scritto da Guia Soncini il 12 Maggio 2008, alle ore 08:45 »
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Aprire un rotocalco e trovarci la cotta di scuola assieme a una soubrette: presentano la prole.
Accendere una fiction e vedere in un ruolo minore uno completamente dimenticato di un’estate che è bene resti nel rimosso.
Assistere a una diretta elettorale e fare “celo, manca” con gli inviati nelle sedi di partito.
Andare a una serata strafiga e sentire la propria inadeguatezza trafitta dal minaccioso sguardo di uno del cui cognome mica si è certe, e capire solo la mattina dopo che lo sguardo significava “Se lo racconti alla mia ricca moglie ti ammazzo.”
Sentirsi vecchie.
scritto da Guia Soncini il 10 Maggio 2008, alle ore 21:14 »
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Conosco in eguale misura uomini gay e donne etero alle quali Marco Travaglio fa un sangue pazzesco. Fin qui avevo taciuto, perplessa. Certo, è antipatico: ma non basta l’antipatia, a fare un Max D’Alema. Tuttavia, sono appena stata folgorata vedendolo da Fazio: il fatto è che Travaglio ha sempre ragione - il che è effettivamente un afrodisiaco.
scritto da Guia Soncini il 9 Maggio 2008, alle ore 18:20 »
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Devo aver scritto da qualche parte che non ritenevo il campione di lettrici con cui venivo in contatto - quelle che conosco, o quelle che si prendono comunque il disturbo di farmi sapere che pensano del tomo - rappresentativo di alcunché. Bene: mentivo. Tre settimane dopo l’uscita nelle librerie, sono quindi in grado, con l’infallibilità di Mannheimer, di dirvi che, delle trentaquattro tipologie elencate, quelle più frequentemente incontrate dalle italiane sono lo Stronzo Carino e l’Allievo di Nietzsche.
Sorvolo sullo Stronzo Carino (ma vi dico solo che l’uomo che ha inventato la definizione, e al quale è dedicato il libro, non solo non rimembrava la propria geniale intuizione, ma neanche la capiva: si è fatto spiegare lentamente e scandendo le parole esattamente cosa significasse; urgono nuovi proverbi, in cui la perla e il porco coincidano nello stesso soggetto.)
Veniamo invece all’Allievo di Nietzsche. Che l’avessimo incontrato tutte mi era chiaro già prima di scriverlo. Su una cosa mi sbagliavo: il catalogo degli Allievi famosi, che pure era più ampio che per tutte le altre tipologie, non era esaustivo. Certo, avevo citato Big con Carrie; Gassman con la Sandrelli; Muccino con Jasmine Trinca; Battisti con la povera crista cui si rivolge in Prendila così; Ridge con Brooke (ma anche con Caroline, con Taylor… d’accordo, Ridge non è interamente colpevole della propria eterna ritornite: sono gli sceneggiatori di Beautiful che risparmiano sui personaggi, e il poverino con qualcuna dovrà pur accoppiarsi). Avevo altresì fatto presente che ci sarà pure una ragione se, quando lui non ritorna da lei neanche per sbaglio, neanche con una figlia di mezzo, quella diventa la più grande storia d’amore della storia del cinema. Credevo di aver esaurito il catalogo. Mi ero dimenticata dei denti stretti, dei difetti, delle botte d’allegria.
Il fatto è che, quando gli vengono bene, le canzoni di Ligabue sono tutte uguali. Non parlo della musica - quella è uguale sempre, ma se uno vuole sentire i Radiohead non è che si mette ad ascoltare Ligabue, no? - parlo delle parole. Le (migliori) canzoni di Ligabue raccontano sempre di una ex che era molto meglio di quella di adesso e lui ha tanta nostalgia e ho messo via questo e quello ma lo scatolone con dentro te proprio non mi decido a portarlo in cantina. A essere una donna di Ligabue, si ha un’unica, struggente certezza: che prima o poi quello torna. (Questo partendo dal principio che gli esseri umani che scrivono canzonette dicano in quelle canzonette la vera verità della loro vera vita, certezza che vi proibisco di confutarmi perché ci resterei peggio che quella volta di babbo natale.)
Insomma: l’avete sentita la canzone nuova? Ecco: secondo me non parla affatto della storia in corso. Sta solo tenendo un corso postuniversitario di eterno ritorno. Sei sempre così/ Il centro del mondo/ Il primo bengala sparato nel cielo quando mi perdo
Punti di non ritorno/1
Ho comprato una micropadella appositamente concepita per farsi un singolo uovo. Single egg, se preferite.
[nota: dopo, se proprio non ho di meglio da fare, mi occupo della curiosa questione che si sta dibattendo nei commenti qua sotto, ove invece di attenervi al tema del giorno - Come Christian Rocca spezzò il cuore a D'Alema - vi siete lanciati nella creazione del marchio orginale denominato "plagio amoroso"]
scritto da Guia Soncini il 8 Maggio 2008, alle ore 01:13 »
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Riccardo Cocciante diceva molte cose, ma non abbastanza. Quindi ho provato a immaginare altre similitudini. Nuovi abissi di disperazione. Inediti scenari di dolore.
Essere tristi come Candy quando Annie, ingrata dell’essersi l’amica finta una piscialetto, si lascia adottare mollandola sola alla Casa di Pony. Essere tristi come Ashley quando muore Melania (e quella scassacazzi di Rossella è ancora lì che lo tampina). Essere tristi come le spettatrici di E.R. quando Georgino se ne va (oltretutto fottendosene della gravidanza dell’infermiera Hathaway, manco per il parto torna, scostumato). Essere tristi come Roberta quando Amici lo vince Marco Carta.
Essere tristi come lo si è solamente avendo perduto quanto di più caro.
Essere tristi come dev’esserlo D’Alema, sconsolato e incredulo di non riscuotere la stima di coloro cui tiene tanto.
scritto da Guia Soncini il 7 Maggio 2008, alle ore 19:17 »
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Come se fosse la stronzaggine, il punto. Come fosse necessariamente un punto a sfavore. Insomma: ci sono cose che le leggi e dici “Bah”; ci sono cose che le leggi e dici “Carino”; ci sono cose che le leggi e dici: “Cazzo. Perché non l’ho scritto io?”
scritto da Guia Soncini il 6 Maggio 2008, alle ore 22:21 »
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Siccome siete un pubblico attento, sapete che non esistono le single: esistono le zitelle. Poi una può più o meno fingersi soddisfatta, più o meno proclamarsi sessualmente attiva, ma sempre zitella resta. A medio termine, parla coi gatti; a lungo termine, è Alda Merini. E, soprattutto, non c’è nessuno che le attacchi i pensili in cucina, le sincronizzi il videoregistratore, le porti su l’acqua minerale. Nessuno che lo faccia gratis, e trovare qualcuno che lo faccia a pagamento è difficilissimo, signora mia. Neanche i portieri son più quelli di una volta, quelli che se ne avevi uno non ti serviva un fidanzato (cfr. Charlotte York, modello comportamentale assai sottovalutato.)
Tutto questo per dire che ci sono momenti, nella vita di una donna sola, in cui essa donna sola prende in considerazione l’ardita ipotesi di riallacciare i rapporti con Ex Fidanzato Cattivo. No, non dipende dal fermento ormonale di stagione. È che c’è un aggeggio coi fili e le lucette da attaccare. No, non ho un attacco di spirito natalizio in anticipo: ho una Wii Fit. Sì, penso che con una consolle per videogiochi a bordo della quale darmi all’hula hoop diventerò una modella, e allora? Avete qualcosa da dire? Comunque: erano un sacco di fili. Li ho attaccati tutti. Ho messo il biadesivo per la barra direzionale. Ho infilato i pirulini nei buchi giusti. Ho spinto i bottoncini. Ho persino trovato il canale del televisore su cui si era sintonizzata senza chiedermelo. Perché io valgo, e la performance, e io-non-ho-bisogno-di-te-mi-basto-sola (avrei dovuto insospettirmi, d’altra parte quella poche canzoni più in là era dentro un taxi nella notte e aveva freddo e non sapeva dove - vabbè.)
Essa consolle - anzi: entrambe, quella di base e quella che farà di me una modella - funzionava. Rispondeva ai comandi. Aveva tutte le figurine al posto giusto ed era pronta a crearmi un profilo. E io mi sono lasciata misurare, bilanciare, promettere assistenza per mesi e mesi di remise en forme. Il programma per la serata era di terminare l’incontro con la mia allenatrice virtuale, raggiungere il computer, e scrivere qualcosa che suonasse più o meno “Installarsi la Wii Fit da sola: priceless”. Poi quell’arnese infernale mi ha comunicato, visto l’equilibrio e il baricentro e forse anche le sinapsi, che la mia età Wii è di 47 anni. Ho staccato tutti i fili, e sono andata in un bar per single.
Ambire al grande pubblico incolto.
Andare fortissimo coi recensori di nicchia.
scritto da Guia Soncini il 4 Maggio 2008, alle ore 22:49 »
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Ora voi penserete ch’io abbia fatto finta. Che quando a cena tutti commentavano i redditi di tutti, e mi dicevano di aver passato la giornata a cercare Tizio e Caio negli elenchi, e di sapere esattamente quanto avessi guadagnato io, nel 2005, voi penserete che io mentissi, mentre rispondevo che proprio non capivo il punto: conoscere i guadagni degli altri mi interessa poco quanto conoscere le loro vite sentimentali - mi importano i miei, di soldi e di amori. Giuro che non mentivo. Ero solo un po’ imbarazzata per i miei scarsi profitti e perché temevo pensassero che non fosse vero che la mia Birkin era il frutto di debiti (chi s’indebiterebbe per i propri proventi di un paio di mesi per una borsa? un sacco di gente, ma nessuno seduto a quel tavolo), temevo la scambiassero per una volgare imitazione, giacché l’unica seria alternativa era crederla il regalo di un amante facoltoso, e si sa che io ho un debole per gli spiantati. Si sa, ma io non sapevo quanto.
E dire che l’ho sempre saputo, le prove stanno a pagina 101 (Il Marito dell’Ambasciatrice, caso ideale di uomo lieto di essere il numero due della Patty Hewes di casa), nonché in migliaia di discussioni avute negli anni: il maggior fattore di crisi per le coppie nel ventunesimo secolo è la competitività economica e professionale. Lui può sopportare che tu sia più carina più intelligente persino più scopante, ma non più ricca e affermata. Lo sanno tutti (anche se non vogliono ammetterlo): storie così magari cominciano, ma poi non durano. E non è sempre il caso di dare la colpa alle ambizioni femminili, suvvia. A volte bisogna guardarla da un’altra prospettiva. Non ero io che ero ricca: erano loro che erano troppo spiantati persino per un’appassionata del genere.
Sono tornata a casa e ho aperto le liste dei contribuenti. Non avevo cambiato idea sul loro scarso interesse, ero solo annoiata dalle televendite notturne. Ho spulciato pochissimo. Ho confermato assai velocemente i miei pregiudizi. Eppure continuo a rifiutarmi di attribuire la responsabilità delle mie reiterate disfatte sentimentali al fatto che, dei tre uomini più importanti della mia vita, quello messo meglio nel 2005 guadagnasse la metà di me.
scritto da Guia Soncini il 2 Maggio 2008, alle ore 08:07 »
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Su questo sito non si fa rassegna stampa, ma qualche retropalco sì. Dunque si dà che il più venduto quotidiano del paese, che accade essere diretto da un genio e rivolto a un pubblico maschile, intervisti l’autrice. La quale è comunque molto grata, giacché there’s no such thing as bad publicity, ma nel ritrovarsi virgolettata a dire cose di nessun senso in un italiano persino più precario di quello del lettore medio del quotidiano stesso (e, perdipiù, in un trionfo di puntini di sospensione) ha comunque un sussulto. Quindi, non essendo persona di mondo, non ringrazia mellifluamente l’intervistatore riservandosi i commenti su quanto egli sia una capra per le chattering classes in cui incapperà in futuro, bensì gli scrive direttamente per fargli presente, persino più pacatamente di Veltroni, che la sua intervista non era in italiano.
Segue carteggio, nel quale l’intervistatore dice alcune cose. Tipo che lui l’ha resa simpatica, cosa che lei notoriamente non è (lui si cimenta nella disperata impresa di trovarmi marito, e io non mostro neanche un po’ di gratitudine - tzè). Tipo che lui è stato molto fedele alle di lei parole, e infatti è lei ad aver detto che la copertina del libro è rosa (il che è perfettamente plausibile: in fondo è solo la copertina del mio libro, e stava solo poggiata di fronte a noi nel corso dell’intervista, perché mai avrei dovuto conoscerne il colore?) Tipo che “l’ha letta anche il direttore”. Il quale, pover’uomo, avrà altro da fare che tentare di tradurre in italiano certe interviste. Ma il punto non è questo. Il punto è l’arte (?) stessa delle interviste.
Io sono la peggior intervistatrice del mondo. Giuro. Non lo dico perché sono a pesca di “mannò”. (Il che non toglie che sarei molto contenta se qualcuno tra voi si prendesse la briga di scrivere, pur non pensandolo, che invece no, mi sottovaluto, “la tua intervista a XY era spettacolare”. In fondo è gratis, suvvia.) Lo dico perché è vero. Se non hai voglia di parlare, io sono del tutto incapace di convincerti, di sedurti, di creare una quache simulazione di empatia. In compenso sono bravina a raccontare che non mi hai detto un cazzo (il che mi rende perfetta per intervistare gli attori), nonché a parlare di me mettendoci ogni tanto quasi per sbaglio qualche tuo virgolettato (il che mi rende una freak in un paese di gente che pur di non scrivere “io” scrive “chi scrive pensa che” oppure “a noi non è piaciuto”, ove “noi” immagino siano il recensore e il suo gatto).
Io sono la peggior intervistatrice del mondo, e ho fatto dozzine di interviste parlando della cosa di cui avevo deciso sin dall’inizio che volevo parlare, ma penso (spero) di averlo fatto perché la persona che avevo di fronte non diceva niente di interessante, o almeno non di così interessante da distogliermi dal mio programma precotto con uno spunto fresco. Tutto questo per dire che, tra una manciata di puntini di sospensione e l’altra, l’intervistatore del giorno si è perso le migliori battute che sono state fatte, e fin qui pazienza. Se le è perse in nome delle domande che si era scritto e che quindi era determinato a pubblicare. Mi fanno sempre molta impressione, quelli che si scrivono le domande. Nel senso che (ne ho una certa esperienza, praticando di tanto in tanto quelle cose tecnicamente chiamate “round table”, ovvero otto giornalisti da tutto il mondo siedono con una celebrità hollywoodiana, e tentano di imbastire una conversazione collettiva; accanto a me, c’è sempre qualcuna col suo bravo foglietto; sul foglietto, ci sono sempre domande imperdibili e ponzate come “quando ha capito di voler fare l’attrice?” o “preferisce cantare o recitare?”) devo ancora vedere una cosa scritta che, se non te la fossi appuntata e l’avessi trascurata, l’intervista ne sarebbe stata danneggiata. Sul foglio che si era stampato l’uomo del giorno, c’erano domande come “Soncini, la posso intervistare anche se non ho le tette?” (no, non me l’ha fatta davvero; sì, nell’articolo compariva comunque: io rispondevo “In che senso?”, invece che ciò che avrei risposto se me l’avesse sul serio chiesto, che non so immaginare cosa sarebbe stato - probabilmente una pernacchia).
Insomma, io so qualcosa del fregarsene di ciò che accade restando saldamente attaccati ai propri preconcetti, tuttavia quando, nella conversazione e poi nell’elaborazione scritta, l’intervistatore mi ha rinfacciato di, in 307 pagine di maschi scaricabili, aver salvato solo Sean Penn e George Clooney, sono rimasta brevemente perplessa. Sean Penn compare effettivamente nell’introduzione e sulla quarta di copertina, per dovere di cronaca (fu all’uscita da un’intervista fatta a lui, che aveva detto di credere in un “capitalismo delle emozioni”, che chiamai la editor dicendole che bisognava cambiare libro in corsa, che il futuro delle relazioni era l’economia - la poverina ancora non s’è ripresa). Tuttavia non è in alcun modo descritto come prototipo di maschio, tantomeno di eccezione alla diffusa impresentabilità maschile (quando il libro è andato in stampa non si era ancora riconciliato con la donna più bella del mondo).
Di George, poi, non conservavo memoria. Tra l’altro (resti tra noi perché potrebbe offendersi) tecnicamente George non è il mio tipo. Non ha nulla del programmatico disfacimento che piace a me. Se Georgino non fosse Georgino - che non si discute: si ama - egli sarebbe troppo figo per interessarmi. Quindi ieri, in una tardiva perplessità , ho preso il file del libro e ho fatto mela+F. Georgino c’è una sola volta, citato come esempio del tutto casuale di figo che potrebbe non cagarci. Sta in un riquadro. I riquadri sono quelle parti brevi che ho voluto inserire dicendo alla casa editrice che servivano perché se una lo sfoglia in libreria ci vuole qualcosa di spiritoso che salti all’occhio e invogli, e non ammettendo neppure a me stessa quanto sono stata rovinata da un decennio di capiredattori che mi dicono di smetterla di scrivere venti cartelle, tanto la gente legge solo i boxini. Quello che, pur sapendolo, non ho ammesso a me stessa né alla casa editrice è che i boxini - cioè, voglio dire: i riquadri - dalle tre alle dieci righe sarebbero stati l’unica cosa che i giornalisti che dovessero scrivere del libro si sarebbero presi la briga di leggere. Non ponendosi neppure il problema se fossero o meno sufficientemente rappresentativi delle restanti trecento pagine.