Non so bene perché i giornali italiani non riescano mai ad arrivare al livello di meraviglia che è il questionario di Proust del Vanity Fair americano. Sarà che lì gli intervistati son tutti spiritosissimi, sarà che dare interviste è un mestiere preciso e gli italiani non ci sono portati, o sarà che, per ragioni oscure, le domande migliori in Italia non si usano mai. E infatti è su una di quelle americane che mi sono incantata ieri.
Anni e anni di preparazione non mi hanno resa pronta ad affrontare il questionario: nell’eventualità (di certo imminente) che Graydon Carter mi chiami supplicandomi di comparire sulle loro pagine, non so cosa risponderei a parecchie domande. Eroe della finzione narrativa Hank Moody, credo, ma eroina? Dolly Karger? Margo Channing? Scarlett O’Hara? Dipende dai giorni, cribbio. Qualità più sopravvalutata? La calma, direi. In che occasioni menti? Per far trionfare la verità, naturalmente. Il punto più basso dell’infelicità umana? La convivenza, che domande.
Tuttavia, continuo a cambiare idea sull’unica risposta che solo mentendo spudoratamente potrei variare, sull’unico dato di fatto e non d’opinione che il quiz mi richieda: a “Di quale parola o frase fai un uso spropositato?” continuo a fornire risposte variabili a seconda del giorno e dell’umore e dell’ispirazione fornita dall’intervistato del mese di VF, ma sappiamo tutti come finirà.
Con una lapide. Su cui ci saranno due date (non necessariamente attendibili) e l’inconfutabile indicazione “peraltro morta.”
