Quando Nora prese la Bastiglia

Il 14 luglio del 1989 sono successe due cose.
La più rilevante è che il tizio di cui ero innamorata si è trasferito a Parigi per fare il poeta maledetto (sì, a quasi diciassette anni ero innamorata di tizi così banali da trasferirsi a Parigi nel bicentenario di quella data lì, e così favolosamente borghesi da andare a poco più di vent’anni a fare il maudit per qualche mese e poi tornare, ché papà aveva fatto costruire una villa gemella vicino alla sua).
Quella di cui non mi sarei accorta per molto tempo è l’uscita americana di When Harry met Sally, che per i decenni successivi ci saremmo sdilinquite ad analizzare come l’inizio e la fine della commedia romantica moderna, dell’analisi sofisticata su Marte e Venere, della newyorkitudine fatta parametro molto prima di Sex and the city. Ma io tutto questo in quel luglio non potevo saperlo: avevo tutte le materie a settembre, e un figlio di papà che leggeva Baudelaire mi aveva appena spezzato il cuore, cosa volete che sapessi.

Un anno e mezzo dopo, era l’inverno tra il 1990 e il 1991. La data esatta non la so, figuriamoci, ma so che ero maggiorenne da poco, e so che era inverno perché indossavo un raccapricciante giaccone rosso con cappuccio, scamosciato e con contorni di pregiata pelliccia, e un gigantesco fiocco a chiuderlo. Una roba per la quale solo la cecità sarebbe giustificazione, ma d’altra parte non ci sono scelte estetiche della mia famiglia che abbiano altra spiegazione che la mancanza di molte diottrie (il giaccone era un entusiastico dono di mia madre, e io lo indossavo con grande zelo).
L’aneddoto preferito dagli amici di Soncini sulla giovinezza soncinica comincia quindi con un’adolescente scema che prende un treno in pieno inverno per andare a fare un’improvvisata al povero adulto che in estate aveva fatto l’errore di assecondare il di lei volersi infilare nel suo letto (quarantenne mette le mani addosso a diciassettenne! Degrado morale! Berlusconismo! State calmi: era prima di Berlusconi, erano i beati anni in cui Manhattan non era un film sulla pedofilia: c’è stato un tempo, ora pare incredibile, in cui, se proprio alle ragazzine andava di andare a letto con gli adulti, era un problema delle ragazzine, alle quali al massimo si faceva presente che si perdevano molto, a scartare i coetanei. Giuro.)
Prosegue con un treno che si ferma in mezzo alla campagna, un portone aperto come nelle soap, l’improvvisatrice che arriva alla porta ed è troppo tardi per trovare una scusa, un poverocristo che sbianca trovandosela davanti, una scema con enorme fiocco e cappuccio che trilla «Disturbo?!», un rassegnato poverocristo che apre di più la porta, indica il qualcosa di biondo davanti al televisore e dice «No, lei è Karen. Lei è Guia, la figlia di certi miei amici di Bologna. Vieni, ti offro una Fanta.»
La parte della Fanta è la preferita dai miei amici, che sono pur sempre italiani e abituati a one liner così scarse che una appena decente sembra già capolavoro (va detto che oltre che per la Fanta il nostro eroe involontario va lodato per le doti d’improvvisazione di quel «la figlia di certi miei amici», invece di sbiancare come il Renzo Montagnani medio in flagranza di terza incomoda).
Io invece a questo punto amo raccontare che l’amica Nicoletta (conosciuta in college, e da cui mi rifugiai per mancanza d’altri numeri di telefono milanesi da chiamare dalla cabina) mi portò da sua cugina a vedere Twin Peaks, e che quella è l’unica puntata di Twin Peaks che io abbia visto quell’anno (un’adolescenza di rifiuto dei consumi di massa, poi dice perché una diventa grande e non si stacca da Canale 5).
In complesso è anche il mio, di aneddoto preferito: rispetto a tutti gli altri, ha il vantaggio di non necessitare di nessun ritocco. Il qualcosa di biondo in accappatoio bianco e calzettoni beveva latte (sì: neanche nelle pubblicità dei biscotti) e neppure si voltò a guardarmi (cosa sei uno splendore biondo a fare, se devi tenere in qualsivoglia cale bevitrici di Fanta con cappuccio e fiocco).
Non ricordo quasi mai dove ho visto cosa per la prima volta, a parte poche eccezioni tipo Palombella rossa e Amarsi un po’ . E non so se avevo o no già visto il film, che mi risulta uscito in Italia quasi un anno prima. Magari ne avevo visti solo fotogrammi sui giornali (c’è stato un tempo in cui le adolescenti leggevano i giornali: mi ricordo ancora un articolo dell’Espresso sugli errori di doppiaggio di Il colore dei soldi, o cosa scrisse la Aspesi di Attrazione fatale. C’è stato un tempo in cui le ragazzine davano dei soldi a un edicolante. A raccontarlo oggi, non sembra neanche vero.)
Però so che Karen, in accappatoio, stava guardando un vhs di When Harry met Sally. Mi ricordo ancora, nel televisore sotto la finestra, il terrificante scalato gonfio di Meg Ryan, che all’epoca mi sembrava accettabile quanto il giaccone col fiocco. Non so se l’ho visto al cinema prima o dopo o mai: per me la mia prima volta con quel film è lì, in quel salotto milanese in cui ero l’intrusa che beveva Fanta in piedi.

Quando scrisse Harry, ti presento Sally, Nora Ephron aveva 47 anni. Credo la contasse come terza carriera, quando nel ’96 disse di averne avute quattro (e tre mariti), e che quindi nessuno come lei sapeva che si era sempre in tempo per cambiare vita (aggiungerei che non è mai troppo tardi per formarsi uno straccio di gusto: se non lo so io, che avevo un giaccone col fiocco).
La quarta sarebbe quella da regista, ché quel film lì l’aveva solo scritto, eppure abbiamo tutte da subito e per sempre deciso che era suo, che il regista lì non contava (riuscire con un solo film a realizzare quella supremazia dello sceneggiatore che Aaron Sorkin ci ha messo un’intera carriera a vedersi riconosciuta; e farlo con un film da femmine, perdipiù).
Il fatto è che Reiner l’avremo pure colpevolmente trascurato (qui c’è un ottimo studio di come la storia tra Harry e Sally stia nelle inquadrature quanto sta nei dialoghi), ma era inevitabile, perché la signora Ephron, che fin lì aveva vagato tra mariti e carriere, ha creato un campionario di citazioni citabili come prima e dopo era e sarebbe accaduto solo a Woody Allen e a Nanni Moretti.
Aveva inventato la sintesi perfettissima della lagna dell’amante («Hai ragione, hai ragione, lo so che hai ragione») e quella della gastrocrazia decenni prima di Masterchef («I ristoranti sono per gli anni Ottanta quel che i teatri erano per i Sessanta»), la diagnosi dei social prima che esistessero («Il senso dell’umorismo e il buon gusto sono due cose che tutti pensano di avere»), e poi «a parte», e la cucina etiope, e Charlie Chaplin che non riusciva a tenere in braccio i figli, e «prendo quel che ha preso la signora», e il litigio sul (mostruoso) tavolino da caffè, e non si può fare sesso grandioso con uno che si chiama Sheldon e – lo sapete, l’avete visto decine di volte, lo citate senza accorgervene. Perché quel film lì parlava di voi, anche se parlava di due ambiziosi trentenni newyorkesi e voi avevate diciassette anni ed eravate di Bologna, quella che in confronto pure Berlino è esotica.

Poi, dopo, c’è stato tutto. L’epoca d’oro della commedia romantica, i nostri vent’anni, l’infighimento di Meg Ryan, la scoperta da parte dei giornali tutti di ciò che Cosmopolitan sapeva da sempre: che gli uomini e le donne sono un grande tema. Un’inflazione di aspiranti noreephron e di commentatrici di costume più o meno scarse e di spiritosaggini sui sentimenti che vabbè, lo sappiamo pure noi che non siamo all’altezza, non infierite. Ma in principio, era quel film lì. Quello coi capelli gonfi di Meg e il solare lato oscuro di Billy e la madre del regista che assiste all’orgasmo da Katz’s e tutte quelle cose che hanno rovinato le sentimentali degli anni Ottanta come e più di quanto Annie Hall avesse devastato i ragazzi sensibili degli anni Settanta.

Era venticinque anni fa, ieri.

Quattro cani per strada

Alcune cose che ci sono in Noi 4:

  • Un’ingegnere che vive in Italia da almeno ventitré anni e parla come una badante arrivata da sei mesi.
  • Due figli cresciuti con una che parla come Ti spiezzo in due che hanno la calata di due cresciuti in casa di Verdone (gli attori del scìnema itagliàno so’ troppo ‘ntènzi per preoccuparsi di americanate quali cambiare accento: la Puglia di Ozpetek ha meccanici che parlano toscano, quella di Veronesi ha proprietarie di stabilimenti balneari che parlano romano, ché si sa che gli indigeni in Italia non han mica una dizione del posto).
  • Una bambina cinese cui i genitori non fanno frequentare italiani che parla un italiano precisissimo e del tutto privo di accento, cui la russa misteriosamente non chiede lezioni di dizione.
  • Un padre che parla come un fotoromanzo, al figlio «Ti fidi di me», all’ex moglie «Il ricordo di esserci amati».
  • Un amante che lascia un biglietto «13.30 Termini» e poi trasecola quando lei lo raggiunge convinta che la stesse invitando a partire insieme: cosa gliel’ha lasciato a fare, se non si aspettava che andasse? Voleva fare la tirata di Gassman su sentimenti e responsabilità ma poi si son dimenticati di sceneggiargliela? Lei avrebbe dovuto sandrellianamente rispondere «Lascia stare, magari mi rileggo questa» ma s’è distratta?
  • Una fricchettona che occupa il Teatro Valle ma alla fine ha l’aifò (all’inizio evidentemente no, visto che se deve leggere una cosa al buio usa l’accendino, like it’s 1986).
  • Un ristorante cinese scrauso in cui si spendono 43 euro in due.
  • Un salvadanaio (rotto il quale non si totalizzano comunque ‘sti 43 euro).
  • Gente che passa le giornate a fare su e giù dai Fori Imperiali, non si capisce se per farci capire quanto la vita era più facile prima che Marino pedonalizzasse, o se per rinforzare l’idea che i romani non facciano un cazzo tutto il giorno e quando si annoiano piglino la macchina per fare il giro dell’isolato (idea che non mi pare avesse margini di rinforzabilità).
  • Due ultraquarantenni che si agitano per un esame di terza media in modi che sembrerebbero eccessivi a qualunque terzamedienne.
  • Una trentanovenne che dimostra trentacinque anni che interpreta una quarantacinquenne che va da un chirurgo plastico spiegandogli che vuole rifarsi le tette perché, lavorando in un cantiere, è esposta da decenni alla pioggia e al vento donde il disfacimento (i famosi agenti atmosferici che hanno effetto sulle tette, mica sul contorno occhi).
  • Un chirurgo plastico che le dice che no, è ancora una bellissima donna e lui si rifiuta di rifarla – sarà capitato anche a voi, che gente che fattura rifacendovi vi scoraggi dal rifarvi.
  • Una scena mi-ammazzo-guarda-che-mi-ammazzo sul lungotevere che non solo fa pensare che quello che voleva far fallire le feste non era il peggio che potesse capitarci: fa addirittura rivalutare il suicidio-che-poi-era-bungee-jumping della Gerini in Tutta colpa di Freud (il scìnema itagliàno è quella cosa che, quando pensi che quel peggio lì non sia superabile, rilancia: ti tiene in continua tensione come solo certe relazioni disfunzionali).
  • Un programma di cui c’è già il dato di share ma non ancora la scenografia.
  • Una gita a Bilbao che è evidentemente l’unica cosa che la famiglia abbia mai fatto insieme, visto che è l’unico ricordo che separatamente tutti rievocano.
  • Un tredicenne che parla come una bibbia dei personaggi, ché se non troviamo di far capire come mai il padre non fa un cazzo tutto il giorno allora facciamoglielo dire al ragazzino, che è artista in quanto nobile sfaccendato, e la madre invece è «laureata col massimo dei voti»: è un po’ il tipico dato con cui un ragazzino racconta la madre, lo statino universitario.
  • Una sorella di nobile sfaccendato che, per significarci meglio il suo posizionamento sociale, ha una frezza bianca (e le crocs: sai, Roma, nobili fricchettoni, negli anni Novanta andavamo al Bar della Pace, le cameriere di quand’eravamo ventenni non torneranno più).
  • Una ventottenne che fa la parte della ventitreenne che occupa il Valle, e gli sdraiati del film di Verdone pure a occhio andavano per i trenta e lei faceva i gruppi di improvvisazione poetica, e io capisco che a Campo de’ fiori sembri normale ma insomma qualcuno liberi il scìnema itagliàno dall’idea di dover mantenere fino ai quaranta i figli con velleità artistiche, qualcuno dia un calcio in culo a ‘sti liceali in assemblea permanente fuori tempo massimo e li mandi in quel bar all’angolo dove da mesi cercano gente che serva ai tavoli. (Anche se capisco e apprezzo che per la faccio-cose-vedo-gente che ci meritiamo l’autore si sia ispirato alla vita dell’interprete come da lei descritta.)
  • Una scena in cui cantano in macchina, perché da grandi volevamo essere tutti Nanni Moretti e la nostra idea di “onestà intellettuale” è sottolineare quanto non ci siamo riusciti.
  • Un cialtrone di nessun fascino, perché da grandi volevamo essere tutti Dino Risi e la nostra idea di sceneggiatura è far venire agli spettatori una nostalgia di Vittorio Gassman da farli correre a piangere nei bagni del cinema.
  • Un cialtrone che va bene cialtrone, ma pure eiaculatore precoce?
  • Una ex moglie che comunque è contenta così, perché le donne del scìnema itagliàno sono come le sperano i maschi che le scrivono: che dicono vibranti frasi à la Cosmopolitan tipo «Non posso permettermi un altro uomo sbagliato nella mia vita» (Gerini nell’ultimo Brizzi); che stanno con uomini meno fighi, meno sani di mente e meno intelligenti di loro senza una ragione qualunque per starci (tutte le donne del Capitale umano); che vengono negli otto secondi che ci mette l’eiaculatore precoce a venire, e poi inseguono l’eiaculatore precoce fuori dal portone che il pubblico capirà tre minuti prima dei personaggi essersi richiuso, e in quei tre minuti di fotoromanzo Lancio con velleità da scìnema d’autore diranno cose come «Ci siamo amati, ci siamo odiati», e mai che parta un Baglioni quando serve.

L’invidia del fenicottero

Domani a quest’ora saranno stati già scritti un tot di editoriali su come tutti quelli che negli ultimi otto mesi hanno espresso opinioni riconducibili alla matrice «Ammazza che cagata il film di Sorrentino» l’abbiano fatto per invidia. Saranno meno di quelli che sosterranno la nuova (e persino più sbronza) linea interpretativa, ovvero «Non vi è piaciuto perché vi ci riconoscete troppo» (che somiglia molto a «Mi ama ma ha paura dei sentimenti che prova per me, per questo mi dice “Sparisci, sgorbio” ogni volta che mi avvicino»), e meno di quelli che lo vedranno come un segnale di rinascita del scìnema itagliàno (la rifondazione fenicottera), ma saranno comunque un bel po’.
E io sono qui, seduta sulla riva del divano, ad aspettare che passino per dar loro ragione.
Non perché ce l’abbiano in assoluto, ma sapete meglio di me che la parte della ragione è un concetto relativo; e questa storia dell’invidia, invece, sta diventando il vero tema dominante della nostra incultura, persino più del sestessismo.
È vicino il giorno – potrebbe persino essere già successo a qualcun altro mentre ero distratta, e vi prego di rendervi per una volta utili notificandomi eventuali episodi – in cui il cameriere cui direte che gli spaghetti sono scotti vi dirà che è tutta invidia. Verrà il giorno in cui li riporterà in cucina e il cuoco si rifiuterà di rifarveli perché «quella rosica» (i romani hanno questo virtuosismo nel peggiorare l’impeggiorabile: prendi una categoria fessa come «invidia», e assegnale una terminologia pure cacofonica).
Quindi, questo è il giorno in cui io rivaluto Sorrentino. Che ha fatto un film inguardabile, ma almeno ci ha (quasi) preso l’Oscar, e insomma il diritto a dire «invidia» se l’è conquistato. In un universo in cui, se fai notare al tizio in fila alla cassa veloce dell’Esselunga che però ha duecento pezzi, quello t’accusa di essere invidiosa perché ha finito la raccolta dei bollini per le pirofile prima di te, beh, Sorrentino sembra improvvisamente un lucido analista del dissenso, e i suoi «tutta invidia» dichiarati o pensati paiono del tutto ragionevoli.
Questo, quindi, è il giorno in cui io mi rendo utile. Compilando per tutti voi una lista di circostanze nelle quali potete dire che chiunque formuli una qualunque critica nei vostri confronti è invidioso. Se siete nella lista, fatevi pure stampare una maglietta con scritto «A’ rosiconi»; se non siete tra gli esempi citati, io vi avviso: vi rendete ridicoli.
Procediamo: casi nei quali è molto plausibile che in effetti, sì, gli altri vi invidino davvero.

Siete Aaron Sorkin: avete scritto la perfetta scena televisiva, la perfetta scena cinematografica, il disadattato che tutti vorremmo essere, la femminista che tutti vorrebbero scoparsi, e prodotto una quantità di citazioni citabili che forse giusto Woody Allen – e senza che vi abbiano mai accusato di molestie.

Siete Kate Moss: avete il guardaroba perfetto, il disfacimento perfetto, il curriculum perfetto, la fedina penale perfetta, il perfetto punto di silenzio di fronte a tutti gli «è ingrassata», «è invecchiata», «è tutto photoshop» e altre uve acerbe.

Siete Fabio Fazio: avete inventato il mainstream di sinistra così come lo conosciamo, quelli che vi criticano si farebbero togliere un rene senza anestesia per venire a piazzare un libro in un vostro programma, Berselli inventò per il vostro pubblico la sua più folgorante definizione, e a cinquant’anni, invece di scappare con una stagista, vi siete concessi il supremo lusso del vostro primo insuccesso.

Siete Nanni Moretti: siete Nanni Moretti, mica serve dire altro.

Siete Philip Roth: sono decenni che avete per io narrante la prostata, e ancora ci stracciamo le vesti perché non vi danno il Nobel, e ancora ci struggiamo se dite che non volete più scrivere (roba che quel povero Salinger è probabilmente morto d’invidia preventiva per le reazioni al ritiro), e ancora non siamo venuti a vedere il bluff. Che, crudelmente, svelerete ridendoci in faccia quando morirete, a centovent’anni e tra un’altra dozzina di libri.

Siete Jack Nicholson: vedi alla voce Nanni.

Siete Miuccia Prada: neanche mettendovici d’impegno riuscireste a fare una cosa brutta, irrilevante, poco interessante. Prosperate in tempo di crisi persino più che nell’età della ricchezza diffusa, fabbricate oggetti che fabbricano desideri che sono il contrario di ciò che sapevamo di desiderare e desideravamo desiderare, riuscireste a farci comprare persino stampe di giraffe, di fenicotteri, di radici.

Siete Martin Scorsese: come più recente atto di una carriera contenente taluni capolavori, avete fatto un film di favolosa grandiosità, di favoloso moralismo, di favolosa magnificenza, poi vi siete seduti sulle rovine della società e avete aspettato che vi dicessero che eh, però è diseducativo, però non si fa così, però ci andava l’avvertenza «non rifatelo a casa».

Siete Bruce Springsteen: vedi alle voci Nanni e Jack.

Siete Lena Dunham: vi hanno dato tre milioni e settecentomila dollari d’anticipo per un libro all’età alla quale molte di noi avrebbero preso come una fortuna il ricevere trecentosettantamila lire; ve ne state nuda in scena con tutta la disinvoltura del mondo avendo il doppio della cellulite di noialtre che abbiamo sprecato i migliori anni a dire «Spegni la luce»; avete un garbo e un equilibrio nella gestione del dissenso che molte di noi non raggiungono neanche passati i cinquant’anni.

Siete Fabio Volo: all’età alla quale il romanziere medio italiano sta pubblicando un’opera prima tirata in tremila copie, avevate incassato più diritti d’autore di quanti quello ne avrà accumulati in sette vite; quasi tutte le cose che fate hanno successo epperò le fate con un modo e un tono che rendono impossibile trovarvi antipatico; invece di una casa a Capalbio ne avete presa una a New York; piacete pure alle donne.

Siete Louis CK: avete il garbo di Lena Dunham, la precisione narrativa di Nanni Moretti, la rilevanza nel presente di Miuccia Prada, la capacità di produrre one-liner di Aaron Sorkin. E siete l’unico rossiccio che io abbia mai trovato sdraiabile, che mica è un primato da poco.

Siete Lorenzo Jovanotti: la mezz’età ha attutito quell’intollerabile bionditudine, l’incapacità di sbagliarne una (canzone, dichiarazione, idea, collaborazione) è sull’orlo della stucchevolezza, l’abilità a non farsi mettere in mezzo quando tutti ci provano è da studiare. Sarebbe tutto troppo, per fortuna la monogamia vi rende un po’ noiosi.

Ecco, il catalogo è questo. Prima di dire «tutta invidia», accertatevi d’essere uno di loro. In tutti gli altri casi, lo dico per il senso del ridicolo di tutti noi, prendete in considerazione l’idea che gli spaghetti siano scotti.

1. Io l’analisi della sconfitta non la so fare.
Non perché mi manchi la bersaniana vagonata di senno di poi con cui spiegano quanto il fallimento fosse annunciato tutti quelli che lo spiegano quando arrivano i dati d’ascolto (ma se era così ovvio perché non l’avete detto il giorno prima invece che il giorno dopo? Se gli ospiti erano così evidentemente sbagliati perché non vi è bastata la lista dei nomi per decretare la fine del fazismo? Cos’è, la poetica dei buoi scappati? E comunque, se era tutto così ovvio, se anche un cieco capiva che sarebbero andati a sbattere, perché ci sono andati? Cos’è, Sanremo l’hanno fatto le uniche dieci persone in Italia per le quali non era lampante che fare Sanremo così avrebbe condotto al disastro? Ammazza che fortuna, tutti nello stesso gruppo di lavoro, e tutti i bravi fuori) – dicevo: non è che non sappia spiegare anch’io che le cose sono andate come sono andate.
È che ne sono sinceramente sorpresa. Io non sono abituata a me che mi faccio due palle e Fazio che non funziona. Io sono abituata a me che mi faccio due palle, e Fazio che trionfa. Sono abituata a guardare la tv e borbottare «mamma mia che orchite» la sera, e guardare i dati d’ascolto e borbottare «hanno sempre ragione loro» la mattina.

2. Da voi che invece la sapete fare, vorrei però sapere: ma perché l’anno scorso sì?
Non venitemi a dire «la formula nuova», lo sapete anche voi che è una stronzata. Nessuno si accolla venti ore di tv perché «è una novità», l’effetto-novità svanisce al secondo quarto d’ora. Perché l’anno scorso era tutto un trionfo? «Non fatevi picchiare» era meglio di «Gli amputati sono belli»? Verdi era meglio di Mozart? Bianca Balti era meglio della Casta, al netto di un pari numero di tizi che tengono a notificarci che loro direbbero a entrambe «Rivestiti e vattene», nella del tutto verosimile ipotesi in cui se le ritrovassero nel letto?
(Vale anche al contrario, eh: Crozza che fa Berlusconi chansonnier era peggio di Crozza che fa l’elenco delle bellezze italiane da sussidiario delle elementari? Io l’avrei fischiato più volentieri quest’anno, sapessi fischiare.)

3. Il percepitismo è tutto, e questo Sanremo era fottuto da martedì, quando ha iniziato a essere percepito come fallimentare.
Da lì in poi è stata inerzia, lo share così come le relazioni di coppia non si sposta mai dalla prima impressione. E a un certo punto persino Fazio ha evidentemente avuto la percezione di se stesso come di uno sconfitto, non importa se a ogni conferenza stampa ha continuato a dire che non andavano poi male, non importano (esattamente come nelle relazioni di coppia) le cose che diceva. Importa che ha fatto per una settimana le tre cose che fanno gli sconfitti: lamentarsi, spiegarsi, giustificarsi.
Si è lamentato poche ore fa, a Che tempo che fa, con una botta di paranoia che veniva voglia di abbracciarlo, che i due disgraziati sulla balaustra fossero «uno sgambetto» che aveva voluto fargli qualcuno (la Cia? Lucio Presta? Scientology?)
Si è spiegato ogni cazzo di sera per interi minuti, mettendo didascalie su didascalie a tutto, facendo la voce fuori campo delle proprie azioni, trasmettendo quell’insicurezza che solo le fidanzate che «ti piacciono le mie sopracciglia? Quale ti piace di più?» e solo i cineasti che «Avete scommesso sulla rovina di questo paese, e avete vinto.»
Si è giustificato anche quando non era richiesto: ieri sera era lì che diceva che «per il lavoro che fanno» i giurati di qualità conoscono la musica, fornendo bollini di qualità, certificazioni di chilometro zero e giustificazioni firmate dalla mamma a quelli che da giorni si lamentavano perché i giurati non erano musicisti o dj o critici musicali (sì, insomma: perché non erano loro stessi, quelli che non si sarebbero lamentati se in giuria ci fossero stati loro); stasera ha ritenuto di notificare al pubblico di Che tempo che fa che la sbronza di Stromae era una convenzione narrativa, non era ubriaco davvero, per carità, nel retropalco dei suoi festival solo centrifughe di sedano, niente di diseducativo come l’Aperol.

4. I critici però devono fare pace col cervello.
Quelli che l’anno scorso sì e quest’anno no. Quelli che se Scorsese non fa gli spiegoni «Questa è gente brutta e cattiva e mi raccomando non rifate a casa queste brutte cose da drogati» è un orrido immoralista, ma se Fazio fa gli spiegoni su etica ed estetica è pedagogico. I critici, e un po’ tutti. L’editoria. Il cinema. La sinistra. Tutti quelli per i quali fino a tre quarti d’ora fa esisteva *solo* la formula Che tempo che fa, facciamo fare un libro a Tizio ché siamo certi che Fazio ce lo inviti e così ci svoltiamo due ristampe, mettiamo Caio nel film ché è amico suo e si sa che un passaggio lì ti risolve il primo weekend. Avete scommesso sul fatto che esistesse solo il pubblico di Fazio, e avete perso. Mica vi ci ha costretto lui.

5. Pubblico di Fazio che peraltro è ben più fazista di Fazio, ben più attento alla presentabilità sociale e culturale dei propri consumi, ben meno laico nell’approcciare il concetto di pop – cosa che si ostinano a non capire quelli di cui al punto 4, quelli che pensano *qualunque* prodotto sia miracolabile da Fazio, quelli che non si sono accorti che la settimana dopo il passaggio da Fazio il libro di Francesco Piccolo quadruplica le copie vendute, e la settimana dopo il passaggio da Fazio il libro di Fabio Volo vende esattamente come prima.
Quindi, quando Fazio rivendica il proprio gusto nelle scelte artistiche e dice che lui Justin Bieber non lo ha chiamato perché a lui Justin Bieber non piace, «mi piacciono Cat Stevens, Stromae, Damien Rice», sta mentendo (escludo che abbia mai sentito Justin Bieber), sta dicendo la verità (se lo sentisse, plausibilmente non gli piacerebbe), sta facendo quello che fanno i capi (dire «la responsabilità è mia» invece di «e secondo voi se mi davano il budget io non chiamavo dei nomi più popolari?»), ma soprattutto sta rassicurando il proprio pubblico. Quello che già fa una certa fatica ad accettare la gag di Don Matteo. Perché, insomma, finché era Terence Hill inserito nella cornice à la Sergio Leone, vuoi mettere la legittimazione culturale, ma così, ecco.

6. E comunque hanno cinquant’anni.
Il problema che quella di Fazio sia una squadra di maschi, rimarcato in continuazione perlopiù da aspiranti autrici che loro sì saprebbero come ravvivare il prodotto, è un falso problema. Il problema, se vogliamo far finta che ce ne sia uno e che riconosciuto e tamponato quello tutto sia risolto, se vogliamo far finta che la tv di successo sia una formula identificabile, è che i signori di mezz’età non devono occuparsi del pop. Il problema è che in quel gruppo di lavoro lì non c’è un trentenne, e se ci fosse avrebbe troppa soggezione per essere utile. Siccome non c’è un trentenne – o anche solo uno sdraiato – che abbia l’autorità di dir loro «Ma cosa cazzo state dicendo, siete una banda di rincoglioniti fermi al Novecento», poi in conferenza stampa un giornalista chiede alla Littizzetto del flashmob, e lei dice – nell’anno 2014, quando il flashmob è un’anticaglia anche nella Locride – «è stata un’idea degli autori, che l’hanno visto su internet». L’hanno visto su internet e l’hanno riprodotto sul tivvù color.

7. Figuriamoci se difendo i Vieni via con Sanremo di Fazio io.
Io che volevo Anna Oxa.
Io che oggi Fiorello ha scritto su Twitter «Potrei portare una canzone» e ho avuto una botta di nostalgia per quel favoloso Sanremo in cui in effetti cantò e in cui la Koll era gelosa perché la Falchi si faceva notare di più con uscite tipo «Sotto la mia gonna sta succedendo di tutto», una botta di nostalgia che neanche per certi abitini a fiori dei vent’anni.
Io che la settimana scorsa guardavo con struggimento Vianello che cacciava dal palco Madonna.
Io che sono la fondatrice della mozione «La tv ha senso solo se è orrenda», figuriamoci se difendo la qualità. Poi però l’anno prossimo vi aspetto quando Carlo Conti gioca l’arma Cirilli. Voi che improvvisamente quest’anno avete scoperto che la tv più fa schifo e meglio è. Voi lowbrow dell’ultim’ora. Voi che come niente ricomincerete con il servizio pubblico e il canone e i contenuti. Vi aspetto sulla riva del fiume, per sputarvi in un occhio.

8. Siccome Fazio è Fazio, la sua è pur sempre l’esondazione dell’Aniene: minore.
Dice «mi sono rotto le palle» e già si sente teppista. Nel mulino che vorrei, esonderebbe davvero, lancerebbe via la cravatta, e farebbe la maleducata cosa di svelare che sono tutti ripieghi.
Ah sì? Non vi è piaciuto il festival? Sapeste a me, che volevo Jovanotti e mi son dovuto prendere Ligabue. Che volevo la grandiosità da Oscar e m’è toccata la medietà da Telegatto alla carriera. Che sono qui che ripeto da una settimana che è *la prima volta* che Ligabue viene a Sanremo sperando di ipnotizzarvi e che nessuno dica «E ‘sti cazzi, è Ligabue, mica Salinger: sta alla tv italiana in continuazione, sai che differenza tra una diretta dalla Liguria e una differita da Milano» – ed evidentemente funziona, perché nessuno di voi mi ha chiesto come mai continui a rimarcare ‘sta cosa come fosse chissà che evento storico, oltretutto in un festival nel quale c’era Baglioni, che è alcune centinaia di grandezze più popolare di Ligabue, e quindi o sono un ottimo ipnotista o voi siete delle pippe di critici.

9. Io capisco che la cultura della stand-up comedy non sia esattamente la nostra, come evidente dal fatto che Crozza ieri sera – invece di entrare, fare Renzi, e uscire, come avrebbe fatto un qualunque comico con uno straccio di autore sensato – ha trascinato per interminabili minuti un’apertura che alludeva al se stesso dell’anno prima (quello che panicò di fronte a due contestatori due, come un dilettante, e che quest’anno dà per scontato che in alcuni milioni si ricordino della volta in cui dimostrò di non saper fare il proprio mestiere, e apprezzino la simulazione d’autoironia); poi ha attaccato uno sterminato pippone-sussidiario che andava da “agricoltura e pastorizia” a “importante nodo ferroviario” passando per Caravaggio ma mai, mi raccomando, per un vivente (c’era stata la sfilata di Prada il giorno prima, una di quelle cose che non hanno bisogno della didascalia vedete-questa-è-la-bellezza, lo dico come suggerimento se volessero replicare il format “la bellezza è bella”); e infine Renzi l’ha fatto per due sciattissimi minuti finali.
Capisco tutto, però stamattina c’è stato un interessante momento-verità, in conferenza stampa, nel quale la Littizzetto, con tono che faceva presagire teste di cavallo, ha detto all’intervistatrice di Repubblica che lei non aveva mai detto di volersi prendere una pausa da Fazio, aveva semmai detto che la pausa devono farla entrambi perché lavorano troppo.
Fazio, che era collegato telefonicamente, col tono conciliante con cui un democristiano sa mascherare l’incidente diplomatico ha detto «ci mancherebbe», e poi ha spiegato che non esistono comici della grandezza di Luciana che facciano come lei trentadue pezzi l’anno più Sanremo, che quelli del suo livello fanno un numero ogni due anni.
Ecco: no. Al netto del fatto che i comici bravi in Italia non hanno voglia di lavorare (Corrado Guzzanti: sto dicendo a te), e al netto del fatto che abbiamo inventato il concetto di evento, che sarebbe il contrario della tv, per cui quelli bravi, tipo Fiorello, fanno in effetti quattro puntate ogni tot anni, non è vero. I comici bravi, nella tv dei paesi in cui la tv è una cosa seria, vanno in onda tutti i giorni. Certo, sono bravi. Hanno un repertorio, non dei tic. Non danno un’intervista a Vanity Fair la settimana scorsa con le stesse frasi, esempi, illuminazioni fintamente estemporanee che stanno in un’intervista a Repubblica del 2012. Non aprono Sanremo con una battuta su Clooney e il Nespresso che hanno fatto identica a Che tempo che fa due settimane prima. I comici bravi.

10. Il crollo di quattro milioni di spettatori tra la finale di un anno e quella dell’anno dopo non è inedito. Ne perse quattro milioni quello del ’91 (ettecredo: nel ’90 c’era dududù dadadà e il tuo nome sarà il nome di ogni città: mica si poteva competere); ne perse altrettanti il 1996 (Baudo-Ferilli-Valeria Mazza) rispetto all’anno prima, e chissà se dissero anche allora che era colpa della non-novità della formula, due anni di seguito Pippo con la bionda e la mora (ma era ovvio che l’anno prima fosse imbattibile, con «Sta succedendo di tutto sotto la mia gonna» ma soprattutto con l’archetipo di suicida dalla balconata, quello salvato da Pippo); ne perse quattro milioni il 2003 rispetto al 2002, con la stessa formula Pippo con la bionda e la mora (un anno Belvedere e Arcuri, quello dopo Gerini e Autieri, che poi son tutt’e due bionde ma vabbè); ne perse quattro milioni Panariello, quel festival ricordato perché la Cabello massaggiò i piedi a John Travolta [il contrario, mi segnalano: incredibile che non avessi memorizzato bene quella meraviglia di gag, non mi riconosco più], rispetto al Bonolis-Clerici dell’anno prima.

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Eppure il termine di paragone è sempre la Ventura. Anche l’altro giorno, in conferenza stampa, hanno rinfacciato a Fazio che i numeri fossero quelli dei momenti peggiori del festival, quando «c’era la Ventura e non c’erano neppure le case discografiche» (parlandone da vive). Ora, il percepitismo è tutto e figuriamoci se ci si può incomodare a guardare i dati, ma quello della Ventura non è mica il festival andato peggio. Le cifre dicono che il peggiore fin qui era stato quello del 2008, vinto da Lola Ponce e Gio’ Di Tonno (chiunque essi siano) e dimenticabilmente condotto da Baudo e Chiambretti. Chiambretti il quale in questi giorni ha distribuito parecchi arroganti consigli a Fazio a mezzo stampa. D’altra parte, se la memoria storica non funziona per la mancanza di sapienza scenica di Crozza, perché dovremmo ricordarci gli scarsi risultati di Chiambretti e chiedergli da che pulpito venga la sua predica. Però, ecco, io se fossi la Ventura darei una bella intervista dicendo che questo continuare a usarla come simbolo d’insuccesso è femminicidio, e pretenderei la prossima conduzione come risarcimento.

Quella del primo banco: la più carina, la più stuprabile

A me le scuse non piacciono, come metodo. Mi sembra vadano bene se dai un pestone a qualcuno in tram, o se arrivi in ritardo a un appuntamento ogni trecento. Ma se, come spesso accade, i comportamenti non sono accidentali ma dicono qualcosa di quel che sei, le scuse mi sembrano inutili, e le richieste di scuse dementi. Ho capito che Felici i felici era un gran libro quando, al primo capitolo, l’immedesimabilissimo marito si innervosisce coi lagnosi «Chiedi scusa» della moglie.

«Chiedi scusa» va bene, forse, per educare i cinquenni (non ne sono sicurissima, visto che nonostante il feticcio delle scuse i ragazzini che ci sono in giro sono ben maleducati), ma se sei un adulto che arriva sempre in ritardo o se mi pesti volontariamente, mi stai dicendo come sei fatto. Quando qualcuno ti mostra com’è fatto, credigli – disse una volta quella saggia miliardaria di Oprah Winfrey – e alla fine il punto è quello.
Se sei uno che arriva in ritardo, trova qualcuno che non se ne turbi più di tanto e frequentalo. Se sono una che sa che arrivi in ritardo, o smetto di frequentarti, o inizio a prendermela comoda anch’io. Oppure decido di inscenare un meccanismo da perfetta cretina: arrivare puntuale, aspettare, irritarmi, pretendere scuse.
E poi consolarmi dicendo che però s’è scusato, poverino. Però ha capito di aver sbagliato, poverino (lo rifarà la prossima volta, ricapirà d’aver sbagliato, eccetera in eterno). Però non è colpa sua, poverino. Però gli dispiace, poverino. Le scuse sono strette parenti, come arma di giustificazione di comportamenti orrendi, del senso di colpa, arma finale degli esseri umani più raccapriccianti con cui mi sia capitato di avere a che fare. Però si sente in colpa, poverino.
I poverino e le scuse e le buone intenzioni lasciamole alle scuole elementari. Che sono anche la penultima età (l’ultima sono le medie: al liceo già ti spernacchiano) in cui puoi dire «Ha cominciato lei» e «Ero ubriaco», ma su questo torniamo tra poco.

Quelli che scrivono sull’internet che ti farebbero questo e quello non sono pericolosi. Cioè, lo sono per il senso del ridicolo (il loro è mai nato, e al tuo attentano ogni volta che si connettono), ma non è che se t’incontrano ti fanno davvero questo e quello. L’ho scritto abbastanza volte da venire a noia persino a me che pure mi piaccio moltissimo (qui e qui, per dire le prime due che mi vengono in mente): se Chapman avesse avuto una pagina Facebook su cui sfogarsi probabilmente non avrebbe sparato a Lennon. Era il suo modo di farsi notare, e oggi ce ne sono di più comodi. Tipo comprare un libro di Augias e procurarsi un caminetto. Un caminetto, nel 2014: quanto devi essere smanioso di farti notare da Augias per trovare un caminetto? Gli tireresti le trecce, se solo fosse così carino da stare in classe con te in quella scuola media dalla quale si ostinano a non promuoverti.
Quelli che su internet scrivono che ti darebbero una ripassata loro, dicevo. Facciamo finta di non sapere che sono quelli cui poi nella vita non tira, perché è brutto rompere il giocattolo alle editorialiste dolenti che devono poter scrivere che sono soggetti pericolosissimi e «le donne sono sotto attacco»; facciamo finta di niente perché siamo delle signore ed è antipatico maramaldeggiare sulle disfunzioni erettili che hanno bisogno di affetto e di pubblicità progresso (e di una connessione wifi con la quale, almeno a parole, fare quello che ora ti sistema a colpi di nerchia).
Che gli uomini a chiacchiere te la facciano tutti vedere loro è meccanismo talmente noto che pubblicitari furbi hanno messo della cartellonistica per strada in cui c’erano donne con un fumetto da completare, e indovinate com’è finita.
È finita che ora c’è uno spot che dice che le donne non possono esprimersi perché, se scrivi «vorrei», qualcuno completa «del cazzo». Maggiùra. Che tu, pubblicitario, abbia scoperto questa cosa nel 2014 non mi dice che le donne non possono esprimersi: mi dice che le tue fatture non possono essere pagate.

Secondo me lo sa pure Laura Boldrini, che non sono affatto soggetti pericolosi. Figurati se non si è accorta anche lei che, se avessimo un euro per ogni volta che abbiamo visto uno sull’internet fare lo schizzinoso riguardo a una che nella realtà gli avrebbe detto «Sparisci, sgorbio», ci compreremmo Montecitorio per farne la nostra sala da ping pong.
Solo che, non avendo la libertà di noialtre cialtrone senza ruolo istituzionale, non può andare in tv a dire «Sì, tutti ‘sti minacciatori di stupro che poi non gli tira manco con l’argano, povere mogli, speriamo si consolino con l’idraulico». Deve dire che è tutto gravissimo e bla bla bla. E quindi ieri sera va in tv e dice che sono potenziali stupratori. Che tecnicamente è abbastanza esatto: se minacci stupro almeno il potenziale dovrò riconoscertelo, no?
E a quel punto succede quello di cui mi interessa parlare (disse lei dopo duecento righe di premesse, a un pubblico perlopiù svenuto dalla noia).

Io Claudio Messora non sapevo chi fosse. Non sto più dietro alle cose importanti, perdo pezzi del ricambio nella cultura popolare, non so più i nomi dei tronisti, figuriamoci se so chi è il responsabile della comunicazione dei Cinque Stelle. Poi, nella notte, ho scoperto tutto del suo periodo refrattario (qui, il commento a nome Byoblu, lo stesso nomignolo che usa su Twitter – incidentalmente: pochi parametri di valutazione sono più esatti di «un adulto che usa un nomignolo è un cretino») e altre meraviglie, ma fino a ieri sera non sapevo chi fosse. Fino a quando mi è comparso, rilanciato da qualcuno, questo:

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Ora, per come l’ho vista da subito io, c’è un solo modo di leggere questo tuìt. Una cosa del tipo «Gli uomini preferiscono le bionde (anche per stuprarle)» o «Gallina vecchia non fa buon stupro», se la devo sintetizzare con un tuìt anch’io. Le sta dicendo che non è abbastanza il suo tipo da venire stuprata. Cioè: sta dicendo che per lui lo stupro è una forma di apprezzamento. Un premio all’estetica. Un «Com’è quella?» «Stuprabilissima». Cose così.

Poi è successa una cosa curiosa. La serata proseguiva e, man mano che “Byoblu” s’incartava come sanno fare solo i cinquantenni cui l’internet andrebbe tolta per il loro bene, man mano che impapocchiava degli «ha cominciato lei» e rispondeva a delle obiezioni, ho capito che il problema non era mica lui.
Cioè, certo che il problema è uno che pensa di farti un piacere stuprandoti, mi pare ovvio che è un problema e che se lo vedo di notte nel mio quartiere faccio emettere un’ordinanza restrittiva e che se si avvicina per chiedermi l’ora urlo. Ma il guaio sono gli altri, e gli altri sono – sarà un caso – tutti giornalisti politici.
Per i giornalisti politici che ho visto stanotte interagire con lo stupratore gentiluomo, il problema è che questo caso umano è stato scortese con la Boldrini.
Cioè, nella costruzione del pensiero sintetizzabile in «troppo cozza per essere stuprata», secondo loro il problema è «troppo cozza». E quindi era tutto un «chiedi scusa», «so che non lo pensi», tutto un vocativo «Cla’» (va bene che in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti, ma cianciate tanto di Inghilterra e America: ce li vedete i vostri omologhi di lì a vezzeggiare con tono da buffetto uno che ha appena spiegato che lo stupro per lui equivale a un invito a cena?)
Quindi, vogliono che si scusi *con la Boldrini*. Non che stia lontano dalle loro mogli o figlie o sorelle o persino da loro stesse (una di quelle che gli chiedono di scusarsi col tono da prof benevola di bambino disadattato è una donna: le auguro di non essere il suo tipo). Non che mantenga le distanze, visto che quello che pensa dello stupro ne fa un soggetto socialmente pericoloso. Non che venga rimandato dalla madre che tardivamente dovrebbe provare a insegnargli la differenza tra un crimine e un corteggiamento. No: che chieda scusa alla Boldrini per averla valutata instuprabile. Cosa vogliono che le dica: «Signora, ero confuso, ora mi sono ravveduto e la trovo stuprabilissima» può andar bene?

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Lo trovano un problema di buone maniere. Lui, essendo scemo, non può che essere d’accordo, tra un «ha cominciato lei» e l’altro.

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E comunque ha cancellato, e insomma dai, quante storie, che accanimento: ha cancellato, siamo o no alle elementari? «Parola torna indietro» e non se ne parla più, mica che l’internet è scritta a penna, come dicevano in quel film.

 

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A me le scuse fanno orrore come meccanismo, dicevo. Comportarsi meglio e scusarsi di meno è l’unico principio cui desidero si attengano le persone che mi stanno intorno. Ma forse è solo perché mi circondo di adulti. Per dire: «Ero ubriaco» (e di vino bianco, poi) non la sentivo dalle medie. Persino allora, però, quando dicevi una stronzata e poi tentavi di giustificarla con la sbronza (che era almeno di vodka: eravamo più seri noi da adolescenti che ‘sta gente in andropausa), c’era qualcuno che ti diceva «In troppo vino troppa veritas».

 

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Nel frattempo, mentre scrivevo tutto questo, “Byoblu” ha fatto esattamente ciò che gli chiedevano: si è scusato *con Laura Boldrini*, casomai si fosse offesa. Non: si è ritirato nei boschi a studiare la differenza tra stupro e apprezzamento. Non: ha comprato un vocabolario e un codice penale per imparare a esprimersi senza sembrare completamente cretino oltre che criminale. No. Si è scusato con la Boldrini. Perché, diamine, non si dice a una signora che non è il tuo tipo.

Una volta ho lavorato per una femminista.
Nel senso: ho lavorato in una redazione che una tizia che viene citata come «femminista storica» veniva pagata per coordinare.
Nel senso: ho lavorato in una redazione particolarmente inefficiente in cui la più alta in grado era una che, dovendola citare sui giornali, indicherebbero come «femminista storica», non essendo garbato indicarla come «una che non sa fare niente e quindi ogni tanto gli amici del marito le danno da lavorare perché insomma ci conosciamo tutti e bisogna pur garantirle la sua dignità di donna» (non sarebbe garbato e sarebbe davvero troppo lungo per una didascalia).
Insomma a un certo punto mi presi un ceffone da un altro redattore, e stiamo parlando di tempi in cui non si cianciava di femminicidio a ogni frase sgarbata, ma neppure allora era tanto normale che ti prendessero a schiaffi sul luogo di lavoro. La reazione della femminista storica fu dirmi: «Eh però pure tu te le cerchi».

Tutto questo per dire che figuriamoci se mi meraviglio dell’odio delle femministe per le donne, un odio che difficilmente viene eguagliato da quello che può provare un uomo, o dall’ostilità che si prenderà il disturbo di articolare una donna che non faccia del cianciare di donne e questione femminile il suo specifico.
Tutto questo per dire che Femministe che odiano le donne è un saggio che comprerei, se qualcuna si decidesse a scriverlo, ma solo per trovarmi esempi prevedibili comodamente raccolti.
Non mi meraviglia particolarmente, quindi, che un sito femminista (vabbè) metta una taglia sugli originali delle foto di Lena Dunham per Vogue.
(Un giorno poi bisognerà anche analizzare la mole d’insofferenza che convoglia ‘sta ragazza. Non sarò certo io a difenderla mentre, all’età alla quale io e voi sì e no avevamo deciso cosa fare da grandi, piange seduta in un deposito di soldi,  però è interessante come test della personalità. La quantità di gente apparentemente sana di mente cui urge rimarcare che è una cosciona perlopiù malvestita ogni volta che esce una sua foto è imbarazzante, e il bello è che lo fanno col tono convinto di chi stia svelando una verità sin lì tenuta nascosta dai poteri forti. Fino al loro commento, Dunham era convinta di somigliare a Kate Moss, e ora si dispererà per la rivelazione del proprio coscionismo. Visto che tra paparazzi, scatti di scena ed eventi mondani esce una sua nuova foto circa ogni quindici secondi, devono essere difficilissime le vite di questi derelitti che borbottano convinti che, ah, come le piacerebbe essere magra, io lo so, io la vedo che preferirebbe essere una 40 ed essere qui, alla macchinetta del caffè all’open space. Voglio dire: avrebbe anche i ticket restaurant e la tredicesima, non capisco perché non si metta a dieta per raggiungere questi obiettivi.)

Non mi meraviglia neanche che, ottenuti gli scatti (che poi: saranno veri? Quanto ci mette, uno capace, a elaborare plausibilmente degli scatti uguali ma col vestito un po’ sceso?), li pubblichino corredati da un articolo di una il cui senso del ridicolo non si palesa quando si mette lì ad argomentare che scattare in studio sia parte della manovra di manipolazione perpetrata da Vogue ai danni del genere femminile, per venderci un sogno e privarci del nostro diritto a essere vere davvero (le femministe evidentemente pensano che essere sempre se stesse sia una buona cosa: come i concorrenti del Grande Fratello e i tronisti).
Giuro, c’è scritto davvero che spostare uno scatto fatto in studio sullo sfondo di una strada di Williamsburg e metterti *un piccione in testa* è parte di una manovra sciovinista. È chiaro che se vedi una su Vogue con un piccione in testa poi non vorrai più vincere il Nobel per la fisica ma solo aggirarti per Brooklyn con degli uccelli in testa.

Non mi meraviglia la faccia come il culo del tono «noi Lena la amiamo [e per questo ne sputtaniamo le tette più scese prima del ritocco che dopo], mica come quelle merde di Vogue che ne vogliono inibire i diritti di flaccida». Né mi meraviglierebbe scoprire che, se qualcuno diffondesse gli originali delle foto che mette su Facebook (sceglierà anche lei le più riuscite, no? Sarà sana di mente, almeno in quello), l’articolista Jessica Coen griderebbe allo stalking e al maschilismo e alla violenza sui suoi diritti di donna. Non mi meraviglia niente, davvero. Però ho una domanda.

Tutta la parte su Vogue che *impone* la propria visione ritoccata del corpo femminile a povere vittime mi pare non tenere presente che le signore in questione non sono redattrici di Jezebel: sono multimiliardarie dello spettacolo di fascia sufficientemente alta da stare sulla copertina del giornale più ambìto dalle multimiliardarie dello spettacolo. Hanno agenti, manager, assistenti, addetti stampa: tutta gente pagata da loro e con la quale i ritocchi vengono concordati. Hanno – ce l’ha persino l’ultima corista di Sanremo, non è che sia una cosa così d’élite – l’approval, cioè sul giornale cui danno l’intervista esce solo la foto che vogliono loro, nella versione che va bene a loro. Certo, se poi sono di quelle che sull’esseresestessismo e sulla scemenza di chi ci crede hanno costruito una carriera negheranno e diranno che gliel’ha imposto il giornale (ve la ricordate Kate Winslet su GQ?), ma questa è una versione dei fatti cui può credere la mia portinaia, non una che sta scrivendo un articolo sul servizio fotografico di un’attrice per Vogue e sui di esso retroscena, e che una ‘nticchia di familiarità col funzionamento dei media dovrebbe avercela.
Quindi, i casi sono due: sei davvero così impreparata e ingenua e insomma idiota da credere che ms Dunham – che potrebbe decuplicarti lo stipendio per lo sfizio di usarti come arredo da salotto – sia una vittima della dittatura dell’apparenza e in realtà avrebbe voluto tenersi il vestito che le faceva difetto nella foto, o stai tentando di farcelo credere perché pensi che siamo idiote noi?

aggiornamento: ecco, qualcuno (il New York, al solito) l’ha articolato meglio di me, e nel frattempo Dunham ha anche lei commentato la bizzarria dei passatempi catalogabili come femminismo.

Il capitale umano, quello che conteggia l’età, il reddito, e le buone maniere

Io l’attacco di panico di Paolo Virzì lo capisco.
Capisco che uno a un certo punto venga assalito dal dubbio che sì, va bene, le professoresse democratiche, il pubblico di Rai 3 che vuole sentirsi legittimato dal prodotto de qualità, l’engagement e tutta quella rava per tacer della fava, d’accordo, ha sempre funzionato, ogni volta che Fazio e Saviano facevano un programma da orchite poi il giorno dopo scoprivamo che avevano ragione loro, ogni volta che ti mettono le verdure-che-ti-fanno-bene sotto forma di orchestra sinfonica a Sanremo poi lo share li premia, ha sempre funzionato tant’è che io ormai ogni volta che mi annoio davanti al prodotto de sinistra neanche più dico altro da «Tanto hanno sempre ragione loro», hanno sempre ragione loro e sapranno quel che fanno; però capisco che a uno a un certo punto, col panico da vigilia, venga un sospetto devastante: e se invece no? Se volessero divertirsi? Se all’improvviso si ricordassero che il cinema è intrattenimento? Se anche quelli de sinistra fossero andati a vedere Zalone e l’avessero apprezzato (solo perché Maltese gli ha spiegato tardi che non dovevano, altrimenti non si sarebbero permessi, chiaro)? Se quest’idea di vendergli un biglietto di cinema non come «ve la spasserete» ma come «è importante per il paese per la consapevolezza p’a’a curtura» fallisse?
Io lo capisco. Però forse doveva pensarci prima.
Prima di fare un manifesto che manco Michael Moore, in cui il codice a barre è il simbolo del male.
Prima di concludere un film con un pensoso «Avete scommesso sulla rovina di questo paese, e avete vinto» (almeno l’avesse fatta attaccare a una tenda, mentre lo diceva), seguito dallo spiegone su cos’è il capitale umano e quanto sono cattive le assicurazioni che valutano le prospettive di guadagno e quindi se muore Beyoncé danno ai parenti più soldi di quanti ne darebbero a quelli di una sua colf defunta.
Prima di puntarci talmente tanto, su quella frase finale, da costruirci il trailer, da ripeterla in tutte le interviste, e io non riconosco l’esistenza del concetto di spoiler però insomma la cosa buona di quel film è l’ultimo sorprendente terzo, e se mi sveli il finale tanto vale tu mi dica «Non andarci».
Prima di costruirlo, il trailer, come un intervento dalla balconata di Santoro, con le scritte «abbiamo arrubbato il futuro ai nostri figli, siamo ricchi e shpietati» (ma senza quella ‘nticchia d’ironia che avrebbe permesso loro d’aggiungere «come il conte di Montecristo»).
Prima di non fermare Fazio, che davanti a lui leggeva una sua dichiarazione in cui, testuale, «Il comico da solo è stupido». Prima di non interromperlo, Fazio, dicendogli qualcosa, qualunque cosa che somigliasse a «No, scusa, se ho detto davvero questa trombonata dev’essermi sfuggita».
Prima di sceneggiare gli artisti ultraquarantenni coi poster (i poster!) del Living Theatre (il Living Theatre!) alle pareti, le segretarie dei ricchi con la carta delle acque «Evian, Perrier o Fiji?» (salvo poi versare da una bottiglia che non è nessuna delle tre), e gli spiegoni «Non so se vi è chiaro che vi stiamo parlando dei mali della società, ve lo didascalizziamo bene ché non ci fidiamo che la storia si racconti abbastanza da sola e non capiate che ci sono I CONTENUTI» (sono tre giorni che penso con gran divertimento all’eventualità di un trailer di Una vita difficile che dicesse «Ehi, questo film parla del disagggio contemporaneo e del male di vivere e della società capitalista che ci rende infelici» – o altri cliché a casaccio.)

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Io Paolo Virzì lo capisco, però se imposti tutto il tuo film e la relativa campagna (la narrazione, che il dio delle parole mi perdoni) così, poi non è che puoi pretendere che Natalia Aspesi ti salvi da te stesso. Mica è il tuo ufficio stampa, è una che riferisce quello che stai raccontando. Incidentalmente, è anche la più brava a fare quel che fa, la più letta e tenuta in considerazione dai lettori, e se dedica una pagina al tuo film, una intera pagina di benevola intervista (cioè: una cosa per la quale il tuo ufficio stampa accende taluni ceri a talune madonne), forse l’unica cosa che devi fare è ringraziare. Almeno in pubblico. Ché hai l’età dei datteri, fai ‘sto mestiere da cent’anni, e un po’ di uso di mondo è il minimo che ti si richieda. Ché l’essere di provincia smette di essere una scusa spendibile abbastanza presto: dopo l’infanzia difficile, ma prima dell’andropausa.

Cara Telecom, come va?
Annataccia, eh? Hai ben altri problemi che la soddisfazione della clientela, eh? Mi rendo conto. Non sono sicura che sia l’approccio giusto, ma mi rendo conto.
Ti scrivo per parlarti del buco nel muro di casa mia. E non come allegoria dei tuoi buchi di bilancio, delle finestre rotte di Rudy Giuliani, o dell’effetto che fa ascoltare Over the rainbow a un cliente coi coglioni già girati che sta aspettando un operatore che nella migliore delle ipotesi non gli risponderà mai e nella peggiore gli riattaccherà il telefono non trovando altra via d’uscita dal proprio non essere in grado di risolvere il problema.
Voglio parlarti del buco nel muro che mi hai fatto fare tu, per mettermi un’adsl che non aveva alcun bisogno di un buco nel muro, un’adsl che in sei mesi ha funzionato forse sei giorni.

Il buco nel muro è stato dopo il «Tanto è uguale» e prima dei «L’opzione da lei richiesta». Era luglio, direi. Era quando avevo deciso che Fastweb era troppo cialtrona, che in quell’appartamento ci voleva un’adsl funzionante, che il primo che mi rispondeva andava bene. La via vecchia, la via nuova, la padella, la brace: tutti quei calendari di Frate Indovino a casa di mia nonna, e non ho imparato niente.
Chiamo. Chiedo una fibra. L’operatore mi dice che c’è un’offerta sull’adsl semplice. Gli dico che voglio la fibra. Mi dice che mi chiameranno per darmi appuntamento. Mi chiamano, due giorni dopo. Dico che prima delle tre di qualunque giorno è impossibile. Mi danno appuntamento. Viene un tizio da solo. Si ferma sul pianerottolo, guarda in alto schifato, mi chiede se ho una scala (non se l’era portata, per dire quant’era intenzionato a fare il lavoro: così imparo a pretendere appuntamenti in orari ai quali la giornata lavorativa è chiaramente finita), mi dice che lì non ci sono i fili. Dico: ma è fibra, deve cercare la fibra. Mi dice che lui è lì per mettere un’adsl normale, «tanto è uguale», che bisogna andare in cantina, che è un lavoro per due, che arrivederci richiami e prenda un altro appuntamento.
Prendere un altro appuntamento non è affatto semplice: chiamando Telecom, bisogna inserire il numero assegnato all’utenza. Che evidentemente prima era di qualche azienda, per cui il risponditore automatico mi dirotta all’assistenza business, dove mi trattano come una che ha rubato il loro numero dall’agenda di Bill Gates. Non c’è modo di aggirare la questione, bisogna passare dal risponditore automatico che riconosce quel numero come utenza d’affari e tornare ogni volta al via senza ritirare le ventimila lire. Alla fine quasi mi metto a piangere. Alla terza telefonata mi suggeriscono di fare una nuova richiesta d’utenza. Dico «kafkiano». L’operatore pensa abbia detto delle cose brutte di sua madre, probabilmente.
Finalmente ho un nuovo appuntamento. Torna lo stesso che non aveva voglia, giorni dopo, con un altro e una scala. Le mie aspettative crescono: vuoi vedere che ce la facciamo. E ho perso solo due pomeriggi. Illusa. Non hanno voglia manco in due. Dicono che i fili sono introvabili. Faccio veder loro dov’era la scatola Fastweb, c’è ancora la macchia. Decidono che i fili sono nella tromba dell’ascensore, e che bisogna bucare il muro. Mi dicono di richiamare e prendere appuntamento quando mi sarò procurata un muratore, ma entro due giorni sennò la richiesta decade e bisogna farne un’altra. Tipo i commessi dei saldi che ti fanno comprare il golfino verde vomito con un terrorizzante «È l’ultimo».
Siccome sono scema, compro il golfino verde vomito. Cioè: trovo un muratore – in estate, a Milano, in meno di due giorni: forse devo candidarmi a governare il paese – e faccio bucare il muro.
Mi danno un altro appuntamento, un’ora e un giorno decisi da loro giacché io sono ormai stremata e prendo tutto, pure golfini verde vomito non della mia taglia. Dimenticavo il dettaglio: è una ditta esterna (Valtellina, mi pare si chiami: quanto a precisione e professionalità, ve li siete proprio capati, si direbbe a Roma; dio vi fa e poi vi accoppia, per il resto d’Italia), cui Telecom ha appaltato l’installazione degli impianti adsl. Un’ora prima del momento concordato, mi chiamano e mi dicono che purtroppo quel giorno hanno troppo lavoro e non se ne parla. Faccio una piazzata che sembro Valeria Marini con Pascal il pedicure. Chiamo anche la Telecom e, sciocca, non mi gusto il miracoloso fatto che mi rispondano – sebbene per dirmi che loro non possono comunicare con l’azienda esterna: solo segnalare il mio scontento. Chi ben comincia, e altri fratindovinismi.
Poi arrivano. Sono altri due, si vede che i miei svogliati soliti erano altrove impegnati a non installare niente. Nel giro di tre minuti prendono, senza neppure guardare il buco, i fili che stanno lì, esposti, dove sono sempre stati, di fianco al contatore dell’elettricità e sotto la fu scatola Fastweb, ci attaccano un modem, mi fanno firmare una cosa. Io dico: ma da lì Fastweb non prendeva mai, l’appartamento si sviluppa per il lungo, il modem è meglio metterlo a metà. Dicono che figurarsi. Se ne vanno lasciando il modem in mezzo all’ingresso, non fissato al muro, e dicendomi che tanto il filo è lungo. Riassumendo: c’è un buco nel muro, un modem volante davanti alla porta d’ingresso, un filo in cui chiunque inciamperà. Potrei affittare casa come scenografia per un Hollywood party versione sfollati.
Prevedibilmente, l’adsl non prende mai. Non dico fino a fine casa, in quello che sarebbe lo studio e dove servirebbe, o nel salotto subito prima. Neanche in camera, a cinque metri dall’ingresso. Prende in piedi nell’ingresso. In compenso il filo è ottimo come antifurto.
Comincia ad arrivarmi una busta al giorno di Telecom: di gran tempismo e utilità quelle che mi dicono che l’appuntamento è rimandato, di sicuro effetto «ma cosa cazzo» tutte quelle che mi annunciano che «come da me richiesto» sono attivi il tal e il tal altro servizio sulla linea telefonica. Vi ho detto che il telefono non lo volevo, posso mai avervi chiesto di attivarmi una tariffa sulle interurbane o una per vedere chi mi chiama? No, dico: chi mi chiama? Su un numero fisso? Che cos’è, il 1998?
A mia discolpa, vi ho pure chiamati. Un paio di volte. Invano. Se gli autori di Over the rainbow sapessero gli accidenti che si prendono loro e i loro eredi quando uno passa mezz’ora a sentire Chiara Galiazzo nella vana attesa di un operatore Telecom, capirebbero che non ci sono royalties che possano compensare il karma.
Vi ho chiamati poco, però. Perché non può diventare un lavoro, cazziarvi in modo che facciate il vostro lavoro. Non può essere un impegno per chi paga un servizio, far da badante a chi lo fornisce. Sarò io che sono pigra, viziata, e troppo capitalista, ma non ho intenzione di lavorare per farvi lavorare, e a fine mese di essere io che pago voi e non viceversa. Se vi avessi chiamati ogni giorno a quest’ora forse avrei l’esaurimento ma magari qualcuna delle utenze che pago funzionerebbe. Invece vi ho chiamati svogliatamente e poco per l’adsl che non va (senza mai riuscire a farmi neanche rispondere); pochissimo per il cellulare la cui linea sono più le volte che mi dice che non c’è copertura dati (in zona di 4G) di quelle in cui fa il suo dovere (sentendomi dire cose risolutive quali «provi a spegnere e riaccendere»); e quasi per niente per la chiavetta.
Per quella solo oggi, per l’esattezza. Sul vostro sito c’è scritto che i giga sono doppi per chi è utente Tim, mi sono en passant chiesta perché paghi da due mesi per la metà dei giga cui ho diritto, ho pensato che potevo dedicare a questa domanda due minuti. Ne ho trascorsi quattro prendendomi un cazziatone da un’operatrice che non solo non conosceva le tariffe ma non sapeva neanche leggere quel che c’era scritto sul vostro sito, e mi dava dell’analfabeta quando glielo leggevo io.

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Ora, cara Telecom: io lo so che non ha senso pretendere te ne freghi qualcosa dei singoli clienti. Voglio dire, io una decina d’anni fa pagavo bollette del cellulare di due o trecento euro, adesso ci sono delle tariffe che con dieci euro al mese mi danno più messaggi e telefonate di quanti ne userò, e pure tutto il traffico internet che mi serve. Capirai che differenza può fare nei tuoi bilanci a gruviera se porto i miei miseri dieci euro da un’altra parte.
(Peraltro: credo che siano 10, ma ogni volta che devo pagare qualunque vostra ricarica vado a caso, visto che dall’utenza on line non c’è modo di sapere quale sia la mia tariffa. Forse, se intuiste quella scissione dell’atomo che è mettere «paghi tot» e altre informazioni di base scritte sulla pagina cui accede il cliente, quello non dovrebbe chiamare il 119 per chiedere «Devo ricaricare ma non so quanto pago»: potreste avere la metà degli operatori col doppio delle competenze. Il doppio di niente è sempre meglio di niente.)
Dicevo: lo so che star dietro a ogni cliente perché i servizi che gli fornisci funzionino è antieconomico. Epperò: non te l’ho mica chiesto io. Ti sarai fatta due conti, e avrai deciso che con dieci euro ci guadagni comunque (non farmi pensare cosa questo voglia dire rispetto ai margini di profitto degli anni in cui ti davamo tutti quei soldi solo per chiamare il poverocristo di turno e chiedergli se ci amasse).
Non è che se una trattoria fa prezzi popolari poi ci aspettiamo che ci sputi nei piatti. Forse dovremmo, però non ce lo aspettiamo.
Non è che se un operatore del call center è pagato poco poi può pescinfacciare i clienti e riattaccargli il telefono come un fidanzatino delle medie e cavarsela con il nostro democraticissimo e sospiroso «Eh, ma però lo sai quanto guadagnano?» (cioè, siamo tutti molto di sinistra e naturalmente diciamo che è uno scandalo che li paghino così poco, ma altrettanto naturalmente pensiamo che, se non sono in grado neanche di rispondere in maniera educata e competente a «Nella vostra offerta c’è scritto che mi date 20 giga: perché me ne date solo 10?», proprio non si capisce in nome di cosa si debba retribuirli meglio.)

Cara Telecom, niente: ho un buco nel muro e qui non funzionano tre su tre delle utenze col tuo marchio. Buon anno anche a te, eh.

Harry ti presento Sally è del 1989, e contiene una delle più grandi verità che mai siano state enunciate: «Tutti pensano di avere buon gusto e senso dell’umorismo».
In agosto un tizio fin lì mai sentito del PD, Gianluigi Piras, si incartò in una polemica che a spanne possiamo riassumere in: Yelena Isinbayeva approva la posizione di Putin contro gli omosessuali, poi mitiga l’impopolarità della scelta dicendosi fraintesa; Piras scrive sulla sua pagina Facebook che per quanto lo riguarda possono stuprarla in piazza; che sia un’iperbole è chiaro a qualunque cretino dotato di un minimo di senso del tono dalla chiusa «Poi magari ci ripenso, magari mi fraintendono»; solo che il senso del tono è un anticorpo sempre più raro, il virus del letteralismo ha vinto, e Piras si deve dimettere visto che ormai è ufficialmente quello che ha incitato allo stupro della Isinbayeva.
L’altro giorno una tizia fin lì mai sentita, Justine Sacco, ha scritto un tuìt che diceva: «Sto partendo per il Sudafrica. Spero di non prendere l’Aids. Scherzo. Sono bianca!». Le conseguenze sono abbastanza note da essersene occupati anche i giornali italiani: la tizia è stata in volo un numero di ore sufficiente a rendere impossibile qualunque operazione di aggiustamento del tiro (damage control, lo chiamano gli americani), l’internet ha deciso che era razzista, l’internet ne ha chiesto la testa. La sua azienda l’ha licenziata: vige la sindrome zitella disperata adattata alla web reputation, quella per cui nessun’azienda risponde a un linciaggio che diventi trending topic (maledizioni che ci hanno lanciato sulla culla: vivrete in un’era in cui vengono presi sul serio i cancelletti del tuìtter) dicendo ai linciatori «Fatevi i cazzi vostri, decidiamo noi».
Più la massa ha le idee confuse, più quelle idee le strilla forte; più le strilla forte, più chi avrebbe il dovere di prendere decisioni in proprio ritiene invece di dover assecondare gli strilli. Più prosperano i manuali che suggeriscono di lasciar piangere i neonati senza filarseli, più convogliamo sugli adulti tutta la propensione ad assecondare i capricci.
In questo momento sulla mia bacheca Facebook ci sono almeno tre discussioni (me ne sarà sicuramente sfuggita qualcuna) su Justine Sacco, e mi è tornato in mente che, quando ci fu il caso Piras, dissi a qualcuno che il problema era, banalmente, che per fare una battuta del genere e non farti triturare devi essere Louis CK.
Cioè: devi avere le spalle larghe, la serenità di chi sa che non esistono battute razziste o violente (una battuta è una battuta: al massimo può non far ridere, ma non è un manifesto ideologico), ed essere nella posizione di dire «Oh, pazienza» se una folla se ne sente offesa.
Ci sarà sempre gente abbastanza scema da ritenersi offesa da una battuta (in genere è quella che ha una vocazione per l’appartenenza: si sentono offesi in quanto meridionali, in quanto cattolici, in quanto donne, in quanto rava e in quanto fava). E ce n’è sempre di più (la mia bacheca Facebook, ho scoperto con il divertimento degli entomologi, ne pullula) che appartiene a quel sottinsieme della scemenza che è il letteralismo. Non: che non si divertono a quella battuta. Non: che trovano quella battuta offensiva o fuori luogo o scorretta. I più da mungitura di ginocchia: quelli che non riconoscono una battuta come tale. (Probabilmente si offendono a ogni sms scherzoso ma senza faccetta sorridente che ricevono: una vitaccia, poveri.)
Se non sei afflitto da quello specifico genere di scemenza che è il letteralismo, se hai quella dotazione minima di senso del tono e di strumenti intellettuali bastante a riconoscere quella di Sacco come una battuta, ti rendi anche conto che il meccanismo comico (che può non farti ridere comunque, ma quella è un’altra questione) è tutt’altro che razzista: non è una battuta sulla razza, è una battuta su uno stereotipo razzista (quello per cui si pensa che si ammalino solo i neri – rendiamoci conto della tristezza di questo momento: sto spiegando la barzelletta; più triste di me solo Piras, che un mese dopo la battuta ha fatto coming out: non sono un violento incitatore allo stupro, sono un gay sensibile).
Se hai senso dell’umorismo (se ce l’hai, non: se credi di avercelo) lo capisci, siamo tutti d’accordo. Solo che tutti pensano di avercelo e non ce l’ha quasi nessuno. Solo che, appunto, i letteralisti sono ormai maggioranza: se non vivi su Marte te ne accorgi.
Se sei una pr (Justine Sacco era la pr di una società di media, un minimo di senso della realtà era richiesto dalle sue mansioni) e non uno stand-up comedian, devi sapere cosa ti puoi permettere e cosa no.
Se vivi nella realtà e non frequenti solo quattro selezionati amici, ti trovi almeno tre volte al giorno di fronte a gente che prende alla lettera le battute e risponde seriamente, alzi gli occhi al cielo almeno altrettante volte e ne trai delle linee guida su cosa sia ricevibile dal grande pubblico e cosa scateni gli schiantati. Poi puoi decidere di scatenarli, ma se lo fai non essendone consapevole sei imperdonabilmente fessa.
Fare una battuta del genere in America e non aspettarsi che scoppi un casino è come portarsi il fidanzato in un viaggio ufficiale nell’Italia della «kasta!» e non prevedere che ti prendano a urla di «autobbblù» e «privilegggi»: indice di così poca furbizia che in confronto Heidi, quella cui sorridevano i monti, era Richelieu.
Poi qualcun altro, qualcuno con più pazienza e ancora più tempo da perdere di me, dovrà analizzare come sia cominciato tutto questo.
Chi abbia fatto nascere quella dinamica immortalata nel 2006 in una scena di Studio 60: uno legge le stroncature su un blog, l’altro dice ma insomma chi se ne frega dei blog, perché te ne curi, e quello gli risponde che quegli schiantati dell’internet verranno ripresi dal New York Times, che così potrà dimostrare «che dà voce alla gente».
Quand’è che abbiamo deciso di far finta che la gente non sia del tutto inattrezzata ad avere un’opinione valida su molte delle cose su cui si esprime comunque (il diritto all’opinionismo da bar dovrebbe finire dove comincia il dovere di non prendere sul serio gli avventori del bar); e che il compito di chi sa qualcosa sia assecondarla, la gente, invece di dire «Taci e ascolta, ché magari impari qualcosa»; e che la gente non faccia perlopiù schifo. Chi è stato a cominciare, e se per caso non siano quelli contro cui poi la gente stessa non vede l’ora di rivoltarsi. Quando e perché abbiamo deciso di far finta che sì, tutti abbiano buon gusto e senso dell’umorismo.