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Ci avresti scommesso, tu, su di noi

Il groupismo giornalistico non ha ancora avuto la sua Pamela Des Barres a storicizzarlo, ma non per questo è un passatempo meno praticato rispetto a quello rock (essendo morti entrambi i generi, trattasi di groupie-rianimatrici, ma questi son dettagli.)
Insomma, pur non leggendo nessuna di noi i quotidiani, tantomeno le pagine della politica, e non vedendo i talk-show a meno che non ci sia Corona ospite, ogni tanto ricevo messaggi zeppi d’ormoni da qualche amica, e i messaggi sono quasi sempre riassumibili in «Ma quand’è che Cappellini è diventato un così grosso figo?»
Ci sono donne altrimenti esigenti che, di fronte a «Se il nuovo è sostituire piattaforma programmatica con espressioni mutuate dall’inglese perché è più cool…», sono disposte a perdonargli persino l’evidente renitenza a pettinarsi; serie professioniste delle quali sono disposta a fare il nome dietro modico compenso che si squagliano ogni volta che egli borbotta apparatchik (o come diavolo si scrive); da ieri, ci sono persino quelle che, per meglio degustare il Cappellini del giorno, hanno fatto una cosa che non facevano da quando andavano le spalline imbottite: leggere Curzio Maltese.
Scoprendo così che i cerchi si chiudono, il tutto si tiene, esiste se non una cosmica giustizia poetica certamente un babbo natale cosmico con un certo qual senso dell’umore. Nel giorno in cui Cappellini scrive «Pare che Walter Veltroni sia pronto a ripetere in tutti i cinquanta e passa appuntamenti già fissati in giro per l’Italia per presentare il nuovo romanzo Noi la sua profonda convinzione: “Questo è il mio libro più bello”», Maltese, con spontaneo entusiasmo, apre così la sua intervista all’uomo che non sapeva cos’era disposto a perdere: «Chi volesse sapere come sarebbe l’Italia di Walter Veltroni può leggere il suo ultimo libro, il più bello.»

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