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Cose che s’imparano in tre giorni a Genova.

- Che Genova è in salita (ero assente il giorno che si spiegava la Liguria, m’era morto il gatto) e al terzo giorno di tacchi le cosce ti si dimettono.
- Che tra la mozione bambinibuoni che come colonna sonora ha quella che «never an honest word, and that was when I ruled the world», e la mozione Bersani che invece «anche se questa storia un senso non ce l’ha», se Franceschini sceglie Panic io lo voto: «Hang the dj» mi pare l’unico programma politico sensato.
- Che, quanto a densità di individui che cerchi per tutto l’anno di evitare e poi te li ritrovi tutti intorno nel giro di tre quarti d’ora, gli assembramenti politici son persino peggio dei festival di cinema.
- Che il paese reale prende l’Intercity, e su di esso discute animatamente di come esso paese reale sì che saprebbe rimettere a posto il paese in generale e le ferrovie in particolare, e quando, intorno al trentacinquesimo minuto di commissari tecnici della nazionale che vociano, due turiste americane ti chiedono conto dei cafoni in questione, e tu spieghi la sindrome, scopri che hanno anche loro un nome per il fenomeno: Monday morning quarterback.
- Che il libro di Veltroni lo puoi usare come una versione Harmony dei Ching: apri a caso, e ti affidi alla prosa a triplette.
- Che il libro di Frangetta ha la stessa grafica di copertina di quello di Moccia (tu chiamalo, se vuoi, conoscere il proprio target.)
- Che ha evidentemente ragione lui, altro da dire non c’è, sul curioso epifenomeno per cui – quando metti alcuni quarantenni che dovrebbero rappresentare il rinnovamento generazionale (whatever rinnovamentogenerazionale is) davanti a una platea per tre quarti d’ora – poi per le tre ore successive la platea non fa altro che borbottare quanto i soggetti siano antipatici, inconcludenti, egoriferiti, invotabili, incapaci di avvantaggiarsi di quei riflettori che tanto bramano.

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