Consigli per gli acquisti

Come i più attenti già sanno, sono convinta che uno dei problemi dei prodotti culturali italiani sia la critica che li racconta. Non saprei dire da dove nasca quest’annosa questione di uova e galline, se è più scoraggiante fare roba bella in un sistema che non riesce a riconoscerla, o più inutile sprecare talenti grandiosi per raccontare opere mediocri. Ieri sera il problema mi è tornato in mente perché ho ordinato due libri dopo aver letto due articoli su riviste americane, che è una cosa che faccio relativamente spesso, e mi sono chiesta: ma con gli italiani mi succede? Ci sono articoli che mi facciano venir voglia di vedere un film, comprare un libro, fidarmi di un parere o di un estratto, o è tutta roba che tanto so che è stata scritta per simpatie o, assai peggio, per veicolare critiche a qualcuno che non è quello di cui si scrive, per ammiccare «questi sì che, mica come quegli altri»?
(Sì, sto parlando dei lodatori di Jeeg, ma non solo; negli ultimi mesi ho praticamente smesso di seguire italiani su Twitter, ne sarà rimasta mezza dozzina, perché era tutt’un segnalare come imperdibili le opere di chi domani avrebbe potuto passargli una consulenza, commissionargli un articolo, ricambiare l’amicizia della domenica. La decima volta in cui ti lasci incuriosire da qualcosa per poi scoprire che è una tale porcheria che o chi te l’ha consigliata non capisce niente di niente, o consiglia letture come si mandano gli auguri di Natale ai parenti, la decima volta, ma forse pure la quinta, ti domandi chi te lo faccia fare di non eliminare il rumore di fondo.)
Ci ho pensato e mi sono ricordata esattamente l’ultima volta in cui ho comprato un libro perché avevo visto un articolo su un giornale italiano: era Repubblica ed era un libro di ricordi di amici di Grazia Cherchi. Me lo ricordo con precisione anche perché all’epoca su Amazon non si trovava (adesso ) e quindi sono andata in una libreria, di quelle piccole che vanno salvate, di quelle su cui ce la meniamo perché hanno il libraio specializzato-mica-come-i-commessi-delle-catene-del-centro-quelli-vivono-a-mezze-giornate, me lo ricordo perché nella piccola libreria ci ho messo un quarto d’ora a far capire allo specializzato che no, il libro non era Feltrinelli, anche se lui era molto fiero di sapere che Feltrinelli era l’editore della signora, e no, se metteva Grazia Cherchi nel campo autore non l’avrebbe trovato perché non era il nuovo libro di Grazia Cherchi, Grazia Cherchi era perfetta ma era morta. Insomma, era settembre, e la volta precedente era luglio e avevo ordinato Scott Spencer perché sul Corriere l’aveva caldeggiato con aria assai convincente Piperno, e quella prima ancora era il dicembre 2014 e avevo comprato Yasmina Reza perché avevo letto un consiglio natalizio su Gioia, e considerato che Felici i felici è l’ossessione migliore che mi sia capitata negli ultimi anni forse quella quasi unica volta in cui ho seguito il consiglio di un giornale italiano ne vale almeno dieci. Ma non possono essere solo due volte l’anno, orsù. Quindi stasera su Amazon – che a parte quella volta nella libreria ad alto tasso d’indipendentismo culturale è l’unico posto in cui compri libri – ho utilizzato la temibile funzione «ordini degli ultimi sei mesi», per poi procedere a ricostruire quanti italiani ho comprato, e quanti stranieri, e chi fosse stato a farmeli comprare.
Gli acquisti italiani e le di essi ragioni si dividono così: due perché avevo conosciuto gli autori; uno perché è uno di quelli i cui libri si comprano appena escono (Ammaniti); uno (Corrias) perché avevo letto un’anticipazione su Vanity Fair ed ero curiosa di sapere se il produttore cocainomane fosse quello che sembrava in quell’estratto; uno perché me ne aveva parlato un’amica; cinque perché c’era un’offerta sugli Adelphi; uno perché ci si sdilinquivano tutte le più sceme che conosco (si è rivelato perfettamente all’altezza delle aspettative: le sceme sono molto più affidabili dei giornali, e hanno un debole per i romanzi che sono tali e quali alla chick lit tedesca pubblicata da Salani negli anni Novanta ma non sanno di esserlo e ritengono di potersi dare un tono giacché pubblicati da editori prestigiosi e – quel che più conta – scritti da uomini che, se si tratta di divagare, parlano di jazz invece che di cellulite); uno perché mi piaceva il titolo (l’ultimo Nori); due perché era morto Scola (due sceneggiature); uno, un classico americano, perché avevo letto qualcosa a proposito della traduzione che ne aveva fatto Pavese (non ricordo dove, ma direi proprio che conta come consiglio italiano,magari era una discussione su Facebook ma attribuiamolo ottimisticamente a un qualche giornale: con il Corrias di Vanity fanno ben due); uno perché non trovavo la mia copia dentro casa (che è la principale ragione per cui compro libri: mi sembra incredibile che negli ultimi sei mesi sia capitato solo una volta); uno perché l’avevo buttato in un vecchio trasloco e ne ricordavo alcuni esilaranti passaggi e volevo declamarli a cena; uno perché avevo letto (su un giornale americano) che ne avrebbe fatto un film Muccino; due perché erano di Eco e io sono il genere di provinciale che compra i libri quando gli autori muoiono; uno perché un amico mi ha detto che nessuno è più gattamorta di Céline nei suoi epistolari (aveva ragione). Fanno ventuno acquisti di volumi in edizione italiana, dei quali quattordici di autori italiani e sette in traduzione, dei quali due (arrotondando per eccesso) dovuti alla kulturkritik locale.
Gli acquisti inglesi e americani si dividono così: uno dei miei tre libri preferiti del 2015 (Jon Ronson), che ho scoperto fosse stato tradotto e pubblicato in italiano solo dopo averne citato in un paio di articoli l’edizione americana, e fossi una mia lettrice penserei «questa lo cita in inglese per far la fanatica» ma il dramma è che nessuno in Italia aveva fatto sapere a questa che era uscito un libro così rilevante (il primo articolo che ho visto a proposito dell’edizione italiana è appunto uscito mesi dopo che l’avevo letto e metabolizzato e citato, ed era la traduzione dell’articolo d’un quotidiano inglese; l’articolo con cui l’avevo scoperto io era stato pubblicato nove mesi prima sul New York); uno perché aveva fornito lo spunto a un ottimo articolo sull’industria discografica pubblicato dal New York Times; uno perché avevo visto dei video dell’autrice (la correttrice di bozze del New Yorker, che sul sito del giornale spiega appunto cose di punteggiatura e affini per ossessionate come me); uno (l’autobiografia di Grace Jones) perché mi hanno chiesto di scriverne; uno perché lo citava il critico televisivo del New York; uno perché era impossibile non leggerne su ogni giornale americano (trattasi del libro di Shonda Rhimes, l’autrice di Scandal e di molte altre cose, che da quelle parti è oggetto d’un fanatismo che qui neanche la combinazione di Baricco e Volo); uno perché il New York ha intervistato uno dei più grandi sceneggiatori di tutti i tempi e leggendo l’intervista mi sono resa conto che dei suoi libri mi mancava quello su Broadway; due perché chiunque segua le cose di comicità americane sa che Mindy Kaling è molto meglio di ogni Dunham e Schumer (e infatti i suoi due libri sono ottimi, il che non si può dire di quello di Dunham; quanto a Schumer, esce ad agosto e vedremo, metto il mio pronostico in una busta chiusa); uno perché era uno dei consigli di Natale del Wall Street Journal; uno perché è il memoir di A A Gill, che è l’unica vera ragione per pagare l’abbonamento al Times nonché l’uomo che potrebbe scrivere anche la lista della spesa e io la leggerei; due perché parlavano di Jane Austen e ne avevo letto sul Guardian; uno perché l’autrice della mia serie televisiva americana preferita, The affair, l’aveva dichiarato fonte d’ispirazione; uno perché vari articoli americani lo dichiaravano il romanzo dell’anno o comunque uno dei romanzi di un qualche anno; uno perché era l’inaspettato bestseller la cui autrice i giornali inglesi intervistavano con la determinazione di chi aveva trovato la nuova Gillian Flynn (nel frattempo era uscito anche in Italia, La ragazza del treno: qui, sicuramente per mia distrazione, non ho visto un articolo che fosse uno, in compenso l’ho osservata restare in classifica non so più quante decine di settimane – e forse quanto a utilità della critica culturale basterebbe questo divario).
Sono solo sedici volumi (diciotto se contiamo i due ordinati stasera), quindi forse ho arricchito più l’editoria locale che quella forestiera (ma forse no: i libri americani e inglesi sono molto più cari, come d’altra parte i biglietti del teatro e del cinema e in generale i consumi culturali di paesi che, producendo cultura interessante, non sono poi costretti a dire «per favore cagateci, anche gratis, anche che semmai vi paghiamo noi per guardarci e leggerci»). Di sedici, però, sono dieci quelli che ho comprato dopo aver letto articoli a essi dedicati; e uno l’ho comprato perché il giornale coinvolto si è fatto venire l’idea dei video didattici; se anche sottraiamo arbitrariamente i quattro che ho comprato perché scritti da gente che scrive cose che mi piacciono per i giornali o per la tv, dobbiamo però includere nel conteggio finale il romanzo che è stato citato da un’autrice televisiva (conta come raccomandazione da pagina culturale in forma moderna). Non aggiungerò, per non complicare i calcoli, il Nabokov comprato sì in italiano ma solo grazie alla stampa straniera: l’Hollywood Reporter aveva scritto che Muccino ne avrebbe fatto un film. Lasciamo i due gruppi di acquisti separati. Fanno da settembre a ieri, per la squadra forestiera, dodici consigli di professionisti su sedici acquisti, mentre nel-paese-con-duemila-anni-di-cultura siamo a due su ventuno.
Qual è la morale? Ah, boh. Forse che oggi, fuori dalla fermata Garibaldi del metrò, distribuivano un certo quotidiano gratuitamente, e ieri ne distribuivano un altro, e né oggi né ieri ho visto nessuno fermarsi a prenderne una copia. Forse che moriremo tutti, almeno professionalmente, e nessuno ci rimpiangerà. Forse che non mi occupo abbastanza dei diritti dei lavoratori di Amazon o del regime fiscale delle multinazionali cattive. Forse che i libri fanno polvere. Forse che devo smetterla di essere così sensibile alle offerte Adelphi, gli scaffali Adelphi sono stracolmi in tutte le librerie di casa. Forse che la kulturkritik non basta e neanche Baricco può salvarci, ed è un sospetto che mi viene dal fatto che, quando Baricco stava in tv a incantare serpenti e universitarie raccontando romanzieri, trattava sempre – forse per evitare di sprecare un grandioso talento diffondendo opere vai a sapere se eterne – di romanzieri morti, e fare il figo coi romanzieri morti è come fare il figo nelle foto in bianco e nero: siam buoni tutti.

Nella primavera del 2012 stavo andando a New York a vedere Morte di un commesso viaggiatore. Un amico mi stava sfottendo, sarai fanatica che vai a New York per vedere una roba a teatro, e io dissi tutta seria: ho paura che poi muoia e di pentirmi di non esserci andata. Intendevo Mike Nichols, anche se di quella produzione lì è poi morto anche Philip Seymour Hoffman, ma questa sarebbe un’altra storia. Aggiunsi: che poi è coetaneo di Scola, e non so cosa mi strazierebbe di più. L’amico mi disse beh, ma Scola l’ho visto di recente ed era in formissima, direi che puoi stare tranquilla. Nichols è morto due anni dopo.

L’ultima volta che ho visto Ettore Scola è stata a una proiezione del suo film su Fellini, che poi non era un film su Fellini ma un film sul fatto che il Gassman della Terrazza era un autobiografismo scoliano: di me, di me, sto parlando di me (che è anche la frase che, se fossi onesta, farei mettere sulla mia lapide). È stato cortese e di mondo e galante e ha fatto finta di ricordarsi gli incontri precedenti, io intanto ero una specie di archetipo d’ogni goffaggine e inadeguatezza, e poi si è avvicinato un suo amico e guardandomi ha detto: gliel’hai detto che sei feticista dei suoi dialoghi? E io ho cercato un badile per sotterrarmi nell’atrio del cinema.

La prima volta che ho visto La terrazza non me la ricordo, ma ero piccola e avevo una cotta per Vittorio Gassman: se dovevo diventare una solita stronza era così che volevo accadesse, con quella magnificenza indomabile, con quella magnificenza nella meschineria. Non mi ricordo neanche le successive cento, in cui ero cresciuta e temevo di essere invece diventata Trintignant. Ma ricordo le ultime mille, in cui di volta in volta ero la Vukotic, la Colli, ma mai, mai la Gravina, e sempre, sempre Mastroianni.

L’ultima volta che ho visto C’eravamo tanto amati è stata un paio di settimane fa, lo mandavano su Rai 3, e avevo detto non mi fregate, avevo detto stavolta non lo guardo, poi ho detto accendo solo un minuto, e Gassman stava dicendo «Sceglieremo di essere onesti o felici?», e mi ha fregato un’altra volta. La sera un amico che fa l’autore televisivo fantasticava di metter su un programma in cui commentare il film, noialtri feticisti, e io ho detto che Scola sarebbe dovuto stare dietro una tenda come l’uomo segreto ad Harem, e abbiamo riso pensando ai modi meravigliosi in cui ci avrebbe insultati se gliel’avessimo proposto.

La prima volta che ho visto Scola era a metà anni Novanta, davo una mano a organizzare certe rassegne, e una sera proiettammo Una giornata particolare, e lui venne e parlò per un po’, ma ricordo solo che disse che era stata una fatica trattare con la Loren, non voleva essere così sciapa e dimessa; ricordo quello e che, nonostante non ci fosse nel sottoscala della mia immaginazione l’idea che potessero esistere cellulari che filmavano, restai con la sensazione che quel discorso avrei dovuto inciderlo in qualche modo.

Le persone cui voglio davvero bene sono quelle che sanno cosa sto citando se dico «Lasci stare i termini scientifici» o «Io nun mòro», «Fa ridere?» o «La zia Adriana è sempre così smaniosa»; non è una selezione della specie operata dopo un esame di feticismo scoliano, ma è andata così – in fondo non è più irragionevole che farsi piacere solo le bionde o le brune o le tifose di una qualche squadra.

Le persone cui vuoi davvero bene non sono quelle che cerchi più spesso o con cui passi più tempo o che conoscono le tue paturnie. Le persone cui vuoi davvero bene sono quelle che devi sentire subito quando ti arriva la più orrenda delle notizie in una stupida sera d’inverno, quando si ridimensionano tutti i «che anno di merda» che tutti hanno già speso per gli altri morti di gennaio (a una certa età muoiono tutti, muoiono in continuazione, muoiono con la determinazione di chi ti vuol far proprio diventare grande).

Non credo di avere mai rubato così tante cose da nessun altro autore. Ho costruito un intero personaggio su Elide Catenacci, e ci ho messo sei mesi a trovare un nome all’altezza, o almeno un secondo posto, perché “Elide Catenacci” non si batte, sta lì, tra i nomi con dentro tutto, come Blanche du Bois, come Gordon Gekko. Ho scritto migliaia di righe su «Eh, ma io no», sulla grazia feroce con cui Stefania Sandrelli stronca l’agonia tardiva e passeggera di Gassman. A un certo punto scrissi in un libro una frase convinta che fosse mia, una brillante pensata donatami dalla musa (vabbè), e poi mesi dopo rivedendo La terrazza mi resi conto che stava lì pure quella – come tutto.

Quel frammento di un’intervista fatta non so da chi su non so quale set, sta in un documentario su Gassman, ci sono loro due e Scola gli dice che quando la gente gli parla di C’eravamo tanto amati lo fa dicendogli «c’è Antonio, l’infermiere; Nicola, il critico cinematografico; e poi c’è Gassman». E Gassman ride sornione e compiaciuto e Scola gli dice che veramente non è un complimento, ma si vede che non ci crede neanche lui, che è un pochino innamorato anche lui di Gassman – non quanto Gassman lo è di sé, ma un pochino sì.

Una volta qualcuno mi ha chiesto come mai mi immedesimi sempre nei personaggi maschili, da che dipenda, come sia cominciata. Avrei potuto dire che Heathcliff è meglio di Catherine, che Rhett è meglio di Rossella. E invece ho detto: perché Gianni Perego. (Ma quello che me l’aveva domandato era uno cui non si poteva voler bene, ed ebbe la scostumatezza di chiedermi chi fosse, ‘sto Gianni Perego. Certa gente non si merita niente.)

Qualche settimana fa un’amica che a Scola era molto legata ha ricevuto una sua telefonata. Quando me l’ha raccontato le ho fatto un cazziatone, perché era in vacanza in un posto in cui prendeva male e allora lo vedi che per lui il segnale lo trovi. Lei ha detto ridendo ma un po’ seria: però era troppo amorevole, e ora ho paura che sia stata l’ultima volta che l’ho sentito. Io ho detto seria ma ridendo: non dire stronzate.

Stasera ho resistito mentre mi dicevano cos’era successo, e mentre lo riportavo a quelli cui voglio bene e poi anche agli immeritevoli, ho resistito senza guardare un pezzetto di film e senza versare una lacrima e senza fare nessuna di quelle cose che stigmatizzano quelli che ci spiegano quanto sono falsi i lutti pubblici nell’era dei social. Poi un’amica ha citato quel Mastroianni che ho imparato a riconoscere col tempo, quello che nella Terrazza chiudeva con la donna che amava e che aveva continuato a redarguire e inseguire molto più a lungo di quanto fosse accettabile, e lei neanche capiva perché smettesse di sfinirla, e lui diceva solo «Io credo che le epoche si chiudono così: all’improvviso». E allora ho iniziato a singhiozzare con quello sconquasso che hai quando ti guardi allo specchio e dentro ci vedi un’epoca che si chiude.

“Snuff” è una parola inglese che si usa per indicare l’estinzione lenta e ineluttabile di una candela. Secondo il saggio del ’94 Killing for Culture, gli snuff movie sono film che mostrano «l’uccisione di una persona, un sacrificio umano perpetrato per filmarlo e fatto poi circolare a scopo d’intrattenimento». La protagonista dello snuff movie non lo sa, ma deve morire – sennò non c’è il film.

Dieci giorni fa due tizi mi hanno inseguito dal cortile al cancello all’ascensore di casa. Sono entrata nel cortile ed erano già lì, all’interno di una proprietà privata che avevano preso per pubblico demanio – ma ci sono due portoni con tanto di chiave, è un equivoco in cui mi pare difficile cadere – o, più plausibilmente, che avevano deciso di invadere perché tanto non sarebbe certo stata una femminuccia a fermarli. Mi hanno inseguito, bloccando con la forza e impedendomi di richiudere prima il cancello che dalla mia abitazione dà in cortile, e poi le porte dell’ascensore. Non avevo idea di chi fossero, uno dei due aveva una telecamera. Il medico che qualche ora dopo mi ha sedata mi ha chiesto se fossero arabi (dev’esserci qualcosa di molto rassicurante nel poter circoscrivere la delinquenza a una specifica etnia), e a quel punto avevo finalmente più informazioni e ho potuto rassicurarlo: no, erano della tv, facevano un programma che si chiama Le Iene. Sì, va ancora in onda. No, neanch’io lo sapevo. Al dottore non ho potuto dare l’informazione principale, quella che avrei compreso solo l’altroieri.

Quando se ne sono andati, quando è arrivata la polizia, ogni volta che nei giorni successivi mi sono trovata a discutere del tema rispondendo cose tipo «sì, mi sono trovata un delinquente in ascensore, sì, chi l’avrebbe mai immaginato, Le Iene va ancora in onda, e probabilmente è colpa del nostro disinteresse se sono ridotti a fare comunicati con scritto che forse esploderà una bomba in diretta, dovremmo prenderli più sul serio come programma di denuncia, o almeno ricordarci che esistono» – ogni volta c’era un dettaglio che non mi tornava. 

Se vuoi filmare qualcuno o chiedergli qualcosa, anche (specialmente) senza il suo consenso, lo aspetti fuori dal portone. Nessuno può dirti niente, se sei in mezzo alla strada: sei molesto, ma non fuorilegge. Se invece deliberatamente violi una proprietà privata, rifiutandoti di allontanarti quando la persona che stai aggredendo te lo chiede, se oltretutto sei un uomo e entri con la forza nell’ascensore da cui ti sta cacciando una donna alta la metà di te, sei così dalla parte del torto che non puoi non sapere che ti arriverà una diffida legale. Perché mai decidi di rischiare di ottenere del materiale che non puoi legalmente trasmettere, se il tuo scopo è invece mettere in onda quelle immagini? (Metterle in onda, oltretutto, in un gruppo televisivo il cui principale programma pomeridiano ha come tema portante la stigmatizzazione del femminicidio. Devono essersi divisi i compiti tra reti: su Canale 5 gli uomini che ti aggrediscono sono bruti ingiustificabili, su Italia 1 sono giustizieri. Dev’essere l’etica dei canali dispari.)

Il dettaglio che non mi tornava l’ho colto domenica, quando – nonostante le diffide – Italia 1 ha trasmesso delle scene girate a casa mia. Mi sono resa conto di un particolare su cui non mi ero mai fermata a riflettere: hanno un microfono solo. Quelli che hanno più strumenti per capire la tv sanno che, come molti dei programmi che s’atteggiano a raccontatori di verità nascoste, Le Iene è un varietà: con tanto di stacchetti musicali, quell’espediente che serve per inserire il programma nella fascia Siae dei varietà, che garantisce diritti d’autore più alti a chi lo assembla. Gli spettatori più inattrezzati la scambiano per una trasmissione di tostissima inchiesta: che va a cercare gli efferati criminali (io) nei luoghi impervi (il mio ascensore), svela verità occulte che il paese ha diritto di conoscere (di che colore saranno i pavimenti al domicilio di Soncini) e fa domande scomode (in genere roba tipo «Ma non ti vergogni?»). Domande che però non prevedono risposte. L’inviato non è, per dirla in gergo tecnico, microfonato. Ha un solo gelato (il termine tecnico per il microfono che si tiene in mano), che serve a raccogliere le sue stesse arringhe. Certo, non avrebbe comunque senso rispondere a un programma che poi monterà le tue risposte per farti sembrare più scema di chi fa le domande, non conosco nessuno che tenterebbe di abbozzare una risposta a qualsivoglia domanda posta in simili condizioni: persino alla vincitrice di miss Italia sono bastati tre quarti d’ora nel mondo dello spettacolo per accorgersi che c’è gente cui semplicemente non si risponde, se non ci si vuole prestare a un montaggio assai creativo. Ma non è solo il montaggio (e il fatto che non si legittima un teppista elevandolo a interlocutore): è il microfono unico; la tua risposta non verrebbe comunque registrata, perché quell’unico microfono lo muove lui, decide lui se e quando avvicinartelo, e perlopiù serve a lui per il suo monologo; durante il quale, se provi ad accroccare delle repliche, sembrerai un pesce nell’acquario.

Quel che non avevo capito dieci giorni fa e so adesso, è che c’è una ragione per cui violano domicili, ed è che quel programma lì è fatto di piccoli snuff movie. Non è previsto tu risponda: è previsto tu soffra sotto quell’incombente minaccia che è una telecamera. Per strada potresti stare zitta, tirar dritto, non ti verrebbe la crisi di panico che di certo ti coglierà se ti entrano in casa. Se non violassero da subito ogni codice, il risultato non sarebbe altrettanto efficace come snuff movie – un genere che tanto più funziona quanto più ti agiti. Non che cambi qualcosa, saperlo: quelli che ti dicono «Dovevi fare come Cuccia» non tengono presente che Cuccia era per strada con il teppista che, quasi rispettosamente, gli camminava a fianco, mica in uno spazio chiuso con uno che gli sbarrava la strada; quelli che ti dicono «Dovevi fare come Cuccia», se si trovassero in casa uno sconosciuto che è lì per procurarsi un’agonia da filmare, passerebbero i sei mesi successivi sotto il letto a piangere abbracciati a Barbie Magia di Stelle. Non serve a niente conoscere la logica formale del set da snuff movie, ed è anche giusto che non serva, perché magari poi ti censuri e finisce che non fai il tuo dovere minimo, che è quello di prendere a calci uno che t’impedisce di entrare a casa tua dopo aver usato la forza fisica per introdursi nel tuo palazzo.

Però è stato interessante capire che in Italia si producono degli snuff movie, che vengono poi messi in onda su reti per famiglie: chissà se Piersilvio ne è fiero, chissà se ha pensato a un canale dedicato su Mediaset Premium, magari inverte la tendenza di mercato e in questa variante riesce a farsi pagare il porno, è un peccato mandare dei volenterosi in giro a fare i prepotenti spintonando femmine sole in cambio solo di qualche inserzionista di merendine, c’è tutto un bacino di potenziali abbonamenti che attende. Ed è stato illuminante rendersi conto che le convenzioni narrative sono fatte di piccoli dettagli: un microfono invece di due, e potrai fingere di non essere lì a cercare l’incidente. Ed è stato molto bello, stamattina, aprire Google News, e leggere il titolo «Guia Soncini aggredisce inviato delle Iene». Tizio sconosciuto entra con la forza in casa tua, e la notizia è che non gli hai offerto il tè. Scostumata. 

[a margine, è da stamattina che Twitter mi notifica che «Soncini» è trending topic – quella cosa che si vantano d’essere i programmi d’insuccesso – a causa del numero di appassionati che ci tengono a rimarcare in reiterati 140 caratteri quanto io sia cessa nel filmato in questione; inizio a farci l’abitudine, e mi preoccupo preventivamente: qualora la tua cessaggine smetta d’essere trending topic, mica smetterai d’essere un cesso?]

Alcune cose che ci sono in Nessuno si salva da solo

– Una coi denti marci perché a un certo punto è diventata anoressica perché i suoi compagni di scuola «facevano pensieri sessuali» su sua madre, ma sono marci solo quelli di sotto, perché al presente in cui è a cena coll’ex marito se li è già fatti rifare e quindi sono marci solo nei flashback che però son comunque un’abbondante metà di film e insomma è inutile che mettiamo due protagonisti bellocci se poi a una le mettiamo una dentatura da Orange is the new black, poi i mariti delle professoresse democratiche si schifano e si rifiutano di accompagnarle, i denti marci-ma-che-non-si-noti segnano il confine tra un botteghino più che decente e un arty movie.
– Un bambino che si prova i tacchi della madre e allora a un certo punto, in una scena in cui strillano come in una parodia dei Broncoviz dei vecchi film di Muccino, il padre dice alla madre che lei vuole il figlio gay perché così si sente intellettuale ma «i bambini non sono marmellate coll’etichetta, “mirtillo”, “finocchio”»
– Una pecorina* riparatrice della morte d’un criceto, insanabile trauma del nucleo familiare, che anni dopo Jasmine Trinca ancora ne fa un dramma mentre Scamarcio è tutto buon senso e spicceria («portarlo dal veterinario costa 50 euro, ricomprarlo ne costa 8»: non ho mai fatto il tifo per qualcuno quanto per Scamarcio in questo film, per tutta l’ora e quaranta in cui ho aspettato che Trinca facesse o dicesse una cosa, solo una, che non fosse da prenderla a schiaffi e mandarla a lavare le scale, che la rendesse sensata come protagonista di cui dovrebbe fregarmi qualcosa, che facesse o dicesse una cosa qualunque di qualsivoglia qualità)
– Una pecorina nel retro d’un furgone di palloncini, con l’animatrice della festa dei figli, che poi nelle scene successive si dilata in relazione (ettepareva) e nella più incredibile conversazione su una panchina (ma anche la più incredibile conversazione in assoluto) mai ascoltata, con lui che le dice d’averla convocata al parco per dirle che «quello di stamattina è stato il miglior pompino di novembre» e lei che risponde che a volte dorme in macchina sotto casa sua fantasticando di svegliarsi insieme e fare colazione. E lui a quel punto, invece di correre a controllare se il coniglio stia già bollendo, si mette a disquisire di preferenze sul cappuccino.
– Un aspirante qualcosa che dice «Bambini, papà ha un romanzo nel cassetto ma si vende a gialli e sitcom», sitcom che in Italia hanno un fiorente mercato proprio, dev’essere per quello che l’unica volta che lo si vede lavorare è alla riunione di sceneggiatura di una parodia dei Broncoviz (sì, di nuovo) della produzione d’un Malick italiano (anzi no, un’altra volta è in uno studio di X Factor, però dice che ai figli fa vedere Tyson «perché sono uno scrittore», qualunque Mailer significhi)
– Una sceneggiata senza senso da «Abbiamo visto Betty Blue e non ci siamo più ripresi» (che poi è la cifra recitativa di Trinca per l’intero film) perché lei incontra un amico del padre ad Anzio, amico del padre che poi è Ciavarro e che, invece di offrirle pizza fredda e birra calda, si offre appunto di sistemarle i denti essendo dentista. Ma tutto questo Scamarcio ancora non lo sa e quindi, degno sparring partner di Betty Blue, si mette a strillare che piuttosto che tradirla si taglierà il cazzo. Cosa che lei prontamente gli rinfaccia porgendogli le forbici nel mucciniano litigio di anni dopo. Careful what you promise per far scena.
– Una scena in libreria in cui lui le chiede che romanzi le piacciano, lei dice «le storie sospese, le persone che si sfiorano, forse non s’incontrano mai», e lui dice che vorrebbe avere due cazzi e usarli contemporaneamente.
– Una scena che non riesco a decidere se sia «il Pigneto visto da Castellitto», «La terrazza riscritta da Mazzantini», o solo «mamma, guarda, anch’io so girare come in Mariti e mogli», in cui gli amici sentendosi intelligentissimi cazzeggiano che Raskolnikov sia il protagonista di Crimini e misfatti e che Woody Allen abbia scritto Delitto e castigo e che la-nostra-generazione-non-abbiamo-inventato-niente e che siamo tutti remake e Ground zero e insomma: i dolenti eruditi di quand’eravamo bambini non torneranno più.
– Un monologo singhiozzante in cui per un minuto non si capisce una parola di quel che dice Trinca e le cola tutto, rimmel, kajal, moccio, singhiozzi, ma poi per il resto della cena è impeccabilmente truccata senza una sbavatura che sia una.
– Un Lucio Dalla che non c’entra un cazzo ma alla fine quella è l’unica scena bella, sarà perché Jasmine mangia il suo primo carboidrato.
– Una controscena che dura tutta la cena: un tavolo al quale ci sono Vecchioni e Angela Molina, e tu dici saranno loro da vecchi, vedranno la gente morta, e invece alla fine Vecchioni offre a Trinca e Scamarcio la scolatura della sciampagna ed escono chiacchierando, e in quattro battute passano dalla galleria Colonna a via Giulia, dove Vecchioni ha parcheggiato esattamente in mezzo alla strada e dice che ha un cancro e chiede di pregare per lui, e giustamente Scamarcio dice che non saprebbe chi pregare, al che quello sale in macchina dicendo «Nessuno si salva da solo», e Trinca folgorata dallo slogan da bestseller inizia a correre, sale una scalinata, crolla in ginocchio su una specie di sagrato e prega, solo che poi s’allarga la ripresa e quella non è una chiesa: è la Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

*sì, lo so che quella non è esattamente una pecorina, ma dice un amico mio che «pecorina riparatrice» vale l’imprecisione.

«E come dicono i soliti stronzi “quant’altro”» (di me, di me)

Gli costò sacrifici immensi, perché si sa come vanno le cose: la bella promessa diventata o in procinto di diventare solito stronzo comincia a lasciarsi andare, non rinuncia al bicchiere in più, alle cene in piedi comincia ad arraffare piatti di pasta sempre più invasivi, sicché alla fine non si ritrova solo drammaticamente stronzo, ma anche tragicamente provato nell’organismo fisico e nella mente, a disagio nei vestiti, con la cintura che tira sotto alla pancia adiposa, gli occhi venati di piccolissimi aneurismi per i troppi prosecchini, senza neanche un’oliva o una patatina, buttati giù nelle serate in terrazza, e goccioline di sudore che imperlano la fronte nelle notti romane di luglio. (E.B., 2006)

And a somewhat new year

Buon 2015 a tutti.

Agli italiani che si ostinano a scrivere lunghi status in inglese e non riescono mai a dirci che il gatto è sotto il tavolo senza infilarci tre svarioni di grammatica.
Ai maschi che voluttuosamente si autoscattano approfittando del fatto che le mogli son persone serie e non perdono tempo sull’internet e quindi non intervengono – come sarebbe loro dovere civile – dicendo loro «Ma nun te vergogni?»
Alle femmine che postano l’autoscatto senza trucco appena sveglia un po’ stropicciata, e ai commentatori di buona volontà che fingono di non notare che ci sono dietro novantacinque minuti di pettinino per separare una a una le ciglia mascarate, e matita opaca acciocché la bocca sembri naturale, e centoquattro tentativi in cui il Dyson nelle guance non aveva aspirato lo zigomo con la fotogenia giusta.
A quelli che non hanno mai fatto un giornale ma non passa giorno che non spieghino come si fanno a chi li fa, non hanno mai prodotto un minuto di tv ma loro sì saprebbero fare un Sanremo coi controcazzi, non hanno mai combinato niente di niente ma è solo perché in Italia non c’è meritocrazia.
Ai romanzieri e ai cineasti che si offendono se gli dici che il riscontro del pubblico qualcosina conta – ma mica si offendono per sé: lo fanno nel nome dell’arte.
A quelle che credono di volere che lui lasci la moglie, e neanche s’immaginano che crisi di panico e stagione di claustrofobia ne seguirebbe.
A quelli appena tornati da un paio di sabbatici su Marte, e che ora hanno paura che qualcuno sveli loro come va a finire Gone Girl.
A quelle che hanno un contratto per tot pezzi sul tema-femminicidio all’anno, e quindi ci fanno rientrare tutto, pure Gone Girl.
A chi in trent’anni di computer non ha ancora imparato a salvare prima di andare a dormire, e poi fa le scene madri quando nella notte crasha il file e sicuramente quelle ultime modifiche che avevo fatto avrebbero trasformato questa mediocre operina nel Grande Romanzo Itagliàno e come sono sfortunata.
A quelli che hanno fatto le classifiche dei migliori libri e film e serie televisive del 2014, e non ci hanno messo Starnone, e non ci hanno messo Birdman, e non ci hanno messo The Affair, e io ho tanta nostalgia di quando la libertà d’espressione si esercitava al bar, ai pranzi di Natale, davanti a uno specchio usando la spazzola come microfono.
A quelli che bisticciano sull’internet e una risposta su due la trascorrono ad autocertificarsi quanto siano scarse le repliche dell’interlocutore e quanto sia invece evidente la loro superiorità dialettica.
A quelli che se non gli rispondi al telefono, alle mail, ai messaggi, sei sempre tu che sei cafona, mai loro che non sono abbastanza interessanti.
A quelli rovinati dal Nanni Moretti di quand’era giovane, in finale con quelli rovinati dal Woody Allen di quando c’era Diane Keaton, e mica lo so chi vince.
A quelli che parlano coi cani, cui non sai mai come spiegare che no, non è che quelli poi crescono e tornano utili se non altro per pagarti una badante.
A quelli la cui idea di “vivere in un film americano” è: simulare partecipazione davanti al discorso di Napolitano.
A quelli che controllano chi li stellina, chi li rituitta, chi li mipiacia.
A quelli che danno dei soldi a qualcuno perché spieghi a un’azienda come essere incisivi sull’internet, e quel qualcuno ha in genere un seguito sull’internet fatto di parenti e amici, e la sua idea di seminario innovativo è dire a una sala piena di dirigenti: «Il miglior posto per nascondere un cadavere è la seconda pagina dei risultati di Google»
A quelli (gli stessi, in genere) che danno dei soldi a qualcuno perché scriva un libro, aspettandosi che quel qualcuno venda tante copie quanti sono i suoi like su Facebook, ché si sa che mipiaciare e spendere dei soldi sono due gesti perfettamente intercambiabili.
A quelli che si offendono in quanto (in quanto romani, in quanto donne, in quanto giornalisti, in quanto elettori di sinistra, in quanto Scorpione ascendente Sagittario, in quanto vegani, in quanto clienti Ikea, in quanto ex lettori di Topolino, in quanto acquirenti di acqua minerale, in quanto utilizzatori di social network che spasimano per ottenere l’approvazione di Michele Serra.)
A quelli che sbagliano destinatario sextando.
A quelli che sbagliano destinatario insultando il capufficio.
A quelli che la moda è una frivolezza e il calcio invece è grande romanzo popolare.
A quelli che è sempre colpa di qualcun altro, e nei giorni dispari anche del destino cinico e baro.
A quelli che l’anno prossimo di sicuro si trasferiscono all’estero, perché qui sono proprio grandemente sottovalutati nei loro talenti e competenze, ma intanto stanno sempre qui, perché all’estero in effetti sarebbero valutati equamente, e quindi finirebbero a schiumare il latte da Starbucks.
A quelli che ogni Natale ci raccontano che hanno mangiato tanto, come fosse il primo Natale dopo la carestia, e ogni volta che escono ci raccontano quanti alcolici hanno bevuto, come fosse la prima sbronza a quindici anni.
A quelli che ritengono di notificarci il loro consumo di pornografia, convinti che ciò li faccia sembrare disinvolti uomini di mondo e non quindicenni senili.
A quelle che ritengono di notificarci che a loro la pornografia piace almeno quanto agli uomini, convinte che questo le faccia sembrare donne emancipate.
A quelli che ti scrivono, su internet, che stai sempre su internet.
A quelli che intervengono in una discussione su un programma televisivo per dire che guardate troppa tv.
A quelli che nei casi precedenti e in alcuni altri invitano immancabilmente a «uscire», evidentemente smaniosi di dimostrare che a soli quarant’anni hanno già le chiavi di casa e neppure un orario obbligatorio per il rientro.
A quelli che non hanno mai visto mezzo classico della cinematografia, o anche solo qualche puntata dei Soprano, che non hanno mai letto un grande romanzo, o anche solo Gay Talese che intervista Frank Sinatra, epperò sanno a memoria David Foster Wallace.
A quelli che da quando esistono le app hanno scoperto l’esistenza degli autonoleggi con conducente e delle case in affitto per le vacanze.
A quelle che riportano le frasi (geniali!) dei figli, in finale con quelle che postano in continuazione le foto dei figli (bellissimi!), e allo struggente rimpianto di quando ci toccavano le diapositive delle Maldive, che almeno potevi dire «ammazza che zozzeria» senza che si offendesse nessuno, ché la spiaggia non era mica sangue del loro sangue.
A quelli che ogni volta che salgono su un treno si lamentano del wifi.
A quelli che l’articolo imperdibile o il libro dell’anno l’ha sempre scritto un loro amico, ma sia chiaro che il loro è il giudizio oggettivo dell’intellettuale canesciolto.
A quelli che da grandi volevano fare i polemisti, e la loro infanzia sarà pure stata infelice ma mai quanto l’età adulta di noialtri cui capita di leggerli.
A quelli che «Io ti conosco», che in genere ti hanno visto due volte venticinque anni prima.
A quelle che credono nel dovere morale (delle altre) di pubblicare le foto in cui (le altre) siano venute peggio.
A quelli che spiegano le loro battute uno per uno a tutti quelli che non le hanno capite o apprezzate.
A quelli che ti spiegano le tue battute, senza averle capite.
A quelle che pur di non mettersi a lavorare compilano liste.

Che l’anno nuovo porti a tutti un barile di senso del ridicolo.

Something really interesting and sort of scary has started to happen with movies and with the theatre, and it is this. Figure Aristotele’s dead, that’s all over, ok, I don’t mind, I’ll go without him – but there’s deep confusion, especially with movies, between what the movie is about and the likability, or dislikability, of the characters. People now largely, especially the people who write about movies, judge the movie by whether they like the people! If a guy at the studio – and such things have happened to all of us – if a guy at the studio says «Listen, does Lady Macbeth really have to be so unpleasant and so ambitious? Can’t she be more of a role model for young women?» – no, no she can’t, because character is plot. And if somebody is ambitious, it makes a story: remember we’re here to tell a story?

(qui https://www.youtube.com/watch?v=KujfuA77Fig)

Quando Nora prese la Bastiglia

Il 14 luglio del 1989 sono successe due cose.
La più rilevante è che il tizio di cui ero innamorata si è trasferito a Parigi per fare il poeta maledetto (sì, a quasi diciassette anni ero innamorata di tizi così banali da trasferirsi a Parigi nel bicentenario di quella data lì, e così favolosamente borghesi da andare a poco più di vent’anni a fare il maudit per qualche mese e poi tornare, ché papà aveva fatto costruire una villa gemella vicino alla sua).
Quella di cui non mi sarei accorta per molto tempo è l’uscita americana di When Harry met Sally, che per i decenni successivi ci saremmo sdilinquite ad analizzare come l’inizio e la fine della commedia romantica moderna, dell’analisi sofisticata su Marte e Venere, della newyorkitudine fatta parametro molto prima di Sex and the city. Ma io tutto questo in quel luglio non potevo saperlo: avevo tutte le materie a settembre, e un figlio di papà che leggeva Baudelaire mi aveva appena spezzato il cuore, cosa volete che sapessi.

Un anno e mezzo dopo, era l’inverno tra il 1990 e il 1991. La data esatta non la so, figuriamoci, ma so che ero maggiorenne da poco, e so che era inverno perché indossavo un raccapricciante giaccone rosso con cappuccio, scamosciato e con contorni di pregiata pelliccia, e un gigantesco fiocco a chiuderlo. Una roba per la quale solo la cecità sarebbe giustificazione, ma d’altra parte non ci sono scelte estetiche della mia famiglia che abbiano altra spiegazione che la mancanza di molte diottrie (il giaccone era un entusiastico dono di mia madre, e io lo indossavo con grande zelo).
L’aneddoto preferito dagli amici di Soncini sulla giovinezza soncinica comincia quindi con un’adolescente scema che prende un treno in pieno inverno per andare a fare un’improvvisata al povero adulto che in estate aveva fatto l’errore di assecondare il di lei volersi infilare nel suo letto (quarantenne mette le mani addosso a diciassettenne! Degrado morale! Berlusconismo! State calmi: era prima di Berlusconi, erano i beati anni in cui Manhattan non era un film sulla pedofilia: c’è stato un tempo, ora pare incredibile, in cui, se proprio alle ragazzine andava di andare a letto con gli adulti, era un problema delle ragazzine, alle quali al massimo si faceva presente che si perdevano molto, a scartare i coetanei. Giuro.)
Prosegue con un treno che si ferma in mezzo alla campagna, un portone aperto come nelle soap, l’improvvisatrice che arriva alla porta ed è troppo tardi per trovare una scusa, un poverocristo che sbianca trovandosela davanti, una scema con enorme fiocco e cappuccio che trilla «Disturbo?!», un rassegnato poverocristo che apre di più la porta, indica il qualcosa di biondo davanti al televisore e dice «No, lei è Karen. Lei è Guia, la figlia di certi miei amici di Bologna. Vieni, ti offro una Fanta.»
La parte della Fanta è la preferita dai miei amici, che sono pur sempre italiani e abituati a one liner così scarse che una appena decente sembra già capolavoro (va detto che oltre che per la Fanta il nostro eroe involontario va lodato per le doti d’improvvisazione di quel «la figlia di certi miei amici», invece di sbiancare come il Renzo Montagnani medio in flagranza di terza incomoda).
Io invece a questo punto amo raccontare che l’amica Nicoletta (conosciuta in college, e da cui mi rifugiai per mancanza d’altri numeri di telefono milanesi da chiamare dalla cabina) mi portò da sua cugina a vedere Twin Peaks, e che quella è l’unica puntata di Twin Peaks che io abbia visto quell’anno (un’adolescenza di rifiuto dei consumi di massa, poi dice perché una diventa grande e non si stacca da Canale 5).
In complesso è anche il mio, di aneddoto preferito: rispetto a tutti gli altri, ha il vantaggio di non necessitare di nessun ritocco. Il qualcosa di biondo in accappatoio bianco e calzettoni beveva latte (sì: neanche nelle pubblicità dei biscotti) e neppure si voltò a guardarmi (cosa sei uno splendore biondo a fare, se devi tenere in qualsivoglia cale bevitrici di Fanta con cappuccio e fiocco).
Non ricordo quasi mai dove ho visto cosa per la prima volta, a parte poche eccezioni tipo Palombella rossa e Amarsi un po’ . E non so se avevo o no già visto il film, che mi risulta uscito in Italia quasi un anno prima. Magari ne avevo visti solo fotogrammi sui giornali (c’è stato un tempo in cui le adolescenti leggevano i giornali: mi ricordo ancora un articolo dell’Espresso sugli errori di doppiaggio di Il colore dei soldi, o cosa scrisse la Aspesi di Attrazione fatale. C’è stato un tempo in cui le ragazzine davano dei soldi a un edicolante. A raccontarlo oggi, non sembra neanche vero.)
Però so che Karen, in accappatoio, stava guardando un vhs di When Harry met Sally. Mi ricordo ancora, nel televisore sotto la finestra, il terrificante scalato gonfio di Meg Ryan, che all’epoca mi sembrava accettabile quanto il giaccone col fiocco. Non so se l’ho visto al cinema prima o dopo o mai: per me la mia prima volta con quel film è lì, in quel salotto milanese in cui ero l’intrusa che beveva Fanta in piedi.

Quando scrisse Harry, ti presento Sally, Nora Ephron aveva 47 anni. Credo la contasse come terza carriera, quando nel ’96 disse di averne avute quattro (e tre mariti), e che quindi nessuno come lei sapeva che si era sempre in tempo per cambiare vita (aggiungerei che non è mai troppo tardi per formarsi uno straccio di gusto: se non lo so io, che avevo un giaccone col fiocco).
La quarta sarebbe quella da regista, ché quel film lì l’aveva solo scritto, eppure abbiamo tutte da subito e per sempre deciso che era suo, che il regista lì non contava (riuscire con un solo film a realizzare quella supremazia dello sceneggiatore che Aaron Sorkin ci ha messo un’intera carriera a vedersi riconosciuta; e farlo con un film da femmine, perdipiù).
Il fatto è che Reiner l’avremo pure colpevolmente trascurato (qui c’è un ottimo studio di come la storia tra Harry e Sally stia nelle inquadrature quanto sta nei dialoghi), ma era inevitabile, perché la signora Ephron, che fin lì aveva vagato tra mariti e carriere, ha creato un campionario di citazioni citabili come prima e dopo era e sarebbe accaduto solo a Woody Allen e a Nanni Moretti.
Aveva inventato la sintesi perfettissima della lagna dell’amante («Hai ragione, hai ragione, lo so che hai ragione») e quella della gastrocrazia decenni prima di Masterchef («I ristoranti sono per gli anni Ottanta quel che i teatri erano per i Sessanta»), la diagnosi dei social prima che esistessero («Il senso dell’umorismo e il buon gusto sono due cose che tutti pensano di avere»), e poi «a parte», e la cucina etiope, e Charlie Chaplin che non riusciva a tenere in braccio i figli, e «prendo quel che ha preso la signora», e il litigio sul (mostruoso) tavolino da caffè, e non si può fare sesso grandioso con uno che si chiama Sheldon e – lo sapete, l’avete visto decine di volte, lo citate senza accorgervene. Perché quel film lì parlava di voi, anche se parlava di due ambiziosi trentenni newyorkesi e voi avevate diciassette anni ed eravate di Bologna, quella che in confronto pure Berlino è esotica.

Poi, dopo, c’è stato tutto. L’epoca d’oro della commedia romantica, i nostri vent’anni, l’infighimento di Meg Ryan, la scoperta da parte dei giornali tutti di ciò che Cosmopolitan sapeva da sempre: che gli uomini e le donne sono un grande tema. Un’inflazione di aspiranti noreephron e di commentatrici di costume più o meno scarse e di spiritosaggini sui sentimenti che vabbè, lo sappiamo pure noi che non siamo all’altezza, non infierite. Ma in principio, era quel film lì. Quello coi capelli gonfi di Meg e il solare lato oscuro di Billy e la madre del regista che assiste all’orgasmo da Katz’s e tutte quelle cose che hanno rovinato le sentimentali degli anni Ottanta come e più di quanto Annie Hall avesse devastato i ragazzi sensibili degli anni Settanta.

Era venticinque anni fa, ieri.

Quattro cani per strada

Alcune cose che ci sono in Noi 4:

  • Un’ingegnere che vive in Italia da almeno ventitré anni e parla come una badante arrivata da sei mesi.
  • Due figli cresciuti con una che parla come Ti spiezzo in due che hanno la calata di due cresciuti in casa di Verdone (gli attori del scìnema itagliàno so’ troppo ‘ntènzi per preoccuparsi di americanate quali cambiare accento: la Puglia di Ozpetek ha meccanici che parlano toscano, quella di Veronesi ha proprietarie di stabilimenti balneari che parlano romano, ché si sa che gli indigeni in Italia non han mica una dizione del posto).
  • Una bambina cinese cui i genitori non fanno frequentare italiani che parla un italiano precisissimo e del tutto privo di accento, cui la russa misteriosamente non chiede lezioni di dizione.
  • Un padre che parla come un fotoromanzo, al figlio «Ti fidi di me», all’ex moglie «Il ricordo di esserci amati».
  • Un amante che lascia un biglietto «13.30 Termini» e poi trasecola quando lei lo raggiunge convinta che la stesse invitando a partire insieme: cosa gliel’ha lasciato a fare, se non si aspettava che andasse? Voleva fare la tirata di Gassman su sentimenti e responsabilità ma poi si son dimenticati di sceneggiargliela? Lei avrebbe dovuto sandrellianamente rispondere «Lascia stare, magari mi rileggo questa» ma s’è distratta?
  • Una fricchettona che occupa il Teatro Valle ma alla fine ha l’aifò (all’inizio evidentemente no, visto che se deve leggere una cosa al buio usa l’accendino, like it’s 1986).
  • Un ristorante cinese scrauso in cui si spendono 43 euro in due.
  • Un salvadanaio (rotto il quale non si totalizzano comunque ‘sti 43 euro).
  • Gente che passa le giornate a fare su e giù dai Fori Imperiali, non si capisce se per farci capire quanto la vita era più facile prima che Marino pedonalizzasse, o se per rinforzare l’idea che i romani non facciano un cazzo tutto il giorno e quando si annoiano piglino la macchina per fare il giro dell’isolato (idea che non mi pare avesse margini di rinforzabilità).
  • Due ultraquarantenni che si agitano per un esame di terza media in modi che sembrerebbero eccessivi a qualunque terzamedienne.
  • Una trentanovenne che dimostra trentacinque anni che interpreta una quarantacinquenne che va da un chirurgo plastico spiegandogli che vuole rifarsi le tette perché, lavorando in un cantiere, è esposta da decenni alla pioggia e al vento donde il disfacimento (i famosi agenti atmosferici che hanno effetto sulle tette, mica sul contorno occhi).
  • Un chirurgo plastico che le dice che no, è ancora una bellissima donna e lui si rifiuta di rifarla – sarà capitato anche a voi, che gente che fattura rifacendovi vi scoraggi dal rifarvi.
  • Una scena mi-ammazzo-guarda-che-mi-ammazzo sul lungotevere che non solo fa pensare che quello che voleva far fallire le feste non era il peggio che potesse capitarci: fa addirittura rivalutare il suicidio-che-poi-era-bungee-jumping della Gerini in Tutta colpa di Freud (il scìnema itagliàno è quella cosa che, quando pensi che quel peggio lì non sia superabile, rilancia: ti tiene in continua tensione come solo certe relazioni disfunzionali).
  • Un programma di cui c’è già il dato di share ma non ancora la scenografia.
  • Una gita a Bilbao che è evidentemente l’unica cosa che la famiglia abbia mai fatto insieme, visto che è l’unico ricordo che separatamente tutti rievocano.
  • Un tredicenne che parla come una bibbia dei personaggi, ché se non troviamo di far capire come mai il padre non fa un cazzo tutto il giorno allora facciamoglielo dire al ragazzino, che è artista in quanto nobile sfaccendato, e la madre invece è «laureata col massimo dei voti»: è un po’ il tipico dato con cui un ragazzino racconta la madre, lo statino universitario.
  • Una sorella di nobile sfaccendato che, per significarci meglio il suo posizionamento sociale, ha una frezza bianca (e le crocs: sai, Roma, nobili fricchettoni, negli anni Novanta andavamo al Bar della Pace, le cameriere di quand’eravamo ventenni non torneranno più).
  • Una ventottenne che fa la parte della ventitreenne che occupa il Valle, e gli sdraiati del film di Verdone pure a occhio andavano per i trenta e lei faceva i gruppi di improvvisazione poetica, e io capisco che a Campo de’ fiori sembri normale ma insomma qualcuno liberi il scìnema itagliàno dall’idea di dover mantenere fino ai quaranta i figli con velleità artistiche, qualcuno dia un calcio in culo a ‘sti liceali in assemblea permanente fuori tempo massimo e li mandi in quel bar all’angolo dove da mesi cercano gente che serva ai tavoli. (Anche se capisco e apprezzo che per la faccio-cose-vedo-gente che ci meritiamo l’autore si sia ispirato alla vita dell’interprete come da lei descritta.)
  • Una scena in cui cantano in macchina, perché da grandi volevamo essere tutti Nanni Moretti e la nostra idea di “onestà intellettuale” è sottolineare quanto non ci siamo riusciti.
  • Un cialtrone di nessun fascino, perché da grandi volevamo essere tutti Dino Risi e la nostra idea di sceneggiatura è far venire agli spettatori una nostalgia di Vittorio Gassman da farli correre a piangere nei bagni del cinema.
  • Un cialtrone che va bene cialtrone, ma pure eiaculatore precoce?
  • Una ex moglie che comunque è contenta così, perché le donne del scìnema itagliàno sono come le sperano i maschi che le scrivono: che dicono vibranti frasi à la Cosmopolitan tipo «Non posso permettermi un altro uomo sbagliato nella mia vita» (Gerini nell’ultimo Brizzi); che stanno con uomini meno fighi, meno sani di mente e meno intelligenti di loro senza una ragione qualunque per starci (tutte le donne del Capitale umano); che vengono negli otto secondi che ci mette l’eiaculatore precoce a venire, e poi inseguono l’eiaculatore precoce fuori dal portone che il pubblico capirà tre minuti prima dei personaggi essersi richiuso, e in quei tre minuti di fotoromanzo Lancio con velleità da scìnema d’autore diranno cose come «Ci siamo amati, ci siamo odiati», e mai che parta un Baglioni quando serve.

L’invidia del fenicottero

Domani a quest’ora saranno stati già scritti un tot di editoriali su come tutti quelli che negli ultimi otto mesi hanno espresso opinioni riconducibili alla matrice «Ammazza che cagata il film di Sorrentino» l’abbiano fatto per invidia. Saranno meno di quelli che sosterranno la nuova (e persino più sbronza) linea interpretativa, ovvero «Non vi è piaciuto perché vi ci riconoscete troppo» (che somiglia molto a «Mi ama ma ha paura dei sentimenti che prova per me, per questo mi dice “Sparisci, sgorbio” ogni volta che mi avvicino»), e meno di quelli che lo vedranno come un segnale di rinascita del scìnema itagliàno (la rifondazione fenicottera), ma saranno comunque un bel po’.
E io sono qui, seduta sulla riva del divano, ad aspettare che passino per dar loro ragione.
Non perché ce l’abbiano in assoluto, ma sapete meglio di me che la parte della ragione è un concetto relativo; e questa storia dell’invidia, invece, sta diventando il vero tema dominante della nostra incultura, persino più del sestessismo.
È vicino il giorno – potrebbe persino essere già successo a qualcun altro mentre ero distratta, e vi prego di rendervi per una volta utili notificandomi eventuali episodi – in cui il cameriere cui direte che gli spaghetti sono scotti vi dirà che è tutta invidia. Verrà il giorno in cui li riporterà in cucina e il cuoco si rifiuterà di rifarveli perché «quella rosica» (i romani hanno questo virtuosismo nel peggiorare l’impeggiorabile: prendi una categoria fessa come «invidia», e assegnale una terminologia pure cacofonica).
Quindi, questo è il giorno in cui io rivaluto Sorrentino. Che ha fatto un film inguardabile, ma almeno ci ha (quasi) preso l’Oscar, e insomma il diritto a dire «invidia» se l’è conquistato. In un universo in cui, se fai notare al tizio in fila alla cassa veloce dell’Esselunga che però ha duecento pezzi, quello t’accusa di essere invidiosa perché ha finito la raccolta dei bollini per le pirofile prima di te, beh, Sorrentino sembra improvvisamente un lucido analista del dissenso, e i suoi «tutta invidia» dichiarati o pensati paiono del tutto ragionevoli.
Questo, quindi, è il giorno in cui io mi rendo utile. Compilando per tutti voi una lista di circostanze nelle quali potete dire che chiunque formuli una qualunque critica nei vostri confronti è invidioso. Se siete nella lista, fatevi pure stampare una maglietta con scritto «A’ rosiconi»; se non siete tra gli esempi citati, io vi avviso: vi rendete ridicoli.
Procediamo: casi nei quali è molto plausibile che in effetti, sì, gli altri vi invidino davvero.

Siete Aaron Sorkin: avete scritto la perfetta scena televisiva, la perfetta scena cinematografica, il disadattato che tutti vorremmo essere, la femminista che tutti vorrebbero scoparsi, e prodotto una quantità di citazioni citabili che forse giusto Woody Allen – e senza che vi abbiano mai accusato di molestie.

Siete Kate Moss: avete il guardaroba perfetto, il disfacimento perfetto, il curriculum perfetto, la fedina penale perfetta, il perfetto punto di silenzio di fronte a tutti gli «è ingrassata», «è invecchiata», «è tutto photoshop» e altre uve acerbe.

Siete Fabio Fazio: avete inventato il mainstream di sinistra così come lo conosciamo, quelli che vi criticano si farebbero togliere un rene senza anestesia per venire a piazzare un libro in un vostro programma, Berselli inventò per il vostro pubblico la sua più folgorante definizione, e a cinquant’anni, invece di scappare con una stagista, vi siete concessi il supremo lusso del vostro primo insuccesso.

Siete Nanni Moretti: siete Nanni Moretti, mica serve dire altro.

Siete Philip Roth: sono decenni che avete per io narrante la prostata, e ancora ci stracciamo le vesti perché non vi danno il Nobel, e ancora ci struggiamo se dite che non volete più scrivere (roba che quel povero Salinger è probabilmente morto d’invidia preventiva per le reazioni al ritiro), e ancora non siamo venuti a vedere il bluff. Che, crudelmente, svelerete ridendoci in faccia quando morirete, a centovent’anni e tra un’altra dozzina di libri.

Siete Jack Nicholson: vedi alla voce Nanni.

Siete Miuccia Prada: neanche mettendovici d’impegno riuscireste a fare una cosa brutta, irrilevante, poco interessante. Prosperate in tempo di crisi persino più che nell’età della ricchezza diffusa, fabbricate oggetti che fabbricano desideri che sono il contrario di ciò che sapevamo di desiderare e desideravamo desiderare, riuscireste a farci comprare persino stampe di giraffe, di fenicotteri, di radici.

Siete Martin Scorsese: come più recente atto di una carriera contenente taluni capolavori, avete fatto un film di favolosa grandiosità, di favoloso moralismo, di favolosa magnificenza, poi vi siete seduti sulle rovine della società e avete aspettato che vi dicessero che eh, però è diseducativo, però non si fa così, però ci andava l’avvertenza «non rifatelo a casa».

Siete Bruce Springsteen: vedi alle voci Nanni e Jack.

Siete Lena Dunham: vi hanno dato tre milioni e settecentomila dollari d’anticipo per un libro all’età alla quale molte di noi avrebbero preso come una fortuna il ricevere trecentosettantamila lire; ve ne state nuda in scena con tutta la disinvoltura del mondo avendo il doppio della cellulite di noialtre che abbiamo sprecato i migliori anni a dire «Spegni la luce»; avete un garbo e un equilibrio nella gestione del dissenso che molte di noi non raggiungono neanche passati i cinquant’anni.

Siete Fabio Volo: all’età alla quale il romanziere medio italiano sta pubblicando un’opera prima tirata in tremila copie, avevate incassato più diritti d’autore di quanti quello ne avrà accumulati in sette vite; quasi tutte le cose che fate hanno successo epperò le fate con un modo e un tono che rendono impossibile trovarvi antipatico; invece di una casa a Capalbio ne avete presa una a New York; piacete pure alle donne.

Siete Louis CK: avete il garbo di Lena Dunham, la precisione narrativa di Nanni Moretti, la rilevanza nel presente di Miuccia Prada, la capacità di produrre one-liner di Aaron Sorkin. E siete l’unico rossiccio che io abbia mai trovato sdraiabile, che mica è un primato da poco.

Siete Lorenzo Jovanotti: la mezz’età ha attutito quell’intollerabile bionditudine, l’incapacità di sbagliarne una (canzone, dichiarazione, idea, collaborazione) è sull’orlo della stucchevolezza, l’abilità a non farsi mettere in mezzo quando tutti ci provano è da studiare. Sarebbe tutto troppo, per fortuna la monogamia vi rende un po’ noiosi.

Ecco, il catalogo è questo. Prima di dire «tutta invidia», accertatevi d’essere uno di loro. In tutti gli altri casi, lo dico per il senso del ridicolo di tutti noi, prendete in considerazione l’idea che gli spaghetti siano scotti.