppure ti sta uccidendo, dice: “Bionda senza averne l’aria.”

Raffinate critiche

Una è felice di non essere Kate Moss per pochissime ragioni, quasi solo una: non avere fotografi intorno tutto il giorno tutti i giorni e l’implicito dovere di essere figa sempre (d’accordo, dovrei scegliere un esempio più sensato di una che riesce a stare bene anche nelle foto in cui sta male, ma insomma ci siamo capite.)
Una è entusiasta del fatto che non ci siano sue foto indicizzate su Google, se non un paio molto vecchie e scattate da professionisti della mostrificazione: poche cose dan più soddisfazione dei «Ma sei diversa» a mandibola più o meno calata dei poveri cristi che prima di incontrare una la guglano nella vana speranza che questo li faccia essere preparati.
Una è nota tra gli amici per dire quasi solo «Magna de meno» a quelle che si lagnano perché «Vorrei tanto dimagrire ma»; è nota per articolare più ampiamente solo quando è in giornata paziente, e in quelle giornate dire «Ingrassa solo chi mangia troppo, tutto il resto son puttanate. Se ti interessano più i vestiti, dimagrisci. Se dai la precedenza alle fettuccine, evidentemente di essere magra non te ne frega niente, quindi non fare la lagna.»
Una pensa che ognuna sia come le va di essere in quel momento: più grassa, più magra, più interessata a entrare in un Roland Mouret o a scofanarsi un’intera cheesecake. Per fortuna, le scelte sulle dimensioni del girovita sono tra le più reversibili che si hanno disposizione.
Una si sveglia la mattina e, come primo link che conduce qui, trova questo.
Una neanche si chiede se questi davvero non abbiano mai sfogliato un rotocalco popolare, apprendendone l’importanza, per il format prima/dopo, di selezionare foto non dico temporalmente adiacenti ma almeno dello stesso decennio (non certo per etica, figuriamoci: solo per non smarrire l’effetto desiderato in rivoli di «Vabbè, al liceo era diversa, e grazie al cazzo.»)
A una è chiaro che questi i rotocalchi popolari non li guardano, e se li guardassero troverebbero fascista, volgare, maschilista e ogni sinonimo di orrendo il modo in cui essi rotocalchi si accaniscono sulla cellulite delle soubrette.
Una spera solo che questi si trovino un hobby, un cane, una fidanzata (culona e baffuta, insomma all’altezza del Brad Pitt che sta ben nascosto in loro), perché essere così annoiati da mettersi a ipotizzare che una faccia ritoccare una foto di una delle rubriche che scrive per sembrare la sorella magra della lei stessa che scrive l’altra rubrica (quella con la fotina che loro usano per dimostrare che, ah!, è grassa), ecco, tutto ciò è malsana premessa allo svuotare il frigo per noia, ed è tutto un disastro circolare, già te li vedi nella notte che pucciano i cracker nella maionese, in mutande slabbrate e forfora scomposta, già vedi maniglie che si accumulano sui fianchi, frustrazione, caccia alla prossima sconosciuta da insultare sull’internet, e insomma, non vi si stringe il cuore?

Tu dimmi se nel 2010 bisogna ancora star qui a precisare

Molto tempo fa scrivevo per un giornale pieno di certezze, avete presente quelle robe tipo la vita i valori e altre maiuscole? Ecco. Siccome era molto tempo fa ma, prendendola alla lontana e contando sulla distrazione perpetua di un paese in cui la tensione civile è persino meno diffusa della dieta proteica, già cominciavano a rompere i coglioni sulla 194 (e non hanno più smesso), scrissi un articolo sull’aborto che il direttore di quel giornale privatamente sintetizzò nell’istanza «non vogliamo che ci si rompano i coglioni». Che, in effetti, era e continua a essere la mia posizione.
Una delle cose che avevo in mente mentre scrivevo quel pezzo, e che ho continuato negli anni a raccontare in ogni discussione sul tema, era un’ospitata di Giovanna Melandri da Vespa. Il momento in cui disse «Io per fortuna non ho mai avuto bisogno di» – ecco, quel «per fortuna» mi manda al manicomio. Tanto quanto il «lutto» di Daria Bignardi. Non è rilevante (facciamo finta che non lo sia) se Giovanna Melandri in realtà ha abortito (qual somma sfortuna) o se Daria Bignardi sa benissimo, per esperienze proprie o altrui, che ci sono donne che hanno interrotto una gravidanza e non ne sono particolarmente traumatizzate. Io sono piuttosto convinta che siano una maggioranza, quelle che abortiscono e non la vivono come tutta ’sta tragedia che pare necessario continuare a raccontarsi. E sono anche convinta che sia un comma 22: se sei convinta della sacralità della vita della materia che hai nell’utero, allora non abortisci; non ti viene neanche in mente di farlo, esattamente come non prenderesti a roncolate tuo figlio – e con figlio intendo ovviamente un essere umano nato, ché qua a furia di fanatici tra un po’ avranno diritto all’appellativo di figli pure gli spermatozoi.
Ma, dicevo, non è rilevante. Quel che conta, e che mi manda al manicomio, è che dipingere una cosa semplice come «Sono incinta. Non voglio essere incinta. Non lo sono più.» come un immane abisso nel quale tutte noi ci gettiamo solo in preda alla disperazione più nera e dal quale facciamo di tutto ma proprio di tutto per tenerci lontane è di un paternalismo che manco Sarah Palin, di una falsità che manco Giuliano Ferrara, di una stupidità tecnica che manco Beppe Grillo. Un giorno qualcuno mi darà una spiegazione sensata del perché la 194 sia l’unica legge del cui utilizzo ci si scusa e i cui difensori premettono a ogni sua difesa la promessa solenne di usarla pochissimissimo e dispiacendosi moltissimissimo parola di bambina buona che ha studiato dalle suore. Fino ad allora, questo atteggiamento delle donne di sinistra che lasciateci abortire e vi promettiamo che ne saremo tanto contrite continuerà a sembrarmi quasi peggio del narcisismo di quelli che si ricavano il loro spazio in tv e nei ricevimenti dei vescovi fingendo di avere a cuore le sorti degli embrioni

La schiacciante egemonia del compagno Franti

Io trovo così tenero, ma così tenero, che Giuseppe Membrana Civati, trionfante con la mozione bimbibuoni in una sezione lombarda, si trattenga per diciassette minuti dal chiosare come d’abitudine le proprie stesse battute con «Però questa era carina, dai»; così tenera la soddisfazione che non riesce a dissimulare per punchline che gli invidierebbe Billy Crystal quali «La prima volta che ho sentito parlare di “ronde democratiche” pensavo fosse una nuova corrente»; così tenero che, di tutto quel che avrebbe potuto scegliere di sottolineare simulando autostima e autonomia identitaria, voglia invece, in un impeto di senso delle priorità, rimarcare l’unica approvazione di cui gli importa: D’Alema ha sorriso – così tenero il tutto, che non mi viene da incrudelire ricordando quel dialogo finale di Happiness tra Lara Flynn Boyle e Jane Adams, quello in cui una dice una bugia bianca («Non sto ridendo di te, sto ridendo con te») e l’altra la colora di tragedia: «Ma io non sto ridendo.»

Minzo a Bahamas era un dilettante, rispetto al direttorissimo

Qualche ora fa ho messo su un socialcoso questa intervista, invitando i socialamici a commentarla, ché a me mancavano le parole. Non l’avevo messa qui perché poi, al di là dei picchi di sublime come il raccontare le proprie giornate di superlavoro in terza persona, avrei dovuto mettermi a confutare i fatti, e per farlo avrei dovuto spiegarvi un po’ tutto, da quante dozzine di pagine Chi ha dedicato a Noemi e Cozzolino in giù, ché voialtri siete buoni e cari ma non sapete niente, e insomma io son pigra e non ho gran vocazione didattica e chi me lo faceva fare. Poi una tizia che conosco, sul socialcoso medesimo, ha detto le parole finali, e io ho deciso che avrei linkato l’intervista senza commenti: chi la capiva, buon per lui; per tutti gli altri, c’è Brezsny.

Da bambino avresti pestato i piedi, ma del resto da bambino eri un narciso insopportabile

Come si riconosce uno bravo: che tu sei lì che dici nonnònnò come neanche Amy di fronte all’ipotesi di Rehab, che tutti gli amici che ti dicono «maddài» si pigliano pernacchie, che dici cosa volete che me ne freghi delle primarie di un partito che se lo smantellassero e ne facessero salsicce sarei solo contenta.

Sei lì che sei sicura come di poche cose al mondo, che sei certa della tua non partecipazione a questo voto come di rari dogmi (i carboidrati sono il male, Alber Elbaz è Dio, Sorkin è il più grande dialoghista vivente – dopo di te, naturalmente), e poi arriva lui.

Che altro deve fare questo Partito per avere un po’ della tua approvazione? Quale altro partito al mondo ti chiede direttamente un parere sulla segreteria, senza neanche farti una tessera? Più di così cosa pretendi, esattamente? Devono venirti in casa e farsi dettare la piattaforma?
Non ti piacciono tutti e tre i candidati? È comprensibile, nemmeno io mi riconosco perfettamente in nessuno di loro. Ma sono tre, mai così diversi l’uno dall’altro, e il risultato non è mai stato meno scontato di così. Nessuno di loro è il candidato dei tuoi sogni? Ma per inciso, l’hai mai incontrato l’uomo/donna dei tuoi sogni? Sei riuscito a fare il mestiere dei tuoi sogni? E l’hai poi comprata, la casa dei tuoi sogni? Se davvero tu vivi lì, professionista realizzato, con il partner che hai sempre desiderato, posso capire la tua riluttanza ai compromessi. Diversamente, spiegami una buona volta perché i compromessi vanno bene sul lavoro, in famiglia, tra gli amici – ma in politica no. Manco ne andasse della tua anima – ma tu ci credi, poi, all’anima? Perché a volte ti comporti proprio come se.

E a quel punto pensi che, cazzo, tu non vuoi essere così, tu mica sei una sedicenne da centro sociale (non lo eri neppure prima di compierli sedici volte, i sedici anni), tu non sei incontentabile e gnègnèista come il Neri. E nel pensarlo vai a cercare una delle dichiarazioni di astensione del Neri stesso onde usarla contro di lui; ma, siccome dio esiste ed è fan di Leonardo su Facebook, ne trovi solo una contro l’astensione, e quindi pensi che tutto si tiene, come dicono i milanesi quando fanno finta di sapere il francese, e ti metti a cercare la scheda elettorale e il numero di sezione e dove diamine sarà quel gazebo, uff.

Nove domande non particolarmente giornalistiche a Claudio Brachino

1. Potrebbe sostituire quel «Mi assumo la responsabilità» che sa tanto di «La ragazza ha fatto una cazzata ma io che ho le spalle larghe la copro» con un più consono «Il servizio l’ha firmato l’ultimo anello della catena alimentare ma ovviamente era rivisto aggettivo per aggettivo da me, ché qui magari ogni tanto ne sbagliamo una ma mica affidiamo i pestaggi a una ragazzina, dai, su, per chi ci avete preso»? Così, per non aver l’aria di quello che scarica il guaio sull’ultima povera crista che ha fatto i compiti richiesti.
2. Posto che io il link al curriculum della Spinoso non l’avevo messo proprio perché era ovvio che finisse così e volevo nel mio minuscolo evitare il contropestaggio; e posto che non riesco a prendermela con lei perché siam state tutte giovani e ansiose di compiacere il capufficio e inconsapevoli di quali fossero le circostanze in cui era raccomandabile dirgli «Non diciamo cazzate»: a lei, Brachino, è chiaro, sì, che il cellulare l’ha messo in rete la Spinoso stessa, non qualche lettore di Kundera nostalgico dei good ol’ days?
3. Le è chiara, sì?, la differenza tra produrre in proprio, inviando troupe sotto casa sua, immagini – peraltro del tutto irrilevanti – della vita privata di un tizio, e pubblicare immagini – peraltro comprovanti fatti oggetto di inchiesta – scattate da una prostituta? In altre parole: lei pensa di essere una D’Addario minore? Devo preoccuparmi della sua autostima?
4. Quanto ritiene che ci metteranno a perdonarle la mossa controproducente? No, perché quando dice che ora nessuno si concentra sulla tempistica della promozione di Mesiano ma tutti parlano della vostra lucignolata, io penso a quanto la staranno considerando ora un pirla quelli che goffamente aveva tentato di compiacere per interposti calzini, e insomma la vedo e la piango, ecco.
5. Quando lamenta che le immagini le ritrasmettano tutti e peggio il tacòn del buso, e ci sciorina l’etimo di stravagante, sta usando espedienti retorici, vero? Cioè, non le sfugge davvero che le immagini da sole sono niente, e l’aggettivo in sé è altrettanto niente, vero? Lo capisce il senso del combinato-disposto, vero?
6. «Sostanza televisiva»? Ha fatto il Dams?
7. Lo so che è sempre una cosa sminuente per un entertainer, ma, visto che ha aperto la discussione sul gradimento umoristico della «battuta» sui calzini: me la spiega?
8. Lei pensa veramente che le promozioni dei magistrati si decidano nel giro di tre giorni?
9. «Perché il servizio è andato in onda giovedì alle dieci e il caos si è scatenato venerdì dopo un articolo di Repubblica?»: mi sta chiedendo perché nessuno veda il suo programma? Devo consolarla e dirle «Mannò, massù»?

Il senso di Lucignolo per il tono

La cosa meravigliosa di questo servizio è che non c’è niente. Ma niente. Uno che passeggia, aspetta che apra il barbiere, si siede su una panchina. L’ho visto linkato su un socialcoso, e tutti concordavano trattarsi di character assassination, ma non è immediatamente chiaro in base a cosa.
Nel senso: vedi le immagini, e pensi «Bene, è uno di quei casi in cui torni in redazione e dici “Non c’è il pezzo”. Annalisa Spinoso sarà troppo timida per dire al caporedattore che non c’è pezzo, o la pagheranno un tot a servizio e dovrà pagar l’affitto, e insomma ha assemblato le immagini di niente che aveva, povera figlia.»
Poi ti rendi conto che, pur non essendoci nelle immagini (e neppure nel testo, che stigmatizza i calzini azzurri: quel che mancava alla comicità italiana, i precetti estetici di Claudio Brachino) una assassination, e  forse neppure un character, l’effetto è quello. Come quando il Tg4 fa vedere una che passeggia il cane a Venezia e la fa passare per una cosa losca, complice il buio (era un servizio di cui si rideva molto in rete l’anno scorso, qualcuno di voi con buona memoria mi recupera il link?); come quando i giovani, la droga, le macchine veloci, la musica alta, la perdizione.
Poi dicono che non sappiamo inventare i format. Basterebbe prendere il curriculum della Spinoso da lei stessa pubblicato in rete, leggerlo con lo stesso tono insinuante, e quel «praticamente di tutto» da lei usato per indicare i lavoretti con cui ci si arrangia da giovani diventerebbe altrettanto assassination, pur in mancanza di character, del passeggiare in attesa dell’apertura di un barbiere, con quel po’ di puntini di sospensione per cui pare il giudice attenda non barba e capelli ma almeno un pusher. È la lucignolizzazione collettiva: nessuno si senta escluso.