Avrei bussato.
E quando?
Quando sarebbe stata più a suo agio.
(dialogo tra Servillo e Ferilli, La grande bellezza)
Sarebbe bello pensarla funzionale al personaggio, quella consecutio sbagliata. Sarebbe bello pensare a un’idea di intellettuale cazzone – uno con la sponda del letto carica di Adelphi ed Einaudi in edizioni accuratamente âgé, ma incapace di usare i verbi – voluta da Paolo Sorrentino, invece che capitata con la sciatteria con cui capitano i 42 anni della figlia dell’amico, nata nel corso dei trent’anni in cui lui e Jep si sono persi di vista.
Sarebbe bello che fossero convincenti, in un mondo in cui chiunque scopa con chiunque, le sole sette donne con cui è stato a letto il personaggio sessantenne di Verdone (tanto valeva vergine, orsù), o anche solo il suo fare da servo della gleba all’unica non-bella tra le migliaia di (ex) attrici fighe che girano per Roma (certo che può essere una scelta, che lei sia bruttina, ma è una scelta solo se sullo schermo è credibile, mica se al bar della Pace hai pensato «La faccio brutta, anvedi quanto so’ autore.»)
Sarebbe bello che ci fosse qualcuno così bravo da fare un film sulle mostruosità del presente senza che la mostrificazione diventasse un involontario cartoon – la nana, Serena Grandi che pippa, la Abramovic che sembra un’imitazione della Abramovic fatta quando era viva la Gialappa’s – senza farti pensare che quello che stai guardando sembra il film scritto dal cattivo di Iron Man 3 (quello che tredici anni dopo non s’è ancora ripreso dall’esser stato lasciato fuori dalla festa) e, soprattutto, senza farti venire in mente il cast sul tappeto rosso a Cannes: per rappresentare la mondanità grottesca sullo schermo, temo sia necessario saperne incarnare una non tale nella vita.
Sarebbe bello che quelli che citano come termine di paragone La terrazza l’avessero visto, magari in anni recenti. Sarebbe bello che l’avessero capito, che si fossero accorti dei livelli di lettura, del fatto che gli aforismi erano tutte citazioni, non erano questo malinconico «facciamo un personaggio che parla per battute tranchant e mentre è a letto con Selvaggia di Sapore di mare le dice “Essere bravi è noioso, si rischia di diventare abili”, in fondo da grandi volevamo essere Flaiano, Flaiano era quello degli aforismi, no? O era Oscar Wilde? Vabbè, insomma, uno di quelli» concepito dopo un Campari di troppo da Rosati.
Sarebbe bello che non faceste rivoltare Age e Scarpelli nelle rispettive tombe.
Sarebbe bello che, nel tempo avanzato dal non tuittare perché si è persone serie e dal fotoscioppare fenicotteri perché si è registi visionari, ci si prendesse il disturbo di raccontare una storia.
Sarebbe bello che la cosa migliore della Grande bellezza non fosse una scena (quella dell’arrestato che finalmente risponde alla domanda sulla sartoria) che è puro Moretti.
Sarebbe bello che il tentativo di satira sociale del film fosse all’altezza di quel meraviglioso passaggio alla fine dei titoli di coda in cui «il regista ringrazia» una mezza dozzina di persone, e due hanno lo stesso cognome, e una delle due è la moglie del regista stesso, e l’altro è il parrucchiere della Roma delle feste, che incidentalmente è la Roma del film.
Sarebbe bello che Paolo Sorrentino avesse fatto un bel film, e non il pasticcio velleitario di uno che scrive diegetica col compiacimento di «Mamma, guarda, i soldi del Centro sperimentale non sono andati sprecati, mamma, guarda quante parole difficili so.»
PS Queste righe non contengono alcun commento al fatto che, se sei così mamma-guarda-quanto-ho-studiato da voler mettere la citazioncina di Viaggio al termine della notte all’inizio del film, dovresti essere almeno così secchione da mettere l’accento acuto e non quello grave sulla “é”; non lo contengono perché, avendo io rimarcato questa sciatteria in un tuìt, un regista che mi è simpatico mi ha dato della biliosa piena di pregiudizi, e io non voglio dispiacergli – come dicevo, mi è simpatico: ha tempo per tuìttare, mica è una persona seria e lavora tutto il giorno.
scritto da Guia Soncini il 20 aprile 2013, alle ore 04:08 »
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Coi tuoi vent’anni, portati così
Io neanche me la ricordo, la prima volta che ho votato. Non so che anno fosse, né che partito. Poi, siccome il revisionismo è il primo dovere dell’essere umano, mi sono nei decenni costruita una rispettabile biografia di bambina comunista, ma figuriamoci. Non mi ricordo la prima volta che ho votato, ma mi ricordo il momento in cui capii che non essersi mai filati quella parte di formazione lì era una lacuna peggiore che non esser mai riuscite a leggere più di tre pagine di Hermann Hesse. Tornai da Parigi con la locandina di un film che non avevo visto ma il cui titolo avevo deciso sarebbe stato quello del mio memoir.
Giorni lunghi, tra ieri e domani, giorni strani
Giorni a chiedersi tutto cos’era
Poi a un certo punto, avrò avuto vent’anni (che, come sappiamo, è un’età in cui «è tutto chi-lo-sa»), cambiò tutto. Altra città, altri amici, tutta gente engagée con una naturalezza che io neanche tra duecento visioni della Terrazza, e io con un’inconsapevolezza che a riguardarla adesso sembra scritta da Age e Scarpelli per Stefania Sandrelli (ma da me agita con assai meno grazia, che ve lo dico a fare). Insomma, diventai una che seguiva la politica. Avrebbe potuto essere il calcio, il punto-croce, la cucina molecolare. Sempre avuta poca personalità.
Religione del tirare tardi e aspettare mattino
E a quel punto figuriamoci se potevo farlo in maniera non ossessiva. Ricordo ancora Fassino che cazzia Mentana (il Mentana di Canale 5, nientemeno), in diretta alle cinque di mattina, perché lui aveva dei dati diversi (cioè: perché credeva ai sondaggi – certe cose non cambiano mai), e nessuno mi pagava per guardarlo, e ancora mi chiedo cosa ci facessi sveglia – ma questo era molti anni dopo. D’altra parte è come per gli scapoli che si fidanzano tardi: non hai fatto gli anticorpi da piccola, quando poi l’ossessione attacca ci vogliono decenni perché passi.
Era facile vivere allora, ogni ora
Il 1996 me lo ricordo come nessun altro anno di quelli non recenti. Con squarci di lucidità nel rimosso, con cortine di romanticismo su quello che probabilmente al presente era una schifezza di anno quanto gli altri. L’altro giorno parlavo con alcune persone di certi dettagli di anni Novanta romani di quelli che è come esser parte di una qualche massoneria, o li hai vissuti e capisci al volo oppure è difficile spiegare (è difficile capire, se non hai capito già); ne parlavo e a un certo punto ho fatto una scostumatezza che in genere evito: ho detto la verità.
E ogni notte inventarsi una fantasia, da bravi figli dell’epoca nuova
Ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova
La verità è che il 1996 era l’anno di alzati-ché-si-sta-alzando.
La verità è che il 1996 era l’anno in cui ero innamorata e l’Ulivo vinceva le elezioni.
La verità è che l’Ulivo era quella fantasia che avevano inventato per quelle come me, che mica lo sapevano d’essere figlie d’un’epoca nuova, che mica lo sapevano che la vita era una prova, che erano disposte a fingere così completamente che nei decenni successi avrebbero sofferto come se quei brandelli di Pci che non potevano sopravvivere all’era dell’informazione spalmata su ventiquattr’ore e centoquaranta caratteri, come se quella poetica lì, fatta essenzialmente di disciplina e riconoscimento delle gerarchie e tutta quell’altra roba che i collegi di suore non erano riusciti a inculcarmi, come se quella roba lì avesse fatto davvero mai parte delle nostre vite.
Se non avete mai simulato un’infanzia presentabile abbastanza forte da crederci, non sapete cosa vi siete perse.
Ci sembrava d’avere trovato la chiave segreta del mondo
Nel ’96 ogni scusa era buona per innamorarsi, persino festeggiare un democristiano al governo. E poi era di Bologna, ne avevo più diritto di altri.
Non fu facile volersi bene, restare assieme
O pensare d’avere un domani, restare lontani
A ripensarci oggi, che viene da piangere a chi non sappia ridere, che sembra tutto irrecuperabile come solo la fine di certe storie d’amore dei vent’anni, a ripensarci oggi ci si chiede se eravamo più tolleranti, più malleabili, più disposti a entusiasmarci, più giovani. O solo meno connessi.
Tutti e due a domandarsi: con chi sarà
Probabilmente tra diciassette anni ci sembrerà un periodo glorioso anche questo, o almeno normale. Non questa cosa che sta tra il tso e il bar di Guerre Stellari che ci pare di star vivendo ora. Stasera in tv c’era Matteo Orfini, per dire, che è solitamente considerato più dalemiano di D’Alema, e ha detto che D’Alema e i suoi pari avranno pure creato il PD ma ora lo tengono in ostaggio, e nessun Sofocle mi aveva preparato a niente del genere, e non solo perché non ho fatto il classico e Sofocle lo cito senza avere bene idea di chi sia.
Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione
E il peccato fu creder speciale una storia normale
La prima volta che ho parlato con Matteo Orfini lui stava per compiere trent’anni, si diceva che D’Alema l’avesse scelto come assistente, e lui giurava di voler fare solo l’archeologo. Oggi, quella di Sofocle era solo una delle centosette volte in cui, nelle centosei ore di diretta che ha fatto su La7, ho visto Mentana collegarsi con Orfini per farsi spiegare le posizioni del partito (detta così sembra che quel partito ne abbia, di posizioni, e persino univoche, ma insomma ci siamo capite); il che immagino sia normale visto che Orfini non fa più l’archeologo ma il deputato, ma mi ha comunque fatto sentire vecchissima. Quasi quanto il fatto che, l’ultima volta che l’ho visto, il non più archeologo spingesse un passeggino e stesse al telefono a gestire nomine Rai (non avremo una disciplina di partito, ma abbiamo una generazione di maschi multitasking: è un progresso mica da poco.)
Ora il tempo ci usura e ci stritola
In ogni giorno che passa correndo
Sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo
L’unico slogan vincente di Bersani non era quello del giaguaro. L’unico slogan vincente di Bersani era il suo slogan da perdente: vagonate di senno di poi. Col filtro di quelle vagonate lì, io mica so dirlo se a ventitré anni sarei andata a SS. Apostoli a festeggiare, avessi avuto la comoda possibilità di tuittare da casa. Sì, ero innamorata, ma ero già pigra: abitavo sopra a un forno e il povero cristo in questione doveva portarmi lui i cornetti perché io neanche mi mettevo un golf sopra al pigiama per fare un piano di scale. Alzati ché si sta alzando la canzone popolare, e già che ci sei portami i carboidrati a letto.
E davvero non siamo più quegli eroi
Pronti assieme a affrontare ogni impresa
Siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa
Vent’anni fa, prima di quel ’96 d’amore e di carboidrati e d’altre sciocchezze, Francesco Guccini fece uno dei suoi dischi più belli. Era il ’93, incidentalmente lo stesso anno di quelli che non hanno avuto la fortuna d’avere genitori comunisti. Il genio, checché ne dicesse Monicelli, è soprattutto la capacità di dire cose che vent’anni dopo sembrano scritte venti minuti prima. In genere, da quel disco lì, cito Nostra signora dell’ipocrisia, perché non c’è psicodramma farsesco da telegiornale italiano cui non si applichi: «Un artigiano di scoop forzati scrisse che Weimar già si scorgeva, e tra biscotti sponsorizzati videro un anchorman che piangeva.»
Farewell, non pensarci e perdonami
Se ti ho portato via un poco d’estate
Con qualcosa di fragile come le storie passate
Però stasera mi sono resa conto che, in quel disco blu, c’è almeno un’altra canzone che potrebbe fare da manifesto al PD. Al 2013. Al mondo che cade a pezzi e alle parole mancanti per dirlo. Al fatto che non siamo più quelli del ’96, non possiamo più permetterci un sacco delle cose che davamo per scontate allora – nudità sentimentale, carboidrati, paciosi candidati democristiani – e far finta di niente non farà tornare tutto com’era.
Forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile, credo, perché
Ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me
scritto da Guia Soncini il 12 aprile 2013, alle ore 23:29 »
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C’era una volta il mondo dello spettacolo, quell’universo di riferimento che è, per definizione, spettacolare.
C’era una volta. Anche in Italia, intendo.
Che ci sia stato un tempo – distante ma non così distantissimo come ci sarebbe da pensare guardandoci adesso – in cui questo paese produceva uno star system è una mia fissazione, una di quelle voragini di cui non mi capacito, un cambio di scenario che gli storici dovrebbero dedicarsi ad analizzare seriamente, invece di romperci le balle con roba da programmi scolastici delle medie. La migliore risposta all’esistenza di quel momento, e al fatto che sia scomparso così definitivamente da far dubitare che sia mai esistito davvero, resta quella che mi diede Favino: «Sì, ma era lo stesso momento in cui l’Italia produceva Olivetti».
Ma non mi basta. Non me ne capacito comunque. Niente capita per caso, come dice un regista che conosco, tantomeno le coincidenze, e mi interrogavo per la centomillesima volta ieri notte, guardando un improponibile spot proBonino, sull’assenza di system e pure sull’assenza di star («Vorrei fare un altro lavoro per poter dire cosa penso di quello spot», come dice un attore che conosco), e stasera mi sono ritrovata per (apparentemente) tutt’altre ragioni a guardare il Sanremo del 1981.
La composizione della giuria di qualità la sapevo, non perché abbia ricordi dell’81 (figuriamoci: mica ero nata) ma perché mi ero portata avanti con lo studio della pratica settimane prima di cominciare a guardarlo. La sapevo ma l’avevo rimossa. A parte Eleonora Giorgi, non so se in quota rosa o in quota «pizza fredda e birra calda: tutto a rovescio, come nella vita», vi assicuro che fa parecchissima impressione.
In quello stesso teatro Ariston. Con quelle stesse canzonette sceme (beh, oddio: era un anno che poteva permettersi di non far vincere Maledetta primavera o Sarà perché ti amo). Là, in quella stessa platea dove trentadue anni dopo ci sarebbero state le Serena Dandini e le Eleonora Abbagnato (le regole sintattiche del confronto impietoso qui esigono un «con tutto il rispetto»), Cecchetto presenta il presidente di giuria, un signore simpatico cui accade d’essere Sergio Leone, e lui presenta qualche amico suo venuto a rendere omaggio alle canzonette. Giancarlo Giannini, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi. C’era una volta, eccetera.
scritto da Guia Soncini il 9 aprile 2013, alle ore 14:07 »
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Non è una sindrome nuova: all’inizio del Novecento un blogger parigino scrisse sette volumi sul profumo delle pastarelle che mangiava da bambino e sulla celeste nostalgia che ne derivava, e per questo passa per un gigante della letteratura.
Non è una sindrome nuova: dal Sapore di mare dei Vanzina alla Notte prima degli esami di Brizzi all’Anima mia di Fazio, è pieno di gente che ha avuto il proprio picco di creatività e di incassi raccontando i propri beati anni della merenda e dei quaderni a quadretti.
Non è una sindrome nuova neanche per gli editorialisti, che hanno a cuore la loro infanzia almeno quanto noialtre che ancora non ci perdoniamo d’aver buttato quello zaino Naj Oleari in un qualche trasloco: Paolo Mieli, per dire, ha costruito una carriera sul parlare dell’oro di Dongo e altre amenità di quando portava i calzoni corti.
Che i commentatori politici miei coetanei stiano trascorrendo queste settimane a parlare delle larghe intese, e le ultime ore a parlare di Margaret Thatcher, induce quindi in me quella triste reazione per cui, tra Gere e la Roberts, io nella scena del bagno in Pretty Woman mi immedesimo in lui: «Sono poche le persone in grado di sorprendermi», e tra di esse non ci sono certo elzeviristi compiaciuti di poter rievocare i beati anni in cui quella di mate il giorno dopo interrogava (mi immedesimo in Julia – «Beato te: la maggior parte mi sciocca a morte» – solo quando penso che costoro, in linea teorica le più brillanti menti della mia generazione, svernano nei talk-show a titolo gratuito: puoi mai riformare il mercato del lavoro in un paese in cui i più richiesti son smaniosi di lavorare gratis?)
Il lato interessante della questione si manifesta sui social network, quel magnifico luogo che ogni giorno ti conferma che, per quanto consideri gli elettori medi una massa di irredimibili idioti, li stai comunque sopravvalutando.
Non so voi, ma io sull’internet ho quasi solo contatti tra i trenta e i quarant’anni d’età, e con la maturità intellettuale ed emotiva di un sedicenne di quelli che hanno appena scoperto Kerouac e Rimbaud. Sono stati, nelle ultime ventiquattr’ore, un delizioso osservatorio sulla morte di Margaret Thatcher. Per la quale, che ve lo dico a fare, esultano.
Fosse morta nel pieno dell’esercizio del potere, dici: esulto perché la morte ha messo fine alle sue malefatte. Fosse morta giovane, dici: esulto perché è stata punita (sempre delle malefatte, che attengono all’essere una politica conservatrice che fa cose da conservatrice, ma su questo torno tra un attimo.) Ma: una muore a quasi ottantotto anni, al Ritz (classy act, baronessa: io e lei sappiamo che la scenografia è tutto, la scenografia e le luci) – si può sapere di cosa esulti? Della morte tout court? Ti è chiaro, sì, che non ne sei esentato? Che moriremo pure noi, non so se più giovani ma probabilmente alla pensione Miramare?
Per tacere, poi, di come i 39 going on 16 in questione vibrino di sdegno al ricordo delle politiche thatcheriane (quello che la psicanalisi definirebbe un falso ricordo, visto che le suddette politiche erano in essere quando loro ancora dovevano aspettare tre ore dopo mangiato prima di fare il bagno), empatizzino come fossero stati minatori in sciopero quando sono rigorosamente gente che è stata fuori corso fino a trentacinque anni e cui la mamma non ha mai smesso di passare la paghetta e, quel che è più esilarante, abbiano pronta la riduzione a un dittatore qualunque se obietti in tal senso: «Mica devi esser stato partigiano per disprezzare Hitler.»
Ma tutto questo attiene al non stupore. Voglio dire, se non sei mai uscito dall’assemblea di istituto, mi pare ovvio che la tua analisi storica sia qualcosa del tipo «Thatcher merda, raga». Mi pare altresì ovvio che non hai l’età perché ti si sveli che le canzonette di protesta che ti affretti a linkare sono, appunto, canzonette: roba scritta per far leva sull’emotività e incassare royalties. L’autore è lieto ci sia chi le ha prese sul serio, è anche grazie a te se può pagare l’ombrellone a Barbados in questi lunghi inverni, ma neppure lui avrebbe mai sperato di venire scambiato per un fine politologo.
Dicevo, tutto questo è marginale rispetto al dettaglio che mi manda davvero in estasi.
Che, quando questi adolescenti senili sono femmine, esse sono sempre grandi fautrici delle quote rosa, delle donne che dovrebbero governare il mondo, del se non ora tampax. Ieri, nel comunicato di Barack Obama per la morte di Margaret Thatcher, c’era scritto «Ha insegnato alle nostre figlie che non c’è soffitto di cristallo che non possa essere infranto», che è un’affermazione difficilmente confutabile eppure (meglio: e proprio per questo) le manda ai matti (le italiane sempiternamente sedicenni, non le figlie di Obama). Perché, naturalmente, nessuna che voglia una donna al potere vuole una donna. Vogliono una che la pensi come loro. Il che è legittimo e ovvio, intendiamoci: votare una candidata che la pensi come te (seppure per approssimazione) è l’essenza della democrazia. Solo che poi arriva Margaret Thatcher, a dimostrarti che non basta essere donna per essere tutti i cliché più o meno boldriniani che associ alla portatrice d’utero: accogliente, empatica, pronta a riempirti di assoluzioni teoriche e sussidi pratici, confortevole. L’esistenza stessa di Margaret Thatcher ti costringe a scoprire che una candidata soggetta a cisti ovarica non ti è necessariamente più affine di un candidato soggetto a prostatite. Il che, mi rendo conto, è scocciante: demolita la riduzione a utero, ti resta solo quella a Hitler, e domani c’è pure greco alla prima ora.
scritto da Guia Soncini il 8 aprile 2013, alle ore 07:50 »
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Una riflessione sulla tragica inadeguatezza del giornalismo italiano prima o poi andrà fatta. Dovrà farla qualcuno più bravo di me, qualcuno che sappia mettere insieme il fatto che ogni paese ha i giornali che si merita e che però, anche, ognuno di noi ha i lettori che si merita (l’altro giorno sul New York, che è forse il più bel giornale del mondo e al quale torneremo tra un po’, c’era un articolo perfetto sul fatto che, ora che Jay Leno si ritira, si possono trarre delle conclusioni, la principale delle quali è che avrà pure fatto sempre più ascolti, ma non ha lasciato un centesimo del segno nella cultura popolare che ha lasciato Letterman – e poi torniamo anche sul concetto di cultura popolare, dovrete avere pazienza, sarà un pensierino pieno di incisi dentro le subordinate e subordinate dentro gli incisi, come quando eravamo giovani – e quel pezzo aveva sotto dei commenti precisi, informati, di gente che sapeva di cosa parlava e sapeva articolare il proprio punto di vista; ho pensato che io non avrei saputo scriverlo, quell’articolo, ma voi non ve lo sareste meritato, voialtri che leggete e commentate e non siete in grado di capire una battuta su Twitter, figuriamoci un’analisi dell’influenza nella cultura popolare di uno che guardate alla tele.)
Una riflessione bisognerà farla, e non potrà che partire da quanto il giornalismo come mestiere, passatempo, hobby, sport, categoria, istituzione, quel-che-vi-pare si stia rendendo ridicolo affrontando quell’anomalia normalizzata che è Beppe Grillo, non potrà che partire dall’Amaca perfetta di sabato e dalla puntata di ieri sera di Gazebo, un programma che, fossi un giornalista parlamentare, da oggi chiamerei con un qualche nome in codice che sia la versione breve di «Mi chiamo Diego Bianchi, e ora vi faccio vedere come si fa» (dopodiché tenterei di investirlo sulle strisce, ‘sto stronzetto senza Inpgi che arriva a svelare la nostra pochezza disturbando il tradizionale bivacco alla buvette e gli imperdibili retroscena a casaccio.)
Una riflessione bisognerà farla, ma mica sul giornalismo politico, la cui esistenza stessa è il problema: in un paese normale non occuperebbe quindici pagine al giorno (ma neanche cinque, ma neanche tre), in un paese normale l’annuncio che c’è una dichiarazione della Lombardi (ma pure di Renzi, ma pure di metteteci-voi-il-vostro-preferito) sarebbe, nelle riunioni di redazione, accolto da una qualche variazione su «E ‘sti cazzi.»
Il fatto è che poche ore fa, mezz’ora dopo la fine della messa in onda sulla costa orientale degli Stati Uniti dell’esordio stagionale di Mad Men, sul New York è uscita questa recensione.
La prima premessa è che a me Mad Men manco piace.
La seconda premessa è che non trovo che gli americani siano poi così bravi a scrivere di televisione (gli inglesi sono un altro pianeta, per dire.)
Però sanno che esiste la cultura popolare. Sanno che esiste e sanno che conta. L’altro giorno è morto Roger Ebert, che era il più bravo dei critici cinematografici (i morti erano sempre i più bravi, ma lui lo era davvero, e se anche non ve ne fregava niente di sapere cosa pensare di un film potevate leggerlo per il diletto di come scriveva, o almeno questo è quello che ho fatto io negli ultimi quindici anni); in uno dei coccodrilli che lo ricordavano, si rievocava il programma per cui Ebert era diventato famoso, Ebert and Siskel at the movies, in cui lui e il suo socio parlavano di un film e alla fine davano un giudizio alzando o abbassando il pollice (sì: il like prima di Facebook.)
L’autore del coccodrillo era nostalgico della tv di un tempo come avrebbe potuto esserlo un critico italiano, diceva che oggi sarebbe impensabile, un programma della tv generalista in cui due signori non particolarmente piacenti parlano di film, ma lo diceva in una frase che cominciava così: «It was a pop culture phenomenon.» Sarà che erano gli stessi giorni in cui tutti, sull’internet, riscoprivano la Cartolina di Andrea Barbato a Grillo, e la Cartolina sarebbe oggi altrettanto improponibile (andate a dire a un direttore di rete «C’è un signore di mezza età che parla assai sommessamente da solo per cinque minuti», e poi ditemi se non chiede un Tso) – ma ho pensato: anche quella fu un fenomeno di cultura popolare. Eppure scommetto che a nessuno è mai venuto in mente che fosse la categoria appropriata, che nessuno ha mai detto a Barbato «lei è un’icona della pop culture». Chissà se si sarebbe offeso: era pur sempre un giornalista italiano.
Dicevo, quarantadue incisi fa: sul New York c’era una recensione, mezz’ora dopo la messa in onda di Mad Men (spero il tizio avesse un dvd e l’avesse scritta prima, altrimenti è un mostro), così densa, così colta, così magnifica, che mi è venuta la tristezza. Perché uno con quegli strumenti lì in Italia non recensirebbe mai un telefilm. Nella peggiore delle ipotesi ambirebbe a fare il retroscenista (cioè: a virgolettare conversazioni che non ha mai sentito tra qualche segretario di partito «e i suoi fedelissimi»), e nella migliore recensirebbe libri di autori rigorosamente morti, ché sono quelle le parti rispettabili delle sezioni non politiche dei giornali italiani.
E, siccome ci si merita a vicenda, è anche per questo che non abbiamo Mad Men (ma anche altra roba più di mio gusto), è per questo che abbiamo dei gran medici in famiglia o dei rifacimenti in cui Castellitto riproduce i tic facciali di Gabriel Byrne: perché la roba bella non la sapremmo capire, raccontare, collegare a uno straccio di sistema culturale di riferimento – tantomeno sapremmo convincere il pubblico a guardarla.
Non abbiamo una realtà più presentabile perché non la sappiamo presentare. Perché la realtà è anche plasmata da come la si racconta, e come la si racconta è (come tempo, spazio, abitudine, incrostazione) molto più il tizio del Tg1 che chiede la linea per dire il menu del pranzo dei parlamentari Cinque Stelle di quanto lo siano gli autori di Gazebo che fanno mascherare un tassista da Grillo per fare da specchio alla stupidità degli inviati presenti (i quali son tutti contenti di mandare in onda il tassista mascherato, naturalmente: guardi l’abisso, lui guarda te, ma mica vi riconoscete.)
scritto da Guia Soncini il 30 marzo 2013, alle ore 20:36 »
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A beneficio delle migliori menti di molte generazioni, che su Twitter si stanno scaldando perché nella commissione di saggi (sì, insomma: nel colpo di Stato senza militari attualmente in atto in questo paese a forma di scarpa) non c’è neanche una donna, e di altre migliori menti che s’indignano perché non c’è neanche un giovane, e non avendo io idee con le quali io concordi (sì, non ci sono donne nelle stanze dei giochi che contano, dal Corriere al Quirinale passando per la tv di qualità, e non può essere un caso, su; tuttavia, mi dovessero dire un nome della cui assenza nello specifico scandalizzarmi, ecco, come dire, non me ne viene in mente uno a parte Miuccia Prada – che temo non intenda mettersi a fare l’autore televisivo né il presidente della Repubblica) – dicevo, scansando le mie idee che non condivido, vorrei procedere a fornire alle migliori eccetera una lista di disdicevoli assenze nella commissione dei saggi. Minoranze che avrebbero il diritto di essere rappresentate, nicchie delle quali le istituzioni hanno il dovere di farsi rappresentanza.
- Neanche un musulmano.
- Neanche un transessuale.
- Neanche un nero.
- Neanche un vegano.
- Neanche un orientale.
- Neanche uno con una laurea comprata o millantata.
- Neanche un innocentista su Cogne.
- Neanche un abortista con allegria*.
- Neanche uno che si depili le sopracciglia.
- Neanche un buddista.
- Neanche uno che abbia televotato per Mengoni.
- Neanche uno che possa dire d’aver davvero capito le impostazioni di privacy di Facebook.
- Neanche uno che si sia ricordato di riscattare in tempo i punti fragola.
- Neanche un hashtaggatore di grandi canili.
- Neanche uno delle migliaia che giurano d’esserci stati quella volta che Jimi Hendrix rimorchiò Patty Pravo.
- Neanche uno delle centinaia che giurano d’esserci stati quella volta che un giornalista della Stampa chiese a Michael Stipe «Com’è vivere a New York?»
- Neanche uno che a Capalbio vada alla spiaggia libera.
- Neanche un acquirente di occhiali a raggi X.
- Neanche uno che abbia visto in diretta la Milo urlare «Ciro!» perché il pomeriggio guardava Santa Barbara e la Milo veniva subito dopo**.
- Neanche un parente di vittime.
- Neanche un congiunto di terroristi.
- Neanche una starlette anni Ottanta che «Mi voleva Fellini»
- Neanche un intellettuale che una volta a New York sia stato a cena da Antonio Monda e c’era Philip Roth.
- Neanche un docente della Holden.
- Neanche uno che sappia senza guglare chi è Alessandra Valeri Manera.
- Neanche uno disposto ad ammettere che, quanto a opa sulla tv generalista ad alto tasso di presentabilità sociale, il dandinismo era parecchio preferibile al fazismo.
- Neanche uno che abbia fatto la Dukan.
* Per la nicchia dell’aborto senza sensi di colpa si legga il nuovo libro di Chiara Lalli.
** Per questa posizione mi sommessamente candido.
(Naturalmente non ho controllato nessuna di queste affermazioni – dicono stronzate i retroscenisti retribuiti, stai a vedere che devo verificare le notizie io sull’internet – e sarò quindi lieta di accogliere ogni commento che specifichi che invece Quagliariello è un transessuale musulmano che pratica una variante vegana della Dukan.)
scritto da Guia Soncini il 8 marzo 2013, alle ore 19:05 »
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Si era innamorata ed era diventata la moglie di un uomo che era fissato quanto lei con le apparenze. Persino in ospedale, ogni giorno, Nick si presentava impeccabile, coi suoi pantaloni eleganti e i suoi bei mocassini, perché vestirsi bene era il suo modo di dirle che non aveva perso la speranza, che tutto era normale. Quando era giovane, ed era simpatica ma non bella, ogni genere d’uomo l’aveva rifiutata. Ne aveva scritto, l’aveva fatto diventare un tormentone comico – è tutto materiale – ma privatamente era una cosa che le spezzava il cuore, finché arrivò questo cavaliere a farle sentire che guardarla era favoloso quanto lo era chiacchierarci.
(Non mantengo mai le promesse, l’ultima delle quali era di sottrarmi al gioco al massacro «Quale parte del ricordo di Nora Ephron scritto dal figlio fa più piangere»; il racconto è qui, esce domenica sul magazine del New York Times, è pieno di passaggi strazianti che confermano quel che già sapevamo, cioè che era una donna straordinaria, e almeno un paio dei quali – quello qui sopra e quello sul divorzio di Tom Cruise sono quelli che mi vengono in mente senza rileggere e ripiangere – svelano un miracolo: il talento che non salta una generazione. Qui, Jacob Bernstein al Today Show.)
scritto da Guia Soncini il 22 febbraio 2013, alle ore 15:01 »
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È un format italiano, ché non è mica vero che li sappiamo solo importare e riadattare. È un format italiano diffuso in tutti i programmi che noi-sì-facciamo-giornalismo-serio, è un format a resa zero (per lo spettatore) e a resa altissima (per la reputazione dell’esecutore). Si chiama «Che lavoro fai?» «Urlo domande molto scomode, sperando non mi rispondano.»
Poco fa sono incappata in questa vecchia intervista a quel gigante di Gay Talese, intervista nella quale a un certo punto butta lì una verità assoluta col tono di chi fa un’osservazione marginale: «Con tutto il rispetto per Woodward e Bernstein, credo che quel che successe col Watergate fu che i giornalisti cominciarono a essere delle celebrità.»
Mi è venuto in mente che una delle scorse notti avevo letto una sterminata intervista a Fabio Fazio (che si divide con Vincenzo Mollica il ruolo di quello le cui interviste sono più disprezzate dai liberi pensatori dell’internet, ché loro sì saprebbero far domande scomode, loro sì metterebbero in difficoltà l’ospite, loro sì in un mondo ideale in una società meritocratica in una tv che valesse il canone*) in cui a un certo punto – all’interno di un discorso in cui c’era anche un esempio su Carla Bruni col quale ho una certa familiarità – c’era un’ottima sintesi del modello per il quale la notizia non è se e cosa ti rispondono – anzi, se non ti rispondono è meglio; la notizia è quanto sei eroico tu che fai le domande scomode:
La fruizione della televisione, in particolare del talk, secondo me, non è mai rispetto al contenuto quindi rispetto a quello che hai visto o sentito durante quella conversazione, ma è «Come mai non sei stato aggressivo?», come se l’unico canone che desse in qualche modo… come mai non c’è stata la polemica… cioè uno può dire la più grande notizia del mondo, può dire fra vent’anni non c’è più acqua nel pianeta, niente… Se uno insulta durante la stessa intervista Marchionne quella roba lì diventa titolo.
E mentre ero lì che riflettevo su questa deriva narcisistica mi è passato davanti questo video, e quasi m’è venuta voglia di fare lo sforzo d’andare a votare.
*da leggersi, naturalmente, con la cadenza «il dolente erudito, lui sì che saprebbe»
(mi scuso con coloro che, visto il titolo, speravano si parlasse di master e zecchini)
scritto da Guia Soncini il 17 febbraio 2013, alle ore 14:51 »
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Qualche settimana fa sul New York è uscito questo racconto di Elizabeth Wurtzel, della quale leggo tutto il poco che ormai scrive perché è stata una ragazza di gran successo in anni in cui ero abbastanza giovane e impressionabile da farla risultare importantissima per la mia formazione. Poi si è perduta via in quel modo che se sei un uomo è ci-troveremo-al-Roxy-bar e se sei una donna è «forse dovresti assumere una colf», si è messa a fare altro ma non sa bene neanche lei cosa, promette libri che non mantiene e insomma è molto più interessante di tutte quelle che hanno avuto la loro brava carriera a curva costante con tutti i loro bravi incarichi al loro bravo posto.
Tutte queste premesse le sto facendo non per spiegarvi chi sia e chi sia stata Wurtzel (il racconto lo spiega egregiamente), ma per la stessa ragione per cui ho il link da quasi due mesi e non mi decidevo a metterlo qui: perché sono una vigliacca, e perdo tempo parlando d’altro invece che dei punti sensibili.
Oltre a essere molto lungo, il racconto è molto vero, molto straziante, e in molti punti (che non ho certo intenzione di svelare a voialtri) molto immedesimabile.
È la storia di tante cose: di che droga sia (con le meraviglie e i pericoli che il concetto di droga implica) vivere senza rete, dello strazio di avere esattamente la vita che vuoi, della fatica di non volerne una uguale a quelle che vedi intorno a te, del senso del ridicolo che ti assale quando ti rendi conto che sei una sedicenne anziana, dei lampi di paura che passano tra il momento in cui ti rendi conto delle scelte che hai fatto e il momento in cui le rifai e le rifaresti e le rifarai, del dubbio che ci sia un momento in cui diventa troppo tardi, e sono le scelte che fanno te.
Se fosse uscito su un giornale italiano – se ci fosse un’italiana che sa scrivere così – mi sarebbe piaciuto che s’intitolasse A modo mio quel che sono l’ho voluto io – ma non ci sono giornali italiani che sappiano titolare così.
Comunque è questa la ragione per cui alla fine mi sono decisa a metterlo qui pur senza avere niente di sensato da aggiungere: per quei tre minuti di Sanremo che non riesco a guardare senza piangere.
scritto da Guia Soncini il 29 gennaio 2013, alle ore 01:23 »
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Questa intervista è così piena di citazioni citabili che non saprei quale scegliere, tra «pitch the movie as Magic Mike. Otherwise, if you’re using my name, you could mean The Good German» e «Adrian Lyne knew exactly what he was doing», tra «I just don’t think movies matter as much anymore, culturally» e «I feel like movies end like five times now!», e soprattutto tutta la parte sul pubblico che somiglia alla peggiore idea di pubblico, quella dei produttori, «And I thought, Wow, so ambiguity is not on the table anymore», che è un po’ quel che tentava di dire Muccino (ma detto dall’interno, quindi molto meglio).
Poi, alle citazioni citabili, potremmo aggiungere il fatto che questo signore qui ha fatto sex, lies and videotapes a 26 anni, a 37 ha diretto nello stesso anno due colossi come Traffic ed Erin Brokovich, e l’anno dopo ha messo su quel marchio da fantastiliardi che è stato Ocean’s. Ha compiuto cinquant’anni due settimane fa, e Steven Soderbergh ritiene d’aver fatto abbastanza cinema. Dice che adesso farà altro, fa quelle cose che fanno i pensionati di una città senza piccioni: dipinge, fa i collage di foto di red carpet (come si fa a non amarlo?), se capita farà tv. E adesso qualcuno di voi vada a dirgli che è giovane, su.